Il Centro Psicoanalitico di Firenze è lieto di pubblicare i testi delle relazioni che si sono tenute il 24 marzo 2007 in occasione di Firenze e la Psicoanalisi: il contributo di Giovanni Hautmann. Ringraziamo i relatori per la gentile concessione e tutti coloro che hanno partecipato alla giornata e collaborato alla sua riuscita con passione e intelligenza. Chi volesse inviare un breve contributo per la pubblicazione in questa pagina, scriva a Stefania Nicasi.

Centro Psicoanalitico di Firenze
Sezione Toscana della Società Psicoanalitica Italiana
con il patrocinio del Comune di Firenze
Firenze e la psicoanalisi: il contributo di Giovanni Hautmann

Salone dei Duegento, Palazzo Vecchio, Piazza Signoria, Firenze
Sabato 24 marzo 2007

Presiede Gilberto del Soldato

ore 9 Saluti delle Autorità e del Presidente del Centro Psicoanalitico di Firenze

ore 9.30 Sandra Maestro: La psicoanalisi in Toscana: storia e geografia del Centro Psicoanalitico di Firenze

ore 9.45 Andrea Marzi, Gregorio Hautmann: Spunti di riflessione su alcuni aspetti del pensiero di Giovanni Hautmann

ore 10 Francesco Conrotto: Giovanni Hautmann: tra rigore e creatività

ore 10.30 Intervallo

ore 11 Stefano Bolognini: L intensità di uno stile scientifico

ore 11.30 La parola al pubblico

ore 12.30 La parola a Giovanni Hautmann

ore 13 Brindisi

Firenze e la psicoanalisi: il contributo di Giovanni Hautmann
Salone de' Dugento, Palazzo Vecchio, Firenze
Sabato 24 marzo 2007

Gilberto del Soldato

Introduzione
Ringrazio il Centro Psicoanalitico di Firenze, il suo presidente Dott.Graziano Graziani, il segretario scientifico Dott.ssa Stefania Nicasi per avermi affidato la conduzione di questa giornata in onore del Dottor Giovanni Hautmann.

Sono stato scelto per il mio essere stato Presidente del Centro di Firenze prima del presente Esecutivo e perché il dott.Hautmann è stato, molti anni fa, il mio analista.

E' la seconda volta che ho occasione di presentare il Dott. Hautmann, la prima nel 2000 al Gabinetto Vieusseux ove ebbi il compito di illustrare il suo pensiero scientifico, oggi con quello di introdurre e moderare gli interventi dei tanti relatori ed ospiti del programma di questa mattinata.

Mattinata di festa per la Psicoanalisi, mattinata di orgoglio e di festa per gli psicoanalisti della Società Psicoanalitica Italiana.

La SPI ha introdotto il pensiero di Freud in Italia, lo ha proposto e sviluppato da allora ad oggi attraverso grandi analisti, che non citerò per lasciare spazio ai colleghi relatori, limitandomi a dire che Giovanni Hautmann ha sicuramente contribuito a sviluppare il pensiero psicoanalitico in assoluto e, al contempo, a rendere più importante la Società Psicoanalitica Italiana.

Siamo stati ospiti a Palazzo Strozzi del Gabinetto Vieusseux ed oggi ci ritroviamo qui nel Salone de' Dugento nel Palazzo della Signoria.
Se volete provare un brivido, pensando a chi ha vissuto sotto questi soffitti,vi ricorderò solamente che nel 400' Lorenzo il Magnifico dette incarico di ristrutturare questa sala a Benedetto e Giuliano da Maiano.

Ringrazio il Comune di Firenze, nella persona della Dott.ssa Elisabetta Meucci, per averci consentito di vivere le nostre emozioni, oggi, in questo posto stupendo per tutti e, per noi fiorentini, incredibilmente ricco di memorie.


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Sandra Maestro

La psicoanalisi in Toscana: storia e geografia del Centro Psicoanalitico di Firenze

La storia del Centro fiorentino è la storia della nascita di un gruppo e tutti noi sappiamo quanto lo studio della gruppalità, nelle sue svariate declinazioni rappresenti uno degli assunti teorici più forti del pensiero di Giovanni Hautmann ed uno dei temi a lui più cari.

Il Centro Psicoanalitico di Firenze fu costituito da Giovanni Hautmann, Stefania Manfredi Turillazzi, Arrigo Bigi, Giordano Fossi, Franco Mori in una riunione nel Viale Lavagnini 43, l'otto maggio 1974 alle 21:30. Nell'occasione fu compilato ed approvato all'unanimità lo statuto allegato al verbale costitutivo del Centro, e furono eletti, sempre all'unanimità, Hautmann presidente e Manfredi segretario scientifico. E così partì la storia istituzionale della Psicoanalisi fiorentina. Gli inizi della storia del Centro sono tuttavia connessi con la sua preistoria, vale a dire con l'avventura psicoanalitica individuale dei soci fondatori e di coloro che subito dopo vi si aggiunsero.

La preistoria, ricostruita attraverso le interviste dei nostri soci fondatori è interessante perché suggerisce intersezioni precoci e inaspettate e probabilmente sta alla base dell'impalpabile trasmissione del patrimonio analitico di cui si è intessuta la formazione di ciascuno di noi.

Tra i diversi elementi citerei:
1) L'interesse condiviso per l'infanzia. Buona parte dei soci fondatori, Hautmann, Manfredi, Mori, Bigi attraverso vie diverse avevano interesse clinico e di ricerca nei confronti della psichiatria e psicopedagogia dell'infanzia. Non è possibile citare nel dettaglio le singole esperienze (la fondazione del Centro Medico Psicopedagogico a Firenze nel 1954 da parte di Hautmann, la formazione originaria pediatrica di Gina Mori, il "comando" di maestro utilizzato da Arrigo Bigi, per venire a Firenze, dopo il tirocinio come neuropsichiatra infantile a Parigi, le analisi con bambini condotte da Stefania Manfredi) ma credo che questo interesse comune vada tenuto in considerazione, pensando alla forte espansione che la psicoanalisi infantile ha avuto nella nostra regione negli anni successivi, sia attraverso la costituzione di scuole di formazione (la più importante è certamente il Centro Studi Marta Harris), sia attraverso la collaborazione che gli analisti del centro hanno dato alle Istituzioni che a vari livelli operano nel campo dell'infanzia, permeandole di cultura psicoanalitica e incentivando la motivazione alla formazione psicoanalitica di generazioni di operatori.

2) Collocherei poi ancora nella preistoria della costituzione del Centro di Firenze, un gruppo seminariale costituito da qualcuno dei soci fondatori, con Gaddini ed anche,alle volte, con Molinari, riunito attorno a Robert Bak, ungherese trasferitosi poi negli Stati Uniti che a più riprese, nella prima metà degli anni '60, trascorrendo prima a Villa La Massa e poi in una abitazione all'Ugolino, le sue vacanze riuscì a trasmettere rigore, chiarezza concettuale, profondità metapsicologica, nonché la sua specifica competenza con pazienti schizofrenici. Fu questo per alcuni dei soci fondatori il primo battesimo gruppale a Firenze.

L'aggregazione di gruppi di pensiero attorno a psicoanalisti di scuole diversificate ha rappresentato sicuramente uno degli elementi costitutivi della storia del nostro Centro. Nel corso degli anni gli analisti coinvolti sono stati numerosi Ada Corti, Marcella Spirà, Solomon Resnik, Donald Meltzer, Fornari e Gaddini tra gli italiani. Alcuni di questi furono invitati al Centro dal momento della sua costituzione, altri invece venivano i frequentati più in modo più individuale o attraverso altre vie istituzionali. Cito a titolo esemplificativo i seminari a cui Giovanni Hautmann partecipava come co-conduttore insieme a Donald Meltzer e Marta Harris, tenuti per circa 20 anni alla stella Maris a cui partecipavano di volta in volta anche altri soci come Gina Mori; nelle interviste viene anche citata l'emozionante incontro con Bion, nei seminari italiani, come pure i viaggi a Milano per incontrare Rosenfeld, Betti Joseph. Nella memoria dei nostri soci fondatori queste esperienze di comune sembrano avere quella peculiare dimensione formativa gruppale, fatta di confronto e scambi di idee che si sviluppano attorno al pensiero di un autore, destinata a creare nel tempo intrecci affettivi e reti di legami, secondo un modello che ognuno di noi ha poi ritrovato nella sua esperienza di training all'interno della SPI, insieme alla formazione individuale.

3) Come ultimo elemento citerei poi una sorta di movimento migratorio degli analisti sia di natura centripeta, verso Firenze, sia di natura centrifuga, da Firenze verso altre città italiane, che ha creato le basi per quel grado di contaminazione teorica, o anche di ibridizzazione esogamica così necessaria allo sviluppo delle idee.

Molti analisti stranieri hanno scelto Firenze e la Toscana come sede per le loro vacanze, prima citavo l'ungherese Bak, Meltzer, ma nella storia collettiva vengono spesso ricordate anche le mitiche supervisioni con Marcella Spirà all'Isola del Giglio, posto già di per sé mitico; tra gli analisti italiani che venivano regolarmente a Firenze cito Eugenio Gaddini. che prese contatto con l'allora cattedratico Osvaldo Maleci e si offrì di analizzare alcuni dei suoi allievi che frequentavano la clinica psichiatrica.

Da Firenze invece i nostri soci fondatori si spostavano verso altre città sia per l'analisi personale (a Bologna con Molinari, a Roma con Servadio e Gaddini), sia per le supervisioni cliniche a Milano sia a Roma. Ricordo infine i contatti col centro di Bologna, con cui si sono stabiliti fin dall'inizio rapporti molto stretti di scambio culturale ma anche legami di amicizia che secondo il noto meccanismo della trasmissione transgenerazionale si sono poi reiterati negli anni e caratterizzano le relazioni tra i soci dei due centri anche oggi.

Quindi per riassumere nella nostra preistoria ci sono i bambini, l'aggregazione in gruppi, le contaminazioni da migrazione.
E' per questo che quella che viene comunemente definita la doppia anima del nostro centro, Milanese e Romana, prendendo in considerazione l'origine dei suoi due soci più anziani Hautmann e Manfredi mi sembra riduttiva e non pienamente riflettente la articolata complessità dell'iter formativo dei nostri soci fondatori.

Dalla prestoria alla storia
Come richiamavo inizialmente il 1974 fu l'anno della costituzione ufficiale, ma fin dai primi anni 70 i futuri soci fondatori avevano l'abitudine a riunirsi nella case dei singoli analisti. Nel 1975 si aggregarono Gina Mori e poco dopo Graziella Magherini e Adolfo Pazzagli. In quei primi anni l'attività scientifica del Centro era rivolta prevalentemente all'interno e si svolgeva attraverso la discussione di materiale clinico in presenza di ospiti invitati; successivamente il Centro ha cominciato ad aprirsi all'esterno, attraverso una serie di iniziative rivolte a settori del mondo scientifico e culturale esterni alla comunità degli psicoanalisti, sia per esportare al di fuori della nostra cerchia ristretta il modello psicoanalitico, sia per creare delle occasioni di arricchimento e recettività delle acquisizioni che maturavano negli altri campi del sapere.

