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Busch (2015). Trasformare il controtransfert informe in una forma rappresentabile: un’altra prospettiva.

Testo della relazione presentata al Centro Psicoanalitico di Bologna il 14 Nov 2015, all’Incontro Intercentri (Centro Psicoanalitico di Bologna, Centro Psicoanalitico di Firenze, Centro Veneto di Psicoanalisi) che pubblichiamo per gentile concessione dell’Autore.

Traduzione a cura di Aldo Grassi.

Il Controtransfert è il nostro miglior servitore e il nostro peggior padrone. (Hanna Segal, 1993)

La scoperta dell’importanza dei pensieri e dei sentimenti  controtransferali come fonte cruciale di informazione nella situazione psicoanalitica rappresenta uno dei contributi più significativi degli ultimi ottant’anni.

A partire dal lavoro pionieristico dei kleiniani, siamo giunti a renderci conto del suo significato nella comprensione di ogni paziente in un qualche momento della sua analisi e della sua importanza nella comprensione di altri pazienti dal momento in cui entrano nella nostra stanza di consultazione. Tuttavia, come ha evidenziato Levine (1997), “sono state espresse così tante opinioni contrastanti che il termine controtransfert è arrivato a subire un’eccessiva espansione, tentativi di ridefinizione espliciti o meno, mancanza di precisione e incostanza di uso” (p. 44). Inoltre, pur essendo essenziale come strumento nel nostro lavoro analitico, esso fornisce anche dati che sono difficili da elaborare e tradurre. In aggiunta a ciò, e questo è il mio punto principale, ho l’impressione che, anche se abbiamo una ricca quantità di testi su interpretazioni in cui l’analista si serve del proprio controtransfert, una teoria dell’interpretazione all’interno del controtransfert attende ancora di essere sviluppata.

Nell’approccio a una modalità di lavoro all’interno del controtransfert, intendo mettere in evidenza un’importante aggiunta al metodo psicoanalitico, accettata da diverse prospettive teoriche, che ho chiamato pensare al pensare [thinking about thinking] (Busch, 2013). Come recentemente notato da Ogden (2010) “ lo spostamento di enfasi da ciò che il paziente pensa al modo in cui pensa, credo che abbia significativamente alterato il modo in cui noi analisti ci approcciamo al nostro lavoro clinico” (Ogden, p. 344).

Mentre la psicologia dell’Io è stata sminuita da la maggior parte degli analisti europei, uno dei primi psicologi dell’Io, David Rapaport, aveva sottolineato esattamente ciò che avrebbe evidenziato Ogden circa sessant’anni dopo, e cioè l’importanza di una Teoria del Pensiero per il metodo psicoanalitico.

La necessità e fattibilità di tale compito non deve essere messa in questione: abbiamo bisogno di una cristallizzazione della teoria psicoanalitica del pensiero [a partire] dai suoi frammenti; tale teoria deve essere posta come parte indispensabile della psicologia psicoanalitica dell’Io (Rapaport, 1950, p. 31, corsivo mio).

Lavorare sull’importanza della comprensione di una modalità di pensare per la psicoanalisi era evidente nell’opera dei primi psicologi dell’Io, Bion (1962), la scuola psicosomatica francese degli anni Cinquanta (Aisenstein e Smadja, 2010) (1), e a partire dagli anni Settanta, nell’opera di Andre Green (1974, 1975, 1998, 2000). Per riassumere, abbiamo imparato molto rispetto all’importanza del modo in cui i pazienti pensano e al suo rilievo nel prendere in considerazione i nostri metodi interpretativi (2). Come spero di dimostrare, “pensare al pensare” porta a certi cambiamenti nel modo in cui noi interpretiamo il controtransfert, e questo conduce a una posizione che chiamo interpretazione all’interno del controtransfert

Due opinioni sull’interpretazione del controtransfert: un breve riassunto, che elaborerò successivamente

