Ciak si gira 2013
Lascia un commento

Furia, proiezione del 11 novembre

11 novembre 2013

Furia”

di Fritz Lang (1936)

Benedetta Guerrini Degl’Innocenti

 Un film come “Furia” può essere letto da diversi vertici. Senz’altro, parlando in termini generali, questo film contiene le idee di Lang sulla colpa, sulla vendetta e sulla giustizia. Il film può apparire un po’ datato dal punto di vista della tecnica cinematografica e anche interpretativa, ma è impareggiabile la raffinatezza con la quale il regista mette in evidenza le trasformazioni che avvengono nella dinamica del gruppo e in quella dei singoli, di fronte ad un evento traumatico.

Cominciando dalla superficie per poi scendere un po’ più in profondità, dal punto di vista storico-sociale, il regista sceglie di affrontare un tema molto attuale negli Stati Uniti fra la fine dell’800 e la prima metà del novecento, una vera piaga sociale, che era quello dei linciaggi; il 7 agosto del 1930 a Marion, nell’Indiana, una folla assalta la prigione dove sono custoditi due uomini di colore, sfonda le porte e massacra a calci e pugni i due uomini, li mutila e poi li appende ad un albero. Un fotografo, Laurence Beitler, scatta una foto che ritrae i due uomini ancora sanguinanti e impiccati e la folla con alcuni in posa che indicano gli impiccati, mentre due ragazze mostrano brandelli di stoffa dei detenuti come fossero souvenir. Di questa foto, come di altre di analogo soggetto, furono stampate cartoline vendute a 50 centesimi.

Da questo versante la storia di Joe Wilson impersona bene la parabola dell’immagine idealizzata che gli americani sembrano voler custodire dell’America: un paese giusto, buono, dove niente di male può accadere, con una sistema giudiziario estremamente garantista, sancito dalla costituzione, che garantisce un processo rapido e giusto e che ha un emendamento, l’ottavo, che sancisce il divieto delle punizioni crudeli o inusitate. Immagine che contrasta drammaticamente con la realtà che abbiamo appena visto e detto. Bene, la psicoanalisi ci mostra come questa contraddizione fra il desiderio di mantenere una visione totalmente positiva di qualcosa e la realtà che preme per “rovinarci la festa”, può essere raggiunta dalla psiche attraverso un meccanismo di difesa molto primitivo che chiamiamo scissione.

Permettetemi una piccola premessa in cui cerco in parole veramente povere, semplici, di descrivere la cascata di fenomeni psichici che nel film sono alla base di quello che succede alla gente di Strand e di quello che succede al protagonista, Joe Wilson.

Quando accade qualcosa che internamente attiva un senso di violenta colpa e persecuzione (il rapimento di una bambina in una piccola comunità del Midwest), il meccanismo di difesa più primitivo, ma certamente più efficace consiste in una cascata di operazioni psichiche che parte dal diniego (nessuno della nostra comunità può aver rapito una bambina), cui segue la scissione (perché l’oggetto interno comunità/individuo non può essere concepito come un oggetto mentale nella sua globalità e complessità, cioè che può essere buono, ma che può contenere anche aspetti malvagi; bisogna allora eliminarne la parte “inconcepibile” per poterne trattenere dentro soltanto una parte buona: “queste cose da noi non succedono”) e che termina con la proiezione, cioè con l’espulsione della parte cattiva, appunto scissa, che viene proiettata “fuori”, su un oggetto esterno, sull’altro da sé, sul forestiero; in questo modo il senso di colpa persecutoria viene messo fuori, la persecuzione da interna diventa esterna. Vi chiederete voi, ma qual’è il vantaggio di sentirsi perseguitati dalla realtà esterna? Che gli oggetti della realtà esterna possono, in condizioni particolari, essere eliminati, eliminando così la persecuzione. Ed è quello che spinge la folla a non pensare e ad agire: eliminando Joe Wilson pensa, psicoticamente, di eliminare la persecuzione che contiene.

Proviamo allora a usare questi fenomeni psichici come una specie di meta-testo con il quale leggere il film.