Nel corso degli anni alla Presidenza del centro e alla segreteria scientifica si sono alternati diversi analisti che cito solo per nome e in ordine cronologico per ragioni di tempo (Hautmann Giovanni, Manfredi Stefania, Mori Gina, Mori Franco, Arrigo Bigi, Giordano Fossi, Graziella Magherini, Elena Minervini Fossi, Gilberto Del Soldato, Emma Piccioli, Sandra Filippini, Graziano Graziani, Stefania Nicasi) a cui va riconosciuto il merito di aver garantito con il loro impegno la necessaria cornice istituzionale all'interno della quale ognuno di noi ha potuto sviluppare quella dimensione della propria identità psicoanalitica che deriva dal sentimento di appartenenza ad un gruppo.

Il centro Psicoanalitico di Firenze conta oggi : 12 MO di cui 5 analisti con funzioni di training 45 MA e 9 candidati distribuiti tra Firenze, Pisa, Arezzo, Siena, Livorno e Massa Carrara.
Una elevata fertilità di cui i nostri soci fondatori spero siano orgogliosi.

Per concludere la storia che vi ho presentato è il frutto di una mia personale rielaborazione delle informazioni acquisite attraverso le interviste fatte ai soci fondatori, che approfitto per ringraziare, insieme ai colleghi Guido Gori, Gregorio Hautmann, Teresa Lorito, Paolo Meucci e Tiziana Pierazzoli che mi hanno aiutato svolgendo materialmente le interviste, sbobinandole e correggendole insieme agli intervistati. Si tratta di un primo passo, perché nel corso di questa esperienza ci siamo imbattuti in aree un po' più oscure, in macchie cieche della memoria che hanno suscitato curiosità e desiderio di approfondire.

Forse accanto alla storia ufficiale, quella raccontata, ce ne è un'altra un po' più segreta, che sta sullo sfondo come una specie di mito della genesi, che aspetta di essere disvelata e rinarrata per comprendete meglio attraverso il recupero delle nostre radici, pezzi della nostra identità. Ma questo sta dentro ad un progetto nazionale che riguarda tutta la Società psicoanalitica italiana e sarà il compito dei prossimi mesi.


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Gregorio Hautmann

Spunti di riflessione su alcuni aspetti del pensiero di Giovanni Hautmann

Che cosa fa, parafrasando Bion de "Gli elementi della psicoanalisi", di un'esperienza, un'esperienza psicoanalitica? Domanda, questa, che potremmo riformulare anche scomponendola nei seguenti modi:

Quali sono le condizioni specifiche per le quali l'esperienza psicoanalitica possa definirsi tale, e come tale costituirsi?

E, dunque, in che consiste, in fondo, un'esperienza psicoanalitica?

Ed ancora, in che modo di una simile esperienza può darsi comunicazione al di fuori di essa stessa?

La tensione conoscitiva ed anche etica che da un lato sottende questo triplice piano di interrogativi ed a cui dall'altro il tentare di proporvi risposte impegna, è ciò che impronta di sé, mi pare, tutto il pensiero psicoanalitico di Giovanni Hautmann, per come esso si dispiega, nei suoi scritti, dalla fine degli anni '60 - primi anni '70, ad oggi; oltre ad animare il suo lavoro clinico, instancabilmente ed invidiabilmente appassionato, concepito come indissolubile dalla dimensione teorica.

Seguire, di questa riflessione di Giovanni Hautmann, il filo nel suo progressivo estendersi ed approfondirsi, per come esso si è dipanato, dall'incontro ora coi pazienti - lungo l'oscillazione delle dimensioni simboliche - asimboliche della mente, nella dualità analitica così come nella molteplicità seminariale, dentro quindi la seduta e dentro il gruppo - ora con i colleghi nei seminari e nei gruppi di lavoro, ora con le teorie psicoanalitiche, ora invece con le istituzioni psicoanalitiche, ora con discipline altre, affini o meno alla psicoanalisi; cogliere, cioè, in tale riflessione i punti di avanzamento, i nodi fondamentali nella trama di un pensiero la cui qualità elaborativa procede per successive riepilogazioni, ma da vertici prospettici, ciascuno sempre spostato di qualche grado rispetto al precedente, sì da illuminare ulteriori particolari, negli scorci fino ad allora tenuti in penombra; o viceversa rintracciare l'ordito di questa stessa riflessione anche in tutti quei lavori che hanno per materia temi in apparenza da questa riflessione lontani, che prendono origine talvolta dalla clinica - la psicosi, i borderline, le psicosomatosi, il narcisismo, l'autismo, certe patologie organiche, - e che spaziano dalle questioni tecniche - i problemi del setting, le interpretazioni, l'identificazione e la controidentificazione proiettiva - agli argomenti più generalmente teorici - la realtà psichica, il sogno, il pensiero, gli affetti -, dalle problematiche sollevate dall'interfaccia tra psicoanalisi, psichiatria, neurofisiologia, e branche diverse della cultura, alle dinamiche istituzionali e alle vicende della formazione degli psicoanalisti: fare qualcosa di questo, dicevo, sarebbe compito non agevole anche solo a prospettarsi nel breve tempo concesso.

Ma di questa tensione a cercare di avvicinarsi alla qualità psicoanalitica dell'esperienza, tensione che nel pensiero di Giovanni Hautmann s'intreccia strettamente, fin quasi a sovrapporsi all'interesse per l'organizzarsi della mente, nelle sue due facce della formazione del sé e dell'abbozzarsi del pensiero, o meglio per come tale organizzarsi può essere colto e pensato nella situazione analitica, e da lì prestarsi a supporre inferenze, di questa tensione costante, ripeto, vorremmo provare, questa mattinata, con Andrea Marzi, a rendere una qualche idea, richiamando attraverso le parole di Giovanni Hautmann stesso quelli che ci sono parsi punti salienti, capisaldi per il nostro personale lavorare come psicoanalisti. Andrea Marzi in particolare si occuperà di sviluppare, compatibilmente con il tempo a disposizione, il versante della formazione del pensiero.

La situazione analitica
Il concetto di situazione analitica è al centro della teorizzazione di Giovanni Hautmann fino dalla prima metà degli anni '70.
E' la situazione analitica, per Giovanni Hautmann, l'unità elementare della psicoanalisi. Essa è da intendersi come un'unità vivente, analoga per la psicoanalisi a quello che è la cellula per la biologia. E' essa che conferisce significatività ai tre parametri che con la loro interrelazione integrante la costituiscono.
In altre parole ciascuno di essi, la fantasia - che è l'oggetto del lavoro analitico - l'interpretazione - che è lo strumento del lavoro analitico - il setting - che è la condizione entro cui si svolge il lavoro analitico -, e la concettualizzazione a ciascuno di essi sottesa, possono essere assunti nel modo più comprensivo di tutto lo spessore che il pensiero psicoanalitico ha prodotto, produce e produrrà su ognuno di essi; ma nessuno dei tre in se stesso fonda la situazione analitica che è invece fondata soltanto dalla loro relazione integrativa, la quale trasformando ogni parametro in funzione della situazione globale, conferisce a quest'ultima il valore di unità strutturale elementare, teorico - pratica della psicoanalisi.

Descrivendo in questo modo la situazione analitica, infatti, s'intende descrivere la psicoanalisi come METODO; essa trascende i singoli modelli e le teorie che pur imprescindibilmente entrano nell'operare di ogni analista, e costituisce la piattaforma che svela e realizza il fondamento comune della psicoanalisi, anche nella attuale condizione di pluralismo e di modelli e di teorie. E', dunque, il metodo analitico, così descritto, ciò che è unitario nella psicoanalisi, racchiudendo in sé prassi e teoria, conoscenza e terapia.

Posta che sia l'inscongiungibilità dei tre parametri costituenti la situazione analitica, in quanto che l'identità di ciascuno è in funzione degli altri due, è tuttavia possibile astrarli dalla situazione analitica stessa, a scopo illustrativo.

Si intende per fantasia l'insieme relazionale del contenuto mentale oggetto di analisi, inteso in senso ampio, che comprenda cioè sia gli aspetti consci che quelli inconsci, sia il carattere reale del messaggio che quello immaginario, sia gli aspetti semantici che quelli sintattici del linguaggio comunicativo. Essa è in ultima istanza pensiero che può esprimersi a livello variabile di concretezza ed astrazione, corrispondente a gradi diversi di capacità di simbolizzazione.

L'interpretazione è ciò che riformula e traduce in linguaggio comunicante ed in nuove prospettive la comprensione della fantasia, registrando al contempo il tipo di contatto che il paziente sta vivendo, ed esprimendo nell'aspetto formale linguistico, cioè nel modo di organizzarsi come significante, la risposta dell'analista, testimoniandone così la sua partecipazione in una sorta di finzione ludica a sua volta possibile oggetto di nuova rielaborazione interpretativa.

Il rapporto tra fantasia ed interpretazione configura il processo analitico; esso riguarda l'evoluzione dell'organizzazione delle fantasie; pur fruendo del rapporto con la mente dell'analista, pertiene principalmente all'evolversi dell'analizzando attraverso l'analisi, cioè alla sua riorganizzazione mentale.

Il setting, infine, cornice della situazione analitica, è il supporto esterno per la realizzazione dell'assetto mentale di isolamento parziale che l'analista al lavoro deve realizzare. Isolamento in quanto necessario distacco dal mondo esterno all'analisi, attraverso la scoloritura e riduzione dei legami pulsionali e socio politici con esso, quindi con le fonti vitali della propria esistenza; onde si possa realizzare la condizione atta a quell'acciecamento che permette l'abitudine all'oscurità in cui cogliere i precursori delle emozioni del paziente in modo da mostrargliele prima che diventino troppo dolorose per lui. Parziale perché pur filtrata e scolorita, la realtà esterna resta presente, filo tenue ma consistente con tutto ciò che è, nell'analista, uomo intero; onde costituire sia il necessario sfondo su cui il flusso delle fantasie, del paziente, ma anche dell'analista, venga proiettato, e sia soprattutto un ambito di riferimento idoneo ad organizzare lo sviluppo del senso di realtà, che nel paziente scaturisce dalla elaborazione delle fantasie, con conseguente crescita delle capacità di simbolizzazione del reale. Il rapporto tra setting e fantasie è infatti la misura dell'instaurarsi del senso di realtà, lungo il percorso dell'analisi. Viceversa il rapporto tra setting ed interpretazione, per come quest'ultima entro il setting stesso scaturisce, configura la relazione analitica, che consiste in quella serie di fenomeni incentrati prevalentemente nella mente dell'analista, da cui viene improntata la relazione con l'analizzando, che vi corrisponde a sua volta.

