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Giuffrida A. (2010). L’erotico e il materno nella costituzione dell’identita della donna.

6 febbraio 2010 , La Colombaria, Firenze

Seminario su Figure del femminile

La questione del femminile in psicoanalisi, pur avendo oramai ricevuto moltissimi contributi, sembra ancora non essersi sottratta del tutto a quell’alone di mistero che Freud le attribuì quando attraversò quella terra che gli apparve così oscura.

Oggi sicuramente la ricerca psicoanalitica è progredita molto in questo ambito e la ricchezza dei contributi presenti nel libro Figure del Femminile (2009), a mio parere, ne è un esempio, tra tanti.

Sappiamo quanto la teoria sulla genesi dell’identità femminile, nella nostra disciplina, sia stata e sia tuttora marcata da profonde divergenze. Come se l’invisibilità dell’organo sessuale femminile, la sua natura interna e soprattutto il mistero che accompagna la funzione generativa della donna richiedessero come risposte la molteplicità delle ipotesi.

Tuttavia l’interrogazione che mi appare fondamentale, e che si annida a volte esplicitamente, altre in maniera più implicita oggi per la psicoanalisi si aggira attorno all’idea delle potenzialità di trasformazione dell’inconscio.

Credo che l’osservazione del “femminile” sia un vertice privilegiato da cui guardare verso questa prospettiva.

Non vi è dubbio, infatti, che la “condizione sociale delle donne” sia divenuta nel mondo occidentale tutt’altra che quella in cui versavano le contemporanee di Freud; eppure egli per molti di noi rimane comunque, anche su questo argomento, l’interlocutore principe. Accompagnato di certo da tutti quegli analisti che in seguito si sono occupati della genesi della femminilità, a partire dalla Klein, ma anche a partire dai testi delle pioniere che restano per me la testimonianza della forza dei fantasmi dell’“infantile”, base costitutiva delle nostre teorie.

Transfert irrisolto e irrisolvibile con il fondatore della nostra disciplina? O perché in fondo le donne, le nostre analizzande, continuano a portare in analisi la stessa fantasmatica, accompagnata dalle stesse sofferenze di Dora, di Emmy, di Katharina e delle altre ispiratrici della “talking cure”?

E benché oggi sia la maternità che la sessualità femminile sembrino essere divenute aree di saperi e di manipolazioni – quindi aree soggette ad un grande controllo – sprigionano entrambe per ogni singola donna, a prescindere dalla provenienza culturale di ciascuna, quelle terribili inquietudini che da sempre tormentano il genere femminile (e maschile).

Conseguenza dell’atemporalità delle rappresentazioni inconsce? O delle difficoltà della psicoanalisi a pensare il “nuovo”?

Per quest’ultima l’“illusione sessuologica”, con i suoi miti nozionistico-cognitivi invasivi del tessuto sociale, misconosce l’essenziale della sessualità umana, e cioè la sua dimensione inconscia. Questa infatti si fonda sulla sessualità infantile e la sua rimozione. Rimozione dovuta al fatto che il bambino non è in grado di trattare né psichicamente né somaticamente l’eccitazione endogena, e quella esogena che gli proviene dalla relazione con i genitori.

La polimorfia della sessualità infantile produce due effetti fondamentali: la non equivalenza del sessuale e del genitale e la dissociazione della sessualità dall’istinto di riproduzione. Essa “snatura” la sessualità e ne fa un fenomeno fantasmatico.

In quanto al materno o alla maternità, la psicoanalisi vanta a buon diritto una letteratura assai vasta dove la fantasmatica legata alle prime cure, alla relazione genitoriale, al desiderio di gravidanza e così via di seguito ha ricevuto apporti convalidati da anni di esperienza clinica.

E allora che cosa è cambiato?

Innanzitutto sono cambiati i sintomi: tanto per fare un esempio oggi la “grande isterica”, di charcotiana memoria, non si incontra quasi più, se non in rare occasioni e in contesti sociali meno acculturati. Ma l’isteria in quanto sofferenza, qualcuno mi obietterà, si manifesta sempre, con il suo corteo sintomatico che va dalle conversioni somatiche alla fobia. E così avviene per altre forme psicopatologiche. Forse sono più sfumate, meno inscrivibili in nosografie note, ma alla fine lo psicoanalista avvertito le riconosce, anche sotto mentite spoglie.