  1. 1.Il metodo più familiare per l’interpretazione di reazioni controtransferali è quello kleiniano. Qui, il vissuto dell’analista di un sentimento controtransferale viene compreso come la proiezione di una fantasia inconscia, e viene interpretato come tale al paziente (per esempio, una reazione difensiva contro gli intollerabili sentimenti del paziente), solitamente all’interno del transfert.
  2. 2.In concordanza con questa prima opinione, io vedo il controtransfert dell’analista come, in parte, una reazione a un tentativo inconscio da parte del paziente di fare qualcosa a o con l’analista.
  3. a)Nella mia prospettiva, ciò che più spesso porta a reazioni transferali è l’uso da parte dei pazienti di ciò che ho chiamato azione di linguaggio [language action] (3), in cui il linguaggio viene utilizzato come un tentativo inconscio di far succedere qualcosa con un altro. Per esempio, le libere associazioni di un paziente possono sembrare una comunicazione preconscia, mentre quelle di un altro possono sembrare un tentativo di renderci insensibili. La chiamo azione di linguaggio perchè il paziente parla (cioè associa, racconta sogni, parla di ciò che è successo durante il weekend) ma le sue parole hanno inconsciamente l’intenzione di fare qualcosa. Rizzuto (2002) ha chiamato questo fenomeno atti verbali [speech-acts].
  4. b)Qualsiasi interpretazione di una reazione controtransferale ha inizio con un chiarimento dell’enactment del paziente in una azione di linguaggio. L’azione diè pre-rappresentazionale e concreta, e dunque deve inizialmente essere rappresentata prima che il paziente possa riflettere in forme di non-azione. Inoltre, il processo comunicativo è il legame più osservabile rispetto a una comunicazione inconscia, e quindi sarà più probabilmente colto dal paziente. Per esempio, potremmo commentare sul modo in cui un sogno viene raccontato in maniera annoiata e distaccata (cosa che porta l’analista a perdere interesse) [come prima rappresentazione, per vedere se il paziente riesce a cogliere ciò e quali associazioni vengono alla mente come modo principale per scoprire quale parte di questa comunicazione inconscia sia conoscibile da parte del paziente].      

In breve, per analizzare una comunicazione inconscia espressa in azione di linguaggio, dobbiamo cominciare con il rappresentarla in maniera tale da far sì che cominci a cambiare ciò che è senza forma in una qualche forma che possa essere colta dal preconscio del paziente. Insieme a molti altri, sono giunto a credere che il lavoro dell’analisi abbia luogo tramite la costruzione di rappresentazioni sempre più complesse.

  1. c)Molte reazioni controtransferali iniziano con l’enactment dell’analista, che viene riconosciuto solo a posteriori. Ciò sembra dovuto al fatto che l’analista inizialmente coglie la comunicazione inconscia attraverso il proprio inconscio, e se la particolare fantasia o sentimento tocca qualcosa di non pienamente metabolizzato da parte dell’analista, passiamo all’atto, come ci ha detto Freud nel 1914.
  2. d)Una teoria dell’interpretazione all’interno del controtransfert dovrebbe includere una descrizione di come l’analista abbia metabolizzato la sua reazione, seguita da una comprensione di come questo diventi interpretabile al paziente.  Se, come generalmente concordato, il nostro vissuto controtransferale è una comunicazione da parte dell’inconscio del paziente (4), allora ci troviamo davanti il familiare problema di come tradurre questa reazione in qualche cosa che sia nel “vicinato” del paziente.
  3. e)Naturalmente, dobbiamo sempre contemplare la possibilità che il controtransfert sia il risultato di una reazione patologica dell’analista rispetto al paziente. Come notato da Jakobs (2002), “la nostra comprensione del controtransfert, un’entità complessa e determinata in maniera molteplice e che ha effetti molteplici e complessi sui nostri pazienti, è ancora molto incompleta. Attualmente credo che ci sia il pericolo, ben compreso da Anne Reich mezzo secolo fa, che il nostro interesse ed entusiasmo rispetto agli usi positivi del controtransfert – per quanto validi possano essere- possano non farci vedere il fatto basilare che, toccando i conflitti irrisolti e i problemi caratteriali dell’analista, il controtransfert può essere fonte di molti guai” (p. 24-25).

 

Interpretare all’interno del controtransfert: dare forma all’informe

Quando i vissuti del paziente sono radicati più profondamente nell’inconscio, che sia a causa della rimozione o per il fatto di non essere mai stati pensabili, essi saranno comunicati in termini “non-pensabili”, informi. Cioè a dire, saranno comunicati in gradazioni di “azione di linguaggio”, azione, stati affettivi [non neutralizzati], o stati somatici. È dunque molto probabile che l’analista registri inizialmente tali comunicazioni in uno stato non pensabile, informe.  Egli proverà qualcosa… si sentirà cioè preoccupato, seccato, improvvisamente ansioso, etc., e ciò lo porterà spesso a reveries non richieste. Questo è un momento in cui siamo particolarmente vulnerabili rispetto agli enactment, ed è il motivo per cui cerchiamo di sbarazzarci di queste disturbanti interferenze dall’interno, ed è questo il motivo per cui l’autoanalisi dell’analista è necessaria per contenere e riflettere su questi sentimenti (5).