Relazione analitica, contraddistinta dalla costanza lungo l'asse temporale, assieme al processo analitico, sotteso invece da vicende trasformative, l'una contenitore, l'altro contenuto sono, infatti, le funzioni del campo analitico, pur nella loro distinguibilità inseparabili nel punto a loro comune "interpretazione".

Alla luce di tutto ciò è possibile visualizzare la costituzione della situazione analitica come un triangolo equilatero, ai cui vertici stanno appunto interpretazione (I), fantasia (F) e setting (S), ed i cui lati, tra di essi compresi, sono rappresentati appunto, da processo analitico (IF), senso di realtà (SF) e relazione analitica (IS). (1974,1979,1984)

Se dunque il triangolo analitico definisce le condizioni specifiche per le quali l'esperienza psicoanalitica possa definirsi tale e come tale costituirsi, che è il primo degli interrogativi di cui abbiamo detto all'inizio, in che cosa consiste quest'esperienza psicoanalitica? Come darne conto? (passiamo così agli interrogativi successivi).

La funzione psicoanalitica della mente
Soprattutto dai primi anni '80, Giovanni Hautmann guarda all'essenza della psicoanalisi come all'operare di una funzione - pensiero che induce trasformazione e crescita, una funzione che tende a farsi cosciente continuamente di ciò e che organizza le condizioni necessarie e peculiari per potere autogenerarsi; e che si realizza nella sua maniera ottimale all'interno della situazione analitica intesa come metodo. (1981,1984)

Grazie alla condizione triangolare della situazione analitica, infatti, può fermentare il pensiero creativo atto a riorganizzare gli elementi della personalità totale dell'analizzando e ad attivare le più adeguate funzioni mentali dell'analista, necessarie a promuovere tale riorganizzazione.

Per Giovanni Hautmann tutto ciò può concettualizzarsi utilizzando il modello contenitore - contenuto, la dimensione continuo - discreto e la categoria verità - falsità. Per quanto riguarda il modello contenitore - contenuto, valido sia per la mente individuale che per quella gruppale, è noto che il cambiamento catastrofico, che ha tra le sue quattro componenti appunto la promozione di crescita, sia in senso positivo che negativo, coincidente appunto con lo scopo della funzione - pensiero che è l'essenza della psicoanalisi, può essere conviviale, simbiotico, o invece parassitario. Giovanni Hautmann sottolinea l'appartenere del legame conviviale e di quello parassitario alla dimensione del discreto, per il loro comune formarsi a seguito di un incontro puntuale tra forza contenitrice e forza contenuta, e per il prodursi da quest'incontro di un elemento terzo, nell'un caso fattore di crescita in positivo per la coppia contenitore - contenuto, nell'altro fattore di distruzione per la coppia stessa. Ascrive alla dimensione del continuo, invece, il legame simbiotico, che scaturisce quale terzo elemento del fruttuoso incontro conviviale contenitore - contenuto e costituisce una condizione di reciproca interdipendenza vantaggiosa, anche se non sempre immediatamente percepibile per la crescita di entrambi: e tale ascrizione proprio per la possibilità di leggervi la stabilizzazione di un momento puntuale conviviale, per la mancanza della produzione di un terzo elemento e per la sua cripticità.

Ma è fondamentale tenere anche presente la categoria verità - falsità, la quale ha a che fare col grado di possibilità che ha il pensiero (K) di percepire e rappresentare la realtà ultima (O). Nel tentativo di cogliere ed esprimere O, il pensiero K, oscilla tra gli estremi di restare al massimo se stesso (O -> K) e all'opposto di farsi O (K -> O), pensiero che rappresenta l'oggetto da un lato, pensiero che si fa oggetto dall'altro lato. E' dal rapporto tra la natura di O e le qualità di K, da cui dipende perciò il destino conviviale, simbiotico e parassitario, della trasformazione in O : nel senso che il pensiero dell'analizzando (contenitore) oscilla tra il farsi O (massimo della verità) rispetto alle forme del proprio essere (contenuto), e così fa rispetto ad esse il pensiero dell'analista, stabilendo in questo modo un legame conviviale, ed invece il farsi -K, (massimo della falsità), costituendo così difese parassitarie rispetto alla verità. L'uno e l'altro, O e -K, elementi discreti, cioè di discontinuità.

E' la capacità, sostenuta dall'analista, del continuo ritorno da O e da -K in K attraverso la trasformazione in pensiero linguaggio che garantisce invece quel gradiente di continuità tale da permettere la tolleranza di discontinuità. Il momento condiviso dell'interpretazione, quale espressione del riassorbire l'O in K, è il luogo dell'incontro simbiotico tra analista e analizzando che reintegra nella continuità relazionale, con mutuo vantaggio, i momenti discreti di un incontro ad altro livello, proprio quei momenti discreti di qualità conviviale che hanno dato origine, quale terzo elemento, alla condizione dell' interpretazione.
Nella continuità si forma un pensiero, una pellicola di pensiero, dice Giovanni Hautmann, cioè una trama che integra i momenti discreti della evoluzione mentale; la bipolarità continuo - discreto è indispensabile per promuovere la crescita.

Questo è il luogo dell'intreccio fra la teorizzazione dell'esperienza psicoanalitica e la teorizzazione del pensiero nella visione di Giovanni Hautmann, intreccio cui accennavo all'inizio, e che diviene talmente stretto, da esitare in una sorta di equivalenza del concetto di esperienza psicoanalitica e di quello di nascita psichica.(2007)

In altre parole si potrebbe dire che la mente è coinvolta nella costruzione della psicoanalisi su un piano esperienziale, che coinvolge la dimensione conscia ed inconscia, e perfino gli strati più corporei, ma ha la necessità di saltare fuori da questa condizione per ripensarla ad un livello di astrazione che di questa esperienza stessa si alimenta ed a cui offre uno sfondo necessario di significazione. Ciò evidenzia l'esigenza, per Giovanni Hautmann, della costruzione teorica - metapsicologica quale bisogno intrinseco alla situazione analitica stessa.

Guardando al più particolare vertice della mente dell'analista, vertice privilegiato in questa teorizzazione, che affianca ed ingloba punti di vista più consueti quali quelli di relazione analitica e di campo, Giovanni Hautmann chiama funzione psicoanalitica della mente (1981), quella disposizione mentale dell'analista, che ha per fine la realizzazione del lavoro analitico nella sua specificità. Come ogni funzione essa ha bionianamente dei fattori, che possiamo variamente enumerare, per esempio la capacità di ascolto, la capacità di aggiustare la distanza, la capacità di tradurre in parole e di fare silenzio, la capacità di richiamare il pensiero teorico e di lasciarlo scolorire, etc. etc.; il loro rapporto con la funzione stessa è, a sua volta, concettualizzabile secondo i modi già espressi, modello contenuto - contenitore, categoria verità - falsità, etc.

Ma Giovanni Hautmann ritiene che tale funzione psicoanalitica della mente, operi, al suo più elementare livello, attraverso l'immaginazione iconica, l'immaginazione visiva, il che può realizzarsi in forme differenti, a seconda del grado di fluttuazione regressiva in cui l'analista si trova per le proprie modalità relazionali di porsi col paziente, o per vicende controtransferali più o meno connesse con le modalità relazionali del paziente stesso. Se tale componente visiva può risultare ora meno evidente ad un livello di funzionamento egoico più integrato, ed ora invece avvicinarsi sempre più, anche nel suo aspetto fenomenico, alle forme del sogno, nelle condizioni di regressione funzionale, laddove cioè le funzioni dell'Io sanno temporaneamente ritrarsi, tuttavia è sempre essa il primo livello di organizzazione simbolica che entra in opera nella mente dell'analista, l'anello necessario anche se certo non sufficiente per una attribuzione di senso.

Tale immaginazione visiva pertiene alla mente dell'analista al lavoro, ma assomma in sé anche una qualità relazionale derivante dall'apporto complementare e/o sintono da parte del paziente, che è fonte delle afferenze acustiche, motorie, affettive e visive, quest'ultime in particolare con la sua propria attività onirica. Il grado di verità, cioè di trasformazione in O, che questo primo livello di simbolizzazione visiva raggiunge - forme iconiche di K, si possono definire -, dà ragione della qualità conviviale o simbolica, piuttosto che parassitaria del legame tra fattori e funzione analitica.

Le dimensioni della psicoanalisi
Tale primato del visivo nel processo del conferimento di senso spiega la fondamentalità della emozione estetica nello sviluppo del pensiero, il che segna l'elemento caratteristico del modo di intendere la psicoanalisi per Giovanni Hautmann, in una perenne oscillazione tra la dimensione scientifica, per così dire, e la dimensione artistica.

Ma a queste due dimensioni ricorderei esserne sottesa un'altra, non meno forte, che le include entrambe, ed è la dimensione etica; anzi, il fondamento scientifico della psicoanalisi ed il suo fondamento etico costituiscono le facce di una stessa medaglia, in quanto la tensione realizzatrice del metodo è, infatti, anche l'impegno etico specifico della psicoanalisi; ciò riguarda, ovviamente, non solo l'impegno al rispetto assoluto del setting anche come controllo del proprio assetto mentale, non solo il perseguimento della possibilità di formulazione, attualizzabile o no, della interpretazione, non solo lo sforzo verso l'optimum della qualità dell'interpretazione come luogo in cui la coscienza morale dell'analista misura lo scarto tra quanto è possibile fare e quanto viene fatto, ma anche la necessità che l'analista senta e consideri la comunità analitica come suo obbligato referente con cui cercare la comunicazione, giacchè ogni tentativo di trasmettere un'esperienza analitica non potrà prescindere dall'altra esperienza, quella cioè di condividerlo ed elaborarlo a livello scientifico nel gruppo.

"Una volta che l'analista è arrivato all'esperienza piena di cosa sia la psicoanalisi in questo senso metodologico firma un patto con se stesso e con chi a lui chiede una psicoanalisi che non può tradire - scrive Giovanni Hautmann -; se ci sono le condizioni per realizzarla, insieme alla scelta concordata e alla vicendevole volontà, ogni altra forma di prestazione, anche di per sé terapeutica, non può essere contrabbandata per psicoanalisi." (1994)


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Andrea Marzi

Spunti di riflessione su alcuni aspetti del pensiero di Giovanni Hautmann

Una sera un gruppo di psicoanalisti parla in una stanza, ed assiste alla celebrazione pubblica del compleanno -al contempo anagrafico e scientifico- di un collega, che, nell'occasione, parla a lungo delle qualità che avverte come peculiari in alcuni analisti (qualcuno è presente), sentendosi in tal modo molto in sintonia con loro.

