Psicoanalisi e dintorni
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Che cosa seminiamo davanti a noi e davanti a loro? Sentieri sormontabili ? Riflessioni a partire dal libro di  “De l’informe aux configurations psychiques.  De (peindre) les processus”* (Jean-Paul Matôt) di Marina Breccia

*Dall’informe alle configurazioni psichiche. Dipingere (dipendere dai) i processi.

Egon Schiele compare nell’esergo del volume con queste parole:

“ ho seminato davanti a loro sentieri sormontabili”.

 Ho preferito la traduzione letterale “ sormontabili”, rispetto ad una linguisticamnte più corretta, come “attraversabili” ,“percorribili” o ancora “liberi” oppure “aperti”, perché ciò che ha un significato specifico in una lingua, poi tradotto, e quindi riedito nel suo nuovo significato linguistico, può perdere  in senso che è mia proposta invece cercare di conservare ed incrementare se possibile.

La proposta di seminare, che inevitabilmente rimanda al riscontro del seminato anche al di là della straordinaria evocazione poetica delle parole di Schiele, ritorna nel testo e si intreccia con il lavoro prospettico volto alla configurazione, alla rappresentazione immaginativa e alla pittura, come si coglie nel gioco di parole tra peindre  (dipingere) e depeindre (dipendere), gioco irriproducibile al di fuori del Francese.

Matôt, nelle pagine del prologo in cui comincia a guidare il lettore in questo complesso cammino che parte dall’informe, sembra infatti soffermarsi  da subito sulla domanda riguardo alla percorribilità dei sentieri di cura, poiché molte situazioni della clinica di oggi, in particolare nella sua esperienza di cura di adolescenti, molti non trovano la strada, molti la trovano sbarrata, altri trovano ostacoli in-sormontabili.

La “sormontabilità” è il raccolto della semina? Certo non senza dolore ci ricorda Matôt visto che uno degli scopi di questa coltura sarebbe poterla far vivere come una creazione personale. Dunque come andare verso questi luoghi-destinazioni seminando? La traduzione della metafora della semina fatta da Matôt in termini analitici si sviluppa, secondo la sua esperienza, a partire da un “processo di decostruzione del contratto narcisistico primario” (p.9), riferito, ho creduto di intendere, al concetto di contratto narcisistico proposto da Piera Aulagnier, autrice che ritorna nella sua trattazione. Questo contratto, se offre un posto al bambino che nasce, gli offre anche un’eredità e dei debiti, e su questa relazione eredità-debiti potremo ritornare, debiti che possono ostacolare i percorsi di una crescita e di un’”esistenza personale” dice Matôt, e aggiungerei che possono fare da impedimento ad un’”esistenza soggettiva”. Il contratto narcisistico, che è un termine coniato per la prima volta da Aulagnier, è tale proprio perché alla famiglia si associano nel contratto i garanti sociali, è una sorta di promessa di autonomia del soggetto e quindi di svincolo da legami familiari troppo forti e troppo narcisistici da parte dei genitori. Questo può però venire sovvertito dalla famiglia stessa, scollando il nucleo familiare dal sociale, isolandosi ed isolando il figlio-i figli dal mondo esterno e trasformando il contratto in quello che l’autrice definisce un divenuto patto narcisistico.                                Il patto narcisistico, al servizio di istanze superegoiche, sottrae l’evoluzione soggettiva alla possibilità di affermare e affermarsi “in differenza” e anche in opposizione ai desideri genitoriali, questo porta a quella condizione di rinforzo della passività primaria che, escludendo i vari componenti del nucleo familiare dal mondo esterno, conduce ad evoluzioni psicotiche nei figli, ma anche  a quella condizione patologica potenziale descritta da Piera Aulagnier come potenzialità psicotica, che può attraversare silente più generazioni prima di manifestarsi. Ciò che viene anche solo implicitamente chiesto e preteso dalle figure genitoriali è un  annullamento sacrificale dei figli alle loro aspettative, ovviamente narcisistiche, all’interno di una visione del mondo esclusiva ed escludente,  per cui il mondo esterno, più o meno complice purtroppo a volte in questa esclusione, viene totalmente o quasi totalmente estromesso dal nucleo familiare, attraverso la proposta rassicurante di una protezione data dalla famiglia, sola alternativa rassicurante rispetto a quella offerta dal mondo sociale. In cambio della protezione viene richiesto un amore di riconoscimento obbligato, che si traduce in una schiavitù assoggettante e desoggettivante.