Il lavoro all’interno del controtransfert richiede sia una sintonizzazione [attunement] empatica rispetto ai bisogni e alle ansie del paziente, che la sintonizzazione empatica dell’analista rispetto a ciò che potenzialmente viene suscitato in lui. In aggiunta a ciò, cosa che evidenzierò nelle pagine seguenti, prima di provare a interpretare il significato di ciò che il paziente tenta di fare tramite la sua comunicazione inconscia, l’analista usa il proprio controtransfert in modo da poter chiarire, innanzitutto per se stesso, in che modo il paziente stia comunicando e come ciò giochi un certo ruolo rispetto al controtransfert dell’analista. La cosa più importante è che questo è il legame rispetto al contenuto di ciò che viene comunicato

 

Chiarificazione – i primi passi

Come portiamo alla consapevolezza quegli elementi che conducono a [derivativi] inconsci in modo tale da rispettare le difese del paziente e permettergli di procedere in un modo che protegga il suo bisogno di sicurezza? Io penso che il poco usato metodo della chiarificazione [clarification] si presti bene a tale scopo. Bibring (1954) è stato uno dei primi a definire la chiarificazione come uno dei principi terapeutici della psicoanalisi. L’ha descritta come qualcosa che affronta quei “vaghi e oscuri fattori (frequentemente al di sotto del livello di verbalizzazione) che sfuggono all’attenzione del paziente” (p. 755), ma che quest’ultimo riconosce più o meno prontamente quando glieli si presenta in maniera chiara. Ciò a cui Bibring si riferisce è il fenomeno ben noto alla psicoanalisi per cui il pensiero del paziente per gran parte dell’analisi può essere descritto come “pre-concettuale”, “pre-simbolico”, o “pre-operativo”. Il paziente pensa, ma non riesce a pensare al proprio pensiero. Il paziente è in grado di generare derivativi preconsci di conflitti psichici inconsci, ma senza esserne consapevole. L’analista, chiarendo cosa sta succedendo in modo che sia concreto e osservabile, parla al paziente in un linguaggio che quest’ultimo può capire, che conduce a rappresentazioni e che quindi rende il contenuto potenzialmente preconscio. Il paziente comprende meglio se stesso nella concretezza del momento clinico (6). Gli analisti con prospettive teoriche differenti hanno parlato dell’importanza del chiarimento, che porta a rappresentazioni, usando un linguaggio diverso. Ferro per esempio (2005), ha descritto questo molto bene quando ha detto [“l’analista, dunque, si presenta come una persona capace di ascoltare, capire, afferrare e descrivere le emozioni del campo e come il catalizzatore  di ulteriori trasformazioni- sulla base del fatto che non c’è un inconscio che deve essere rivelato, ma una capacità di pensiero che deve essere sviluppata, e che lo sviluppo di tale capacità di pensiero permette un contatto sempre più vicino con aree precedentemente non negoziabili”] (Ferro, 2005, p. 102).

Nel suo approccio clinico, Betty Joseph focalizza costantemente le proprie interpretazioni sul chiarimento di ciò che avviene nell’immediatezza del momento clinico; sottolinea l’elucidazione dei modi in cui il paziente crea un tono e un’atmosfera pro o contro la comprensione, argomentando che solo quando questo viene chiarito tramite rappresentazioni, cosa che spesso richiede dimostrazioni ripetute, è utile spostarsi verso la comprensione delle ragioni o dei motivi. L’ipotesi della Joseph è che “il vero cambiamento psichico ha maggior probabilità di essere stimolato dalla descrizione dettagliata di come il paziente usa l’analista, le interpretazioni o la propria mente in una particolare seduta, per poi spostarsi al modo in cui la storia del paziente e le sue fantasie inconscie si esprimono nell’immediatezza dei processi e delle interazioni in seduta” (Feldman, 2004, p. 28).

Ho affermato un’idea simile quando ho notato che, per quanto sia possibile all’interno di qualsiasi psicoanalisi, noi cerchiamo di introdurre una nuova idea tramite ciò che, potenzialmente, è maggiormente osservabile da parte del paziente. In tale modo, noi comunichiamo il fatto che la comprensione della mente di una persona viene dall’ascolto di se stessi. Per me, ciò è fondamentale per un atteggiamento auto-analitico. Per quanto possibile, noi evitiamo di dirlo al paziente con così tante parole: “Lei pensa di pensare questo, ma quello che veramente pensa è…”. In effetti, uno dei principali cambiamenti del metodo psicoanalitico nel corso degli ultimi 40 anni richiede un lavoro più da vicino rispetto a ciò che è più accessibile da parte del paziente nel momento clinico, piuttosto che ciò che è meno accessibile. Abbiamo appreso, tardivamente e non sempre in maniera coerente (Busch, 2006), che non si può interpretare ciò che è inconscio senza una preparazione che lo renda accessibile al pensiero preconscio.

Lo scopo della [chiarificazione] è, in ultima analisi, quello di costruire una rappresentazione. Di fatto, nella maggioranza del mondo psicoanalitico (7), ci sono stati degli spostamenti basati sulla crescente comprensione del significato della [trasformazione di ciò che è sotto-rappresentato] in qualcosa di potenzialmente rappresentabile, o rappresentato in forma più complessa. Quello che viene rappresentato può continuare a costruire una struttura e aumentare la capacità di contenimento. Questo porta a ciò che Green (1975) chiamava [legare l’informe] “binding the inchoate” (p. 9) e contenerlo, dando così un contenitore al contenuto del paziente e un “contenuto al suo contenitore” (p. 7).