"Di Giovanni Hautmann ho sempre amato il rigore di pensiero", dice ad un certo punto fra le altre cose, e credo che questa definizione che in uno degli interventi degli ultimi anni della sua vita dette Francesco Corrao sia perfettamente aderente e corrispondente al vero. Oltre alla qualità dichiarata, il rigore, Corrao colse lì uno degli oggetti nucleari della pluridecennale indagine psicoanalitica di Giovanni Hautmann, quel "pensiero" cioè che egli ha inteso seguire, nella sua nascita, a ritroso nel tempo e nello spazio della persona, illuminandone i primordi genetici con originali e feconde illuminazioni psicoanalitiche e segnando con questo più di quattro decenni del movimento psicoanalitico italiano e non solo.

I concetti di H. hanno la singolare caratteristica di sedimentarsi nella mente e poi di venire molto probabilmente elaborati in modo inconsapevole, ritrovandoli infine integrati in noi al lavoro, co-propulsori di movimenti di pensiero in seduta: nasce la peculiare esperienza -condivisa con non molti altri analisti- di un pensiero così più vivace, duttile, denso e ricco di spunti, grazie a un dialogo interno alla mente dell'analista. Dopo la lettura dei suoi lavori (e certo dopo l'esperienza di lavoro in vivo, nei seminari, nelle supervisioni di gruppo e nel gruppo, di cui è uno dei più elevati rappresentanti), chi attivamente partecipa spesso racconta di sentirsi più "sciolto", più flessibile, con più idee, meno legato e difeso, forse addirittura più coraggioso, senz'altro più sicuro nel lavoro col paziente, segno di uno scatto qualitativo del pensiero analitico, della mente analitica al lavoro, di quella peculiare forma di pensiero che caratterizza (o dovrebbe caratterizzare) l'elaborazione psico-emotiva degli psicoanalisti e di tutti coloro impegnati nell'orientamento analitico in generale, uno scatto in direzione, direi, di una maggiore capacità di contatto emotivo, forse potremmo azzardare una maggiore disponibilità ad O.

Se riusciamo poi ad avere attenzione e concentrazione sulla sua "difficile chiarezza" (come mi venne da definire il suo complesso argomentare qualche anno fa nel corso di un dibattito), l'esperienza è quella di un comprendere con più ampiezza e profondità, dove un cerchio speculativo ed argomentativo si chiude con senso di soddisfazione.

Altrimenti c'è come il rompersi di un legame logico e affettivo nei confronti per es. del testo contingente, dove è necessario riprendere da capo, a testimonianza dell'ineludibilità della consequenzialità sia logica che emotiva di quanto ci comunica. Impossibile riprendere da metà.

Certamente il pensiero di H. si inserisce sulla scia delle teorizzazioni di Bion, ne dichiara il debito, appunto, ma ne emerge con una dimensione originale ed arricchente il patrimonio bioniano, che è poi quanto lo stesso Bion avrebbe voluto ed ha sempre dichiarato (vedi l'immagine appunto Bioniana della foglia che cade ma non si sa su quale lato, o di Bion che stimola il pensiero senza voler diventare "Dion", appunto, come alle volte scherzando sul padre diceva Parthenope Bion…).

Del resto è impossibile per H. fare a meno del suo passato teorico, ed è anzi imprescindibile, perché è necessaria per lui una continua ricapitolazione, di forma spirale però, di ciò che è stato prima, teoricamente, per lanciare il dopo, per assorbire il dopo, perché il "dopo" deriva dal prima in connessione logica ed emotiva, e lo racchiude con concatenazioni improntate a rigore scientifico e calda emotività.

In questa evoluzione spiraliforme, a partire da Freud, attraverso la Klein e Bion, non senza aver "digerito" il lungo e importante dibattito della psicoanalisi italiana, anzi esserne stato un protagonista nell'arco di molti decenni, si delinea e acquista spessore il tentativo di correlare le scoperte di Freud con le indagini sulla mente primordiale in una coerente catena scientifico-diacronica, nell' ulteriore cimento verso una omnicomprensività inserita in una dinamica evolutiva, psicogenetica, che disegni un percorso di formazione completa dalle prime manifestazioni delle protoemozioni e protosensazioni in poi.

Il particolare contesto di oggi, con ampia distribuzione di argomenti e punti di attracco scientifco illustrativi del lavoro di G. Hautmann, assieme al poco tempo che necessariamente ci viene concesso, induce il sottoscritto, insieme con Gregorio Hautmann, a circoscrivere di molto l'intervento, tralasciando ovviamente ogni pretesa di esaustività, per concentrarsi solo su alcuni aspetti peculiari.

Il modello della mente descritto da H. nel corso degli anni si è andato arricchendo di successivi approfondimenti, ma un punto centrale è sicuramente il formarsi del Sé. Sulla scia della intensa attenzione agli stadi più precoci dello sviluppo psicologico, questo viene collocato nel periodo fetale, per poi proiettarsi verso il tempo perinatale e neonatale. Il taglio psicogenetico, sempre presente nella teorizzazzione dell'Autore, prosegue indubbiamente verso il periodo in cui l'individuazione si fa più definita e decisa, ma il rispetto della psicogenesi tradizionale psicoanalitica è l'aspetto di minoranza nell'elaborazione del pensiero di H.; l'attenzione è soprattutto rivolta verso esplorazioni più primitive, il primo abbozzarsi del Sé. Da questa incursione in retrodatazione emerge un'elaborazione originale che, fin dalla metà degli anni '70, trova uno dei punti cardine nel concetto di "Pellicola di pensiero".

Pellicola di pensiero
La denominazione "pellicola di pensiero" (che sembra ricordare l'Io-pelle di Anzieu, ma lo precede di molti anni) nasce con l'intento di cogliere, nella mente del feto e del neonato, una condizione in cui un'emozione speculare al sentirsi contenuto nel corpo e nella mente della madre sia raffigurabile con l'abbozzarsi di un contenitore che si richiami alla pelle.

Ma richiama anche la pellicola fotografica, se ne vediamo la facoltà trasformativa iconopoietica strettamente connessa col lavoro della funzione a sulle afferenze sensoriali e sui precursori delle emozioni a formare elementi a.

Tuttavia questo non è sufficiente. Infatti: c'è qualcosa di specifico che precede l'emozione nella sua già raggiunta organizzazione simbolica come base generale dell'affetto? H. fa coincidere, con Bion, gli elementi ß con la radice protomentale asimbolica, quella che, una volta messi in azione i processi integrativi promossi dagli elementi a, diventerà il versante dell'attività percettiva (simbolica) della pellicola di pensiero.

Ma se poniamo mente all'attività rappresentazionale del Sé come ambito da distinguersi dalla pura attività percettiva, per arrivare "ad una partecipazione conoscitiva tramite la globalità dell'essere", siamo spinti a prendere in considerazione l'ulteriore ipotesi che il versante rappresentazionale della pellicola di pensiero abbia una radice protomentale sua propria che non condivide qualcosa con la sensazione, ma certo con l'emozione, prima che essa sia tale. L'emozione viene quindi posta come l'altra faccia della medaglia. C'è da distinguere perciò il lavoro fatto sulla sensorialità da quello fatto su qualcosa denominabile come protoemozionale.

L'accostamento alla pellicola fotografica è tanto più calzante quanto più ci accostiamo al concetto di visualizzazione oniroide, condizione che precede qualsiasi attività visiva vera e propria e che potremmo pensare come quella funzione atta ad organizzare l'incipit della funzione pensiero come attività differenziata dal resto dell'attività mentale; ogni stimolazione proveniente dalle senso percezioni, dall'area motoria o dalle proto-emozioni verrebbe perciò elaborata attraverso una trasformazione visiva consona per attivare una condizione mentale vicina a quella del sogno.

Il livello prettamente iconico attivato in tal senso costituirebbe una sorta di film atto a simbolizzare proto-emozioni o sensazioni non visive attraverso una sorta di rispecchiamento, ad espressione visiva, di elementi acustici, od olfattivi, gustativi e così via. Questo produrrebbe l'abbozzo del sentimento di Sé, poiché il rispecchiamento ora detto in uno schermo primordiale costituisce proprio la traccia più elementare del costituirsi del Sé, cosa che è poi destinata a replicarsi nel rispecchiamento del bambino al seno, nello sguardo della madre e così via, con reciproca mutualità.

E' immediatamente evidente come nel primordiale formarsi del Sé assistiamo ad un abbozzo nascente di identità individuale, e come perciò questo percorso delinei l'arco di una vera e propria nascita psichica, che è uno dei punti di basilare interesse dell'Autore.

Da tutto questo emerge chiaramente il "debito con Bion", come H. sottolinea in uno dei suoi lavori Tuttavia questo materiale ha principalmente a che fare con il livello fetale, prima del sorgere di una qualsivoglia relazione oggettuale con la madre, prima di tutto quello che fino ad allora la psicoanalisi aveva in fondo descritto. E' una retrodatazione che si costituisce come un'integrazione e al contempo un arricchimento delle teorie psicogenetiche psicoanalitiche, e che si appella a livelli di funzionamento primitivo, primordiale, abbozzato, delle caratteristiche bioniane del ♀♂, del PS?D, del O?K.

Se dunque possiamo distinguere fra aspetti protopercettivi e aspetti protoemotivi, possiamo ulteriormente considerare che il pensiero si formi attraverso costruzione di rapporti, dimensioni, astrazioni e leggi che siano di tenere distinti dalle dimensioni percettive tout court: questo costituisce un radice protomentale precorritrice di emozioni e rappresentazioni. H. ha individuato in questo la presenza di elementi ?, differenti per natura e funzione dagli elementi presenti con le afferenze sensoriali, sicuramente da individuare invece come elementi ß.

Allora possiamo concludere che la pellicola di pensiero è "il farsi simbolico (elementi a) di questi elementi disparati provenienti dall'attivazione delle afferenze sensoriali e dai vari tipi di efferenza motoria attivati dalle proto emozioni, elementi ß e ?.

D'altronde gli elementi ? possono essere considerati anche come il prodotto dell'insufficicneza della funzione a sulle condizioni pre-emozionali, in parallelo con gli elementi ß. Inoltre, se teniamo conto delle difficoltà nella formazione di questa pellicola, possiamo osservare che esse comportano una maggiore o minore fragilità e vulnerabilità per una sorta di persistente dominanza degli elementi asimbolici nel complesso dell'attività mentale, cosa che ci introduce al concetto di Splitting Cognitivo Primario.

Splitting cognitivo primario
La pellicola di pensiero e lo Splitting Cognitivo Primario (SCP) denominano in modo diverso condizioni che Bion aveva già indicato rispettivamente con barriera di contatto e schermo ß. Tuttavia, il concetto di PdP. e di SCP sono denominazioni che si riferiscono a strutture funzionali in cui prende forma l'organizzarsi del Sé ad ogni livello della sua evoluzione. Sappiamo che la Barriera di contatto divide il conscio dall'inconscio, è fatta di elementi a e così via; la pellicola di pensiero è certamente simile ma anche diversa perché è una prima manifestazione di organizzazione del pensiero, che non divide il conscio dall'inconscio.Hanno quindi funzioni differenti. Sono concetti che sono sovrapposti solo parzialmente, e che invece conservano aree di autonomia teorica.

