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D’Agostini C. (2017). Ordine e creatività.

Testo della relazione presentata al seminario “Creatività Regole Identità – Riflessioni Psicoanalitiche”, Firenze, Educatorio del Fuligno, 20 maggio 2017.

Un aforisma frequente negli ambienti scientifici recita che nulla è più utile di un buon modello.

E certamente quando parliamo dei rapporti tra mente e cervello la spinta a trovare relazioni e parallelismi si avvale di buoni modelli più o meno schematici destinati ad essere invariabilmente superati. Pure, la modestia del pensiero e le necessità della comunicazione fanno sì che non sia facile evitare di ricorrere a questi strumenti che qui saranno illustrati con una narrazione necessariamente semplificata.  Farò dunque riferimento ad un buon modello, relativo alle funzioni dei due emisferi del cervello, al fine di proporre l’ipotesi, suffragata da alcune acquisizioni delle neuroscienze, che l’ordine e la creatività nell’adulto possano essere due polarità condizionate dalla struttura dei due emisferi e dalle condizioni dell’accudimento ricevuto dalla persona nei primi mesi di vita.

Ordine e creatività sono presenti costantemente nella nostra mente. Modalità del pensiero che si alternano, si integrano e a volte si combattono. Queste due categorie sembrano trovare rappresentazione ed eco nella realtà concreta della interazione sociale, nei modi dell’essere e sorprendentemente anche nei due emisferi del nostro cervello.

Se da una parte la creatività esprime l’apparizione di qualcosa che prima non esisteva o una felice elaborazione dell’esistente, l’ordine inserisce quanto creato in un contesto che gli attribuisce un nome e conseguentemente la possibilità e quasi il diritto di esistere, poiché l’atto creativo quando non viene riconosciuto e legittimato dalla mente, inserendolo e relazionandolo con ciò che esisteva precedentemente, somiglia ad un orfano senza cognome. Quando esso è pensato in un contesto che lo riconosce, acquisisce una dimensione concreta che gli dà il diritto di esistere.  Colpisce il fatto che nelle prime pagine della Bibbia la creazione si unisca ad una immediata definizione dell’ordine tra le parti ad indicare che, senza la visione del reciproco confine tra le varie parti, non vi può essere il riconoscimento e la permanenza dell’atto creativo.

Da cosa nascono queste due dimensioni del pensiero? E perché si presentano come una costante nella mente umana?   L’ordine trae la sua ragione di esistere nella nostra necessità di comprendere le situazioni e le cose nelle quali ci imbattiamo inserendole in un contesto di significato spazio-temporale.

La memoria degli avvenimenti è per noi indispensabile e richiede per sua natura l’inserimento in un processo di pensiero sequenziale che ci permetta di dare senso e prevedere, in qualche misura, quanto accadrà. Ma al tempo stesso l’ambiente interno ed esterno ci sollecitano a chiederci se rispondere sempre nello stesso modo, o a variare la nostra posizione e la modalità di porci verso gli accadimenti della mente e dell’ambiente; a fare ricorso quindi alla creatività.  Ma qualora ci si proponga di definire le caratteristiche di questa attitudine, scopriamo come non sia facile giungere ad una definizione esaustiva. Secondo Anna Ferruta (2016) essa non sarebbe una funzione ben definita ma la risultante di diverse attività mentali. La Treccani la definisce in modo essenzialmente tautologico, sottolineando però che essa consisterebbe tra l’altro anche nella capacità di definire e strutturare in modo nuovo le proprie esperienze e conoscenze. In una prospettiva più psicodinamica si può intendere la creatività come un processo di elaborazione e trasformazione della realtà, derivante tra l’altro anche da un’esigenza simbolica di perfezione e da un sogno di onnipotenza, sotto la spinta di un sottile malessere melanconico. Questo tipo di creatività può avvenire se la persona ha la capacità di destrutturare gli elementi della realtà interna, ricomponendoli in modo armonico con la propria identità e con la realtà sociale (Calamandrei 2016), oppure attraverso la creazione artistica, o con nuove forme di pensiero, ma anche attraverso modalità espulsive che si frantumano in azioni non sufficientemente strutturate.