Per tornare al lavoro nel controtransfert, credo che possiamo giustamente ipotizzare che se una stato psicologico viene presentato in azione di linguaggio, esso viene seppellito più profondamente nell’inconscio di quanto lo siano le associazioni verbalizzate. Possiamo inoltre ipotizzare che quello che è più profondamente inconscio sia stato rimosso con forza, oppure mai rappresentato in parole o pensieri. Per queste ragioni, cercare di parlare a ciò che è profondamente inconscio si dimostrerà probabilmente inutile, in quanto è troppo ferocemente custodito, oppure è in una forma che non risponderà a interpretazioni verbali.

Una volta che riconosciamo una reazione controtransferale, e ci riflettiamo sopra, tale azione ha già cominciato a essere tradotta…cioè, a essere rappresentata nella mente dell’analista. Da qui, l’analista può formulare l’azione di linguaggio in parole come un passo necessario per aiutare i pazienti a trovare dei livelli crescenti di libertà per pensare e per provare emozioni. In altre parole, dopo aver riflettuto sui nostri sentimenti controtransferali, cerchiamo di capire che cosa un paziente sta facendo con (8) noi tramite le sue parole, il suo tono, le frasi che usa e le idee che esprime. È la comprensione insieme al paziente di come questo abbia luogo in seduta quello che è di solito il primo importante passo interpretativo per liberare il paziente da tali ripetizioni, rendendole rappresentabili. Comunque, dobbiamo saggiamente considerare anche l’avvertimento di Jacobs (1999),

L’intuito dell’analista, basato in parte su ciò che [nasce internamente], deve essere verificato rispetto alle associazioni del paziente e alle prove in esse contenute. Altrimenti, l’analista va alla cieca, servendosi del proprio controtransfert non come un utile strumento di indagine ma come uno strumento che in teoria trascrive (ma in realtà è esso stesso un prodotto dell’assimilazione e della trasformazione del) materiale del paziente (p.303).

Nell’apprezzamento della [Psicologia dell’Io] di Bion, Larry Brown evidenzia “un aspetto inconscio dell’Io capace di ricevere una comunicazione inconscia (emozionale), elaborare tale informazione, darle un significato e infine ricomunicare tale significato all’inconscio che lo ha inviato” (p. 37). Brown vede ciò come “un processo inconscio reciproco che quasi non si nota quando un buon lavoro analitico procede ‘ronzando tranquillamente’, e avvia un flusso inconscio che scorre avanti e indietro tra le strutture di funzione alfa collegate dell’Io del paziente e dell’analista (p. 37). Pur d’accordo con l’osservazione di come una comunicazione inconscia abbia luogo tra paziente e analista, trovo difficile comprendere come questo succeda, vista la mia comprensione dell’inconscio secondo Freud, qualcosa che è dominato da un pensiero primitivo. Tale inconscio non è in grado di organizzare o contenere niente. Comunque, se prendiamo in considerazione un Io inconscio con una qualche profondità, [che passa dal limite del preconscio a qualcosa di più profondamente inconscio (Busch, 2006), allora possiamo capire più facilmente l’idea di Bion.

 

Implicazioni per il Trattamento

C’è una certa gamma d’uso dell’azione di linguaggio e delle risultanti reazioni controtransferali a seconda della gravità della patologia. Con un paziente nevroticamente organizzato, noi ci aspettiamo che in un qualche punto l’analisi sarà dominata dall’azione di linguaggio, ma non nel caso della forma primitiva che si riscontra nei disturbi caratteriali più gravi. Con i disturbi caratteriali di tipo narcisistico più gravi, e con pazienti Borderline, l’azione di linguaggio è presente fin dall’inizio del trattamento, e le nostre reazioni controtransferali sono più intense e inquietanti, in quanto siamo sballottati da affetti e desideri di tipo più primitivo. Abbiamo tutti avuto l’esperienza dell’incontro con un nuovo paziente in cui già nei primi minuti siamo colpiti da un maelstrom di confuse emozioni, in cui le nostre abituali modalità di risposta hanno portato a un conflitto e a intense reazioni positive o negative.

 

Eliot

Vorrei iniziare con un esempio tipico della dinamica transferale-controtransferale con un paziente che si è servito di una combinazione di azione di linguaggio e associazioni rappresentate per esprimere una dinamica transferale inconscia. Il paziente, di nome Eliot, aveva circa quarant’anni ed era molto intelligente, ma rendeva continuamente al di sotto delle sue capacità. Fin da quando si era laureato in un prestigioso college, Eliot aveva avuto impieghi [di medio livello]. Era sposato e biasimava il comportamento ‘appiccicoso’ della moglie che gli impediva opportunità che gli avrebbero fatto fare più carriera. Non avevano figli, e lui rifiutava le richieste della moglie di ricercarne le cause e trovare un rimedio. La crescita di Eliot sembra avere avuto uno sviluppo normale fino a che la madre non è tornata a lavorare quando lui aveva due anni; la cosa sembra che lo abbia fatto reagire, all’epoca, con una grave regressione a livello di linguaggio e di controllo sfinterico. Sembra anche che la madre di Eliot nel corso del tempo sia caduta sempre più in depressione, cosa che l’ha portata a vari ricoveri in ospedale fin dal periodi di latenza del bambino. Anche se Eliot aveva un fratello e una sorella maggiori, per qualche tempo avevo pensato che fosse figlio unico in quanto, rispetto a ciò che condivideva con me rispetto alla sua infanzia, sembrava essere stato solo. In aggiunta alla sua depressione, la madre era alle prese con problemi di alcolismo, i cui effetti erano degli scoppi di rabbia apparentemente irrazionali. All’inizio del trattamento, il padre di Eliot, un consulente per investimenti finanziari di successo, veniva svalutato, anche se la sua presenza materna a casa risultava essere più consistente.