La matrice di psicopatologia che sorge al momento del fallimento dell'organizzarsi della pellicola di p. ingenera lo SCP, concetto sorto intorno al 1982, che si può manifestare grosso modo in due forme.Una prima forma ha a che fare con l'identificazione proiettiva, con movimenti violenti e spostamenti di cariche di energia fisica in determinate direzioni e versi, da intendersi come esplosioni ed implosioni, dissoluzioni ed annichilimenti. Una seconda forma ha a che fare con l'autismo, inteso come condizione caratterizzata dal dilatarsi delle dimensioni relazionali nel senso dell' infinito e dell'indefinito: insieme con la perdita di contatto si manifesta l'esperienza del vuoto.

In tal senso, la prima condizione può essere raffigurata nel venir meno della funzione a e dell'organizzazione della pellicola onirico-simbolica, con l'inflazione insomma degli elementi ß; la seconda ha invece a che fare con l'inflazione degli elementi ?, sul versante proto-emotivo. Infatti il fallimento della formazione della pellicola di p. fa assistere a una sorta di degenerazione dell'ordine rappresentazionale e dell'ordine percettivo. La precocità di questi disturbi, derivanti dallo SCP è direttamente proporzionale alla degenerazione delle categorie che presiedono all'adeguato sviluppo del Sé, principalmente le categorie riguardanti lospazio e del tempo, cosa che finisce per incidere sullo sviluppo di appropriate caratteristiche dimensionali della mente in fase organizzativa.

La condizione di SCP, nel momento in cui ingenera il rischio di dispersione nell'adimensionalità o nell'infinito, implica l'esperienza dell'"angoscia di base", che pare coincidere con quanto Bion ha denominato come "terrore senza nome", col rischio della uni- e bidimensionalità delle categorie e degli aspetti in formazione, di cui prima si diceva, nonché il terrore di annichilirsi nella puntiformità spazio-temporale, sensoriale, emozionale della regressione protomentale.
Il superamento della soglia insita nell'esperienza delle angosce di base materializza il rischio della formazione di difese sostanzialmente autistiche (smontaggio, non pensiero, identificazioni proiettive eccessive nell'infinito), oppure malinconiche.

La progressiva nascita del Sé individuale, in un momento in cui l'organizzazione si fa più complessa ed integrata intorno al senso soggettivo del Sé, produce un ulteriore rischio, quello di non riuscire a passare attraverso l'esperienza che H. chiama ripetutamente simbolizzazione iconica, rimobilizzando angosce di dispersione nell'infinito o nell'adimensionalità.

La sofferenza che così si genera, il dolore mentale, è collegata al tentativo, talora disperato, di non perdere il senso della propria esistenza che in quel momento si sta formando e/o consolidando. L'extrema ratio, in tali casi, può essere il ricorso alla ipersomatizzazione, continuare cioè ad esistere facendosi corpo.
H. sottolinea come qui si giochi l'acquisizione del corpo come appartenenza, con lesione della possibilità della distinzione mente-corpo e della realizzazione del sentimento di Sé. Questo pare comportare una sorta di disperazione, che sostanzia il dolore mentale summenzionato, la cui talora vaga componente depressiva, si radica nel vissuto di perdita dell'aspetto mentale di sé.

La corporeità cattura l'esistenza mentale. Il dolore mentale, potente motore di formazione psichica ora diventa un pesante freno al processo psicogenetico. E' interessante seguire il ventaglio di disturbi della formazione del Sé che trovano qui il punto di partenza. Da qui, oltre al rischio di riattivazione a ritroso dello SCP (con difese autistiche o insuperabile condizione fusionale depressiva), sorgono le basi per altri tipi di patologie che consistono in microdifetti della PDP che, con le relative difese, sono responsabili delle successive evoluzioni verso la struttura borderline, l'agorafobia, le somato-psicosi, le tossicodipendenze, i sistemi deliranti, le tendenze all'acting.

La radice di questo insieme psicopatologico è perciò collegata al dolore mentale e alla sua patologia, quindi con la patologia della formazione del Sé individuale.
H. è ben consapevole che questo disegno psicoevolutivo perinatale è "soltanto l'intuibile disegno che noi possiamo ricostruire" grazie a tutte le esperienze analitiche ed osservazioni sulla vita del feto, che riescono a coagularsi in una teorizzazione dalle maggiori possibiltà chiarificatrici.
Nel disegnare in senso spiraliforme la progressione evolutiva della mente, H. ci porta alle soglie di un terzo, diverso salto qualitativo, che vede la pdp sempre protagonista: essa avvia relazioni fondamentali con l'oggetto e gli oggetti, anche nello spazio esterno. Da qui in poi entrano in gioco le relazioni descritte da M.Klein e da Freud, in una coerente visione psicogenetica che riesce a legare ed integrare le acquisizioni della psicoanalisi classica con le incursioni teorico-clinico-scientifiche di quella più attuale.

In questo contesto, il nodo cruciale che accompagna l'elaborazione delle angosce persecutorie e depressive è l'acquisizione della possibilità di introiettare e assimilare l'oggetto, integrando alla pellicola di pensiero la sua complessa e matura capacità di pensare. L'elaborazione felice di queste tappe conduce alla possibilità di assunzione integrata nel sistema simbolico delle tappe dello sviluppo, con il superamento certo non facile delle difficoltà create dal narcisismo distruttivo e col padroneggiamento di alcuni nodi istintuali pregenitali, in special modo quello ano-rettale, che tendono a mantenere, più o meno palesemente, gli aspetti primitivi dello SCP ed i microdifetti della pellicola di pensiero insieme con le loro difese.

Ne deriva la dinamica disponibilità delle caratteristiche sopra descritte ogniqualvolta la realtà psichica interna ed esterna lo richieda. innescando e permettendo l'uso di funzionamenti anche molto primitivi, resi oramai fruibili, in relazione a momenti fondanti del Sé e all'uso di modalità relazionali precoci.
Si inseriscono qui - ma non è possibile soffermarsi ulteriormente - il concetto di "Sè gruppale", he inerisce una primitiva identità gruppale che, collegandosi a radici onto - e filogenetiche, garantisce nello sviluppo l'appartenenza psico-biologica alla società degli uomini, e il concetto di "co-gemellarità", attraverso il quale il Sé gruppale approda al Sé individuale.

E' tuttavia evidente come il movimento maturativo ora descritto sia perciò leggibile in termini di vissuto del Sé in evoluzione: questo ha ulteriormente a che vedere con il generarsi dell'emozione suscitata dal sentimento di esistere. Per H. è questo un affetto fondante destinato a rinnovarsi nell'arco della vita ogni volta che l'identità si rimette in gioco e si ricicla, riattivando oscillatoriamente certe condizioni primitive e sul crinale del simbolico e dell'asimbolico: e per questo propone il concetto di passione, emozione coinvolgente che attraversa l'essere e attiva la crescita della simbolizzazione e perciò dello sviluppo del Sé. In essa vi vede anche l'espressione di un sano narcisismo, aspetto libidico che favorisce lo sviluppo, ben differente dal versante distruttivo del narcisismo stesso, collegato, talvolta in modo sinistro, al versante delle angosce di base che abbiamo su descritto.

Un ulteriore collegamento che si diparte da queste considerazioni approda alla dimensione concettuale del dolore mentale, come strettamente connesso alle vicissitudini ddello sviluppo mentale.

Qui lasciamo parlare lo stesso H.che sottolinea come: "…il rischio del dolore mentale (inteso come condizione sospesa tra le angosce di base della perdita del Sé e la necessità di iper-corporeizzazione con perdita del sentimento del corpo come "appartenenza"), sia direttamente proporzionale ad insufficienze nell'organizzazione delle funzioni simboliche del pensiero, ma come, al tempo stesso appunto, tale rischio ne mobiliti l'organizzazione. La situazione analitica, in quanto situazione che promuove il cambiamento ed in quanto situazione nella quale la mente dell'analista può restare se stessa diventando nel contempo funzione mentale di cui il paziente può fruire "come se" fosse parte propria riorganizzando la propria modalità di pensare, è il luogo dell'attivazione del rischio del dolore mentale e del suo superamento". (Pensiero e sofferenza, 1989).

Superamento che apre al sentimento della propria esistenza, emozione primaria deputata al controllo delle proto emozioni e proto sensazioni connesse ai primi barlumi della dimensionalità, in oscillante relazione con il gorgo dell'adimensionalità connessa alle angosce di base.

E' intuitivo ma anche molto evidente che una visione siffatta, non può che avere una sua sede di realizzazione, di verifica, di espressione e di elaborazione nella situazione analitica, nel lavoro di scambio fra paziente ed analista, nel lavoro della funzione analitica della mente (1981) dell'analista al lavoro, per le due menti che si incontrano nei diversi momenti dell'esperienza psicoanalitica.

Questo fa emergere uno dei punti fondamentali del percorso teorico e scientifico di G. H.: la costante congiunzione fra lavoro clinico e della clinica analitica, della mente analitica al lavoro nella sua sede principe -la seduta analitica stessa- con l' istancabile tensione verso una concettualizzazione che conglobi e armonizzi le scoperte della psicoanalisi in una visione coerente e rigorosa, mettendo in evidenza, così, i punti di contatto più che le difformità concettuali, le progeniture più che gli strappi teorici, le consequenzialità nel rinnovamento e nella progressione più che lo spettro della Babele psicoanalitica, senza tuttavia negare mai la presenza quasi necessitata, quasi immanente,del pluralismo, delle diversità, tuttavia sempre passibili di armonizzazione lungo una linea teorica che ponga a fondamento i cardini fondamentali della psicoanalisi, attento più a costruire amalgami che a creare divaricazioni.

In questo c'è sempre attenzione agli apporti delle altre discipline, ma in una direzionalità che, pronta all'ascolto, ritrovi coerentemente e con costanza la centralità della disciplina analitica e del suo metodo, in un'appartenenza che sottolinea il senso dell'essere psicoanalisti senza sconti, senza alcuna fascinazione da parte di facili eclettismi o di pluridisciplinarità che, nella diluizione teorico-clinica, rendano perfino eccentrica la psicoanalisi rispetto a se stessa.
In qualunque momento, H. non cessa di essere profondamente identificato con il suo essere psicoanalista, perciò, rimettendo sempre al centro questa sostanza identitaria sia nelle astrazioni teoriche degli scritti, sia nel duttile e creativo lavoro clinico,sia individuale che gruppale. Verità e senso emergono perciò nel vivere l'esperienza analitica da dentro, rendendoci pienamente partecipi di essa.

