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Laggiù nel profondo: recensione di Maria Grazia Vassallo Torrigiani

 

A. Marzi e F. Ricci, Laggiù nel profondo. Mondo letterario e mondo psicoanalitico in Lehane, McCarthy, Schintzler, Serrano, Tobino, Nuova Immagine Editrice, Siena, 2017.



laggiuProbabilmente, noi e lui, attingiamo alle stesse fonti, lavoriamo sopra lo stesso oggetto, ciascuno di noi con un metodo diverso, e la coincidenza dei risultati sembra costituire la garanzia che abbiamo entrambi lavorato in modo corretto” (S. Freud, 1906, p.333).

Così scriveva Freud nella Gradiva, esprimendo la sua ammirazione nei confronti di poeti e scrittori e riconoscendo loro la straordinaria capacità di aver intuito l’esistenza dell’inconscio, in qualche modo scoprendolo prima della psicoanalisi. Riteneva che essi, rivolgendo l’attenzione alla propria interiorità, attraverso le loro opere erano riusciti a dare forma espressiva alla dimensione inconscia dell’esperienza, senza aver avuto bisogno di conoscerne le “leggi” che “si trovano contenute nelle [loro] opere”; mentre invece lo psicoanalista dovrà faticosamente, con studio e applicazione, rintracciare “queste leggi analizzando le [loro] opere poetiche, così come le ricaviamo dai casi di malattia reale”.

Freud, e tutta una tradizionale metodologia di analisi letteraria che a lui si richiama, assimilava le creazioni artistiche ai sogni e ai sintomi, e “applicava” alla letteratura i costrutti teorici della disciplina da lui creata, “stendendo” sul lettino, per così dire, i personaggi creati dall’immaginazione degli autori, o gli autori stessi, certo che così si potesse giungere alla interpretazione più vera e profonda dell’opera in quanto se ne individuava il radicamento in determinate costellazioni psichiche inconsce dell’autore, se non decisamente in tratti patologici.



Dopo più di un secolo di vita, il contributo di coloro che sono venuti dopo Freud, M. Klein, D. Winnicot, W. Bion, tanto per citarne alcuni, ha sviluppato il pensiero verso nuove ed inesplorate dimensioni. Il mistero della creatività artistica, a sua volta, è stato avvicinato esplorandone funzioni che vanno oltre a quelle esclusivamente sintomatico-difensive e sublimative, vuoi in direzione di processi riparativi dell’oggetto e del sé, vuoi in direzione di ipotizzarne il radicamento in una sorta di creatività primaria, intesa come espressione della spinta ad esistere, che sostiene lo sforzo affermativo e psichicamente vitale di utilizzare simbolicamente il piacere ludico dell’immaginazione e della sensorialità.

Tralasciando tutta una serie di questioni che meriterebbero ben più approfondite riflessioni, a cui rimando nella recensione che comparirà nella Rivista di Psicoanalisi, il rapporto tra psicoanalisi e letteratura può declinarsi lungo tre percorsi di indagine. Focalizzandosi sul mistero della creatività artistica e della funzione psichica che essa va ad assolvere; o sull’analisi del testo; oppure sulla risposta emotivo-affettiva del lettore nell’incontro con l’opera, risposta che è in primo luogo “estetica”, ossia fondata nel corpo e nella sensorialità, come l’etimologia del termine ‘estetica’giustamente suggerisce.



Nel loro libro, lo psicoanalista Andrea Marzi e il critico letterario Francesco Ricci si sono posti in una prospettiva che parte appunto dal loro incontro, come lettori partecipi, con cinque importanti romanzi che spaziano dagli inizi del Novecento ai nostri giorni, accogliendo i testi dentro di sé, facendosi coinvolgere, e utilizzando poi le impressioni in loro suscitate come risorsa conoscitiva, da filtrare attraverso le loro specifiche competenze.

