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Patrizia Bonanzinga: Spazi di Relazione.

Galleria Passaggi, Pisa, 8 Ottobre- 3 Dicembre 2016

Maria Grazia Vassallo

 

Bella, interessante e ricca di suggestioni la personale di Patrizia Bonanzinga, fotografa e instancabile viaggiatrice, i cui lavori hanno dato luogo a diverse esposizioni e pubblicazioni- anche internazionali- oltre ad essere presenti nelle collezioni della Galleria Nazionale e al MAXXI di Roma e di altre sedi pubbliche e private in Italia e all’estero.

In mostra a Pisa una selezione di opere recenti, relative a tre distinti corpus di immagini che esplorano ciascuno luoghi differenti: il “sublime” naturale delle terre artiche (Groenlandia), gli spazi architettonici di antichi edifici eretti dai colonizzatori portoghesi in Mozambico (Nelle Mie Stanze), e contesti metropolitani contemporanei in America (The Big Data World).

Bonanzinga si mette in relazione con questi spazi non con distacco documentaristico, bensì registrandone evocazioni, risonanze, interrogazioni, consegnandoci immagini animate da una complessità di trame emozionali e di senso che contengono molto più di ciò che mostrano, e sotterraneamente collegate da una riflessione sulla temporalità, e di conseguenza sulla memoria.

“Io, fotografa, scatto principalmente con l’iPhone, come oggi tutti fanno- ha affermato- perché ciò che differenzia l’occhio del professionista è il progetto”.

Come a dire: nessun nostalgico o elitario rimpianto del passato, prendo atto che questo è il presente, l’era del digitale, e con esso mi confronto ed opero; nella consapevolezza, comunque, che ciò che fa la differenza in un’epoca in cui siamo sommersi dalle immagini sia- e riprendo il termine da lei usato- “il progetto”.

Mi viene in mente il Calvino delle Lezioni Americane, che proponeva la “visibilità” come valore da salvare per il nuovo millennio, per un’epoca caratterizzata da “una crescente inflazione di immagini prefabbricate” che rischiano di impoverire, o di ottundere, quella fondamentale capacità umana che consiste nel potere di “mettere a fuoco visioni ad occhi chiusi”. Chiusi ma aperti sul mondo interno – viene da chiosare- in contatto con le fantasie e le emozioni che lo abitano.

Allora cos’è “il progetto”, se non qualcosa che origina da una ricerca, da una tensione in primo luogo interiore, sostenuta dal desiderio e dall’immaginazione? E “progetto” è anche orientamento dello sguardo- intessuto di memoria ed emozioni- è vertice e prospettiva di senso , visione che inquadra ed interpreta l’oggetto su cui l’occhio si posa. La rappresentazione della realtà oggettiva non è mera trascrizione, ma trasfigurazione che trasmette la realtà dell’esperienza che ne facciamo.

unnamedBonanzinga utilizza le possibilità offerte dalle moderne tecnologie digitali di manipolazione dell’immagine per dare forma espressiva alla sua visione; in particolare, attraverso giochi di duplicazione, trasparenze, sovrapposizione e rimontaggio dell’immagine, suscita un effetto di disorientamento percettivo con un risultato di forte impatto emozionale ed estetico.

In Groenlandia #1, un possente ghiacciaio si staglia nella luce irreale e sospesa di una notte bianca, circondato da gelide acque in cui biancheggiano sparsi cumuli di ghiaccio. La maestosità del ghiacciaio è amplificata dall’artificio tecnico di un raddoppiamento dell’immagine quasi impercettibile a prima vista- rivelato da un lievissimo disallineamento lungo l’asse centrale della foto- che tuttavia, una volta percepito, introduce una sorta di spiazzamento che attiva lo sguardo e la mente dello spettatore.

Bonanzinga dichiara che l’ambiguità dell’immagine vuole rimandare ai rischi dei cambiamenti climatici, al progressivo scioglimento dei ghiacciai, ad un loro dimezzamento virtualmente contrastato, nel suo intervento fotografico, dal raddoppiamento operato nella fase di elaborazione tecnica, “con il preciso intento utopico e anche il desiderio, sempre utopico, di riparare i danni”.

Gli iceberg sono peraltro anche enormi contenitori di memorie, in quanto in essi è depositata la memoria del tempo degli oceani. Mi viene in mente la celebre metafora che Freud utilizzò nel 1915, in Metapsicologia, paragonando l’apparato psichico all’iceberg di cui solo un settimo della massa galleggia al di sopra dell’acqua. La punta dell’iceberg, ciò che emerge ed è visibile, è come la parte cosciente della nostra vita psichica, mentre l’immensa parte sommersa e non visibile rappresenta l’inconscio, archivio di memorie di esperienze psichiche non direttamente accessibili che tuttavia ci costituiscono e determinano sotterraneamente molti nostri vissuti e comportamenti. Cercare e mantenere il contatto con tutta la ricchezza e complessità del nostro mondo interiore arricchisce la consapevolezza di sé, e aumenta la capacità di vivere, sentire e creare legami autentici.

unnamed 2Lo scioglimento dei ghiacciai, ossia fuor di metafora la perdita del contatto e l’ottundimento della nostra vita interiore, non può che contribuire a quei fenomeni individuali e sociali propri della “società liquida”, così ben descritti da Baumann per definire le caratteristiche dell’universo umano post-moderno, appiattito sul presente, privo di memoria e di ancoraggio affettivo, dominato dal narcisismo individuale e dalla esaltazione della fluidità dei legami.

Anche le immagini degli antichi edifici in Mozambico evocano l’idea del passato e della storia , delle vicende umane e sociali che hanno animato quei luoghi ora solitari ed abbandonati, che Bonanzinga riscatta esteticamente nelle loro geometrie architettoniche e fughe prospettiche, nelle stratificazioni materiche delle pietre corrose dal tempo.

Nella serie Big Data, le atmosfere di un presente quasi avveniristico ci confronta con i rischi di una accelerazione tecnologica che sfida le attuali capacità umane di assimilazione ed adattamento mentale ai nuovi scenari e alle nuove opportunità. unnamed 1La rete di dati capace di creare questo brave new world è come una divinità luminosa che domina l’oscuro mondo della finanza internazionale; o che imprigiona gli individui dietro vetri che li sdoppiano in riflessi virtuali, e che li incatena in una solipsistica relazione con dispositivi/protesi elettroniche sempre più mirabolanti, in grado di connetterli con tutto e tutti ma non di metterli in contatto, come nella fotografia delle scale della metropolitana, costruita con trasparenze e sovrapposizioni a creare un effetto di vertigine e spaesamento. Le scale che scorrono verso il basso sono popolate da una folla anonima di individui, isolati benché circondati da altri esseri umani, che è come scivolassero senza sforzo in un universo senza riferimenti spaziali, attraversato da rapidissimi flussi di informazioni che passano via velocemente, senza che vi sia il tempo di sostare, metabolizzare stimoli ed emozioni, costruire pensieri che orientino i percorsi futuri nella consapevolezza di ciò che è già stato.

L’Angelo della Storia di Benjamin avanza con lo sguardo rivolto al passato. Il vento tempestoso del tempo e del progresso non può che trascinare l’uomo in avanti, ma questo dato ineludibile non ci esime dalla responsabilità del futuro individuale e sociale che andiamo a costruire:

“Tempo presente e tempo passato / sono forse entrambi presenti nel tempo futuro/ e il tempo futuro è contenuto nel tempo passato” ( T. S. Eliot, Four Quartets).

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