Musella R. (2026) “Fallo parlare”
Introduzione Circa trentacinque anni fa, poco dopo il mio ingresso nella scuola di specializzazione in psichiatria, colui che considero il mio primo Maestro — uno degli ultimi psichiatri per cui la psicoanalisi occupava ancora un posto centrale nell’insegnamento universitario — mi affidò la cura di un giovane paziente affetto da una gravissima forma di schizofrenia ebefrenica. Il ragazzo era profondamente regredito, presentava enuresi ed encopresi funzionale, importanti stereotipie motorie e un linguaggio ridotto a poche parole ripetute meccanicamente e pronunciate in modo sincopato e confuso: si-sì, no-no, papà, caffè, fummà, appiccià, ovvero fumare e accendere riferendosi ad una delle circa cento sigarette che fumava ogni giorno, succhiandole voracemente, come a restare attaccato ad un seno da cui non riusciva a staccarsi neanche per comunicare. Accolsi quell’incarico — che oggi definirei senza esitazione impossibile — con l’entusiasmo giovanile e il desiderio di mettermi alla prova. L’unica indicazione che mi diede il Maestro fu tanto semplice quanto iperbolica: «Fallo parlare». Quell’esperienza iniziale introduce il nucleo attorno a cui ruota il nostro seminario: la parola e la sua ombra. Da un lato il ruolo fondativo della …
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