Le opere che hanno scelto sono Shutter Island, La Strada, Fuga nelle tenebre, Dieci donne, Le libere donne di Magliano: con sensibilità e competenza Marzi e Ricci sono entrati in dialogo tra di loro e con i personaggi, le storie e le atmosfere emotive magistralmente create dall’immaginazione di Lehane, McCormick, Schnitzler, Serrano, Tobino. Ad ognuno dei testi hanno prestato un duplice ascolto, letterario e psicoanalitico, per illuminarne e ampliarne ulteriormente i percorsi di comprensione e di senso attraverso una fruttuosa collaborazione creativa dei due vertici di lettura, autonomi ma anche intersecantesi nel riverberarsi qua e là di echi, rimandi, spunti di pensiero complementari, come avrà modo di sperimentare chi si immergerà in questo piccolo, interessante itinerario psicoletterario.

Una breve introduzione di Marzi, pregnante ed incisiva, chiarisce al lettore il senso dell’operazione che ha preso forma in questo libro e come essa si colloca nel variegato territorio in cui psicoanalisi e letteratura si sono incrociate.

Mi fa piacere offrire ai lettori di questa nota una piccola preview di come i due Autori ci accompagnano nell’esplorazione dei mondi narrativi in cui si sono inoltrati. E non me ne vogliano Marzi e Ricci se ometterò volutamente, nelle citazioni, l’attribuzione ora allo psicoanalista ora al critico, in quanto il mio intento è proprio quello di mostrare al lettore come al di là di metodi e competenze specifiche, nel restituirci la loro esperienza di lettura dei singoli testi i due Autori siano riusciti a trovare echi l’uno nelle parole dell’altro.



Si comincia con Shutter Island , di Dennis Lehane, “… un’opera che funziona come la mente folle fatta pagina, che ci conduce nei luoghi dell’irrealtà creduta reale” (p.34), romanzo ove l’angoscia umana regna incontrastata, originata da una molteplicità di eventi traumatici, esperienze emotivamente insostenibili, luoghi inquietanti, ma non solo; vi è “anche un’altra angoscia…che disvela la vastità delle zone selvagge d’oscurità che sono nell’uomo. Si tratta dell’angoscia legata al completo smarrimento della propria identità, dell’occultamento- tanto più drammatico quanto più inconsapevole e incontrollabile- della verità del proprio io sotto una struttura narrativa emotiva complicata e limacciosa, che finisce per sovvertire ogni ruolo, facendo del cacciato il cacciatore, del ricercato il cercatore” (p.20-21). “Verso la conclusione si palesa … come tutto il libro sia un viaggio all’interno della mente di Teddy/Andrew…siamo effettivamente inglobati e ospitati nella mente delirante…” (p.28)



E poi La strada di Cormac McCarthy: “Si presti attenzione al cromatismo. Come l’ultimo Goya…anche McCarthy riduce la sua tavolozza a pochissimi colori, scialbi e sporchi…Il silenzio immobile. Silenzio opaco, silenzio plumbeo, che apre il romanzo…che chiude il romanzo, incorniciando un frammento di Nulla.” (p.39) “Attraverso quale pratica di vita può aversi fuoriuscita dalla barbarie, dalla violenza, dalla disumanità più cieca e abietta?...Occorre tornare a prendersi cura l’uno dell’altro, a partire da chi non c’è più” (p.44) “L’ambientazione è un pretesto, benché per certi versi ineludibile e fondamentale, per raccontare questo viaggio profondo, al contempo esterno e interno, dei due protagonisti, in continuo dialogo, fino alla morte del padre, che alla fine lascia il testimone al figlio, che dovrà ‘portare il fuoco’” (p.47). E suggestivamente si potrebbe anche pensare a tutto il romanzo come figura di un cataclisma interiore, una drammatizzazione di movimenti all’interno del Sè, “tra un aspetto paterno e un aspetto bambino che necessariamente entrano in un dialogo serrato nel momento in cui un certo tipo di evoluzione psichica del pensiero…sia assolutamente necessaria…”( p.49).

