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Bottiglioni M. (2013). Destini del trauma e della dissociazione

Relazione presentata al seminario di Formazione Psicoanalitica “Trauma, dissociazione, perversioni. Teoria e Tecnica”.

Sabato 16 Nov. 2013

Aula Magna della Scuola Superiore S.Anna. Piazza Martiri della Libertà, Pisa

 

 

Questo seminario intende procedere nella ricognizione degli strumenti di cui dispone la psicoanalisi del terzo millennio per il trattamento delle patologie gravi. Concetti come trauma e dissociazione sono diffusissimi ma non sono sistematizzati con chiarezza nella teoria “classica”, per cui penso valga la pena di introdurre questo seminario tentando una loro rivisitazione.

 

Il concetto di trauma in psicoanalisi ha seguito un percorso discontinuo e controverso. Semplificando al massimo, Freud alle origini della sua ricerca sull’inconscio ipotizzò, in accordo con le teorie di Charcot, che le sue pazienti soffrissero a causa di traumi sessuali rimossi. Quando si rese conto che nella maggioranza dei casi ciò non poteva essere avvenuto, rivolse la sua attenzione alla realtà psichica, mantenendola ben distinta dalla realtà esterna. La sua ricerca, da allora, si orientò in questa direzione, con qualche eccezione quando si trovò a riflettere sui traumi di guerra, ipotizzando in quel caso l’esistenza di una “barriera protettiva” che salvaguardava la psiche dagli stimoli eccessivi. A parte parentesi di questo genere, gli oggetti privilegiati della ricerca e della prassi psicoanalitica furono per i circa 50 anni successivi la realtà psichica e le sue vicissitudini. Gli eredi di Freud rivalutarono il contributo della realtà esterna come fonte di psicopatologia, a partire dagli anni ’50-’60 del secolo scorso. All’interno del grande processo di rivisitazione delle modalità secondo cui si struttura la mente (Klein, Winnicott, Bion tra gli altri), il trauma fu rivisitato da Masud Khan, che formulò nel 1961 il concetto di trauma cumulativo: non tanto un singolo evento traumatico che lascia una traccia mnestica patogena nell’inconscio, bensì il crescere in un ambiente intrinsecamente traumatico a causa dei fallimenti della funzione materna e, più in generale, dell’ambiente familiare. La ricerca in psicoanalisi si é progressivamente focalizzata su questi traumi precoci e sulle loro conseguenze, fornendo modelli di comprensione, e strumenti clinici, al trattamento delle patologie gravi (borderline, psicosi, perversioni, ecc.). Con un processo di fertilizzazione crociata (Fonagy), e tra non poche resistenze da parte dell’establishment psicoanalitico, si sono aggiunti i contributi forniti dall’infant research e, negli ultimi 20 anni circa, dalle neuroscienze.

 

UNA DEFINIZIONE

 

Il trauma psichico consiste in una situazione, improvvisa o più spesso ripetuta, continuativa, cui l’individuo non é in grado di far fronte con i meccanismi difensivi di cui dispone nella fase evolutiva in cui si trova al momento. E’ un evento che invalida le capacità di comprensione ed elaborazione di chi lo subisce. Secondo la definizione di Bromberg, avviene una “precipitosa distruzione del senso di continuità del Sé, una minaccia schiacciante alla sua integrità accompagnata da ansia di annichilimento”, in situazioni dalle quali non c’é speranza di protezione, sollievo o rassicurazione. Se questa esperienza é prolungata e violenta (come per es. nelle guerre, nella deportazioni, in disastri naturali estremi) o se lo sviluppo del Sé é debole e immaturo (il bambino in rapporto con una madre non sufficientemente buona), il livello di attivazione affettiva diviene troppo intenso per poter essere mentalizzato, ed anche il fisiologico processo di rimozione si dimostra insufficiente. L’unica via rimane la dissociazione dell’esperienza, e con essa, di una parte del Sé. Questa parte rimarrà separata e non accessibile al ricordo ed alla funzione riflessiva della mente (Fonagy, Target), in pratica all’autocoscienza, e potrà essere “ricordata” solo attraverso l’azione, come tendenza a ripetere con nuovi materiali la situazione traumatica dissociata o, più esattamente, il complesso insieme di trauma e reazioni, adattative ed insieme patogenetiche, da parte della vittima del trauma stesso, quelle che De Masi chiama strutture psicopatologiche.