Dovevo subire un’operazione chirurgica che mi avrebbe tenuto lontano dal mio ufficio per 4-6 settimane. Non ero in pericolo imminente, ma la necessità dell’operazione è giunta piuttosto all’improvviso. Quando ne ho parlato con Eliot, due settimane prima dell’operazione, col suo modo caratteristico di fare lui mi ha espresso la sua partecipazione con alcune parole formali, e poi ha subito cominciato a parlare di ciò che gli era successo durante il weekend precedente, cosa che ha occupato la maggior parte della seduta. Questo era il suo modo abituale di far fronte alle assenze, ma io ero colpito dalla sua non-reazione a ciò che gli avevo appena detto.

Poco dopo mi sono reso conto di sentirmi irritato e distaccato da ciò che Eliot mi stava raccontando. Mi domandavo se attraverso l’identificazione proiettiva Eliot non stesse cercando di sbarazzarsi della sua rabbia rispetto ai nostri futuri incontri mancati. Mi rendevo comunque conto anche del fatto che all’epoca io ero narcisisticamente vulnerabile, e quindi non era chiaro chi stesse contribuendo, e con che cosa, alla mia reazione controtransferale. Prima di informarne anche Eliot, avevo già parlato a un certo numero di pazienti rispetto all’operazione e alla mia futura assenza. Anche se alcuni avevano avuto reazioni simili a quella di Eliot, i miei sentimenti rispetto alle loro reazioni non erano stati simili a quelli provato con lui, e quindi ho pensato che ci fosse qualcosa oltre al mio solo fragile narcisismo ad alimentare tale reazione. Dovevo però anche domandarmi se ci fossero delle altre ragioni di questa mia maggiore reazione con Eliot che con gli altri miei pazienti, e ciò che mi è venuto in mente è stato sorprendente. Precedentemente, nel corso della terapia, Eliot aveva sollevato delle obiezioni rispetto al fatto che gli facessi pagare i suoi appuntamenti mancati, in quanto lui ‘sapeva’ di essere più ricco della maggior parte degli altri pazienti e che quindi si poteva prendere più vacanze, e che dunque venisse penalizzato per questa ragione. Non c’era stato, all’epoca, molto tempo per lavorare sulla grandiosa visione che Eliot aveva di sé come di una ‘eccezione’, e ci eravamo messi d’accordo su una soluzione di compromesso. Nella mia associazione, vediamo che i miei pensieri sono di venire deprivato da Eliot, ma ben presto mi è risultato chiaro che tale sentimento era rafforzato dalla mia vulnerabilità e dal riemergere di vecchie sensazioni che altre persone privilegiassero i loro sentimenti rispetto ai miei. In ogni caso, non mi era chiaro che cosa stesse succedendo nella mente di Eliot.

Tornando ad ascoltare le parole e la musica della narrazione di Eliot, ho notato due cose. La prima era la diversa cadenza della sua voce. Eliot era di solito un parlatore incessante, e le sue associazioni erano spesso molto vivaci. Era questo investimento libidico nei suoi pensieri e nella sua mente che mi ha portato ad avere speranza in un esito analitico positivo, a dispetto dei fallimenti nella sua vita nel corso degli ultimi venti anni. In questa specifica seduta mi sono reso conto che c’erano delle pause innaturali, e continuavo a sentire di perdere la connessione tra dove lui iniziava e dove lui concludeva una sua serie di pensieri. Era questa perdita di connessione per via della cadenza del suo discorso che ha attirato la mia attenzione come un possibile fattore del mio ritiro controtransferale. Mentre mi veniva in mente l’ovvia interpretazione del contenuto, del mio essere ora quello che si era ‘perso’, come proiezione dei sentimenti scissi di perdita di Eliot, mi rendevo conto che il paziente avrebbe accettato questo a livello intellettuale, ma soltanto a tale livello. Quello a cui puntavo era cosa pensavo che stesse succedendo nella sua azione di linguaggio che pensavo lui fosse capace di afferrare. Questa è la chiarificazione:

FB:  Ho notato un Suo modo diverso di parlare oggi. Ci sono più pause, e io finisco col perdere le connessioni. Mi domando se non sembra che sia così anche a Lei.