Nel contesto dell’evoluzione, sulla quale nel suo libro si sofferma estesamente Stefano Calamandrei (2016), l’esigenza di un equilibrio tra ordine e creatività può avere spinto verso una organizzazione cerebrale che fosse in funzione di questa dualità: gestire la memoria storica degli avvenimenti, scomporne le componenti per poi riordinarle in base alle esigenze dell’individuo,  e fare ricorso alla creatività,  che essendo figlia anche delle componenti inconsce dell’esperienza,  sa fornire all’esperienza nuove modalità di porsi di fronte all’esistente e concettualizzare simbolicamente e metaforicamente.  Come la mano destra e la sinistra, anche se speculari, non fanno le stesse cose, ma nel corso dell’evoluzione si sono integrate in modo da permettere compiti più complessi, nei quali alternativamente l’una assume una funzione prioritaria rispetto all’altra, così il cammino evolutivo ha portato nei mammiferi alla differenziazione dei due emisferi cerebrali.

Questa differenziazione già nota sin dal 1904, è stata studiata negli anni sessanta dal neurobiologo Roger Sperry (1913-1994) che fu insignito del premio Nobel per la medicina nel 1981 per i suoi lavori sulla specializzazione emisferica e sulla lateralizzazione delle funzioni cerebrali (Gazzaniga, Bogen, Sperry, 1962), (Sperry, 1984).

Anche se negli ultimi anni le conclusioni di Sperry sono state oggetto di alcune parziali revisioni (Wolman D. 2012), recentemente  Allan Schore (2014), ne ha riconfermato gli assunti di base alla luce delle ricerche effettuate con la Risonanza magnetica funzionale. Schore in particolar modo ha sottolineato (2014) il ruolo dell’emisfero destro nell’ambito delle attività creative.

Secondo Sperry e Schore nell’emisfero destro risiedono le caratteristiche che articolano l’istintività creativa. Esso mantiene in modo per lo più inconscio, la memoria degli avvenimenti e del funzionamento della persona. Rispetto al sinistro è più olistico, più capace di integrazione e più pronto a cogliere il nucleo essenziale delle situazioni e a compiere una elaborazione emotiva complessiva degli avvenimenti che tende ad affrontare contemporaneamente (Luria 1973).

Per le sue capacità di rapida intuizione, lo si potrebbe definire scherzosamente come un emisfero con una intonazione femminile.

Questa caratteristica è stata studiata da Carter (1998) che ne ha descritto le basi anatomico-funzionali: “ …I prolungamenti delle cellule nervose, gli assoni, sono più lunghi nell’emisfero dx, connettendo quindi neuroni che sono in media, molto lontani tra loro …Tutto ciò indica anche che l’emisfero dx è maggiormente equipaggiato del sn per fondare la sua attività su differenti moduli contemporaneamente… L’emisfero sinistro al contrario, presenta connessioni più fitte. I neuroni distribuiti in modo denso e in interazione reciproca, per la presenza di connessioni corte, sono in grado di eseguire elaborazioni più dettagliate che dipendono dalla veloce cooperazione tra neuroni dedicati.”

L’emisfero sinistro, esprime prevalentemente il pensiero logico, affrontando una cosa alla volta e compiendo operazioni in modo sequenziale alla luce delle capacità cognitive. E’ portato al calcolo matematico, alla classificazione, alla discriminazione, al ragionamento, al metodo, ai dettagli. Pone degli obiettivi, calcola il tempo, con le categorie del prima e del dopo; nota le differenze, gestisce la lingua, molti aspetti della parola, la scrittura, la lettura.