Ambientato nella Vienna primi Novecento, Fuga nelle tenebre di Arthur Schnitzler è la discesa negli oscuri abissi di una mente via via risucchiata da un delirio paranoico, dove “L’accelerazione del ritmo narrativo negli ultimi due capitoli traduce sul piano della scrittura il precipitare degli eventi, l’inesorabile scivolare di Robert proprio dentro uno di quegli abissi, quello della follia, di cui negava perfino l’esistenza. Questa accelerazione è ottenuta da Schnitzler attraverso il rapido mutare dei luoghi dell’azione,...il frequente ricorso a verbi di movimento, l’impiego di uno stile veloce che non disdegna una sintassi di tipo paratattico.”( p.62) “Quello che inquieta in tutta questa vicenda che precipita, credo, è anche il fatto che l’Autore riesce a dipingere con sapiente maestria una realtà psichica in bilico, in cui normalità e patologia oscillano di continuo, si scambiano, vivono in contemporanea o comunque nello stesso soggetto, competono per il primato nella mente…” (p. 71)



Dieci Donne, di Marcela Serrano, è un “… libro su dieci singoli personaggi femminili, ma al contempo può essere visto anche come un romanzo di gruppo e sul gruppo….è come una lunga seduta di gruppo, o meglio una ante seduta di gruppo…” (p.89). “E alla fine dei racconti esistenziali di tutte queste donne/pazienti, noi possiamo cogliere alcuni tratti comuni a tutte o quasi queste protagoniste: da tutti i racconti emerge ad esempio il tema centrale dell’abbandono e delle sue potenzialità patogenetiche, con il corollario molto importante della solitudine, della helplessness, della perniciosità di vivere in un’atmosfera interiore di menzogna e falsità, mentre centrale è sempre la ricerca di identità e verità” (p. 91).

E proprio quella del ‘ricordare’, non a caso, assieme a quella dell’attendere’ e del ‘sopportare’- l’arte dell’attesa, l’arte della pazienza-. è l’area semantica alla quale ineriscono alcune delle occorrenze linguistiche più rilevanti di Dieci Donne … Il ricordo - da qui la sua importanza - assolve il compito di garantire un minimo di unitarietà e di stabilità all’identità del soggetto narrante (ciascuna delle nove donne recita un omologo-racconto), identità che rischia di venire incrinata dalle continue trasformazioni provocate dal vivere…” (p. 84).



Infine Le libere donne di Magliano, dove sembra che l’Autore, Mario Tobino, psichiatra manicomiale nella Toscana post bellica, “…sorta di sintesi psico-letteraria…si sforzi intensamente di impregnare di vissuto poetico i pensieri e i comportamenti psicotici, di dare cioè motivazioni poetiche a tutto il mondo che descrive. Questo talora pare creare un contrasto, … una sorta di stridore: non c’è poesia nella psicosi. Però, a ben guardare, è il mezzo peculiare di Tobino per approcciare la follia, per organizzare in pensiero creativo la ridda di emozioni e vissuti turbolenti che essa suscita, per elaborare lo sgomento perfino disperante che nasce dal confronto con essa, per non perdere di vista l’uomo psicotico, non la psicosi nell’uomo” (p 119). “Così in Tobino l’amore è, in primo luogo, non un generico amore per i malati e il personale che li assiste, ma è un amore che viene declinato, di volta in volta, sulla base di quello che costituisce il destinatario…della sua cura e delle sue attenzioni. Sotto questo aspetto, l’elenco di nomi che marca con forza la struttura compositiva del romanzo si pone agli antipodi di ogni asettica registrazione anagrafica.” (p.114).

Riprendendo e parafrasando la citazione di Freud che ho posto nell’incipit, penso si possa convenire che le assonanze nella ‘conversazione’ di Marzi e Ricci con i testi e tra loro, e la coincidenza dei risultati, sembra costituire una garanzia che hanno entrambi lavorato in modo corretto.