Ci sono alcuni elementi in questa chiarificazione che so basano sui principi che ho proposto. In primo luogo cerco di chiarire che cosa stia succedendo nell’azione di linguaggio…le pause. In secondo luogo, non dico al paziente che mi sto confondendo per causa sua, perché anche se è così, non è assolutamente qualcosa di cui si possa rendere conto. In terzo luogo, non dico al paziente che sta succedendo questo, ma piuttosto gli offro l’opportunità di vedere o meno se questo combaci con il suo vissuto. Se per lui è troppo pericoloso vedere ciò, o se è semplicemente qualcosa di sbagliato, cerco di dare al paziente l’opportunità di dirmelo.

Eliot: Non l’avevo notato, ma ora che Lei me ne parla riesco ad accorgermene. Mi sento come se perdessi il corso dei miei pensieri mentre parlo. Mi viene in mente un meeting a cui ho partecipato, durante il quale mi sono accorto di essere estremamente consapevole di ciò che gli altri pensavano di me. Mi sono domandato se stessi parlando troppo forte, o fossi troppo sfacciato, o mi facessi troppo avanti. Avevo molte cose da dire, e avevo una serie di cose in agenda che speravo di  proporre nel corso dell’incontro, ma poi mi sono preoccupato.

Man mano che Eliot elaborava la sua storia, io mi sono trovato a pensare al fatto che la madre era solito chiamarlo ‘il suo patatino’. Per Eliot questo termine rappresentava il modo in cui sua madre voleva che lui ‘crescesse in silenzio’, senza farsi notare, senza causare problemi, se non quando lei voleva che lui la intrattenesse (9). La mia reazione controtransferale, l’associazione fatta da Eliot rispetto al suo meeting e le mie personali associazioni, mi hanno portato a dire ciò che segue:

FB: Dopo che abbiamo entrambi notato di avere perso le connessioni rispetto a ciò che Lei stava dicendo, i Suoi pensieri vanno a un incontro in cui Lei si preoccupa di attirare troppa attenzione su di Sé. Mi domando se ciò non sia simile alle Sue preoccupazioni quando Le ho parlato della mia operazione.

Eliot: Mi sento un egoista. Lei sta per farsi operare, e i miei pensieri dovrebbero essere più orientati su di Lei. Ma mi sono spaventato. Questa brutta cosa stava succedendo, e io come avrei fatto? Ma poi mi sono detto che Le sarebbe andato tutto bene, e mi sono calmato.

FB: Quindi il fatto di essersi rassicurato che io sarei stato OK ha bloccato la Sua sensazione di spavento, e questo fatto L’ha preoccupata, perché non si stava focalizzando abbastanza su di me.

Eliot: (tra le lacrime) Mi è venuto adesso un altro pensiero. Quando L’ho vista oggi, mi sembrava che Lei tenesse il braccio in una posizione strana, come se le facesse male. Mentre pensavo a ciò, ho sentito del dolore al petto.

FB: Forse possiamo dire che Lei era stato spinto a sentire il mio stesso dolore.

Eliot: Mi ricordo che verso la fine della vita di mia madre, mi sentivo sempre con il mal di stomaco (sua madre è morta di cancro allo stomaco). Ma poi sentivo di dover essere vispo e di buon umore, e di far finta di non sapere che la sua fine era vicina.

(Eliot comincia a singhiozzare per diversi minuti). Non so perché continuo a pensare a questo. (Poi mi racconta una storia elaborata, di un viaggio molto costoso che sta organizzando per il compleanno della moglie, anche se non capita in buon momento per lui).

FB: Proprio come quando Lei sentiva di dover sacrificare le Sue preoccupazioni per prendersi cura di me, Lei fa lo stesso con Robyn (sua moglie).

Eliot: Quando Lei mi dice questo comincio a sentirmi in ansia. So che Robyn non sente di avere bisogno di questo tipo di vacanza esagerata, ed è anche il peggior momento possibile per me. Eppure, io sento ancora di doverlo fare.

Quello su cui vorrei focalizzarmi è il mio metodo di lavoro, non il contenuto. Una volta che chiarisco cosa sta succedendo in azione di linguaggio, Eliot passa alla capacità di libera associazione. Seguendo le sue associazioni da vicino, lui è in grado di dirmi dell’altro rispetto a ciò che gli è passato per la mente quando gli ho parlato della mia operazione. Rappresentando il modo in cui le sue associazioni sono collegate, io cerco di portare un significato preconscio ai suoi pensieri preconsci . Il pensiero preconscio non è la stessa cosa che il significato preconscio. Ci vuole molto lavoro analitico perché il paziente possa pensare alle sue associazioni come a un lavoro mentale. Se restiamo vicini a una [superficie su cui si possa lavorare], e cioè a cosa è disponibile  all’Io preconscio, noi aiutiamo il paziente a capire che la propria comprensione di Sé si raggiunge meglio con l’ascolto di ciò che gli passa per la mente.