Cozzolino (2000) e Panksepp (1998) hanno evidenziato come le caratteristiche strutturali del sn, dando origine ad un Sé attento ed integrato, permettano una migliore integrazione nel  sociale, indipendentemente e spesso in contrasto, con gli aspetti creativi ed inconsci della personalità.

ll dx è atemporale, coglie ed interpreta le forme e le espressione dei volti, dei volumi e degli spazi; è versato alla sensibilità e alla percezione, nota le somiglianze, tende alla sintesi e ad una visione globale dei fatti; segue l’intuito ed è più sensibile alle idee positive. E’ la sede della sensibilità alla musica, al canto, alla danza, all’arte.  Nel cervello le aree limbiche destre elaborano emotivamente le espressioni dei volti cogliendole in 30 millisecondi, molto prima che la corteccia le renda consapevoli. Questo fa sì che molta parte delle nostre interazioni sociali vengano elaborate coscientemente dalle aree prefrontali solo in tempi successivi alla loro elaborazione emotiva inconscia. L’emisfero dx è anche in grado di formare quelle rappresentazioni emotive dello stato d’animo altrui che sono alla base dell’empatia e della compassione.

Va sottolineato tuttavia, che queste rappresentazioni emotive vengono elaborate a dx, ma per essere verbalizzate devono essere trasmesse all’emisfero sn. (Hart 2011).  L’importanza dell’emisfero dx appare ancor più chiaramente quando si considera che lesioni dell’emisfero dx (Solms e Turnbull, 2002) intaccano, il senso di identità e la capacità auto ed etero-riflessiva, generando danni che appaiono ben più gravi di lesioni analoghe nell’emisfero sn.

Un altro aforisma afferma, sintetizzando, che il dx è spinto a dare nuove soluzioni a vecchi problemi, mentre il sn tende a porre vecchie soluzioni a nuovi problemi.

A questo proposito il neurobiologo Semir Zeki (2009) sostiene che nel corso dell’evoluzione si è dimostrato meno dispendioso per l’emisfero sn applicare soluzioni vantaggiosamente collaudate anche a situazioni diverse da quelle originarie, poiché la creatività è certamente più impegnativa e costosa in termini energetici.

Ma come e perché si è evoluta questa specializzazione si chiede Stefano Calamandrei? Quale utilità ne può avere favorito il suo strutturarsi nel sistema nervoso dell’Homo sapiens ? Susan Hart ritiene che evolutivamente la differenziazione avrebbe permesso di acquisire nuove capacità, integrandole con le precedenti, anche se il maggior volume dei lobi parietali e frontali è andato a discapito del volume della corteccia visiva (Hart S. 2011) che era indispensabile agli animali inferiori ma che, nel contesto evolutivo, risulta meno utile ai primati.

E’ stato appurato che le prime informazioni di base necessarie alla sopravvivenza del bambino, dal periodo della gestazione sino ai due anni di vita, vengono immesse per lo più nell’emisfero dx. Questo avviene perché in quell’emisfero si struttura la percezione complessiva dell’ambiente e vengono raccolte le informazioni elementari che forniranno al piccolo animale umano, in modo istintivo, la possibilità di orientarsi e sopravvivere.

In quello spazio di memoria nei primi ventiquattro mesi si svilupperà, definendosi stabilmente, la percezione di un legame di dipendenza con la figura di accudimento indispensabile alla sopravvivenza.

Allan Schore che da molti anni è attento all’integrazione tra neuroscienze e psicoanalisi, ha ampiamente descritto (2003a, 2003b, 2014) le modalità secondo cui la relazione d’attaccamento con la figura di accudimento agisce in modo determinante sulla organizzazione del cervello dx e specificatamente sulla corteccia prefrontale, sull’amigdala e sull’ippocampo.

Corteccia prefrontale (coscienza), amigdala (il sensore dell’emotività) e ippocampo (il direttore della biblioteca della memoria) agiscono in stretta connessione e assumono un ruolo di primo piano nel determinare le idee, i sentimenti ed il comportamento della persona.

Il senso di sé dotato di sicurezza e resilienza tipico della personalità matura, si esprime attraverso una articolata e variabile attività regolatrice che questi centri esercitano integrandosi.  E’ così che la mente crea pensieri, vive sentimenti stabili, realizza comportamenti adeguati che permettono una valida integrazione sociale e quel tipo di creatività che si esprime nel contesto operativo quotidiano.