 

UN CASO CLINICO

(parte prima)

 

Per una comprensione ulteriore dei meccanismi che stanno alla base di questi fenomeni, occorre fare un altro passo e rivolgerci alle neuroscienze. Partiamo dalla premessa che le esperienze che plasmano il nostro Sé conscio ed inconscio si organizzano in sistemi di memoria qualitativamente differenti; per il momento, occupiamoci della distinzione tra memoria esplicita o dichiarativa e memoria implicita o procedurale.

La prima é il tipo di memoria che siamo abituati a considerare tale: consente di richiamare alla mente le esperienze vissute, ci orienta nelle previsioni sul futuro e può essere rimossa. Il rimosso può essere in certe condizioni, come un’analisi, riportato alla coscienza; in più, la rimozione svolge una funzione fisiologica di “ripulitura” del panorama mnestico, che altrimenti verrebbe intasato dall’eccesso di ricordo (in questo processo la funzione del sogno pare sia essenziale). Va a costituire l’inconscio rimosso teorizzato da Freud. Per il suo funzionamento é necessaria la maturazione ( che non avviene prima dei 2-3 anni di età) dei circuiti neurali dell’ippocampo, un ganglio (un insieme organizzato di neuroni specializzati) sottocorticale. Per questo non siamo in grado di ricordare coscientemente gli avvenimenti dei primi 2-3 anni di vita. Anche quando l’ippocampo é maturo, però, può essere disattivato da una prolungata cascata ormonale: la situazione traumatica attiva un potente flusso di adrenalina, che a sua volta induce la produzione di massicce dosi di cortisolo. Quest’ultimo inattiva, ed in casi estremi danneggia, i neuroni dell’ippocampo, inibendo il ricordo dell’esperienza subita anche in epoche della vita successive.

La memoria implicita o procedurale, invece, é memoria non accessibile alla coscienza di stati somatici ed emozionali, é attiva fin dalla nascita (si ipotizza che lo sia anche nel periodo intrauterino) e va, insieme al nostro corredo genetico di base, a costituire l’inconscio implicito o procedurale, che orienta i nostri “stili” di relazione con noi stessi e con l’ambiente esterno, le nostre procedure di autoregolazione, ecc. Dipende da un certo numero di nuclei della base, tra i quali sono fondamentali i circuiti dell’amigdala, deputati a processare emozioni chiave come paura e rabbia. In condizioni fisiologiche, gli impulsi dei circuiti dell’amigdala transitano attraverso l’ippocampo, venendo lì elaborati e filtrati. Quando ciò non é possibile, i segnali seguono un’altra via, che conduce direttamente alla corteccia, innescando patterns affettivo-comportmentali improntati alla ripetizione del trauma e delle risposte adattative estreme al trauma stesso, e quindi dissociati dalle cosiddette “parti sane” del Sé.

 

[VIGNETTA CLINICA]

 

Il recupero di pensabilità su quella che pare essere una memoria implicita che si presentava negli incubi ricorrenti ha aperto nuove strade al nostro percorso.

 

Un altro conflitto tra differenti tipi di memorie può verificarsi tra quella episodica (il ricordo degli eventi così come sono stati sperimentati) e quella semantica (il ricordo come é stato negoziato all’interno della rete di relazioni familiari). Ad esempio: un padre, al ritorno dal lavoro, spesso si ubriaca e picchia la moglie; questa fornisce con costanza una versione dell’accaduto del tipo “papà lavora tanto per mantenerci, può succedere che sia così nervoso perché é troppo stanco e qualche volta perda il controllo”. Il bambino, per una serie di ragioni auto ed eteroprotettive qui troppo lunga da elencare, dissocerà la memoria episodica della violenza paterna ed adotterà, almeno consciamente, la versione semantica proposta dalla madre.

