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La psicoanalisi sfida l’Adolescenza – report a cura di Antonella Sessarego

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26 Settembre 2015 C.P.F.  LA PSICOANALISI SFIDA L’AD0LESCENZA

Centro psicoanalitico di Firenze

E’ stata una bella e intensa mattinata di lavoro quella che si è svolta sabato 26 settembre nel Giardino d’Inverno di Montedomini, organizzata dal Centro Psicoanalitico di Firenze con la partecipazione di Anna Maria Nicolò, Diomira Petrelli e Rossella Vaccaro che hanno dialogato tra loro e con il pubblico.

Si è parlato di adolescenza nella teoria e tecnica psicoanalitica e nella consultazione clinica.  L’interesse verso questo tema e la competenza delle relatrici hanno richiamato un pubblico numeroso e particolarmente attento.

La mattinata è stata introdotta da Rossella Vaccaro, del Centro Psicoanalitico di Firenze, che con una bella e chiara esposizione ha subito richiamato l’attenzione sui principali snodi dell’adolescenza, argomento  di cui si parla molto e spesso anche con preoccupazione. Si parla di adolescenti inquieti e inquietanti e se il modo di essere adolescente oggi è cambiato molto, sono cambiati anche i contesti sociali e familiari.  C’è un’interazione tra un mondo che cambia e fa cambiare, e con il verso del cambiamento  comunque sempre orientato in entrambe le direzioni.

Citando Philippe Jeammet Rossella ci ricorda come esista un profondo legame che ancora l’adolescenza all’infanzia. Le modalità di funzionamento dell’adolescente rivelano ciò che da bambini si è vissuto o non vissuto, ciò che ha contribuito all’organizzazione psichica, rivelandoci così il mondo interno e i suoi equilibri. La pubertà mette alla prova la solidità delle risorse interne dell’individuo e attraverso l’elaborazione di esperienze di separazione si gioca l’uscita dall’infanzia; con la sessualizzazione dei legami di attaccamento l’adolescente è costretto a un riaggiustamento dello spazio familiare.

Tale è il lavoro psichico da svolgere in questa fase della vita che talvolta la visibilità e l’esagerazione di certi comportamenti adolescenziali fa  confondere  percorsi di sviluppo normali, dove certe condotte sono transitorie, con condotte patologiche gravi e persistenti.

Gli adolescenti da sempre nel loro differenziarsi dagli adulti usano loro codici e un loro linguaggio che cambia nelle generazioni, un po’ come cambiano i generi musicali che  gli adolescenti amano, vere e proprie colonne  sonore di ogni adolescenza. Una delle più grosse differenze con il passato delle attuali generazioni  è rappresentata dalla padronanza di un mezzo di comunicazione globale che non ha eguali nella storia e che forse ancora di più accentua la distanza tra adulti e adolescenti.

Rossella conclude il suo  intervento con una poesia di Rilke tratta dal Diario Fiorentino, scelta molto azzeccata, dove il linguaggio del poeta arriva al cuore del problema, la conquista dell’identità e la necessità per ognuno dopo essere andati lontani “per lungo e per largo”  di ritrovare “la sua patria in se stesso”.

L’intervento di Anna Maria Nicolò è stato complesso e importante. Complesso per il tema trattato: ci ha infatti portato dentro la trasformazione del corpo e della sessualità  nell’adolescenza, con un chiaro e scorrevole linguaggio.

Non esiste un’altra età della vita come l’adolescenza, dove il corpo ha una così cruciale importanza. I compiti evolutivi di questa età sono enormi, accettare e integrare la novità del corpo mutato e sessuato, integrare l’aggressività e ristrutturare la propria identità. Anna Maria ci ricorda però che l’adolescenza non è solo una fase della vita “, è una sorta di enzima che stimola la nostra mente verso specifici compiti e nuovi funzionamenti”. Permettere all’enzima adolescenza di funzionare nella nostra mente significa mettere in atto un processo complesso, che non si esaurisce in una sola stagione. E’ un processo che dura durante tutto l’arco della vita e che trova nell’adolescenza un punto di snodo significativo, perché qui si concentrano le nuove esperienze che dovranno essere vissute e integrate; nell’adolescenza è il corpo che si impone all’attenzione della mente.