 Non una grande novità se pensiamo alla logica macchiavellica di ogni tirannia.

Giocando sulla vicinanza sonora di ensemencement  con enchantement ( “insemenzare e incantare”p.10) Matôt trova che il lavoro di semina si inscriva in quello seguente di incanto. Nel lavoro analitico in situazioni cliniche dove la desertificazione e la distruzione ha sorpassato ogni possibilità di decostruzione, e dove la tentazione è abbandonare, lasciar cadere lungo uno scivolo, perché tutto è troppo pesante, è invece proprio in questi casi per Matôt che si può imporre l’alternativa di un’identificazione nel grano. Il grano si muove con un unico movimento possibile, verso il sole, in linea verticale verso la luce. Il seme infatti, sotto terra, la buio, si nutre della terra e può germogliare. In maniera paragonabile “il movimento del cammino umano non si forma, se non per difetto, nel luogo in cui il seminatore ha interrotto il suo gesto” (ibidem)

Seminare quindi dovrebbe precedere l’idea di un tragitto, di un sentiero? Questa è la domanda che ogni lettore immagino da subito si potrebbe porre e, pronto ad intuirlo, Matôt immediatamente anticipa la domanda e risponde: “Bisognerebbe innanzitutto seminare” (ibidem) e attendere che prenda forma, la sua forma dovrebbe anticipare l’idea del cammino. In realtà, seguendo la fisiologia delle piante, e quanto lui stesso ha anticipato, il cammino della pianta è sempre e solo in verticale, ma forse il messaggio di Matôt, indica di ritornare a dare valore in psicoanalisi alla forma, e alla sua possibilità rappresentativa, prima che ad una dinamica energetica che la mette in un movimento dinamico, e che sottostà comunque ad una forza, a mio modo di vedere, pulsionale.  Questo il compito prioritario della cura? Favorire la crescita di una materia vivente, di una vegetazione, di una “nature” in modo propizio, cioè offrendo il desiderio ma anche la possibilità di avanzare tracciandosi un cammino? Pur dando valore e sostegno alle ben sottolineate limitazioni, il lettore rimane tuttavia sorpreso dal vasto programma e dalla difficile impresa che così sembra prospettarsi, specialmente se pensiamo alle difficili, complesse, a volte estenuanti patologie adolescenziali di fronte alle quali ci sentiamo spesso impotenti. E allora rimane solo l’incanto?

Non si tratta di aprire un nuovo cammino, ripropone l’autore, ma di sostenere la vegetazione, là dove è mancante, in accordo con quel clima, con quella terra. Non c’è nulla da tagliare, nulla da eliminare, c’è solo da seminare e attendere che attecchisca e vigilare dove il germoglio preme per uscire.

Quest’ultimo riferimento al vigilare dove preme mi ha molto colpito perché sulla forma del vigilare dove preme mi sono spesso soffermata usando metafore botaniche sui germogli con alcuni miei pazienti, giovani e meno giovani, a proposito dei loro primi processi trasformativi. Il mio silenzio veniva da loro interpretato nel transfert con il ritorno delle angosce di abbandono, e con la riproposta transferale di una rassicurante ripetizione della passività primaria, dove qualcuno indirizza, sostiene, spiega e si sostituisce al soggetto con la rassicurazione che può offrire un’istanza superegoica che scavalca, e a volte sopraffà, gli incerti e teneri passi di un Io che riparte in un suo tempo e in una sua storia. Il mio silenzio non calpestante spingeva i pazienti a notare che lo scalpitio delle parole può certo talvolta calpestare un germoglio, come un piede distratto invece sa fare arrivando finanche a desertificare quel terreno. Lo scalpitio comunque preme sulla vegetazione e anche sulla terra indurendola, rendendola inattraversabile dal germoglio che preme per innalzarsi alla vita (l’alzarsi nei testi biblici e sempre sinonimo di nascita o di rinascita) La terra deve rimanere lieve e smossa (lieve nella nascita come nella morte) perché il cammino dell’altro abbia inizio, libera da altri cammini che, se non desertificano, rendono comunque difficile l’affermarsi di ciò che sta rinascendo. ‘[…] le rugiardose erbe con lento passo scapitando’ ricorda Boccaccio (Decameron, II giornata, p.1)

