Territori, esplorazioni
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Pananti B. Col nome del delirio. La legge 180 a Firenze

Col nome del delirio

Storia di un manicomio, una memoria recuperata

Bianca Pananti, psicoterapeuta di gruppo, dal 2003 lavora in ambito della salute mentale adulti, ( progetti sulla narrazione autobiografica e sulla memoria collettiva). Collabora con vari enti ed associazioni in cui la ricerca artistica si sposa con quella clinica e terapeutica.

 Quando nel 2008 coordinavo le “case famiglia”, per la Salute Mentale del Quartiere 2 di Firenze, il dott. Giuseppe Saraò mi chiese di raccogliere le storie di quei pazienti che erano stati ricoverati in manicomio e di cui si erano perdute le cartelle cliniche. La ricerca evidenziò grosse lacune non soltanto nella memoria dei singoli pazienti, ma anche e soprattutto nella storia generale del manicomio. 

    Anni dopo partecipando al trasferimento di questi stessi pazienti in strutture definite “a vita”, dove avrebbero vissuto l’ultima parte della loro esistenza, sentii l’esigenza di ricomporre la storia del manicomio attraverso le testimonianze di chi l’aveva vissuta in prima persona, e di colmare quel vuoto di memoria che adesso mi appariva un’intollerabile mancanza, un buco nero nella storia sociale, oltrechè psichiatrica, della città e del paese. 

Inizialmente avevo immaginato che le testimonianze migliori potessero essere quelle dei vecchi pazienti, non avevo però calcolato la loro comprensibile reticenza a rievocare il degrado umano al quale erano stati più o meno costretti. Perlopiù, i “matti” non volevano raccontare, per loro era molto meglio dimenticare il passato manicomiale e concentrarsi invece sul presente e sul futuro. Per gli operatori, al contrario, raccontare è stato liberatorio. Psichiatri, infermieri, operatori di varia natura, ognuno di loro ha fornito la propria analisi e ripercorso la propria esperienza, con ricchezza di dettagli e particolari punti di vista, rispondendo al ciclico bisogno di narrare la propria traiettoria vitale e professionale per ritrovarne il senso, ciascuno secondo la propria tonalità emotiva che affiora da ricordi spesso dolorosi e scomodi, ma anche da commoventi ricordi di straordinari ed intensi contatti umani. Con l’aiuto dei miei collaboratori, lo storico Simone Malavolti,  e il videomaker Leonardo Filastò, non è stato difficile  instaurare un rapporto di fiducia con i trentatré intervistati, perché non aspettavano altro che di poter rielaborare il proprio vissuto in forma più aperta, al di là dall’ambito più strettamente professionale, e in fondo, ciascuno a suo modo, poter rivelare che l’esperienza manicomiale era stata per loro, nel bene e nel male, la lezione di vita più importante. Come se posti di fronte agli estremi della condizione umana fossero stati costretti, una volta ritornati alla quotidianità della cosiddetta società civile, a ricalibrare i propri valori.  Che questa esperienza  avesse assunto un valore formativo anche e soprattutto al livello umano è espresso chiaramente da alcuni di loro. Penso al Dott. Giuseppe Germano che alla domanda “cosa le hanno insegnato i suoi pazienti?” risponde: “A vivere! Direi che tutta la mia vita poi è stata così caratterizzata da un sentimento nei confronti degli altri che viene da questa esperienza”, o al vivo entusiasmo della professoressa Graziella Magherini, coordinatrice del gruppo fiorentino, che racconta a distanza di quarant’anni, con un bagliore negli occhi, quasi a identificarsi col punto di vista dei pazienti, come abbatterono le mura alte tre metri per sostituirle con una rete “attraverso la quale si vedeva il mondo!”.

Foto aerea di San Salvi

    È attraverso l’intreccio delle loro biografie che è stato possibile ricostruire la storia del manicomio di San Salvi, che è venuto poi naturale, in fase di montaggio, articolare in tre parti: Il vecchio manicomio, il cambiamento e la chiusura. 

    Dalla prima parte emerge un quadro spaventoso che ricorda, a essere generosi, i gironi infernali del poema dantesco, ma più realisticamente, qualcosa di molto simile a un lager. Risulta che la percentuale maggiore di ricoverati  non aveva niente a che fare con i problemi mentali, erano perlopiù poveri, indigenti che le famiglie non erano in grado di sostenere. C’erano poi alcolizzati, emarginati di vario genere, adultere fatte internare dai mariti o ragazze troppo vivaci sessualmente dai genitori, e persino un reparto di bambini considerati “pericolosi a sé o agli altri”. Emerge anche lo stato deprimente della psichiatria, almeno fino agli anni cinquanta la disciplina più povera e negletta della medicina, che applicava terapie improvvisate e cruente, oltre che inefficaci,  lo shock insulinico, la malaria terapia e naturalmente l’elettroshock, che in un primo tempo si faceva senza anestesia e rilassamento muscolare e che quindi provocava facilmente fratture e traumi (si ricordi Antonin Artaud con la schiena spezzata da ripetute sedute di elettroshock), e il suo uso a fini punitivi più che terapeutici, terapia la cui efficacia è ancora oggi oggetto di accese controversie. Poi le celle di isolamento, la contenzione, lo stato generale di degrado, la sporcizia, la perdita dei diritti civili, e la spersonalizzazione dei pazienti che venivano chiamati col nome del delirio da cui erano affetti. 