Cominciamo dai protagonisti: Katie e Joe. Fin dall’inizio si capisce che ci sono delle differenze fra loro: limitiamoci a quelle rilevanti per capire le diverse risposte dei due personaggi agli eventi traumatici che li coinvolgeranno. Sia Katie che Joe sembrano essere già orfani; per quello che ne sappiamo K. è sola, mentre Joe ha due fratelli minori. La prima differenza fra i due è che mentre K. è sola, ma non sembra sentirsi sola, Joe, che ha i fratelli, oltre a K, si sente come la canina Rainbow: “piccolo e solo”. Se Joe fosse un pz che viene a parlare come con me mi sbilancerei ad aggiungere che forse si sente anche “un bastardino”. E mentre Katie è positiva, senza essere superficiale, e sembra avere strategie difensive che sempre in termini psicoanalitici definiremmo mature (capacità di dilazionare la soddisfazione del bisogno, il proiettarsi nel futuro di quando lei e Joe staranno insieme, il pensare prima di agire) Joe appare da subito più vulnerabile e meno capace di adattarsi anche alle piccole avversità. “Piove, proprio stasera…” e poco dopo quando la tasca dell’impermeabile si strappa, “Ecco, ci mancava anche questa…” da queste due piccole reazioni, che il regista però evidenzia facendoci pensare che è proprio questo il filo che anche lui sta seguendo, possiamo cominciare farci un’idea di come possa essere fragile l’adattamento di Joe alla realtà esterna. E il regista ci mostra anche come Joe si senta facilmente esposto ad esperienze di vergogna quando cerca di opporsi alla determinazione di Katie a ricucirgli la tasca seduta stante. Aggiungerei che qui il regista, che non era certo digiuno di psicoanalisi, vuole forse evidenziare come la rottura della tasca sia la prima “lacerazione” nell’ordito psichico di Joe.

Lasciamo per un attimo Katie e Joe e diciamo qualche parola sul terzo, grande protagonista del film: la piccola collettività di Strand.

“Sappiamo molto di come si costruisca l’identità personale del singolo individuo, sappiamo come per il successo di questa costruzione sia ad esempio importante sviluppare quella “capacità d’essere soli” da parte del bambino (Winnicott, 1965), e si è studiato in profondità il processo che porta l’individuo nel corso della sua crescita ad una condizione di sufficiente autonomia e identità; quello che invece non conosciamo ancora bene è come si apprenda la capacità di stare insieme, come si giunga attraverso la crescita alla capacità di partecipare in modo costruttivo ai gruppi e alla collettività” (Di Chiara, 1999).

Quello che immaginiamo subito però di questo gruppo/collettività è che sembra caratterizzato da modalità di funzionamento rigido: una superficiale, conformistica e assai poco sostenibile fede nei valori morali americani cui fa da contrappunto un repertorio di tutte le peggiori qualità umane: invidia, gelosia, ipocrisia, maldicenza, diffamazione, menzogna, ira, violenza, viltà. Se volessimo utilizzare un modello psicoanalitico gruppale per capire il funzionamento della collettività di Strand lo potremmo definire di Attacco e fuga (Bion, 1961). Per un gruppo che ha questa modalità di funzionamento la sola idea di usare la comprensione è un vero e proprio anatema. Caratteristicamente un gruppo che funziona secondo questa modalità deve sempre avere un “nemico”: il gruppo si sente coeso solo quando lotta con o sfugge da questo nemico. Riprendiamo quello che vi dicevo all’inizio sui meccanismi psichici primitivi che si mettono in atto quando un evento esterno ha una potenza così traumatica da minacciare il funzionamento individuale e del gruppo allargato di cui ciascun individuo fa parte. Vediamo la cascata di fenomeni psichici che vi ho descritto prima all’opera in questa piccola collettività: a Strand accade un fatto inconcepibile, viene rapita una bambina. Un aspetto così mostruoso dell’animo umano non può essere elaborato, nemmeno pensato, da questa collettività che deve difendere la propria capacità di funzionare negando che al suo interno esista il male. Primo passo il diniego: nessuno qui può aver compiuto una cosa così. Poco più avanti un altro diniego “Non è mai successo in questo nostro paese che qualcuno sia andato in galera essendo stato accusato ingiustamente”. Poi la scissione: la parte “malvagia”, rapitrice di bambini”, viene messa al di fuori e proiettata sul forestiero, l’altro da sé. Joe Wilson.

Il meccanismo di scissione individuale ha una grande facilità a propagarsi fra i membri del gruppo; nel caso dei meccanismi di scissione-proiezione questi possono provocare comportamenti omogenei di vasti gruppi di persone in tempi molto brevi e in masse colpite da forti emozioni, come la folla di Strand, in tempi brevissimi. Quello di cui questo tipo di gruppo ha bisogno è di un leader che lo guidi nella fuga dal nemico, cioè dallo stato mentale temuto, o nella lotta contro la vittima del momento. E il leader più adatto è qualcuno che abbia già un nemico nella mente, per esempio qualcuno che sia già paranoico o con tendenze antisociali; in altre parole quello che è frequentemente il membro più disturbato del gruppo. Kirby Dowson: personalità sociopatica, piccolo malvivente che già odia la legge, lo sceriffo e la prigione. “Dowson lo abbiamo messo nella tua cella, sei contento?”

