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Guerrini Degl’Innocenti B. (2019) Solo/Dialoghi Aperti

Testo dell’intervento di Benedetta Guerrini Degl’Innocenti  per la giornata

DIALOGHI APERTI -AUTORI LETTORI PUBBLICO

Firenze 11 maggio 2019

 

Solo, a cura e con testi di Raffaella Tancredi, Barta Edizioni, 2017.

Questo che ho il piacere di presentare oggi è un libro piccolo, un libro che si legge di un fiato. L’ho letto la prima volta in poche ore e poi l’ho riletto di nuovo, lentamente, per coglierne l’intenzione. E la prima affermazione che mi pare si possa fare in proposito è che è un libro piccolo, ma non è un piccolo libro. 

Anche il titolo che l’autrice ha scelto è un titolo piccolo: Solo. Per capirne il senso profondo e quindi il senso di questo libro, basta leggere l’esergo che l’autrice ha scelto, pochi versi di Edgar Allan Poe. 

In questi versi c’è tutto quello che questa operazione editoriale ha di “non-piccolo”, come si legge nella quarta di copertina: la convinzione che la possibilità di condividere sia una capacità peculiare dell’essere umano e che questo tratto specifico dell’uomo possa essere reso fecondo da una società che accoglie il dolore e le difficoltà ed opera così a sostenere e difendere la vita nelle sue molteplici forme. E questo libro vuole accogliere e condividere raccontando, a più persone possibile, quali e quante declinazioni della solitudine colpiscano gli esseri umani che nascono con un disturbo dello spettro autistico, quanta e quale solitudine affligga le loro famiglie che già sanno di che si tratta, quelle famiglie che ancora non sanno, quelle che non vorrebbero mai sapere. 

Ma perché fare un libro “divulgativo” su una patologia così specialistica e di nicchia, potrebbe chiedere qualcuno? “Perché gli autistici nel mondo sono così tanti che non è possibile non aver avuto nella propria vita almeno un contatto diretto e personale con uno di loro. Non so se lo sapevi. Io l’ho imparato” si legge nel libro. L’autismo infatti non è così di nicchia come si potrebbe pensare: le statistiche ci dicono che l’incidenza dell’autismo si aggira intorno a 1/100 in Italia e 1/88 in America. Il che significa diversi milioni di soggetti affetti nel mondo.  

E’ riduttivo però dire che questo è un libro sull’autismo: direi che questo libro non parla soltanto di qualcosa, ma “racconta a qualcuno” e lo fa raccontando delle storie. 

Comincia con due storie “di fantasia”: due racconti che parlano dei molti misteri che circondano le vite toccate dall’autismo, della difficoltà di raggiungerle, di decifrarne le espressioni, le reazioni, il linguaggio. “Non è solo come imparare una lingua sconosciuta, l’unica da usare – si legge in uno dei due racconti –ma come riuscire a trovare la voce giusta, la sola tra le tante che si sovrappongono e si accavallano che lui possa sentire”. 

Perché lo scambio interumano espone il bambino con un disturbo dello spettro autistico a difficoltà che gli altri bambini non incontrano, a problemi di difficile integrazione, problemi di costruzione e di comprensione dei codici comunicativi: vuol dire che la sua vulnerabilità neurobiologica si traduce nell’esperienza di un bombardamento di stimolazioni emotive difficilmente incanalabili e “legabili” a causa di un disfunzionamento dei normali sistemi di contenimento e organizzazione delle percezioni.  

E’ l’autrice che ci descrive il cosa e il come di questa disabilità nella seconda parte del libro: prende la parola e ci racconta cos’è l’autismo visto con gli occhi di chi lo incontra ogni giorno da oltre vent’anni negli ambulatori della Stella Maris o nella propria stanza di consultazione, e sceglie, per raccontarcelo, un modo “diverso”: lo fa in dialogo con un genitore immaginario, il genitore spaventato di un bambino che ha qualcosa che non va, ma che vuole disperatamente credere che non abbia “quello”. 

“Il mio bambino non fa gesti strani come quelli che fanno gli autistici” o “gli autistici non guardano negli occhi, il mio bambino quando lo tengo sulle ginocchia invece mi guarda”. 