    Poi il cambiamento, a iniziare dalle cose più elementari: le posate per mangiare, abiti veri in sostituzione dei “tonaconi” indossati senza mutande, e con l’arrivo dei farmaci verso la fine degli anni cinquanta, la possibilità di stabilire un vero dialogo con i pazienti fino ad allora abbrutiti non tanto dalla malattia ma dallo stato di reclusione caratteristico dell’istituzione manicomiale. E ancora, la trasformazione del personale da intransigenti guardiani a sensibili interlocutori dei ricoverati, l’apertura verso l’esterno, le prime case famiglia e così via. 

     In generale, la battaglia per restituire dignità ai pazienti, una lotta difficile, svolta su tutti i livelli, da quello legislativo a quello clinico, fino all’abbattimento dei muri veri e propri, parallelamente e in sintonia con la rivoluzione basagliana, anche se nell’esperienza fiorentina con divergenze rispetto alle sue frange più ideologiche, come di coloro che sostenevano e sostengono che la malattia mentale non esiste e che sia tutto un problema sociale. Una linea, quella fiorentina, che potremmo dire parzialmente moderata, prudente, ma con all’interno conflitti e tendenze diverse e contrastanti.

     E infine, con l’entrata in vigore della legge 180, la chiusura, un’ altro momento drammatico della storia del manicomio. Dopo l’iniziale entusiasmo, una domanda pressante: Persone cresciute e vissute per decenni all’interno dell’isolamento manicomiale, come avrebbero potuto accettare o soltanto potersi in qualche modo orientare nel mondo esterno? E da questo, altri a problemi a catena, non ancora risolti. 

     Un racconto corale, denso e stratificato, che giustifica la lunghezza, di quasi due ore, insolita per un documentario. E la sorpresa, non prevista, dell’accoglienza del pubblico, accalorata e come risvegliata a un problema che era stato in parte rimosso e che torna a farsi sentire con tutta l’urgenza che merita. Ma anche le polemiche sulle quali è bene fare chiarezza, perché frutto di un equivoco. 

    La nostra intenzione era di ricostruire la storia del manicomio dalle testimonianze dirette, con il minimo d’interferenza da parte nostra, e ovviamente non potevamo averle da coloro che nel frattempo sono venuti a mancare, tra i quali importanti protagonisti, e tra i più radicali, del cambiamento. Ed è chiaro che il montaggio comporta delle scelte, ma ciò è stato fatto con la maggiore imparzialità possibile, senza alcuna intenzione politica o ideologica. Le accuse di aver scelto una linea di pensiero piuttosto che un’altra sono perciò ingiustificate. Si tratta della storia del manicomio di Firenze, che ha avuto, ci piaccia o meno, il suo particolare percorso e sul quale gli autori non esprimono giudizi, come si addice a un lavoro a carattere storico. Senza considerare che il lavoro è il risultato della collaborazione di tre persone, ognuna delle quali possiede un diverso punto di vista su tutta la vicenda. 

   Personalmente ed in quanto studiosa delle autobiografie, ero interessata a tutto ciò che riguardava la viva esperienza di chi aveva partecipato alla chiusura dell’ospedale psichiatrico e si era battuto per la creazione di un sistema diverso, e su cosa significava per ciascuno di loro, oltre che sul significato storico e sociale che l’evoluzione di questa istituzione ha rappresentato in generale.

   Desideravo inoltre che questa testimonianza avesse un’utilità sociale, di servizio alla cittadinanza, alla città di Firenze, al Quartiere 2, che inizialmente ha commissionato il lavoro, come memoria storica da conservare in archivio presso la propria biblioteca. E di poter allargare la conoscenza anche alle scuole, cosa che si è concretizzata attraverso dei progetti didattici, per sensibilizzare i più giovani a una storia che conoscono poco o non conoscono affatto. 

  E’ anche un lavoro che ha permesso e permette l’incontro tra persone e la nascita di un nuovo dibattito di cui sentiamo il bisogno in questo momento di radicalizzazione della società italiana, dove torna ad agitarsi lo spauracchio della riapertura del manicomio, instillando la paura del matto pericoloso con frasi che richiamano a “lo schizofrenico violento”. A questo proposito, non posso fare a meno di ricordare il sollievo di tanti familiari di pazienti psichiatrici che nei momenti di dibattito successivi alla proiezione del documentario, si rallegravano di aver potuto curare i propri cari in un Centro di Salute Mentale, e poter osservare l’orrore del manicomio che risvegliano in loro le immagini del video, come ormai una realtà lontana, ma con la quale dobbiamo ancora fare i conti. 

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