Il poco tempo a disposizione non consente ulteriori approfondimenti o incursioni su altri aspetti del complesso lavoro pluridecennale di G. H. Mi fermo qui, perciò, e nel lasciare lo spazio al prosieguo dell'incontro, con la speranza che continui a formarsi una buona pellicola di pensiero, voglio concludere (e credo di interpretare il pensiero di molti presenti) ringraziando Giovanni Hautmann per tutto quello che, con la sua opera, ha fatto per coloro i quali, in vari modi, hanno lavorato con lui e continuano a farlo, apprendendo dall'esperienza.


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Francesco Conrotto

Giovanni Hautmann: Tra rigore e creatività

Il titolo che ho voluto dare a questo mio intervento vuole mostrare le trasformazioni, che sono avvenute sul filo del tempo, della mia personale rappresentazione di Giovanni Hautmann, di come si sia costruita e poi, via via, modificata nella mia mente la sua immagine di psicoanalista, di studioso, di ricercatore di psicoanalisi e la sua figura istituzionale.

A quanti, come me, negli anni settanta dello scorso secolo erano Candidati della SPI Giovanni Hautmann appariva il severo custode del rigore teorico-clinico e istituzionale, anche in virtù della carica che all'epoca e per molti anni ha ricoperto di Segretario della Commissione Nazionale del Training, Commissione,questa, dalla quale dipendeva il lasciapassare definitivo per l'ammissione dei Candidati alla discussione dei casi clinici condotti in supervisione, cosa che preludeva alla elezione a Membro Associato.

Negli anni successivi questa immagine di rigore ha trovato una conferma, su di un piano meno emotivo, nella lettura dei suoi lavori e nell'ascolto delle sue relazioni e dei suoi interventi nei Congressi e nei Convegni ai quali si partecipava. Molti di noi, e io fra questi, eravamo colpiti dalla complessità del suo pensiero e dal rigore delle argomentazioni che portava a sostegno delle sue tesi. Questo, forse, teneva qualcuno lontano dalle sue idee perché spaventato dall'impegno intellettuale che richiedeva l'avvicinarsi al suo pensiero ma su di altri esercitava un non piccolo fascino. Anche sul piano tecnico-clinico Hautmann irradiava un'immagine di grande rigore, a partire dall'affermazione dell'opportunità che la cura psicoanalitica si svolgesse con la frequenza di cinque sedute per settimana, cosa che in Italia, anche in quegli anni, non era certo abituale. Con il passare del tempo e, quindi, con l'acquisizione di una maggiore dimestichezza, dapprima con il suo pensiero e poi con la sua persona, se, da un lato, l'immagine di rigore ha trovato conferma, dall'altro, essa è andata a sovrapporsi e poi a svelare una creatività, dapprima, prevalentemente teorico-clinica, e, poi, sorprendentemente epistemologica fino a mostrare dei tratti umani che non apparivano nella immagine iniziale. Ma di quest'ultima cosa farò cenno alla fine.

Per ora rimaniamo sul piano del suo pensiero.

Come ho avuto modo di dire e di scrivere alcuni anni or sono in occasione della presentazione e della recensione del suo volume "Funzione Analitica e Mente Primitiva" il primo oggetto di ricerca originale per Hautmann è stato l'individuazione dei processi genetici della mente, vale a dire l'emersione del funzionamento psichico dal funzionamento fisiologico dell'organismo. Il risultato di questa ricerca è stata la formulazione della teoria della formazione di una prima pellicola di pensiero che si sviluppa nella direzione della formazione della mente separata il cui corrispettivo patologico è lo splitting cognitivo primario. Correlato a questa ricerca è il suo interesse per la dimensione inintegrata del Sé o Sé gruppale e per le sue evoluzioni verso il Sé separato, intese come passaggio dalla condizione adimensionale asimbolica alla progressiva simbolizzazione.

L'attenzione alla dimensione asimbolica della mente lo ha condotto a formulare la nozione di elemento ? in aggiunta agli elementi a e ß di Bion. La caratteristica degli elementi ? sarebbe quella di una labilità dei legami con l'energia fisica e l'impossibilità di trasformarsi in elementi a. Essi sarebbero caratteristici della condizione autistica che Hautmann ha studiato a partire dalla sua pratica di psicoanalista dell'infanzia. Vediamo in questa brevissima esposizione dei punti più salienti del suo pensiero che il riferimento a Bion è fondamentale ma riflettendo sulla sua creatività scientifica dobbiamo tener conto che mentre oggi Bion è un autore molto presente nella cultura psicoanalitica italiana, tale non era a cavallo tra la fine degli anni sessanta e l'inizio dei settanta quando Hautmann si è avvicinato al suo pensiero.

A quell'epoca Bion era percepito come un personaggio bizzarro, forse un po' matto, estremamente astruso e la descrizione che Hautmann fa dei primi incontri con lui durante i tre seminari che questi tenne a Roma nel luglio del 1972 ci mostra che solo qualcuno fortemente interessato ai processi di formazione del pensiero e disponibile a sopportare la frustrazione di un procedimento di pensiero così divergente rispetto alla logica dei processi secondari, quale era la prassi operativa di Bion nei seminari, poteva tollerare una simile pressione emotiva ricavandone anzi uno stimolo a procedere oltre. D'altro canto non dobbiamo trascurare che prima di Bion un suo riferimento era stato Marcelle Spira che, oltre ad indirizzarlo allo studio di Bion, era colei che si interrogava sulla origine dei processi psichici che portano la mente dell'analista a formulare un'interpretazione.

Questa attenzione alla formazione dei processi di pensiero e, quindi, al problema della formazione della conoscenza che, a mio avviso, costituisce la cifra caratterizzante del lavoro teorico di Hautmann mostra come la dimensione creativa di questo autore si riveli in controluce sotto il più visibile rigore concettuale e clinico. Ma l'attenzione ai processi di pensiero e al problema della conoscenza colloca Hautmann in una prospettiva culturale che, a mio parere, trascende il campo della psicoanalisi pur mantenendo in esso le sue radici e la sua fonte di ispirazione. Io credo, infatti, che quando l'oggetto dell'indagine diventa il pensiero e, quindi, il processo della conoscenza si entra nel campo della epistemologia e della filosofia. Freud e Bion lo hanno fatto anche se entrambi si sono alquanto schermiti affermando di non essere né epistemologi né filosofi. Anche Hautmann entra in questi domini epistemici ma anche lui lo fa dichiarandosi semplicemente psicoanalista.

Tuttavia io credo che quando si indaga su questi oggetti epistemici e si propone una teoria psicoanalitica del pensiero e della conoscenza si diventa, di fatto, epistemologi e filosofi. Soltanto Lacan e dopo di lui altri psicoanalisti in Francia, forse per le differenti condizioni culturali che ci sono in quel paese, hanno avuto l'ardire di dichiarare che non si tratta di fare l'epistemologia della psicoanalisi, cioè di indagarne lo statuto epistemologico ma di affermare che anche la psicoanalisi può sottoporre le altre discipline ad un'indagine psicoanalitica e fondare una sua teoria della conoscenza che esce dalle mura della stanza d'analisi per investire altri campi del sapere. Infatti, forse per un eccesso di understatement, quello che alcuni psicoanalisti, e Hautmann tra questi, non sembrano prendere in considerazione è che l'attenzione all'apparato per pensare psicoanaliticamente implica un'attenzione all'apparato per pensare tout-cour, quindi un'attenzione ai temi filosofici pur senza confondersi con la filosofia stessa. Io credo che quello che hanno fatto Freud, Bion, Lacan e altri, e che anche Hautmann fa, non è semplicemente "fare filosofia" ma, a partire dalla "sonda psicoanalitica, - penso che questo temine bioniano possa piacere ad Hautmann - ebbene, a partire dalla "sonda psicoanalitica" arrivare ad una visione dell'uomo, cioè ad un'antropologia psicoanalitica. In Hautmann questo interesse è testimoniato dalla sua riflessione a proposito della "Babale creativa" cui fa cenno nel suo volume "La psicoanalisi tra arte e biologia" in cui si coglie una vicinanza con le epistemologie anarchiche stile Feyrabend.

A proposito dell'allargamento del pensiero psicoanalitico ad altri domini del sapere è opportuno ricordare che dalla formulazione della nozione di elemento ? prende le mosse una riflessione sulla creazione artistica e sull'esperienza mistica, intese come espressioni della impossibilità per l'artista di realizzare un processo di simbolizzazione e quindi una trasformazione in K, per cui quello che può realizzare è una trasformazione in 0, un "essere all'unisono". Esperienza questa che, a partire dalla condizione psicopatologica dell'autismo, si estenderebbe alla creazione artistica e all'esperienza mistica.

Non voglio appesantire oltre il mio discorso con riflessioni filosofiche e teoretiche ma farò un'ultima notazione prima di chiudere.
Ho già detto che l'immagine di Hautmann negli anni settanta, almeno per quelli di noi che erano ancora Candidati, era quella di un rigoroso e severo guardiano dell'ortodossia clinica e istituzionale, ebbene con il tempo e con una frequentazione più ravvicinata, soprattutto negli ultimi 15 anni, devo dire che se l'immagine di un rigore del pensiero e di un'argometazione stringente si è confermata, ho avuto anche modo di verificare le sue straordinarie doti umane, la sua tolleranza e disponibilità ad accogliere l'altro e, nelle Commissioni del Training nelle quali abbiamo avuto modo di lavorare insieme, ho notato che spesso è stato il più aperto, il meno duro nelle valutazioni pur mantenendo sempre una precisione e un'accuratezza nei giudizi.

E' per la somma di tutte queste cose che credo che non soltanto noi che siamo qui presenti ma tutta la SPI e l'intera comunità psicoanalitica italiana, dobbiamo dire "Grazie Giovanni".


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Stefano Bolognini

Giovanni Hautmann: l'intensità di uno stile scientifico

"Ogni analista ha un suo stile. Si può dire che c'è qualcosa di personale che caratterizza per ogni analista la costruzione del setting, il suo porsi col paziente, le modalità comunicativo-interpretative. Ogni analista ha una sua funzione analitica di ascolto, di conoscenza, di intervento. Questa globale e singolare modalità di lavoro, però, per ogni analista comporta delle diversità per ogni suo paziente. Queste diversità sono legate al fatto che malgrado questa relativa uniformità dello stile di ogni analista, il campo analitico è profondamente diverso, per ogni singolo analista, da un'analisi all'altra, da un paziente all'altro".

(Giovanni Hautmann, "La mia psicoanalisi", relazione tenuta al Centro Psicoanalitico di Bologna il 28 -1 - 1999).