Tuttavia, propongo, in linea con quanto detto in apertura di discorso, che un grande cambiamento si stia in verità verificando, ed è quello che turba, disturba, imprime torsioni alle nostre teorie e ci obbliga continuamente a “lavorarle” e, dunque, sfida tutti i saperi consolidati. Esso si situa a parer mio in ciò che molti connotano come la “difficoltà a rappresentare” in altre parole una vera e propria sottrazione in seno all’apparato psichico del “luogo” della rappresentazione (inconscia).

Nel mondo di oggi, molto “trovato e poco creato” viene sempre meno consentita l’’appropriazione di una fantasmatica soggettiva e transizionale. Vengono somministrati ai singoli individui o gruppi di individui modelli e modi di essere preconfezionati. Le differenze si cancellano, e in modo particolare si attenuano le specificità attinenti alla identità di genere. Una forte omologazione caratterizza gli scambi sociali, e viene “normalizzato” non solo il modo di conformarsi alle regole del vivere comune, ma anche il modo per trasgredirle.

La spinta collettiva verso l’indifferenziato non fa che ostacolare l’assunzione di una identità specifica del femminile, quanto del maschile, spingendo i due sessi verso il “genere sessuale unico”, regno di un fallocentrismo troppo spesso patologico e perverso. Tanto più che le ideologie predominanti, lungi dall’esaltare la ricerca di uno specifico femminile, propongono per contro alle donne solo mete falliche, più o meno camuffate, confondendo per lo più parità di diritti con indifferenziazione identitaria.

Inoltre le singole patologie narcisistiche si amplificano e si consolidano attraverso la comunicazione mass-mediatica, che funge da cassa di risonanza e che si sostituisce in parte alla mediazione del Super-io genitoriale, residuo dell’attraversamento del complesso edipico.

Come sappiamo l’Edipo rimane per la psicoanalisi il grande “organizzatore”, in altre parole, un contenitore narrativo, ciò che rende pensabili e raccontabili le passioni e gli affetti che da sempre appartengono al genere umano.

Freud che comprese quanto l’umanità avesse bisogno di dare senso ai propri moti interni – e di fatto la grande rivoluzione che egli compì consistette anche nel dare voce e significato alla follia e in particolare alla follia delle donne – parlava dei miti come del linguaggio fondamentale degli uomini.

Ed è inseguendo questo lascito freudiano, nel mio percorso di attraversamento del formarsi dell’identità femminile nella doppia accezione del “materno” e dell’ “erotico”, che mi sono imbattuta nella figura di Giocasta, madre incestuosa di Edipo, e però personaggio avvolto dall’ enigma insoluto della sua scomparsa dalla letteratura ufficiale della psicoanalisi. Questa lacuna così evidente, e così poco enfatizzata mi è apparsa subito come degna di interrogazione. Come è possibile mi sono chiesta allora che il padre della psicoanalisi e dopo di lui tanti teorici della psicoanalisi abbiano potuto cancellare questa figura così centrale nel dramma di Edipo, dramma che per contro ha ricevuto tante fertili interpretazioni e tante rivisitazioni euristiche e arricchenti?

Ma se così è stato che cosa può rappresentare Giocasta, per la teoria psicoanalitica che non le ha conferito nessuno statuto particolare, preferendo come metafore animate dell’originario fantasmatico femminile altre figure mitiche, altre donne, intessendo altre trame o scenari primitivi, che non quelli di sbiadita comparsa riservati alla madre del centralissimo Edipo?

Giocasta, come sappiamo, si oppone al desiderio di conoscenza di Edipo.

La regina di Tebe si suicida solo quando Edipo finalmente sa, scopre la sua origine, solo quando il terribile segreto viene alla luce. Altrimenti, viene da pensare, avrebbe taciuto per sempre la verità e avrebbe vissuto senza vergogna la sua colpa.

