Gorla, G. (2001). Recensione del libro di Giangaetano Bartolomei (2000). Come scegliersi lo psicoanalista. Rosenberg & Sellier, Torino, che pubblichamo per gentile concessione della rivista Setting, 11: 145-147.

 

Come scegliersi lo psicoanalista è un breve saggio di Gian Gaetano Bartolomei, membro della Società Psicanalitica Italiana e docente all’Università di Pisa di Sociologia della conoscenza, recentemente pubblicato in una veste grafica curata e gradevole nella sua semplicità da Rosenberg & Sellier (Torino, 2000, pagine 142). Il libretto è stato “pensato e scritto” per coloro che, non sapendo nulla, o quasi, di psicoanalisi, avvertono il bisogno di un aiuto psicologico e che, spinti dall’urgenza della loro condizione di sofferenza a “fidarsi e ad affidarsi”, rischiano di perdersi nella babele delle offerte di intervento psicoterapeutico e di fare delle scelte sbagliate, che aggraveranno la situazione o che, nel migliore dei casi, faranno perdere loro tempo e denaro. Ma proprio per il fatto di porsi in modo chiaro e onesto dalla parte di chi è supposto non sapere e quindi di obbligarsi ad usare «un linguaggio semplice e chiaro, senza voler rendere falsamente semplici e chiari quei problemi che non lo sono» (p. 9), l’autore finisce con il parlare della sua visione del mestiere dell’analista e del significato della pratica analitica nella nostra società e nella nostra cultura.

Partendo, come è buona norma quando ci si vuole davvero far capire, dalla definizione dei termini (psicologia, psichiatria, psicoterapia, psicoanalisi o psicoterapia psicoanalitica) - che occupa il capitolo primo (La babele dei nomi), il libro viene guidando il lettore inesperto e sofferente lungo un percorso  che  permetta  una  duplice  scelta: di  un  analista  serio  ed  affidabile e insieme di un analista che sia adatto per lui. Il cammino è scandito dalla sottolineatura dei passi man mano affrontati, che viene graficamente realizzata mediante frasette stampate sui margini della pagina: un espediente semplice ma efficace di metacomunicare con il lettore, che richiama alla mente la tecnica cinematografica della voce fuori campo.

Ad una breve spiegazione introduttiva sul lavoro dello psicoanalista è dedicato il capitolo secondo (Gli attrezzi dello psicoanalista): in questo particolare lavoro a qualunque scuola di psicanalisi appartenga, l’unico attrezzo dell’ analista è la sua mente, che servirà “per capire quello che gli dice il paziente, per capire quello che sta succedendo nel paziente, per capire ciò che sta succedendo in se stesso sotto l’influenza di ciò che gli dice il paziente” (p. 37). Si giunge così al primo colloquio o meglio al Primo incontro (capitolo terzo), perché qui non è questione solo di parole, ma di una presentazione globale che l’analista inevitabilmente fa di sé. La scelta viene così guidata dall’invito rivolto al potenziale paziente ad un’ attenta osservazione di come l’analista si presenta e a tutto ciò che comunica con quello che dice e con il modo in cui lo dice ma anche attraverso il modo in cui è arredato lo studio (e qui l’autore mette soprattutto in guardia da sfoggi di eleganza e di lusso, che denotano scarsa attenzione e rispetto per l’altrui sofferenza). Ma soprattutto sottolinea l’importanza di esplorare i propri sentimenti dopo l’incontro. Nei casi in cui non si avverte nettamente avversione o ripugnanza che faranno escludere la scelta, ma una gamma di sensazioni più sfumate, la domanda chiave sarà “Me la sentirei di affidare a questa persona la mia vita privata (la mia “anima”) sin nei suoi aspetti più intimi?»

A questo punto, giunto più o meno alla metà della sua opera, l’autore affronta un altro e più difficile passo indispensabile per permettere una scelta della psicoanalisi e dello psicoanalista: quello di far comprendere che cosa distingue l’analisi dalle altre molteplici offerte di aiuto psicologico, a quali difficoltà personali si attagli e infine quali cambiamenti può indurre in chi accetta di compiere questa esperienza. Sono questi i due capitoli che, sempre in un linguaggio lieve e garbato, che esclude il ricorso a qualsiasi gergo tecnico o al più con brevissime e chiare precisazioni (su alcune differenze tra la psicoanalisi freudiana e kleiniana, ad esempio) si affrontano problemi complessi. Per ricordarne alcuni, le trasformazioni della psicoanalisi, nella teoria e nella tecnica, la questione del peso che il modello di riferimento e la personalità dell’analista gioca nella relazione terapeutica  (capitolo  quarto   Differenti  tipi di  psicoanalisti ),le risposte che, in un’epoca in cui il disagio mentale viene affrontato spesso in modo proficuo nella sua dimensione sintomatologica dalla psicofarmacologia o da altri tipi di psicoterapia, come quelli che mirano al rilassamento, soltanto quella particolare forma di esperienza su di sé che chiamiamo psicoanalisi può fornire (capitolo quinto Conoscersi e cambiare).

L’autore ammette in modo molto esplicito che le sue predilezioni vanno ad un tipo di pratica psicoanalitica che privilegi, sul ricorso frequente all’interpretazione, lo “stare lì” col paziente e ad «uno stile analitico sobrio, sottotono, “democratico-collaborativo”, che fa molto assegnamento sulla pazienza, sulla tolleranza, sulla capacità di ascoltare e su di una buona dose di diffidenza verso le certezze...» (p. 79). E iniziando ad applicare a se stesso il convincimento precedentemente espresso che «uno psicoanalista può essere conformista in tutto, ma non nel pensiero: deve, insomma, possedere la capacità e il coraggio di pensare in modo diverso dalla sua tribù di appartenenza» (p. 47), non manca di prendere posizione in modo estremamente preciso e deciso contro certi “difetti” degli psicoanalisti, spesso presentati in aneddoti divertenti (e che l’autore mi ha assicurato essere tutti veri) che bollano soprattutto rigidità e stereotipie tecniche, per cui, sotto veste di rispetto di regole spesso arbitrariamente ricavate dalle opere di Freud, non come quella di frustrare sempre e comunque il paziente, non si tien conto della particolare “qualità” del suo dolore.

In conclusione, mi sembra che il soffermarsi a considerare la pratica analitica dalla parte del paziente funzioni come l’assunzione di un punto di vista che consente all’autore (e ai lettori che fanno il suo stesso mestiere) di compiere una sorta di esame di coscienza dello psicoanalista in un’epoca tanto diversa, più omologata e massificata sia socialmente che culturalmente rispetto a quella in cui si muoveva la psicoanalisi delle origini. Nel suo pessimismo Freud temeva che la psicoanalisi perdesse il suo significato di scoperta e diventasse soltanto un metodo di cura per i disturbi psichici: nello stile lieve e volutamente “basso” di questo libretto (una volta lo si sarebbe definito un “aureo libretto”!) si esprime una sorta di professione laica di fede nel potenziale liberatorio delle energie individuali che la psicoanalisi può rivestire, sia per il paziente che per l’analista. (Gioia Gorla)