Appartengo ad una generazione che ha viaggiato per anni, per poter fare l'analisi: ciò che accade ancora oggi, ma fortunatamente meno spesso, ad alcuni colleghi in formazione, grazie alla migliore (anche se ancora non ottimale) distribuzione delle risorse analitiche sul territorio nazionale.
E senza potermi in alcun modo attribuire l'appartenenza ad alcunchè di pionieristico, di pertinenza semmai di chi ci aveva preceduto di due generazioni, posso però ricordare con piacere la forza, la straordinaria energia vitalizzante che in quei primi anni '70 caratterizzavano la psicoanalisi italiana.

Nuove prospettive si aprivano nella cura della sofferenza mentale, specie per chi veniva da province un po' decentrate (io lavoravo a Venezia, con Sacerdoti); e nei Servizi Psichiatrici e nelle Scuole di Specializzazione universitarie si favoleggiava, con un misto di rispetto e di perplessità, di timore e di attrazione, circa questa nuova disciplina ammantata di un'aura iniziatica densa di idealizzazione, di cui la giovane Società Psicoanalitica Italiana si proponeva come la garante e l'organizzatrice, in alternativa ai tradizionali percorsi formativi della neuropsichiatria organicistica o alle ventate rivoluzionarie socio-antipsichiatriche.
Il congresso SPI di Venezia del 1976 confermò queste impressioni: c'era una grande spinta potenziale, e il movimento psicoanalitico rafforzò la sua presenza e il suo prestigio, sostenuto oltretutto da figure indubbiamente dotate di notevole carisma personale, ma che si giovavano in più di una diffusa disponibilità all'investimento idealizzante da parte dei giovani di allora, data la forza del "desiderio" culturale e scientifico che si percepiva circolante.

Queste note nascono dunque dal ricordo di una "infanzia analitica" vissuta negli anni del "boom"della psicoanalisi italiana, in un clima di fioritura in cui all'evidente momento personale di chi scrive si sommava comunque uno spirito del tempo ben caratterizzato: la novità della psicoanalisi stava uscendo dal cliché di una curiosa anomalìa culturale, per conquistare uno spazio riconosciuto come terapia individuale e come strumento di comprensione anche in situazioni istituzionali.

Non si è scritto abbastanza, secondo me, sugli aspetti naturali e necessari dell'idealizzazione nel processo di crescita.
Dell'idealizzazione si sono soprattutto esplorati i versanti patologici difensivi, come reciproco della persecuzione e come prodotto reattivo-scissionale, per lo più in senso regressivo o francamente degenerativo.

La nostra storia nazionale, nel passato prossimo, ci ha esposto al trauma delle derive maniacal-megalomaniche dell'idealizzazione, con il fenomeno del Fascismo che ancor oggi ci procura un senso di incredulità e di sbigottimento quando ci capita di assistere ai filmati dell'epoca, in cui volti esaltati ed idealizzanti di giovani schierati in assetto fallico ci appaiono ad incarnare l'assurdo sbilanciamento fanatico del senso del Sé e della realtà, in risposta alle esortazioni di un leader capace di istillare e di cavalcare quella follìa collettiva.

Forse per reazione a quei tragici disastri, ci siamo tenuti lontani dalla descrizione più accurata dei processi di sana idealizzazione evolutiva, quelli che consentono la progressiva introiezione e costituzione di oggetti interni validi e fertili, portatori di vita e di civiltà: oggetti che, per fortuna, non ci sono mancati, e ai quali - al di là di un criterio di giustizia restitutiva - ci giova tributare riconoscimento e riconoscenza: ciò facendo, riconosciamo e rafforziamo una parte sana e vitale di noi, del nostro mondo interno e, nella fattispecie, della nostra famiglia analitica interiorizzata.

La nostra esperienza quotidiana di lavoro si fonda più o meno consapevolmente sulla ri-creazione non ripetitiva, ma ri-trovativa, di quanto di buono abbiamo ricevuto e sperimentato, in maniera non dissimile da quanto ci accade nell'allevare i nostri figli e i nostri nipoti.

Noi vi aggiungiamo il marchio della nostra insopprimibile individualità, e ciò ci esime dal sentirci semplici replicanti di un copione già scritto; ma è certo che nell'interminabile somma algebrica dei più e dei meno, del positivo vitale e del negativo mortifero, attraverso complesse alchimie individuali ognuno di noi si mantiene profondamente collegato alle proprie radici ispirative.

Le presenze che hanno contribuito alla nostra crescita rivivono in noi, a livelli e con modalità diverse, a seconda che le nostre internalizzazioni siano state parziali o totali, incorporative (con conseguenti imitazioni di superficie, in cambio della possibilità di controllare l'oggetto "tenendolo in bocca"); interiorizzanti (con l'oggetto "deglutito, e dunque non più controllabile, ma mai affettivamente accettato e "digerito": e dunque presenza poco assimilabile, con la quale è sempre in agguato il rischio di una identificazione proiettiva sostitutiva del Sé del soggetto, che "diventa" l'oggetto senza rendersene conto, perdendo sè); o autenticamente introiettive, data la qualità vivibile degli affetti in gioco: allora, e solo allora, gli equivalenti genitoriali, i nostri analisti, supervisori, maestri e colleghi possono trasmetterci le loro qualità e i loro strumenti, in una catena intergenerazionale creativa che non penalizza l'originalità e l'autenticità del Sé, ma lo arricchisce di un patrimonio che diventerà a sua volta trasmissibile.

Viste in questa prospettiva, la tensione verticale e l'investimento fiducioso sull'autorevolezza dell'oggetto, alimentate da un processo di idealizzazione "fisiologico", appaiono come componenti evolutive fruttuose, capaci di delineare, in effetti, una direzione non sovra-umana di sviluppo.
C'è una imprecisabile "giusta misura" nel mix di realismo e di idealità che più giova alla costituzione di una persona, e all'altro capo del fanatismo idealizzante si situa la desolazione del vuoto oggettuale, quello che Egon Molinari descriveva con una delle sue tante, semplici e profonde battute: "In definitiva, un cannibale che ha mangiato i suoi genitori che cos'è?... un povero orfano!".

Ognuno di noi, di quanti fanno il nostro mestiere, ha una sua famiglia analitica interna.
Come tutti, anch'io ricordo e riassaporo periodicamente i miei genitori analitici (analista e supervisori), gli "zii" (i docenti e i conferenzieri di maggiore impatto), i "nonni" conosciuti e no (i grandi maestri della tradizione passata, ascoltati dal vivo o letti sui loro libri), e tutta la schiera dei fratelli e cugini societari che mi vengono alla mente qua e là, in ordine sparso per evocazione preconscia a seconda delle diverse occorrenze proposte ora dopo ora dall'incontro con i pazienti.

Mi è ormai naturale, direi quasi automatico "consultarli", immaginare cosa direbbero - per come li ho conosciuti e stabilizzati nel mio mondo interno- di fronte alle più varie situazioni; da che parte prenderebbero la questione, cosa evidenzierebbero, in cosa forse si differenzierebbero da me.
Li consulto e li ascolto, perchè spesso mi conviene.

Dopodichè, decido io cosa dire o non dire, in base a mie considerazioni finali; però li ascolto.
C'è una grande ricchezza nella nostra biblioteca scientifica, ma ce n'è altrettanta nella nostra memoria famigliare analitica.
Voci prossime a noi, voci che ci hanno raggiunto in momenti speciali, tranquilli, vicini, adatti all'ascolto e al contatto, hanno costruito in noi tracce preziose e ritrovabili, attimi di calda verità.

Ognuno di noi ha un suo stile, caratteristico del proprio modo di essere e di relazionarsi con il mondo esterno e con il mondo interno.
Riconosciamo, nello stile di ognuno, le matrici delle relazioni oggettuali interne, le atmosfere degli ambienti di crescita, e oserei dire le filosofie implicite del modo di essere nel mondo.
Io ho dei ricordi abbastanza precisi dello stile di molti maestri che ci hanno preceduto, e ve ne voglio proporre alcuni prendendomi la stessa libertà di un disegnatore che traccia degli schizzi, dei rapidi profili, con pochi tratti di matita.
Ma, attenzione: non sono caricature.

Per esempio: Cesare Musatti, da me conosciuto negli anni settanta, esprimeva spesso uno stile narrativo tendente al favolistico, in cui veniva spontaneo immaginarlo bambino alle prese con personaggi ed eventi che lo stupivano o lo incantavano; sobrio, invece, e fedele, negli essenziali commenti ai lavori dell'opera freudiana.

Eugenio Gaddini era acuto e minuzioso, estremamente preciso nel descrivere fenomeni dei quali si capiva che si era costruito un'idea passo dopo passo, e ne rifiniva la descrizione con progressiva esattezza incisoria, senza alcuna concessione all'espressionismo o all'effetto.

Egon Molinari amava "volare basso", sfrondando del superfluo il giro del pensiero per cogliere il nocciolo della situazione, di cui preferiva far lievitare l'essenza fino al suo manifestarsi, piuttosto che tentarne una rappresentazione teorica più o meno elaborata.

Glauco Carloni interpretava una tensione estetica verso la miglior forma possibile da dare a pensieri dei quali era per solito già padrone nel momento in cui li distribuiva all'uditorio, mentre Giorgio Sacerdoti alternava guizzi felini e inattesi rovesciamenti di prospettiva a procedure di pensiero e di esposizione in altri momenti molto canoniche e vagamente sovrapersonali.

Non ho conosciuto a sufficienza Ignacio Matte Blanco, ma non dimentico la sua vibrante capacità poetica, che si espresse magnificamente in un panel del Congresso Nazionale del 1984 in cui, recitando col cuore in mano una poesia di Garcia Lorca, fece il controcanto ad un potente lavoro di Franco Fornari, a sua volta tenace aratore di campi analitici con i suoi strumenti coinemici, proposti proprio come uno strumento dotato di una quasi-fisicità, tanto ce lo rendeva vero e presente con la sua convinta teoria.

E ancora: lo stile un po' a scatti, tensionale, di Luciana Nissim, abituata a entrare in contatto con le turbolenze fino a farle esplodere con geniali intuizioni rapide e liberatorie; e viceversa, quasi per contrasto, la pacata pensosità di Roberto Tagliacozzo, percepibilmente rispettoso dei bisogni primari del Sé dell'interlocutore, prima che della evidenziazione dei conflitti.

Il tono forte, a volte stentoreo di Francesco Corrao comunicava l'impressione che attraverso di lui si esprimesse un coro greco, che con la sua voce egli si facesse interprete di una molteplicità plurigenerazionale, transculturale di prospettive antiche e future.

E' più facile, per il modesto ritrattista che sono, dedicare questi "medaglioni" a persone che non sono più con noi, avendo preso più o meno dolorosamente le distanze da essi, che non rivolgersi ad un autorevole e amato collega felicemente operoso e tra l'altro molto presente e attivo - ora non meno di prima - nella vita scientifica e istituzionale della nostra Società.