Io non credo che la ragione della sua relativa assenza dalla teoria sia attribuibile al fatto che essa evochi una figura materna che non vuole e non può accettare la separazione dal proprio figlio. Tutto ciò sarebbe fin troppo accettabile per la dottrina ufficiale. Credo invece che la ragione sia da ricercare altrove e propongo che Giocasta possa rappresentare qualche cosa di quel femminile che per lungo tempo è rimasto muto nella teoria manifesta della psicoanalisi, godendo di una lunga latenza, che tuttavia ne ha corroso clandestinamente le negazioni.

Mi allineo con ciò che Green, indicava come uno dei possibili sviluppi mitopoietici del mito di Edipo, eleggendo per parte mia infatti la figura di Giocasta a componente fondatrice del “femminile della donna”, inserendomi in quel filone che individua in questo personaggio l’erede di quelle divinità materne ctoniane, di cui parlano molti miti delle Origini (evocati da Freud nello scritto sui Tre Scrigni, 1913). E così come Edipo è simbolo paradigmatico dell’uomo in relazione, Giocasta rappresenta un fantasma di un “femminile” silenzioso, ma potente nell’evocazione di un “troppo” che sfugge alla messa in forma rappresentativa. Ed è percorrendo per l’appunto questa tematica che, a parer mio, la psicoanalisi è riuscita a “penetrare” il mistero del femminile, quel “continente oscuro” che sembrava a Freud di così difficile esplorazione.

Di fatto già egli stesso aveva intuito molto di più di quanto la sua dottrina ufficiale sul femminile non abbia in seguito lasciato comprendere e la sua teorizzazione implicita, per intenderci quella che fa capo a “Un bambino viene picchiato” (1919), al “Tabù della verginità” (1917) e ai “Tre scrigni” (1913, prima citato), e la sua vena clinica (esiste un Freud clinico molto più avvertito sul femminile di quanto non facciano pensare i suoi scritti teorici) hanno comunque aperto un’area di ricerca alla quale alcuni AA. oggi hanno conferito una fisionomia condivisa e condivisibile.

Questo implicito della teoria freudiana appartiene allo stesso statuto di quella negazione che le donne medesime hanno da sempre perpetrato e continuano a perpetrare rispetto ad aspetti del loro psichismo, nascondendo al proprio sguardo, che in parte riflette sempre lo sguardo della propria madre, il segreto di cui sono custodi.

Come in un gioco di specchi, da madre in figlia e da figlia a madre, il terribile segreto della castrazione avvenuta, ma anche delle delizie dell’onnipotenza delle origini, rimbalza silenzioso, disperso tra le pieghe di un corpo femminile ridotto anch’esso troppo spesso al mutismo.

Cesura e insieme inseparabilità del fallico e del castrato, perché ogni donna è onnipotente e sconfitta, passiva, ma attiva nel mettere in atto la sua ricettività.

Giocasta, è simbolo, simbolo muto dell’eccesso: eccesso di materno e eccesso di erotico. Fantasma dell’eccesso, che trova la sua inscrizione in quella qualità particolare delle rappresentanze pulsionali, strettamente legate alle zone erogene medesime dell’anatomia femminile. E ancora eccesso informato dalla potenza della rimozione (negazione?) delle rappresentazioni dell’ interno del corpo, e dei controinvestimenti che ne derivano (Giuffrida 2007). Eccesso infine legato allo stupore di un’ interrogazione irrisolta e terrifica verso il potere della generatività (Tysebaert 2006) e delle prime cure materne.

Nel dettaglio:

Una prima inscrizione del fantasma di eccesso si situa nel registro della “carne” stessa del corpo femminile e nelle forme che assume il sessuale delle donne. Infatti il godimento femminile, “il corpo reso vagabondo, l’erogeneità generalizzata, errante senza frontiere” (Schaeffer 1998), si presta ,più del piacere che si sprigiona dalle altre zone erogene, a servire da appoggio alla “spinta costante” della pulsione, laddove l’Io è in grado di ricevere grandi quantità di libido; di cui si può dire che la pulsione insieme violenta e nutre l’Io. In un mio precedente articolo (“L’anatomia è un destino? Proposte metapsicologiche sul femminile della donna” (2007)) ho tentato di ancorare il processo di formazione della psicosessualità femminile alle fasi dello sviluppo della libido, in particolare modo in riferimento alla teoria dell’appoggio. L’intreccio del sessuale e dell’autoconservativo – tale è una delle tesi sostenute nel suddetto lavoro – nelle diverse fasi libidiche assume una fisionomia differente a seconda che la sede di questa articolazione sia un corpo di donna o un corpo di uomo. Sottolineo a questo proposito il fatto che gli organi genitali femminili acquisteranno solo tardivamente in adolescenza, o addirittura non l’acquisteranno mai (come avviene per il clitoride) la funzione autoconservativa e che quindi durante l’infanzia (contrariamente a quanto avviene per il pene), rimangono totalmente indipendenti da questa. Ipotizzo, partendo da questa constatazione, che la rappresentazione fantasmatica della madre verso la sessualità infantile femminile, “slegata” fine a sé stessa, possa essere dell’ordine del pericoloso, del debordante, in altre parole, contribuire anch’essa alla figurazione dell’“eccesso” (Giuffrida 2007).

La seconda inscrizione si lega a quella particolare declinazione dell’angoscia femminile che scaturisce dall’impossibilità di controllo della distruzione sempre potenziale degli spazi interni di un corpo “aperto”, senza protezione , “Angoscia dei prolungamenti interni della vagina che si perdono nella cavità addominale in un baratro senza fine né fondo” (Green 1991). Aspetto al quale sono stati dedicati molti contributi.

“Last but not least”, a queste si aggiunge il mistero della potenzialità procreativa che si accompagna a un sentimento quasi impensabile di onnipotenza. Sentimento cui, come è noto, né la realtà, né qualsiasi conoscenza scientifica “obiettiva” riescono a dare una smentita valida. Sappiamo inoltre quanto questo alone di onnipotenza infiltri le raffigurazioni della madre arcaica, orale, anale e fallica. Raffigurazioni la cui collocazione nel registro della dismisura viene rafforzato anche dallo stato di “disaiuto”, di neotenia dell’infans.

L’antropologia è di sostegno a queste tesi nelle parole di F. Héritier (2001), quando scrive:” In partenza l’essenziale è questo privilegio esorbitante delle donne di fare il simile e il differente; le loro figlie, ma anche i figli degli uomini, che (all’inizio) non poteva essere compresa finché si ignoravano i gameti e il loro ruolo” (pag. 132 traduz. mia)

Ne consegue altresì, per questa Autrice, che il fantasma di onnipotenza legato al “passaggio obbligato” attraverso il “femminile” al fine di (pro)creare “nuovi” uomini abbia potuto contribuire a relegare le donne per difesa spesso nel ruolo secondario di “corpo”, atto esclusivamente alla riproduzione della specie.

Anche il pensiero di M. Godelier (1996) si muove in questa direzione quando evoca il pericolo che deriva dalla sessualità femminile allorché questa, liberatasi e dissociatasi dalla regolazione istintuale dell’estro, diviene “naturalmente” disordinata, minacciando l’evirazione maschile (Freud 1917).

Questi tre registri contribuiscono a creare l’”irrappresentabile del femminile”, che sfida ogni simbolizzazione. Contro il quale, “furia assoluta”, per usare le parole di Cournut (1998), troppo spesso vengono prese misure sociali di esclusione di cui è piena la storia dell’umanità.

E a cui, è innegabile, il complesso di castrazione con la sua relativa angoscia e l’invidia del pene forniscono un valido contenimento e un’efficace rassicurazione. Per lo meno costruiscono uno scenario figurabile, cui legare quella particolare qualità dell’angoscia che scompagina la realtà psichica , collocandosi fuori- rappresentazione.

Edipo con la sua sete di sapere inaugura il sistema fallico e obbliga Giocasta necessariamente a decentrarsi, uccidendosi nel mito e a farsi da parte nella teoria, almeno così è stato per la psicoanalisi. Ma Giocasta non può e non vuole rinunciare al piacere estremo che le proviene da questo erotico-materno orgiastico.

Edipo parla, indaga, scopre la colpa, e con questa la possibilità di rappresentarsi la sua tragedia. Egli è colui che isola la colpa, accede ad essa – si direbbe oggi, accede alla capacità di preoccuparsi – e inizia a configurarsi lo svolgersi del suo dramma.