In queste condizioni ci sarà un momento, spesso difficile da riconoscere, in cui sarà possibile un incontro tra questo seme e la sua persona (questa l’espressione usata dall’autore) e si scopriranno i tempi, gli spazi, i passaggi del loro incontro, si scopriranno le varie forme di vita, spesso inattese che andranno mano a mano a popolare questi nuovi spazi. Ecco il momento di uscire di scena, de sortir du tableu, ed in effetti se ci schiacciassimo su una traduzione più letterale potremmo davvero pensare che non ci trovavamo a leggere un libro ma, ancora per incanto, eravamo in un quadro vivente, tracciato con pennellate impressionistiche.

I seminatori sono stati veri soggetti nei quadri di alcuni pittori, soggetti per lo più solitari. Penso al quadro di Jean François Millet e (Il Seminatore olio su tela 1850, Museum of Fine Arts Boston, https://g.co/kgs/LpSpds , autore forse più noto per il suo quadro L’Angelus) e alla doppia versione di Vincent Van Gogh del seminatore al tramonto. Entrambe le versioni di Van Gogh sono state eseguite nello stesso anno il 1888, ma risiedono in musei diversi tutti e due in Olanda, una ad Amsterdam al Van Gogh Museum  (https://www.arteworld.it/wp-content/uploads/2016/01/Il-Seminatore-Van-Gogh-Amsterdam-analisi.jpg) e una a Otterlo al Kröller Müller Museum  (https://www.arteworld.it/wp-content/uploads/2016/01/Il-seminatore-Van-Gogh-Amsterdam-Otterlo.jpg).

Ricordo questi quadri per la singolarità e la diversità dei gesti. Mentre il seminatore di Millet procede con passo sicuro e con un’ampia falcata con la gamba protesa in avanti, che anticipa il gesto della semina del braccio e della mano, nei due quadri di Van Gogh il seminatore ha una posizione del corpo quasi laterale alla semina, come se il seme gettato avanzasse lasciando il corpo del seminatore in una posizione più arretrata. Ancora, il volto del seminatore nel quadro di Van Gogh  di Amsterdam è completamente in ombra mentre il sole, che in ogni caso è al tramonto, in entrambi i quadri di Van Gogh assume un ruolo centrale, mentre nel quadro di Millet residua in un pallido raggio. Colpisce la posizione arretrata rispetto al gettare il seme in queste immagini e rimanda a quanto Matôt propone per cui il seminare precede l’idea del tragitto da compiere, evocando le parole di Egon Schile.

Tuttavia lo spirito del libro ha delle origini di cui parla l’autore: un lavoro gruppale all’interno di un seminario in cui si discuteva delle derive metapsicologiche per una prospettiva politopica dello psichismo. Un’origine che si è articolata anche su altri fronti, come il testo dello stesso autore del 2019 L’Homme décontenancé. De l’urgence  d’éntendre la psychanalyse in cui sviluppa “l’idea della necessità di ripensare i rapporti tra l’Uomo e la ‘realtà’, e per la psicoanalisi di rimettere al lavoro e in discussione l’integrazione di una ‘realtà interna’, psichica, con una ‘realtà esterna’, materiale.” (p.22). Questa necessità era apparsa legata alle profonde trasformazioni del mondo umano, considerando ”l’accelerazione, il vacillare dei garanti meta-sociali alle prese con l’ideologia manageriale  del capitalismo finanziario, con la crisi ecosistemica che l’accompagna ed infine con l’inintelligibilità del mondo, l’insicurezza, la perdita di fiducia nell’avvenire e i crolli narcisistici[…] in particolare a livello delle generazioni di adolescenti” (p23). Un ulteriore fonte di estensione è stato anche l’altro volume dell’autore Le Soi-disseminè. Perspective ecosistémique et metapsychologie (2020) che individua la topica della disseminazione dell’umano secondo quattro assi: “l’importanza di pensare come centrale la collocazione  della non-differenziazione nel funzionamento psichico; l’interesse di concepire i processi di differenziazione/individuazione in termini di co-emergenza dell’individuo e del suo ambiente[…]; la proposta di intendere la vita psichica in termini di circolazione tra una pluralità di configurazioni psichiche sottendenti le differenziazioni interno/esterno e i vari livelli di realtà implicati; infine la necessità di estendere la psicoanalisi verso la comprensione della complessità, sviluppando dei dispositivi di riflessione  condivisi con altri campi del sapere.” (ibidem).