Eppure oggi io voglio dedicare al Dottor Giovanni Hautmann poche, ma sentite note sul suo inconfondibile stile, quale io l'ho conosciuto e via via individuato nel corso di trent'anni di incontri fondati appunto su due oggetti principali (la psicoanalisi, e la Società Psicoanalitica Italiana) che Hautmann ha sempre cercato di mantenere in un costante dialogo integrativo tra di loro, anche quando apparentemente le questioni amministrative sembravano estranee ad ogni possibile riferimento alla nostra disciplina.

Hautmann ha esplorato con assiduità e con una tenacia formidabile i livelli primitivi della mente.
Lo ha fatto in un numero impressionante di scritti e di comunicazioni congressuali, sempre di altissimo livello scientifico, nei quali lo sforzo di concettualizzazione si è spesso accompagnato ad una generosa esemplificazione clinica, che ce lo ha mostrato al lavoro con il paziente: cosa non poi così comune, perché spesso nei reportages clinici non ritroviamo le parole testuali del dialogo, che invece Hautmann ha quasi sempre messo a disposizione del lettore.
Il ritratto dell'analista che ne emerge mi ha sempre molto impressionato.

Hautmann è capace di essere estremamente vicino all'esperienza interna del paziente e di poterne seguire e commentare i processi immaginativi "da dentro", in modo condivisibile; e al tempo stesso
mantiene attiva una funzione teorizzante continua, che opera in lui senza raffreddare il suo scambio col paziente.

Ho in mente, tra gli altri, un suo scritto del 1982, "Splitting cognitivo primario e psicosi", presentato al V° Congresso Nazionale SPI del 1982, a Roma, quello del Cinquantenario della fondazione.
In esso Hautmann riporta molte sequenze di seduta con Cecilia, una bambina psicotica grave presa in analisi a sette anni e mezzo e tenuta in trattamento per molti anni.
Le sedute in questione si svolgono quando Cecilia ha 15 anni, e il livello di confusione delle sue comunicazioni è angosciante. E' morto il nonno, e la ragazzina porta i disegni "del tempo che passa", densi di mal formulate angosce di separazione e di perdita che l'analista contribuisce a reperire e a riordinare, cogliendo e comunicando al contempo, in modo digeribile per la paziente, gli equivalenti degli elementari atti vitali e relazionali che segnano il tempo nell'esperienza di un bambino molto piccolo, che creano la relazione, e che permettono il formarsi di un abbozzo di pensiero.
E' un reportage toccante, a volte struggente, ma con nessuna concessione addolcente: la tragedia della psicosi è solo lenita dalla terapia, certo il senso di distanza siderale della bambina dall'oggetto è stato "curato" con ammirevole vicinanza clinica, ma Hautmann non ci regala un "happy end" liberatorio.
Anzi, conclude così:

"Pressoché un anno fa, ricordando Bion, insieme a tanti di noi, percorsi un cammino a partire dall'abbozzarsi della pellicola di pensiero verso l'ipotesi della coincidenza tra interpretazione artistica e interpretazione psicoanalitica e ne sottolineai, nell'ultimo Bion, la espressione "immaginazione speculativa". Oggi ho cercato di compiere un cammino a partire dalla stessa pellicola di pensiero, ma in senso del tutto inverso: verso il regno scuro della dissoluzione umana e dell'impotenza della psicoanalisi"(pag. 270).

Eppure, il dialogo clinico riportato (al quale vi rimando: è pubblicato in "Funzione analitica e mente primitiva", Edizioni ETS, 2002) è ricco di una grazia tutta speciale, sia da parte della paziente, che si esprime con disarmante anche se confusa immediatezza, sia da parte dell'analista, che si sintonizza molto bene con le fantasie primarie corporee proto-relazionali e che le sa riproporre in modo semplice e profondo, percepibilmente "vero".
Lo stile analitico che ne risulta è quello di una intensa sensibilità materna, contenuta in una mente paterna che non rinuncia al doloroso e rigoroso esame della realtà, e al mandato sovra-personale della costruzione di un patrimonio comune di conoscenze.

Nel suo rivolgersi scientifico ai colleghi, Hautmann porta avanti una funzione descrittivo-conoscitiva accurata, che fa riferimento esplicito alle acquisizioni teoriche di altri colleghi (primo fra tutti Bion), e che vi aggiunge sue annotazioni ed ipotesi personali.

Hautmann non rinuncia affatto alla piena partecipazione di sé come persona all'esperienza psicoanalitica, ma non la antepone alla psicoanalisi, apparendo convinto della bontà e affidabilità della costruzione scientifica della psicoanalisi stessa, pur con tutti i limiti di essa, di cui è pienamente consapevole.
E' evidente, nel modo di procedere di Hautmann, un profondo rispetto per l'edificio teorico-clinico della psicoanalisi, che funziona costantemente in lui come un vero "terzo" analitico, come un interlocutore sempre presente, che non gli impedisce di sintonizzarsi intersoggettivamente, ma con il quale è in costante dialogo interno.
Egli interroga i maestri e i colleghi, e contribuisce poi con le sue osservazioni al patrimonio scientifico comune di cui si sente compartecipe.

Una cosa che mi ha sempre colpito, di lui, è il fatto che il senso dell'umorismo, l'annotazione giocosa, il commento occasionale delle emergenze edipiche più evolute, gli vengono fuori qua e là, a sorpresa, in modo naturale e piuttosto tangenziale, come note a margine rispetto ad una concentrazione prevalente su ciò che più conta, sulla base tragica, sui processi costitutivi della vita umana, ai quali dedica per la verità la maggior parte dei suoi scritti.
Eppure, proprio per la loro involontarietà programmatica gli aspetti arguti, sorridenti, a volte persino fiorentinamente "birichini" della battuta estemporanea permettono di cogliere momenti di relax del "minatore", quando esce dalla miniera del profondo e si/(ci) concede un contatto con la sua colorita, solare vivacità toscana.

Questa capacità di recuperare i tratti di una condivisibile, affettuosa quotidianità di ciò che siamo ci rende particolarmente caro un collega che altrimenti, data la monumentalità della sua opera scientifica, rischierebbe di ispirarci prima di tutto riverenza e timore, oltre che riconoscenza e ammirazione.
La fotografia dell'amato cagnone James ("compagno vivo e fiducioso di passeggiate e scritture") in apertura di "Funzione analitica e mente primitiva", voluta dall'autore a poche pagine di distanza dall'altra foto storica, quella con Cesare Musatti, ci garantisce circa l'interezza del Sé con cui ci rapportiamo e in cui ci rispecchiamo idealmente, e anzi ci richiama alla necessità di non perdere il contatto tra la mente e il cuore, tra la scienza e la vita di cui siamo osservatori ma prima di tutto attori ed autori a nostra volta.

Ed è anche per questo che nel rendere omaggio oggi ad un nostro così illustre collega e studioso, qui nella sua città circondato dai suoi allievi e colleghi, il piacere di reincontrarlo e di riascoltarlo prevale su ogni altra componente celebrativa, a ricordarci che la psicoanalisi e il suo mondo sono fatti di idee, ma soprattutto di persone.

***

Intervento di Anna Ferruta al Convegno in onore di Giovanni Hautmann

- Firenze 24 marzo 2007 -

Il mio incontro con Giovanni Hautmann è avvenuto soprattutto attraverso la lettura dei suoi scritti, un'attività importante nella trasmissione della psicoanalisi alle altre generazioni e di questo gli sono grata: scrivere aiuta a pensare e lascia tracce. Non c'è solo il transfert...
Del suo contributo allo sviluppo della psicoanalisi vorrei mettere in luce soprattutto l'inquieto e sereno equilibrio con il quale Hautmann si è sempre affacciato sull'ignoto, su ciò che non è ancora conosciuto, invece di sostare tranquillamente nelle certezze acquisite. Nel suo pensiero si incontra continuamente la coesistenza di aspetti contrastanti che convivono senza elidersi, in un quadro di rigore e di ricerca sui modi di funzionamento della mente. Mi piace mettere in luce in particolare tre dimensioni dell'ignoto che ha amato sviluppare:

Pensare per immagini
Hautmann si è interessato a come si forma la pellicola di pensiero che permette un inizio di simbolizzazione di sensazioni ed emozioni non pensabili, individuando nel significante che le struttura per immagini una prima forma di organizzazione simbolica.

Parla delle immagini che compaiono nella mente dell'analista al lavoro in seduta e di quelle che porta il paziente, come prime tracce di organizzazione mentale del mondo interno e della comunicazione tra soggetti. Un'artista contemporanea, Bridgey Riley ha osservato che: "La visione è la maniera più economica per l'organismo vivente di ordinare il mondo esterno in funzione della sua sopravvivenza". Un contributo particolarmente originale di Hautmann in quest'area è la sua osservazione sulla bellezza come organizzatore inconscio della pellicola di pensiero che acquista una sua esistenza e vitalità proprio perchè le forme simboliche che hanno la qualità della bellezza riescono a sopravvivere meglio e più a lungo alla turbolenza delle angosce della non mentalizzazione.

Forse il suo essere di Firenze, immerso in una bellezza ambientale che gli deve essere apparsa da sempre come "naturale", ha avuto la sua importanza nel permettergli di avventurarsi nell'ignoto degli stati primitivi della mente, rischiarato dai lampi di immagini di bellezza via via incontrate come forma del mondo nel suo controtransfert e nell'ascolto dei messaggi dei suoi pazienti.

La gruppalità inconscia della mente
Hautmann, all'interno degli sviluppi relazionali della psicoanalisi degli ultimi trent'anni, ha prestato attenzione non solo alle comunicazioni consce e inconsce della coppia analista-paziente, ma anche a come il gruppo in cui la coppia è immersa contribuisce alla formazione della mente. La sua attenzione alla pluralità inconscia dei personaggi che popolano la mente del soggetto e della coppia analitica è stata utile per evitare un appiattimento sugli aspetti relazionali solo della coppia madre-bambino e una specie di "allucinazione negativa" nei confronti della coppia analitica, a rischio di restare isolata nel quadro manifesto della seduta, rispetto alla folla di personaggi e identificazioni presenti nella mente dei due interlocutori.

Gli allievi
Giovanni Hautmann ha sempre mostrato un interesse profondo per il dialogo, specie con le nuove generazioni di allievi. E' qui che la sua passione per il non già noto mostra la sua autenticità: pensa che l'altro sia sempre altrove, in qualcosa che non è stato ancora pensato. E quindi si è impegnato e si impegna tuttora a dialogare con allievi e colleghi sulle frontiere aperte del pensiero psicoanalitico. E' sensibile al desiderio di apprendere degli allievi e alle domande che pongono. In questo senso possiamo dire che anche noi, come allievi, con le nostre domande di apprendere e con il nostro desiderio di dialogare, abbiamo contribuito a fare diventare Giovanni Hautmann Giovanni Hautmann.

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