Ma le cose non vanno sempre così bene, e tra le condizioni sfavorevoli che influiscono negativamente sulla creatività vi sono quelle che derivano da esiti travagliati del processo di attaccamento, della crescita psicologica e della maturazione del sistema nervoso. Tra le varie cause di queste problematicità la letteratura scientifica si è soffermata frequentemente sulle situazioni di abuso ma accanto a queste hanno un rilievo notevole anche le situazioni di trascuratezza del bambino. Situazioni che vedono varie cause tra cui la relazione con una figura di accudimento non sufficientemente presente o distaccata, oppure poco coinvolgente e in difficoltà nella sincronizzazione emotiva.  Sia l’abuso che la trascuratezza sono causa di stress, ma vi sono ragionevoli motivi per ritenere che nell’attuale società la seconda possa essere più diffusa rispetto alle prima.

Si ritiene che entrambe siano sottostimate, ma la valutazione della trascuratezza risulta più difficile (Crume. 2002) perché verosimilmente le situazioni di abuso hanno una connotazione più definita rispetto a quelle costituite da disattenzione e trascuratezza.   E’ comunque ormai ampiamente definito il legame tra queste e la perdita della capacità di regolazione degli affetti (Schore 2010). Tra i moltissimi altri, uno studio del 2004 (Battle et al.) basato sull’anamnesi familiare di 600 soggetti con disturbi di personalità ha evidenziato che il 73% erano stati abusati e  82% erano stati trascurati. Recentissimamente questo dato è stato riconfermato indirettamente in un articolo di Kimberly Noble (2017) che pone in relazione deficit nelle dimensioni e nello sviluppo del cervello di un bambino con condizioni di grave disagio economico dei genitori.

La condizione di stress derivata dalla trascuratezza nei primi 24 mesi è risultata particolarmente negativa per lo sviluppo delle funzioni dell’ippocampo (Panksepp, 2005; Scaer, 2001). La cosa è rilevante perché l’ippocampo svolge una funzione essenziale nella creazione del pensiero. Permette di passare dalla memoria implicita a quella esplicita; discrimina gli stimoli; colloca gli avvenimenti nello spazio e nel tempo e, dando loro una continuità ed una sequenza, dà alla persona il senso biografico della propria storia all’interno del contesto sociale.

Struttura funzioni consce e logiche, anche se permette al bambino di avere dei ricordi espliciti solo dopo vari mesi di vita, poiché si sviluppa lentamente nel corso degli anni (come la personalità di cui è uno dei agenti).

Una delle sue funzioni è il modulare, prima che il segnale raggiunga la corteccia, la risposta allo stress dell’amigdala filtrandola alla luce dei ricordi ed evitando una sovraeccitazione impulsiva. Equilibra anche la risposta dell’ipotalamo (punto di partenza dell’organizzazione ormonale).

James Chu (2001) ha studiato bambini che hanno avuto forme di attaccamento insicuro, rilevando livelli stabilmente alti di cortisolo come risposta allo stress, contrariamente ai bambini che hanno avuto un attaccamento sicuro i quali, superata la situazione di stress, presentano livelli di cortisolo nuovamente bassi.

In ogni caso però i livelli di cortisolo si regolarizzavano solo se l’attaccamento sicuro si realizzava entro i primi  4 mesi. Nei bambini adottati dopo questo periodo i livelli di cortisolo rimanevano anomali per quantità e ritmo (Gunnar, 2001; Gunnar e Cheathnam, 2003). Quanto sia importante questa condizione è testimoniato dal fatto che alcuni studi hanno rilevato che esiste una correlazione inversa tra livelli di cortisolo nella prima infanzia e la successiva capacità sociale (Hart. 2008).

E’ verosimile che questo derivi dal fatto che, se lo stress è prolungato, il cortisolo sollecitato dall’ipotalamo e presente in eccesso e per lungo tempo, provoca la morte per autosuicidio dei neuroni dell’ippocampo (Panksepp, 2005; Scaer, 2001)  inibendo la sua capacità di formare ricordi legati alla memoria esplicita.