Dobbiamo tenere presente che le sindromi psicosociali, come quelle che sto descrivendo, hanno anche un carattere perverso: infatti in esse si sostiene di perseguire il bene del gruppo sociale, mentre se ne compie il danno, senza averne necessariamente chiara coscienza. Il gruppo si sente superficialmente coeso quando assalta la prigione (la scena della folla che si raccoglie lungo la strada con fidanzate, bambini e ragazzetti festosi è molto eloquente), ma non ha risolta la sua disgregazione sottostante, ha soltanto semplicemente e temporaneamente nascosto a se stesso questa conoscenza. Attraverso il meccanismo di attacco e fuga il gruppo cerca di distruggere la conoscenza attraverso l’azione. E’ quello che con acutezza Katie dice a Joe: “Non sono assassini, facevano parte della folla e la folla non pensa”.

E come affrontano il trauma i nostri due protagonisti? Katie rimane in una specie di stato di shock traumatico, da cui si riprende con l’esposizione sensoriale ad uno degli elementi del trauma, il fuoco, ma soprattutto grazie al riconoscimento di un legame affettivo con i fratelli di Joe. E sostiene tutto il dolore che le da credere che Joe sia morto. E, soprattutto, sostiene il dubbio: l’unica in tutta la storia che sembra poterlo tollerare senza agire e senza psicotizzarsi.

E Joe? A Joe le cose vanno peggio. La piccola lacerazione della sua tasca diventa una frattura potenzialmente irreversibile nel suo rapporto con la realtà, ma anche nell’integrità del suo sé. Quando muore la canina, la sua parte “bastardino piccolo e solo” soccombe e la sopravvivenza sembra consentita solo a prezzo di una sorta di scissione della personalità con la comparsa di un altro sé potente, vendicativo, anaffettivo, sociopatico che lo trasforma e lo rende irriconoscibile e inavvicinabile perfino ai suoi fratelli. Potremmo forse chiamarla anche identificazione con l’aggressore, ma non mi voglio soffermare su questo.

Per concludere: come escono questi nostri personaggi da questa trappola psichica?

Katie lo abbiamo visto. K. ha una struttura coesa, ha una fiducia non basata sul diniego e l’idealizzazione, ma su una buona capacità di guardare, di conoscere, di tollerare l’incertezza, il dolore mentale.

Come può uscire Joe da questo continuo ciclo di oscillazioni fra momenti sollievo, quando la scissione e la proiezione hanno successo, e momenti angosciosi che si ripresentano quando lo stesso prodotto della scissione si ripresenta nel campo dell’esperienza? Perché si vede bene come il funzionamento psichico di Joe, apparentemente e superficialmente protetto dall’ansia grazie alle potenti e primitive difese messe in atto per reggere l’urto del trauma, subisca un danno in profondità: il nucleo primitivo del Sé rimane prima isolato e poi progressivamente corroso. “Io sono solo, non ho bisogno di nessuno”; così la naturale possibilità di sentire il dolore psichico è come bloccata e quindi, di conseguenza, è bloccata anche la capacità di chiedere aiuto.

L’uscita da questa difficile situazione, ci dice la psicoanalisi, è possibile grazie all’entrata in funzione di un diverso meccanismo che ha una funzione riparativa, del Sé e dell’oggetto; per compiere questa operazione reintegrativa il Sé ha bisogno della presenza efficace di una mente “adulta”, saggia, disponibile ed utilizzabile, che per Joe è la mente di Katie, che permetta di compiere progressivamente delle operazioni di riparazione e di recupero del Sé e degli oggetti. La mente di Joe sembra fermarsi proprio sul ciglio dell’abisso: ancora una volta è la voce di K. che lo riporta indietro. Prima allucinata e poi trovata, come direbbe Winnicott.

Ma la riparazione sarà possibile solo al prezzo della perdita dell’illusione: “la legge ignora come molte cose fossero importanti per me … la legge ignora che quelle cose sono state distrutte in me quella notte”.

E nel 1936, anno di produzione del film, anche il mondo, come Joe, sta per perdere per sempre la sua innocenza e la sua illusione: inizia la guerra civile spagnola, di lì a poco la seconda guerra mondiale e l’olocausto del popolo ebraico. Neanche per noi il mondo e la concezione stessa dell’uomo sarà mai più la stessa.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.