 

Follow Up (10)

Eliot è tornato in analisi 4 settimane dopo. Sembrava felice di vedermi, e dopo qualche parola di [compartecipazione] rispetto all’operazione da me subita, mi ha detto che era lieto che io fossi ritornato. I suoi pensieri si sono poi subito spostati su diverse situazioni, in cui lui sentiva che se avesse detto che cosa aveva in mente, gli altri sarebbero stati critici nei suoi confronti, o avrebbero fatto rappresaglia contro di lui. Per esempio, a causa della sua produttività al lavoro, era in lista per un significativo aumento di stipendio. Era però sicuro che se fosse andato dalla sua caporeparto per parlare di questo, lei lo avrebbe [smontato]. Così, ancora una volta, la paura di Eliot era che l’espressione dei propri bisogni o desideri avrebbe spinto gli altri ad allontanarsi da lui o persino a fare rappresaglia contro di lui.

Dopo un po’ Eliot si è domandato se stesse evitando di pensare a come fosse per lui l’essere tornato in analisi. I suoi primi pensieri sono stati su quanto fosse stato impegnato nel corso del mese passato, e di quanto fosse felice di [avere del tempo]. Eliot ha poi descritto un meeting che aveva organizzato con i suoi colleghi, per avvertirli di una nuova legislazione che avrebbe influito sul loro modo di condurre gli affari. Era arrabbiato con quelli che non erano presenti e con quelli che se ne sono andati a metà incontro. Eliot ha poi nuovamente affermato di essere contento che fossi tornato, viste anche tutte la cose che erano successe.

Eliot aveva pensato al fatto che io avevo perso il reddito di un intero mese, e pensava di pagarmi comunque per tutto il mese. Con questo, mi sembra che Eliot dica che non aveva avuto bisogno di me mentre io ero via (cioè, lui era stato impegnatissimo), ma era arrabbiato con quelle altre persone che non c’erano (all’incontro). Questo sentimento scatena in lui un’ansia inconscia, in quanto probabilmente è molto simile a cosa lui provi rispetto alla mia assenza, e ancora una volta Eliot immagina di doversi prendere cura di me, pagandomi per il periodo di lavoro che ho perso. Io allora gli dico:

FB: Dopo aver descritto delle situazioni lavorative in cui Lei si immagina di essere ‘smontato’ per aver voluto qualcosa (un aumento di stipendio) e di essersi arrabbiato con le persone che non si fanno vive quando Lei glielo richiede, i Suoi pensieri passano al prendersi cura di me pagandomi. Mi domando se il fatto di dire di essersi arrabbiato rispetto alla mia assenza La possa far sentire a disagio, e quindi sente di doversi prendere cura di me.

I pensieri di Eliot si sono poi rivolti al weekend precedente, in cui aveva organizzato qualcosa per passare il sabato sera con un’altra coppia. Sebbene tutti sembrassero divertirsi, lui si era preoccupato di avere ‘trascinato’ tutti gli altri a fare quello che voleva lui. Non riusciva a concentrarsi su quello che le altre persone dicevano.

FB: Quindi venire incontro ai Suoi bisogni La preoccupa di ciò che Lei fa agli altri.

Eliot: Avevo solo qualche difficoltà a seguirLa. È successa la stessa cosa quando Lei ha parlato del mio sentirmi arrabbiato. Come lo scorso sabato sera, ho perso la mia concentrazione.

Nel ritorno in analisi di Eliot notiamo una ripetizione del suo modo di relazionarsi con me, come se io fossi la sua ‘madre morta’. Lui teme che i propri bisogni possano portare alla disapprovazione o alla rappresaglia, e quindi lui diventa ‘una patata’, e riesce a dire solo cosa si provi a essere di ritorno, ma non cosa lui provasse rispetto alla mia assenza.

In effetti, la sola cosa di cui può essere consapevole era di quanto la mia assenza gli fosse stata conveniente. Quando si avvicina a sentimenti di rabbia rispetto all’essere abbandonato, Eliot diventa ansioso e ha subito bisogno di prendersi cura di me, pensando di pagarmi anche per il periodo in cui sono stato via. Così, qualsiasi bisogno di prendersi cura di se stesso, o di essere accudito da altri, deve essere cancellato, rimpiazzato dal bisogno prendersi cura dell’altro.

 

 L’attrazione dell’inconscio

In un certo senso è sorprendente quanto poco effetto abbiano avuto sulle nostre modalità di lavoro il passaggio di Freud al Modello Strutturale e la sua seconda teoria sull’ansia. Nel suo Modello Topografico e nella prima teoria sull’ansia, si ipotizzava che le interpretazioni dirette dell’inconscio avrebbero liberato la libido bloccata, creando ansia. Nel suo secondo modello, l’Io era la sede dell’ansia, e le interpretazioni erano dirette verso l’Io. Eppure, se si osserva il metodo interpretativo nella comunità psicoanalitica internazionale, si nota un ampio uso dell’interpretazione diretta di ciò che è inconscio. Sembra esserci a volte un’attrazione quasi viscerale rispetto al fare interpretazioni di questo tipo. Ciò è particolarmente vero quando i pazienti si servono di azione di linguaggio e fanno inconsciamente qualcosa a o con l’analista mentre parlano. Siccome l’uso dell’azione di linguaggio è molto spesso inconscio (Busch, 2009), l’inconscio dell’analista  stesso ne viene immediatamente colpito.