Quando il tessuto neuronale dell’ippocampo si impoverisce il sistema si squilibra e compaiono disturbi della memoria perché i ricordi impliciti divengono prevalenti. Così nel corso della vita la risposta emotiva agli stress, evocata dall’amigdala, sarà più automatica, più primitiva; essendo meno modulata dall’ippocampo e meno gestita dalla corteccia prefrontale risulterà meno controllata dalla volontà.  L’amigdala, dotata sin dalla nascita di una propria memoria, immagazzina in forma primitiva il clima emotivo delle primissime relazioni fauste o infauste con le figure di accudimento e quando nel corso della vita questo clima sarà rievocato da qualche evento, non sarà possibile farlo collegando l’emozione che ne deriva a rappresentazioni interne che generino immagini o situazioni spazio-temporali  rievocabili in modo narrativo.  Sarà più difficile separare gli accadimenti dell’oggi da quanto avvenuto in tempi lontani.

L’emozione invece sarà conseguentemente patita. Non si integrerà nella coscienza, collocandosi costruttivamente nel contesto di una lucida identità creativa. Potrà invece dare luogo a comportamenti impulsivi o espulsivi dell’angoscia anche se talora questi possono essere espressi nell’ambito della creatività artistica.

Nel bambino il senso della permanenza della figura di accudimento comincia a svilupparsi tra i sette e i dodici mesi. Ma solo tra i diciotto mesi e i due anni lo sviluppo dell’ippocampo e della corteccia prefrontale permette di consolidare il senso della permanenza dei personaggi dell’ambiente nel tempo e nello spazio.

A partire da quest’età, la memoria permanente elaborata dall’ippocampo viene comunicata anche alla corteccia prefrontale che, autonomizzandola parzialmente dall’ippocampo, le conferisce il significato più ampio di memoria pensata e organizzata nell’ambito della consapevolezza della propria identità.

Per questa ragione la certezza dell’esistenza della figura di accudimento, anche quando questa è assente, richiede un sufficiente sviluppo della corteccia prefrontale che ne interiorizza l’immagine e disimpegna le emozioni collegate alla persona dalla sua presenza fisica.  Il fenomeno è notissimo agli psicoanalisti anche attraverso la formulazione che Bion aveva fatto della concezione dell’idea di madre attraverso la giusta alternanza di presenza e assenza.

Se condizioni di ansietà stimolano troppo ed in modo continuativo il cortisolo, i danni che questo ormone in eccesso produce sulla popolazione cellulare dell’ippocampo e sulle prime connessioni cortico-ippocampali fanno sì che l’assenza della madre venga vissuta emotivamente dal bambino come perdita.

Nell’ambito di questa complessa vicenda neuronale l’emisfero dx rimane dominante per i primi tre anni sin quando il bambino, con l’ulteriore sviluppo del sn, non acquista una certa autonomia motoria e linguistica; tuttavia anche successivamente lo sviluppo emisferico dx rimane condizionato dal rapporto  con la figura di accudimento. Qui avvengono soprattutto quelle operazioni di riconoscimento, elaborazione e regolazione delle informazioni emotive, fondamentali per avere una rappresentazione mentale dell’ambiente, e di sé nell’ambiente, che sono essenziali per la percezione del senso d’identità.

Senza  questo apprendimento è difficile averne una consapevolezza corretta e potere interagire in modo adeguato. Anche per questo si ritiene attualmente che nella corteccia prefrontale e nelle sue interazioni con le strutture limbiche e l’ippocampo trovi rappresentazione una parte fondante dell’identità, anche se certamente appare non facile definire compiutamente i caratteri di ciò che noi chiamiamo comunemente identità; né tantomeno è possibile indicare nel cervello una area precisa nella quale essa si esprima.   Il bambino, nel suo inserirsi nell’ambiente, è sollecitato ad una continua gestione dell’ordine interno ed esterno dei pensieri e delle percezioni e contemporaneamente al ricorso alle risorse creative sia in senso operativo che simbolico. Ma entrambe queste modalità del pensiero, ordine e creatività, per potere risultare funzionali devono affondare le proprie radici in un senso di identità adeguato. L’operazione avviene attraverso un continuo e complesso scambio di dati tra i due emisferi perché, sulla base dei dati istintivi e per lo più inconsci forniti dal dx, il sn opera un processo elaborativo col quale gli elementi della realtà esterna ed interna vengono esaminati, organizzati e finalizzati all’obiettivo che la persona si pone.  Il successo e la valutazione razionale ed emotiva di questa operazione viene poi ritrasferita dall’emisfero sn al dx che così rielabora ed accresce il proprio patrimonio di esperienze, pensieri ed emozioni inconsce, pronte ad essere messe automaticamente in gioco alla prossima occasione.