Giocasta rappresenta quella forza dello psichismo che si oppone ad Edipo, all’ordine fallico, al complesso di castrazione, alla loro funzione strutturante e di messa in forma dell’angoscia. Ma è forza: dunque Edipo non potrà essere generativo senza Giocasta e viceversa. Del resto Giocasta diviene pensabile solo attraverso il vertice fallico, è resa figurabile dalla sua unione con Edipo. Credo che il femminile si giochi sempre all’interno di questa unione mai conciliabile. E se a questo si può obiettare che la stessa affermazione possa parzialmente declinarsi, per via delle identificazioni crociate e la bisessualità psichica, per il maschile, penso tuttavia che ciò che viene denominato “il femminile delle donne” sia precipuamente, per quanto già detto prima, caratterizzato da questa aporia insanabile.

Freud sbagliava forse quando pensava che il travaglio verso la femminilità era arduo e richiedeva un quantum di lavoro psichico in più? E il maschile non si profila forse più raggiungibile, grazie a quella differenza, che è innanzitutto differenza nella mente materna? Senza facili generalizzazioni, la differenza anatomica si fa metafora, o può divenirlo, a mio modo di vedere, di una qualche via di uscita dalla “medesimità”.

La bambina senza l’aiuto del padre non ha scampo. Senza che un padre reale e fantasmatico, l’ammiri, la seduca con tenerezza, rispettando il suo corpo e la sua psiche, rimarginando in fantasia la violazione che l’effrazione delle cure materne giocoforza ha compiuto (Freud 1905); rendendo praticabile quel cambiamento di oggetto che è innanzitutto perdita: cambiare significa perdere per sempre; dolorosa esperienza evolutiva, questa, che viene risparmiata al maschietto.

La Torok (1971) lo ha denunciato anni fa: l’invidia del pene ha a che vedere con ciò che non si potrà mai avere: il consenso della madre a vivere la propria sessualità, a goderne, percorso che porta al separarsi da essa.

Le donne allora si rifugiano spesso nel fallico, perché non vi è niente di più rassicurante. Provocatoriamente, ma non troppo, direi che si rifugiano, quando le cose vanno sufficientemente bene, nell’orgasmo, che di fatto le difende, o può difenderle, dalla “jouissance”, dall’estasi, da angosce arcaiche circa la propria capacità di “perdersi” nel godimento. Si rifugiano nell’iper-attività, perché il costo della passività, memoria dell’antico disaiuto (André 1995), non è stato reso di sovente tollerabile. Così come si rifugiano ancora nella frigidità, che (Klein 1928) le difende dai mali provenienti dal pene, ma anche dai mali che il proprio sadismo anale (Chasseguet-Smirgel 1971), o vaginale (Freud 1917) in fantasia può infliggere a quest’ultimo.

Però ritengo che l’adesione all’ordine fallico non deve e non può precludere alla donna l’integrazione di quel “troppo”, il potersi vivere questo eccesso fantasmatico così costitutivo del suo essere: eccesso del pulsionale, eccesso del materno, eccesso del masochismo erogeno, eccesso della recettività.

E’ indubbio comunque che il fantasma di eccesso ha effettivamente contribuito alla inibizione e alla messa a distanza del sessuale nelle donne probabilmente costituendo – attraverso un processo filogenetico – un motore trasformativo rispetto alla capacità di inibizione della meta della pulsione nel registro autoconservativo verso l’infans.

Fantasmi potenti complessi poliedrici e proteiformi quelli legati alle prime cure, laddove le istanze edipiche si mescolano violentemente con le figurazioni più arcaiche. Green (2001) si spinge a dire, in merito a ciò, che: “L’incesto è naturale alla madre anche se essa è obbligata a edificare delle barriere contro di esso…(e che) vi è qualche cosa di fondamentalmente incestuoso nella relazione più comune della madre con il suo bambino” (pag. 37 traduz. mia) .

La domanda che mi pongo a questo proposito è la seguente: se le donne non fossero sicure del pericolo che rappresenta il loro pulsionale, perché dovrebbero inibire la loro vita sessuale, quando nasce un bambino? “La censura della amante” (Fain 1975) non si accompagna allora all’idea di un sessuale troppo traumatico? Più traumatico in ogni caso di quello maschile?