Tutto questo materiale appare al lettore come un passaggio costante, e solo in parte messo in evidenza, dall’individuo al gruppo e ritorno, in un arricchimento ricorsivo.

Centrale in questo volume è la questione dell’informe, vista come la base dello psichismo, insieme testimonianza delle origini e fonte inesauribile di vitalità, con le  caratteristiche di una materia eterogenea che si installa dai primi momenti di vita e struttura il modello di “un fondo di non differenziazione, a partire dal quale possono partire le diverse configurazioni psichiche” (p.28). Un fondo indicato da Simondon come pre-individuale e che Matôt affianca ai concetti di informe di Winnicott, di ambiguità di Bleger e di “O” di Bion.

Le teorie non possono confluire l’una nell’altra, non si possono sovrapporre né giustapporre, poiché i pensieri teorici che le sostengono sono diversi, ma si possono incontrare, come si incontrano in un punto gli archi in una struttura architettonica di volta a crociera, in cui il punto di incontro è il punto di forza di tutta la struttura. Struttura che tuttavia regge perché gli archi vanno a cadere in punti diversi, distanti e separati. Appoggiando la metafora della volta a crociera, associerei un rimando anche alla struttura inquadrante di Green ovvero la rappresentazione dell’assenza di rappresentazione.

Matôt fa anche ulteriori precisazioni, in nota (p29), parla di un vissuto non integrato in maniera durevole come accade nel differenziato, (anche qui, pur con le debite e necessarie differenze, tuttavia si accosta alla mente il rimando al conosciuto non pensato di Bollas), ma soprattutto sottolinea la differenza tra due divere nature di indifferenziato: un de-differenziato causato da un errore nel tentativo di differenziare, e il non differenziato vero e proprio, riserva vitale, informe disponibile per sempre nuove trasformazioni.

Questi contenuti vengono ripresi nel capitolo “Configurazioni psichiche” (p.39) in cui parla di una differenziazione che emerge da un fondo informe dello psichico, uno “stato metastabile dello psichico di non-organizzazione compatibile fino ad un certo punto con la dispersione-estensione di un’eccitazione in forma non legata, che non eccede i limiti psichici e che è mantenuta da funzionamenti psicosomatici globali: la regolazione stati di veglia e di sonno, il tono e l’attenzione. Questo sistema non organizzato sarà caratterizzato da un rumore di fondo permanente, quello del non differenziato” (p.41). Non è difficile “sentire” nell’ascolto di queste pagine una serie di rimandi, che vanno dai concetti più moderni dell’epigenetica, alle teorie degli stati psichici della Aulagneir, e in particolare all’Originario e alle sue tracce corporee nel pittogramma, alla barriera di contatto di Bion, alla struttura inquadrante di Green e alla sua visione dinamica nei rapporti di liaison e deliaison con gli oggetti, ma innanzitutto alla pulsatilità pulsionale di Freud, secondo il mio modo di vedere.

 Tutto ciò a conferma che non si vive, non si studia e non si scrive senza un’eredità, ma che questa va sempre riinvestita in un progetto del tutto personale, come ricorda il Faust di Goethe, citato da Freud, e come riprende Deridda. Nel prezioso volume De quoi demain, Dialogue (2001) Jaques Derrida dialoga appunto con Elisabeth Roudinesco sul futuro della psicoanalisi, e risignifica l’importanza e il valore dell’eredità, come patrimonio della psicoanalisi, e così peraltro per ogni singolo uomo. L’eredità è un dono, ma appunto per questo non può avere vincoli restitutivi, deve avere la possibilità di essere vissuta dal soggetto che la riceve come qualche cosa che, sì, si riceve, ma va anche scelto ciò che si riceve. Perché questa scelta afferma la soggettività di chi si inscrive nell’appartenenza del dono, ma anche e soprattutto perché solo la scelta consente poi l’impegno responsabile di portare avanti, rianimare e rivitalizzare ciò che si è scelto in un progetto che è impegno di testimonianza nel futuro, e insieme lutto su ciò che si abbandona. Questo infatti, ricorda Derrida, consente che l’eredità diventi un dono, un abbandono e un perdono.