 

Va tenuto bene a mente che nella situazione clinica non ci troviamo di fronte a precipitati di memorie immagazzinate passivamente, bensì a organizzazioni psichiche complesse, un mix tra la memoria della situazione traumatica e le versioni attuali, più volte riorganizzate nel corso dello sviluppo, della risposta del bambino agli stimoli ambientali. Questo rimane nella memoria implicita. Qui ci viene in soccorso l’infant research, che ha dimostrato come il neonato sia attivo negli scambi con la madre fin dalla sua collaborazione motoria nel canale di parto, e che “lo sviluppo sia un processo relazionale, che segue una dialettica di complessità crescente ed in un processo continuo di differenziazioni ed integrazioni” (Bordi, 1997). E’ stato dimostrato come le interazioni madre-bambino siano già dalla nascita più rapide dei tempi di reazione fisiologici allo stimolo esterno: in pratica, un balletto a due geneticamente preordinato. Siamo ben lontani dal bambino beatamente immerso nel suo narcisismo primario postulato da Freud, anzi dobbiamo concludere che le memorie implicite patogenetiche siano soprattutto memorie delle reazioni del bambino all’ambiente materno disfunzionante. Tornando al caso di Cesare, possiamo inferire una predisposizione genetica ad innescare il gioco a due che conduce alla crescita, che però incontra un negativo (Green) che orienta il Sé nascente verso l’identificazione con la madre “morta”. La combinazione tra le istanze relazionali geneticamente preordinate e l’ambiente-madre non responsivo vanno a formare un’area somatopsichica dissociata, ambigua, indifferenziata, che in seguito troverà le occasioni di manifestarsi: come masturbazione anale e come perversione della spinta vitale in claustra di stasi sottomessa e paralizzante in un primo tempo, ed in seguito nella perversione vera e propria.

 

Cercherò ora di delineare alcune strategie del trattamento degli stati dissociativi. In questo mi sento vicino alle posizioni di alcuni colleghi USA che sdoganano la dissociazione, concependola come un fisiologico alternarsi dei vari stati del Sé, in costante e mutevole rapporto tra loro (Bromberg, Johnson,ecc.), distinguendola dalla dissociazione patologica, dove alcune parti o stati del Sé sono stati rigidamente compartimentati ed esclusi a scopo difensivo.

A prescindere dalle teorie adottate, comunque, il problema clinico che ci troviamo ad affrontare consiste nel costruire un ambiente relazionale sufficientemente sicuro, vivo ed affidabile (Bromberg parla di “sorprese sicure”). Un ambiente adatto, attraverso un lungo processo marcato da continue “collisioni e negoziazioni”, ad ospitare e portare alla rappresentabilità gli elementi mentali dissociati. Ad esempio, sono necessarie una grande spontaneità e la disponibilità a lasciarsi temporaneamente “ammalare” (Searles) dagli introietti mentali dissociati del paziente, per poterne contemporaneamente guarire in modo ripetuto e riconoscibile ai suoi occhi. Sono inoltre necessarie robuste dosi della bioniana capacità negativa, intesa non solo nel senso di tollerare di non sapere, ma anche nel coltivare quella che definirei curiosità vitale, che é in sé un fattore terapeutico, specie in questi casi; coerentemente, essere disposti, con una solida umiltà, a riconoscere i propri errori e riallinearsi con lo stato qui-ed-ora del paziente. In questo senso, i microfallimenti dell’analista e del setting costituiscono opportunità a volte straordinarie per costruire nuovi modi di esperienza della relazione. Inoltre, all’interpretazione deve affiancarsi l’interpret-azione (la differenza tra parlare di qualcosa e usare le parole per vivere congiuntamente quel qualcosa). Ad es., trattare i sogni non come qualcosa che é già accaduto e va “decodificato” in seduta, ma come parte vivente della seduta stessa, cercando di vagare con il paziente per la sena onirica (al “che cosa c’era lì”va sostituito il “cosa c’é, cosa vediamo lì” , “io vedo questa scena in questo modo, lei che ne dice?”), ecc.

 

 

CASO CLINICO (notazioni di tecnica applicata ad esso)

(seconda parte)

 

Situazioni analitiche del genere mettono alla prova la nostra onnipotenza narcisistica. Il fascino del Sé dissociato, infatti, é potente, avendo il vantaggio immediato di un’accessibilità ad una ultrapotenza, un’eccitazione sganciate dai limiti imposti dalla realtà. Dal nostro lato, possiamo proporre un modo differente di essere, ben rappresentato in un quadro che mi é stato donato alla fine di una buona analisi: due che scalano in cordata, facendo sicurezza uno sull’altro.

 

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