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Per le donne donne che aiutano le donne. Recensione di Teresa Lorito

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Si segnala, innanzitutto, il progetto grafico che non è puramente decorativo ma funzionale al progetto culturale, mentre i temi, i concetti, sono in ordine alfabetico come in un dizionario e il libro si fa così oggetto di consultazione che ogni operatore può tenere con sé.

Un abbecedario come lo definisce la curatrice stessa nella sua bella introduzione. Una definizione piuttosto understatement. In realtà è molto di più di un abbecedario, è la forma scelta (come in poesia si può scegliere il sonetto o la canzone). L’ordine alfabetico è senz’altro un modo per facilitare la fruizione del libro, ma l’organizzazione per lemmi è, essa stessa, una presa di posizione, una scelta di argomenti, un punto di vista piuttosto preciso.
Si nota, accanto ai lemmi, la presenza di schede che consentono una rapida consultazione di concetti complessi. Le schede sono un fiore all’occhiello del volume: colte, chiare ed esaustive.
La semplicità con cui sono espressi concetti complessi, senza peraltro banalizzarli, è una piacevole sorpresa. Infatti, se a volte alla complessità degli argomenti corrispondono linguaggi densi e necessariamente non facili, altre volte, tante volte, la psicoanalisi indugia, un po’ per vezzo narcisistico, un po’ per pigrizia, su un gergo di gruppo che poco rende giustizia dell’esemplare chiarezza esplicativa del suo fondatore.
Risalta la grande presenza d’immagini di arte che non hanno una mera funzione decorativa, ma svolgono un duplice compito: da un lato facilitano l’apprendimento e la memoria, dall’altro sostengono e supportano efficacemente il testo, sia per l’appropriatezza degli oggetti scelti e dei loro accostamenti, sia perché l’arte, la bellezza, consentono una possibilità di leggerezza e creatività a temi che possono risultare particolarmente sgradevoli ed emotivamente faticosi. Sono, in un certo senso, un modo di accostarsi alla materia, una via per entrarvi dentro.
Quest’ultimo aspetto – la fatica dell’argomento – ci introduce al pregio fondamentale di questo libro: essere vicino agli operatori delle case delle donne e di tutte le organizzazioni che si occupano di violenza domestica. Essere, al tempo stesso, un volume di grande ricchezza e rigore, ma anche uno strumento sul campo, essere per chi vi opera un po’ come le immagini per il libro stesso: una chiave o una mappa.
Operatori e volontari lavorano utilizzando innanzitutto le proprie risorse personali, attingendo energia da se stessi poiché la carenza di fondi non consente di beneficiare della necessaria formazione di gruppo e personale che possa servire ad affrontare questi temi così sensibili con maggiore protezione. Perché di questo si tratta: per lavorare in quest’ambito sono necessari entusiasmo e disponibilità in grande misura, ma non bastano. Occorrono strumenti, occorre formarsi un’attrezzatura per raggiungere gli scopi prefissati e per non perdersi, per non essere sopraffatti dal materiale che si maneggia.
Disporre, dunque, di una sorta di manuale, di un libro che potrebbe essere usato anche come falsariga per interventi formativi, è un elemento prezioso.
Ecco alcuni punti forse utili a dare il senso complessivo di cosa il volume racchiude.
L’aggressività, ineliminabile ma educabile, gestibile. L’amore, termine unico che però veicola molte cose diverse. L’ascolto che non è solo un’operazione di attenzione verso l’altro, ma un atteggiamento di predisposizione ad accogliere l’altro, un esercizio che coinvolge tutti i sensi e che si può sviluppare fino a diventare una vera e propria empatia. E ancora troviamo: coppia, genitorialità e famiglia, gelosia con la distinzione freudiana fra gelosia normale, proiettiva e delirante. Il contributo di Simonetta Piccone Stella è sul genere, cioè “il modo sessuato col quale gli esseri umani si presentano nel mondo e vengono percepiti” che non è più soltanto maschile e femminile, ma seguendo Judith Butler , generi “molteplici, vari, commisti”. Simona Argentieri ci parla d’incesto e Giorgio Sassanelli di passione. Ancora: rabbia, invidia e vergogna, e Maria Grazia Minetti parla di sessualità.
L’elenco delle voci termina, chiudendo il cerchio iniziato con aggressività, con la violenza come espressione distruttiva dell’aggressività. È una conclusione elegante e significativa. Colpisce che l’alfa e l’omega, l’inizio e la fine siano l’aggressività e la sua espressione distruttiva, la violenza, appunto. Mi pare che faccia parte di quella disposizione, di quella scelta non casuale di cui si diceva.

Un pensiero che mi è venuto leggendo il libro è che forse ne andrebbe pensato un altro con un’ottica centrata sugli operatori e i volontari. Un’ottica che potrebbe focalizzare termini come onnipotenza, stress, strategie difensive, strategie di coping, riparazione e altro.
Se il pregio di fondo di questo libro è la vicinanza alle operatrici, la sua forza è il sentimento di amicizia e di solidarietà.
Nel capitolo sul gruppo Daniela Bolelli riporta l’articolo di Francesca Molfino sulla “Storia dei gruppi: dall’autocoscienza femminista al centro antiviolenza” in cui si parla di come si sono andati costruendo i gruppi femministi che spesso si sono poi sviluppati negli attuali centri antiviolenza. Dice Molfino: “…la leadership di questi gruppi…non era assunta da una persona sola, ma spesso era formata da una piccola élite in cui le donne erano legate da vincoli amicali, o da una frequentazione quotidiana, e una caratteristica dell’élite era la competenza, se così la vogliamo chiamare, nel campo dell’ideologia femminista”
Anche l’articolo di Francesca Molfino è uno strumento di lavoro, è anche saggio su questioni di storia del femminismo, una riflessione su un lungo periodo della storia delle donne. Francesca Molfino parla dell’ideologia femminista e subito soccorre la scheda sulla nozione marxiana d’ideologia come falsa coscienza, ma immediatamente dopo si fa riferimento all’ideologia come strumento anche positivo, come orizzonte del possibile, del concepibile, che è, in ultima analisi, una forte sottolineatura della soggettività.
Infine sottolineo che il libro nasce dall’amicizia che Daniela Bolelli ha avuto con Francesca Molfino. Si tratta, infatti, di un’ideale continuazione del lavoro di Francesca Molfino con le donne e con le case delle donne, del lavoro di supervisione, stimolo e consulenza che ha fatto di lei un punto di riferimento.
Amicizia fra donne, solidarietà fra donne. Forse si può ripartire da qui per cercare di incidere non solo sul tema specifico della violenza domestica, ma in generale su questo mondo che ci lascia sempre più stupefatti di fronte alle cose che, spesso, sembrano aver perso ogni logica e ogni senso.
Settembre 2015

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