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La famiglia Belier

Commento di Enza Quattrocchi

 

 

Paula Bélier ha sedici anni e da quando è al mondo, è interprete e voce per la sua famiglia. Agricoltori della Normandia, i Bélier, sono sordi come il secondogenito. Paula, la loro primogenita intende e parla, ed è il loro tramite con il mondo: il Sindaco, il medico, il veterinario, e i clienti che al mercato acquistano i formaggi prodotti dalla loro azienda. Paula, divisa tra lavoro e liceo, scopre proprio a scuola grazie a un corso di canto facoltativo di avere una voce possente “una pepita nella gola”. Sostenuta e incoraggiata dal maestro di musica, s’iscrive al concorso canoro indetto da Radio France a Parigi. Paula vive tormentati momenti e nel dilemma se restare con la sua famiglia verso la quale sente la responsabilità d’essere l’unica udente o seguire la sua vocazione, cerca in segreto un compromesso impossibile. Ma con un talento così grande e con una famiglia sufficientemente buona, il sogno può diventare realtà.

 

Incontrare la famiglia Belier porta quasi in simultanea a ridere, sorridere, piangere. Di quattro, padre, madre, figlia e figlio, solo Paula ha la facoltà dell’udito. Se questo li rende speciali, certamente nelle dinamiche familiari intravediamo invece, aspetti comuni ad altre e forse a tutte le famiglie e per questi motivi, perdonando gli aspetti un po’ troppo caricaturali, il piccolo film si configura come opera di formazione.

All’inizio lo spettatore entra in un’atmosfera eccessivamente rumorosa,veniamo immessi in un ambiente di grande frastuono che è quello in cui vive Paula, ambiente rumoroso che si contrappone a quello del totale silenzio in cui vivono madre, padre e fratello, autori del rumore assordante che ignari producono nelle loro azioni quotidiane. Una famiglia comunque allegra, unita e apparentemente felice, nella quale Paula, pur assumendo un ruolo di supporto in quanto udente e pur avendo un doppio impegno, scuola e lavoro nell’azienda familiare, può comunque permettersi di fare l’adolescente, rifiutando le carezze “non sono più una bambina”, alimentando i primi amori, tenendo i primi segreti etc. Nella sua vita originale c’è un po’ di tutto, convivono questi aspetti di bambina in transito verso l’età adulta, con aspetti che sottoscrivono la funzione di bambino-genitore per il suo ruolo d’interprete: è per la sua famiglia un ponte con il mondo esterno. E’ molto loquace la scena in cui viene, perentoriamente distolta, dalle proprie occupazioni per tradurre in simultanea, con il linguaggio dei segni, il telegiornale.

Noi siamo così, c’è chi fa i formaggi e c’è chi parla per venderli ”, risponde P. alle provocazioni, dietro al bancone del negozio ambulante dei Belier. La situazione si complica quando il padre decide di candidarsi come Sindaco e contemporaneamente Paula scopre d’avere una voce da cantante, grazie alla quale potrebbe partecipare al concorso di Radio France a Parigi. La sua fedeltà come interprete vacilla quando i giornalisti televisivi intervistano il padre candidato Sindaco, la traduzione è laconica e ridotta e quindi poco fedele. Probabilmente avverte che il progetto paterno confligge con il suo. I primi movimenti di autonomizzazione del padre che cerca modi alternativi per interloquire con i giornalisti, sono conseguenti al comportamento ambivalente della figlia che forse comincia a sentire il suo ruolo in famiglia come un pesante ostacolo per la sua autonomia. Uno dei momenti più pregnanti è il dialogo padre figlia, Paula scoraggia l’impresa politica a suo parere incompatibile con la sordità e il padre contesta fortemente l’etichetta di diverso“ non mi sono mai sentito inferiore per la mia sordità”. Il maestro di musica scopre e valorizza il suo talento insieme all’amica Matilde che le ricorda che i genitori non sono neonati e che avevano la loro vita già prima che lei nascesse. E ancora siamo con Paula quando a casa prova a cantare anzi a urlare per ascoltarsi, lei sola può ascoltarsi e prova a cantare a fronte della disperazione della madre che libera tutta la paura repressa per aver messo al mondo una figlia udente “ho sempre detto che non sopporto le persone che hanno l’udito, si diceva la faremo crescere sorda dentro ed ora addirittura canta!”. Emozioni complesse animano i membri della famiglia, ed al senso di perdita di fronte ad un adolescente che “vola,” si somma la paura concreta di ripiombare nell’eterno silenzio senza quel ponte con il mondo che la figlia rappresenta. Altrettanto forte è il conflitto per Paula, la sua voglia di assecondare il suo talento contrasta con la consapevolezza d’essere un’incontestabile risorsa per la sua famiglia. Ma le situazioni vanno viste anche dal loro rovescio, nel tentativo di osservare gli interstizi che attraversano il tessuto dell'esistenza e vediamo allora l’altra faccia delle cose, mentre Paula costituisce un comodo e immediato tramite con il mondo, padre, madre e fratello rendono atrofiche le risorse personali per interagire con gli altri.

Durante il saggio scolastico Paula canta in coro e in duetto con il ragazzo del cuore, la famiglia è presente ma isolata non può ascoltare, è un momento di dolorosa e silenziosa consapevolezza.

 

P. ha comunque rinunciato al concorso, non si sente di abbandonare i suoi. Catturata dal grande dilemma: essere Paula o essere Belier? Ma ecco una svolta ed è forse il momento più bello del film, sono in giardino lei e il padre, mentre lui la invita a cantare tenendole la mano sul petto vicino alla gola per poter “sentire” la voce e avere la percezione, quella possibile del suo canto. E’ un momento molto commovente che riscatta il film da alcune cadute di tono, quel gesto spontaneo è l’espressione estrema del desiderio di vicinanza e di immedesimazione tra persone che si amano. Attraverso questa vicinanza il padre recupera la funzione paterna, decide, incoraggia e apre per P. le porte al mondo. Tutti a Parigi per il concorso canoro di Rai France, Paula canta una canzone dedicata ai genitori e accompagna l’interpretazione con il linguaggio dei segni: è un inno, una preghiera, la descrizione di una crescita: “Io non fuggo ma volo, vi voglio bene ma vado via”. Essere dunque Paula nei Belier.

 

Anche la partenza per Parigi, dopo aver vinto la selezione è un concentrato di emozioni che caratterizzano questo tipo di distacco, un orsacchiotto entra ed esce dal bagaglio e, già in auto con il maestro verso Parigi, a pochi metri da casa Paula scende, corre e torna di nuovo ad abbracciarli spinta dal bisogno di fondersi nuovamente in quell’insieme che è la sua risorsa personale, l’humus per la sua crescita e ora anche un incoraggiante trampolino verso il mondo che i suoi genitori, come tutti i genitori, per dirla con D.Winnicott, sufficientemente buoni, sanno fare. Sono loro, ora, il ponte per la vita di P. Non sentono più bisogno della sua voce per poter dirle: “Vai!”

 

Maggio 2015

 

 

Vedi anche il commento dei figli dei genitori sordi (CODA)

http://www.redattoresociale.it/Notiziario/Articolo/481030/La-famiglia-Belier-promossa-con-riserva-emozionante-ma-non-ci-sono-attori-sordi