Come si articola, infatti, questo fantasma con il desiderio di gravidanza?

Senza nulla togliere a tutto ciò che è stato già scritto e detto su questo tema, l’ipotesi che faccio è che le donne hanno bisogno di mettere al mondo dei figli anche perché la “realtà” fornisce un limite alla dismisura di questo fantasma.

La Klein ci ha insegnato quanto la realtà introdotta dall’oggetto contribuisca alla riduzione e ai rimaneggiamenti del fantasma e benché dolorosa, quanto renda l’angoscia più sopportabile in rapporto alla dismisura di quest’ultimo; soprattutto quando l’ordine fallico fa difetto nel registro difensivo, o non rientra in un movimento compensatorio.

Giocasta è allora messa parzialmente fuori combattimento quando la donna vive un’ esperienza concreta che la rassicura sia sulla sua capacità di inibizione della meta della pulsione, sia che assegna dei limiti alla sua identificazione con l’onnipotenza del fantasma della madre delle Origini La beanza dell’eccesso è saturata e la furia di Giocasta mitigata.

E’ forse l’intuizione di questa identificazione primaria e dell’angoscia che l’accompagna che ha suggerito a R. MacBrunswick (1940) che il desiderio di bambino precede l’invidia del pene?

Infatti è vero che la donna, come già aveva intuito Freud, si dibatte tra la Scilla della pericolosità del sessuale pre-genitale , e la Cariddi della genitalità che si presenta spesso poco rassicurante, in questo diversamente dall’uomo, per via dell’irrinunciabile integrazione del fantasma di “eccesso” che deve avvenire (Giufrida 2009). Quest’ultimo sfida la forza dell’Io, il quale dovrà essere sufficientemente solido per tollerare l’effrazione che l’”amante di godimento”, come la violenza pulsionale in eccesso introduce nel corpo femminile.

La psicoanalisi, in realtà, e la psicoanalisi delle donne e con le donne ha compiuto vari passi, focalizzando maggiormente quel ripudio del femminile nei due sessi, di cui secondo me, Giocasta è la grande metafora. Ma, a mio parere, il problema di questo ripudio o per lo meno di quello specifico femminile che fa capo a ciò che la Schaeffer (1998) chiama con una felice espressione “la scoperta e la creazione del “femminile” della donna” resta intaccato. Esso è reperibile, come già accennato in apertura, altrove e seppur in maniera diversa dal passato, con modalità egualmente inibenti.

Per noi psicoanalisti nasce quindi l’esigenza di confrontare le nostre teorie attuali sul femminile con taluni aspetti emergenti dalle trasformazioni dei costumi sociali e delle mentalità collettive. Difficile compito tra l’altro questo che si confronta con la fede verso l’atemporalità delle rappresentazioni inconsce e con il peso dei grandi organizzatori del sessuale infantile.

Se un tempo la donna doveva compiere un cammino obbligato, rinnegando l’erotico, a favore del materno – e di quale materno poi! – oggi ancora difficilmente può tuttavia concedere all’Io di sottomettersi sia alla spinta pulsionale costante, sia al masochismo erogeno, con tutto il potenziale disorganizzante che li veicola.

I “nuovi” disagi della civiltà confrontati alla tematica del femminile pongono dei problemi inquietanti.

Di fatto oggi assistiamo ad avvenimenti che sembrano appartenere ad un contesto diverso da quello che aveva come principio organizzatore l’inibizione della pulsione nella sua meta: laddove, invece la pulsione “bruta”, per usare, appunto, un termine di Green, sembra avere la meglio sugli investimenti oggettuali. Ma mi chiedo se possiamo veramente situare questi fenomeni, inscritti nel registro del “perturbante”, nell’area della soddisfazione pulsionale immediata. O non si tratta ancora di meccanismi inesplorati, ignoti, diversi da ciò che fino ad ora abbiamo teorizzato?

BIBLIOGRAFIA

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Tysebaert E. (2006), “Où fuir les mains d’une mère?”. In La double vie des mères. Penser/Rêver. Paris, Editions de l’Olivier

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