Uno degli esempi più comuni di questa difficoltà d’integrazione è l’uso della pelle  come superficie di iscrizione:  piercing, tatuaggi, bruciature, self cutting, manifestazioni che rimandano al tema dello sguardo di noi su noi stessi e dell’altro su di noi.   In un periodo della vita in cui sensazioni e stimoli sensoriali sono necessari per stabilire il nucleo di una stabile identità, l’adolescente ha bisogno dell’altro per contenere e integrare le sensazioni del corpo (come il bambino ha bisogno della madre), se l’altro non ha queste caratteristiche si rischia un sovraccarico di richieste e di conseguenza un ricorso agli agiti.  La necessità dell’altro, ci dice Anna Maria Nicolò, è impellente nel momento in cui è avvertita la scissione tra il sentire e il pensare. La costituzione dell’identità di genere vede  accanto alla partecipazione attiva del soggetto, la presenza del condizionamento rappresentato dall’ambiente familiare e sociale. In realtà l’identità di genere è un processo che non finisce mai nella vita, influenzato e rimodellato costantemente attraverso l’evolversi delle relazioni.

Il corpo inteso quindi come risorsa e come difesa, che può rappresentare anche qualcosa cui è possibile aggrapparsi, un legame con la realtà.

L’appassionato intervento di Diomira Petrelli ci ha portato dentro una stanza d’analisi in un servizio pubblico di consultazione per adolescenti, studenti tra i 18 e i 25 anni.  E’ stato un intervento in “presa diretta” di chi questa esperienza l’ha vissuta con tante difficoltà e soddisfazioni.  Diomira ci ha raccontato di alcuni ragazzi incontrati in questo servizio, le loro storie, l’importanza delle piccole osservazioni.  Ci ha parlato di scambi profondamente significativi, dello spazio, a volte faticosamente conquistato, in cui si svolge l’incontro. Il caso dell’adolescente che “si perde”, confonde le strade e arriva negli ultimi minuti, per poter poi essere capace di trovare la strada e iniziare un profondo “lavoro”.

Nell’organizzazione di questo servizio, pensato per gli adolescenti, ci sono alcune caratteristiche tecniche, come l’aver programmato un numero fisso di sedute di consultazione, argomento che suscita dibattito e confronto. Diomira spiega con chiarezza, nel suo intervento, la necessità di sfuggire alla seduzione di fare “una specie di psicoanalisi” e di come intenda questo tipo di servizio “ in continuità e differenziazione dalla psicoanalisi”. Utilizzando la metafora del viaggio, dell’incontro in treno, ci racconta come “affidabilità e competenze acquisite” sono le caratteristiche che lo psicoanalista mette in campo nell’incontro di consultazione, dove è il livello di intimità che si crea a  rendere possibile la profondità dell’incontro.

Un incontro la cui “incompletezza” non va ridotta, ma accolta anch’essa come una dimensione del possibile lavoro, insieme all’osservazione di ciò che appare “della superficie e dei margini”, la necessità di cogliere ogni segno, anche ciò che avviene nel “corridoio” dell’incontro.

Altro elemento tecnico interessante di questa esperienza è stata la riproposizione di cicli di incontri programmati a distanza di tempo,  che hanno consentito di cogliere “il lavoro sommerso”, quello che il paziente, ma anche l’analista, hanno fatto nel periodo della lontananza. La concomitante presenza di un gruppo di supervisione è un necessario elemento correttivo, in particolare modo quando si lavora in una  situazione di  così breve e intenso contatto.

Raccogliendo la sfida tra adolescenza e uno dei punti più solidi della psicoanalisi, Anna Nicolò nel suo intervento finale, ci ha ricordato che il setting non è più concepibile solo come contenitore, cornice, ma è esso stesso contenuto, quadro.    Questo ormai ci ha insegnato la terapia con pazienti gravi e con gli adolescenti, con i quali la prima parte del lavoro è sempre stata la costruzione del setting, distinguere il dentro dal fuori.    E’ ormai evidente che la funzione analitica della mente dell’analista, oltre che nel setting tradizionale e nella formazione, deve cimentarsi in altri setting diversi. Il lavoro con gli adolescenti ci fornisce pertanto materiale per una nuova sfida della tecnica psicoanalitica.

La formula del dialogo tra le relatrici, con brevi reciproci interventi alla fine delle relazioni e lo spazio dedicato alle domande, ha reso particolarmente interessante la discussione e stimolato la partecipazione del pubblico. Una mattinata che è terminata lasciando certamente ancora molte domande aperte, una sfida per ognuno di noi per nuove possibili risposte.

Ottobre 2015

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