L’aspetto importante di questa idea di pluripotenzialità psichica ha un’evidente e fortunata ricaduta nel ripensare la cura.

Ma quale la ragione di questa condizione di base, di questa pluripotenzialità nei movimenti di andata e ritorno? Anche qui l’idea centrale di Matôt si articola con i suoi riferimenti teorici. “L’idea centrale risiede nell’affermazione dell’esistenza di un conflitto ontologico tra una tendenza unitaria dell’esperienza soggettiva di sé, da un lato, […] e l’eterogeneità dei livelli di realtà […] dall’altro” (p73). La configurazione psichica sarebbe allora il risultato per Matôt di una stabilizzazione tra un insieme di elementi organizzanti  una modalità regolata di rapporti con la realtà a partire dalla protorappresentazioni, intese secondo Anzieu, inserite  in una serie di rapporti di identificazioni, associate a meccanismi di difesa, a strutture percettive e ad organizzazioni spazio-temporali.

Matôt non può a questo punto non interrogarsi su ciò che favorisca l’emergenza delle configurazioni psichiche e dove ciò lo consenta, ma anche che cosa limiti la loro emergenza o la impedisca.

L’ultimo capitolo è dedicato a questo, ricco come gli altri di testimonianze cliniche. Il lettore si ritrova così ad un complesso lavoro di sintesi su quanto precedentemente incontrato nella lettura e l’autore stesso annuncia questa complessità dedicando un paragrafo a “Configurazioni come sistemi complessi”(p.130). Le estese riflessioni di Piera Aulagnier sono uno sfondo teorico al quale l’autore ricorrentemente attinge ricordando il legame da lei segnalato tra le modalità espressive dell’attività psichica e l’evoluzione del sistema percettivo, o quanto l’intensità tra le diverse esperienze sensoriali varino le composizioni quantitative e qualitative di piacere e dispiacere, formando insiemi non riducibili ad opposizioni duali, ma addirittura con differenti significati, come riprende Renè Roussillon, per cui ciò che si configura come dispiacere in un sistema, può essere fonte di piacere in un altro, fino ad arrivare ad alternanze e a co-attivazioni precoci di inscrizioni di esperienza  a diversi livelli più o meno differenziati. La complementarietà, va ricordato, è un concetto chiave di Aulagnier che intravede una complementarietà speculare tra lo spazio psichico e il mondo.****

Da tutto ciò l’idea di un sistema complesso come lo indica Dominique Scarfone (2020), idea che si appoggia alla teoria di “sistemi viventi autopoietici” (p.135) della biologia. Tra questi ricorderei l’epigenesi, un’interpretazione della genetica molecolare che indica la presenza di funzionamenti auto-differenziantisi che assicurano l’auto-riparazione e l’auto-manutenzione di un sistema vivente in rapporto con l’ambiente esterno. L’idea dell’autopoiesi voglio sottolineare che è fortemente radicata all’interno della teoria dei tre stati dello sviluppo psichico di Piera Aulagnier quando, a proposito dello Stato Originario parla del pittogramma, con un’epistemologia e una metapsicologia così specifiche da non essere facilmente esportabili su altre teorie, se non come elemento di giusto e indispensabile raffronto.

Matôt, se da un lato si trova in accordo con Scarfone e con Chicoine Brathwaite (2020) nel pensare che setting e processo analitico vadano a costituire un sistema potenzialmente autopoietico, dall’altro descrive “l’ambiente psicoanalitico” (p.137) come contesto, all’interno del quale operano movimenti di chiusura del sistema analista-paziente, e come ambito di successiva co-emergenza, modulata da una serie di passaggi transizionali. La Transizionalità, eredità del pensiero di Winnicott, viene ripresa da Matôt che ad essa ha associato molte riflessioni di Merleau-Ponty sull’emergere dell’oggetto e sulla sua sparizione, sulle esperienze complesse di raggiungere un’impressione senza oggetto, mettendo in opera le condizioni per una nuova emergenza figurativa, con Paul Klee, e all’interno di una visione completamente interrattiva tra forme e colori, come quella proposta da Kandinsky.

Ecco che il sottotitolo De(peindre) le processus si rianima di nuove suggestioni per il pensiero.

 

 

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