Quando queste condizioni di sviluppo degli emisferi non si sono potute realizzare per qualche motivo (genetico, carenza di accudimento, problematiche ambientali), si accentua, come hanno dimostrato Sperry e Gazzaniga (2009), il diverso funzionamento cognitivo ed emotivo dei due emisferi, nonché la strutturazione di una coscienza separata tra i due emisferi (Hart 2011).  L’emisfero sn fornisce una propria rigida interpretazione del vissuto e degli eventi alla fredda luce della logica, della linguistica e di visioni dettagliate e parcellari (Gazzaniga, LeDoux, Wilson, 1977). Esprime una propria creatività, ma con una intonazione meccanica. In condizioni sfavorevoli il dx fornisce al sn dati frammentari, non sufficientemente integrati e stabilizzati dal punto di vista emotivo, e la stessa complessa comunicazione interemisferica risulta deficitaria anche a causa di un non adeguato sviluppo delle vie neuronali interemisferiche.  Il bambino prima e l’adolescente poi,  si imbattono nella sensazione di aree di vuoto nella percezione di sé. La gestione delle emozioni non si può avvalere di una sufficiente stabilizzazione da parte della corteccia e non riesce ad essere adeguata alle situazioni. Fisiologicamente questo avviene negli adolescenti nei quali questa funzione non riesce ad esprimersi con costanza ed efficacia  perché le vie tra l’amigdala e la corteccia prefrontale non sono ancora mielinizzate e perfettamente funzionali sino ai 23-24 anni.

Davidson (1995) e Schore (2003a) hanno dimostrato che la corteccia dell’emisfero sn è in grado di abbassare, sino a bloccarle, i vissuti e le manifestazioni emotive che nascono nelle strutture limbiche dell’emisfero dx. Nella clinica sembra darne conferma il senso di freddezza emotiva che ci comunicano taluni pazienti con personalità ossessiva. In altri casi l’impulsività, conseguente alle aree dell’amigdala troppo stimolate e non mitigate dai centri superiori della corteccia, impedisce al dx di fornire al sn materiale sufficientemente elaborato per essere poi trasformato in azioni e pensieri costruttivi. La persona non riesce a potersi giovare delle risorse creative, ma risulta soltanto disordinata, secondo un ventaglio di situazioni più o meno gravi che possono  andare da un piacevole e frivolo disordine (è un po’ svitato), sino al caos della psicosi nelle menti più destrutturate.

Anche l’emisfero sn ha le sue problematiche, perché quando il senso del vuoto viene percepito dalla persona come minaccioso per l’equilibrio della mente, l’esigenza di dare alla realtà interna, e all’ambiente stesso, tratti prevedibili e quindi conoscibili, permette di mitigare l’angoscia del vuoto e l’ansia dell’ignoto.

Queste situazioni vengono gestite con un ricorso all’ordine e alla “logica” a scapito di una buona integrazione emotiva, anche in questo caso secondo un ventaglio di intensità e gravità che va da un piacevole e confortante piacere per l’ordine alla rigidità gelida di comportamenti gravemente ossessivi.

Dopo queste riflessioni tra ordine e creatività, quali conclusioni si possono trarre dall’osservazione di queste ultime risultanze delle neuroscienze?

L’autore di queste note suggerisce, nel caso abbiate programmato di rinascere, sia che decidiate di essere creativi oppure ordinati, di farlo ricordando i versi della quarta egloga nella quale Virgilio raccomanda al bambino:

….comincia a  sorridere fanciullo  (…)

perché  a chi non sorrisero i genitori,

un dio non concede la mensa

né una dea l’amoroso giaciglio.

 

 

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