Ciò che vorrei suggerire è che il più delle volte, quando il paziente fa degli agiti attraverso il linguaggio, l’analista si sente costretto a trovarsi in quella che sembra una posizione aliena.

Siamo ben consapevoli di come, nel corso del tempo, ci rendiamo conto che veniamo spinti a sentirci o a essere: amanti, aguzzini, genitori, bambini, l’oggetto-Sé, il Super-Io… la lista è infinita. Quello che però ci porta a respingere e a costringere il paziente ad accettare il suo proprio inconscio, sono primariamente i nostri controtransfert non contenuti. Sembra spesso che ci sia un desiderio di espellere ciò che viene nuovamente trasferito nel paziente. Sembriamo quasi dire: “È Lei a sentirsi così, non io”. Questo è un modo che ha l’analista per sbarazzarsi di qualcosa di scomodo che viene risvegliato nel suo proprio inconscio (11). Ciò mi ha portato a domandarmi se sia questa la ragione di un’osservazione che ho fatto nell’ambito della letteratura sul controtransfert, rispetto all’assenza di resoconti in cui l’analista abbia avuto una reazione controtransferale e si sia poi reso conto che non si trattava di una reazione verso il transfert del paziente. In altre parole, sembriamo trattare le nostre reazioni controtransferali come delle infallibili guide rispetto al comportamento del paziente…qualcosa che io chiamo “il ribaltamento Cartesiano”: “Penso, dunque sei”.

Siccome le reazioni controtransferali sono spesso il risultato di messaggi inconsci da parte del paziente che vengono inizialmente afferrati dal nostro proprio inconscio, sembra più probabile che ci siano dei momenti in cui le nostre reazioni controtransferali sono molto idiosincratiche. Respingere queste nostre reazioni nel paziente ci libera da queste scomode sensazioni. Ci vuole da parte nostra una considerevole compostezza, un equilibrio narcisistico e una continua capacità autoanalitica per riuscire a mantenere il nostro ruolo di osservatore partecipe e prevenire l’inevitabile attrazione verso l’enactment.

 

Note

(1) Pierre Marty, nei primi anni Cinquanta, ha notato che “non si trattava di cercare il contenuto per dar senso ai sintomi somatici, ma piuttosto di osservare l’inibizione o la mancata elaborazione psichica che li precedono o li accompagnano” (Aisenstein e Smadja, 2010, p. 343, corsivo mio). In breve, Marty vedeva i sintomi dei pazienti psicosomatici come il risultato di un particolare tipo di problema di pensiero o non-pensiero… e cioè la mancata rappresentazione, piuttosto che, prevalentemente, il risultato di un enactment fisico di un fantasia o di un conflitto inconscio.

(2)  Gran parte del mio personale lavoro si è focalizzato su questo argomento (Busch, 1993, 2000, 2004, 2006, 2009

(3) Vedi Busch (1995, 2009) per un’elaborazione di questo termine. Avevo precedentemente chiamato questo concetto ‘linguaggio-azione’ [action-language] ma molti lo avevano confuso con un termine utilizzato da Schafer (1968), nonostante i miei tentativi di chiarire tale concetto.

(4) Sempre che il controtransfert non sia il risultato di una reazione patologica dell’analista rispetto al paziente.

(5) Brown presenta degli eccellenti esempi di ciò nel suo lavoro sui sogni controtransferali.

(6) Ho già illustrato ciò precedentemente in grande dettaglio (Busch, 2009).

(7) I francesi, i Kleiniani, gran parte dell’Europa e dell’America Latina, e quelli che ancora lavorano all’interno della tradizione Freudiana in America e dei suoi sviluppi nel corso del tempo.

(8) Dico con noi invece che a noi, in quanto la motivazione primaria potrebbe essere auto-protettiva.

(9) In questo si può anche notare il significato simbolico del fatto che la madre di Eliot lo vede come cibo o nutrimento,  nel momento in cui la presenza del figlio doveva nutrirla.

(10) Io non vedevo l’ora di tornare al lavoro dopo la mia convalescenza, ma mi domandavo se avrei avuto l’equilibrio narcisistico sufficiente per ascoltare i miei pazienti. In questa seduta con Eliot sentivo di star lavorando in maniera sufficientemente buona.

(11) Ciò può essere particolarmente vero in quei momenti che Grinberg (1962) chiamava “contro-identificazione proiettiva” (p. 346).

 

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