E Raffaella Tancredi spiega come la prima regola in quest’area della espressività umana è che niente è mai semplice. Lo spiega a noi che vogliamo sapere, a quei genitori che ancora non sanno, a quelli che già sanno e si sentono affogare nella disperazione. Spiega ad esempio che non sempre i bambini autistici fanno gesti strani, ma che piuttosto non sembrano dare ai gesti il significato di condivisione esperenziale che normalmente hanno: non indicano un oggetto che vogliono, ma mettono semmai la loro mano su quella del genitore, usata a mo’ di protesi, e la spingono verso l’oggetto. Il loro non è semplicemente un non guardare negli occhi: è un’anomalia nell’uso dello sguardo per condividere, una mancanza in quella che viene chiamata “intesoggettività primaria”: non condividono l’attenzione o il divertimento per qualcosa, né usano la madre come riferimento sociale nelle situazioni ambigue. 

 I bambini autistici di due anni evitano proprio di orientarsi visivamente verso le forme canoniche del movimento biologico, preferendo invece prestare attenzione a quelle contingenze audio-visuali non sociali che sono, al contrario, ignorate dai bambini non autistici. Ciò che differenzia strutturalmente i bambini autistici è che, al contrario dei neonati normali, non sono interessati al volto umano. 

Per dirlo ancora meglio, durante il riconoscimento di facce nell’autismo c’è un’attivazione di quelle aree cerebrali che nei soggetti normali sono di solito attivate quando si deve riconoscere un oggetto. È il difetto di questo sistema sociale diadico che si pensa possa rappresentare il nucleo del disturbo. 

Per dirlo in termini che ci sono più familiari, quali che siano le cause, l’autismo rappresenta un difetto nello stabilirsi del legame con l’altro; senza il quale legame, aggiungerei, nessuna vera soggettivazione può realizzarsi. Come si può sviluppare una piena soggettivazione se non si è potuta fare l’esperienza di rispecchiarsi nello sguardo della madre e nel suo desiderio? 

E come pensate che siano i genitori di questi peculiari esseri umani, ci domanda implicitamente l’autrice? Quelle madri che non si sono mai sentite veramente “guardate” dai loro figli? Come stanno, cosa pensano, come vivono giorno dopo giorno questa sfida continua degli affetti e del pensiero? Nella terza parte del libro sono i genitori che si raccontano, in interviste e in stralci di scambi di una mailing list pensata per collegare tutti coloro che hanno a che fare con la Sindrome di Asperger. “Lo spettro autistico è come un arcobaleno – dice la madre di Dario intervistata nel libro – Un arcobaleno che va da una disabilità molto grave, con ritardo mentale e forme estreme di chiusura alla relazione e alla comunicazione, fino a forme speciali di autismo ad alto funzionamento”.  L’autismo, per capirsi, di cui parla la letteratura, il cinema, la televisione; l’autismo di Temple Grandin e di Sheldon Cooper. 

Le storie che raccontano questi genitori sono a tratti simili, a tratti anche molto diverse. In quasi tutte emerge però lo stesso, tormentoso, problema: che ne sarà di questo nostro figlio “dopo di noi”?

 Fra le molte solitudini di cui questo libro parla credo che non vada dimenticata la solitudine di quegli psicoanalisti che ancora, nonostante tutto, non hanno abbandonato il campo. 

Si può certamente affermare che gli storici sforzi per spiegare e curare l’autismo non siano stati l’ora migliore della tradizione psicoanalitica. Ma nonostante tutto, molti psicoanalisti come Raffaella Tancredi non hanno abbandonato perché condividono ancora l’idea che la psicoanalisi abbia qualcosa da dire e da offrire alla clinica dell’autismo. Tutti quegli analisti di bambini, di adolescenti, di adulti, che sanno e credono che un soggetto con autismo ha un disturbo del neuro-sviluppo e non è la vittima di genitori troppo freddi, ma sanno e credono anche che la sua mente, come qualunque altra, ha bisogno di essere nutrita attraverso la relazione con altre menti, anche se i modi per arrivare a nutrirla devono essere conosciuti e appresi perché “diversi”. 

 Albert Einstein, che si dice avesse qualche tratto autistico, scrisse che “L’immaginazione è più importante della conoscenza”. Lui e Freud, che avevano più cose in comune di quante non immaginassero, agli inizi delle rispettive indagini scientifiche avevano entrambi raggiunto quello che si sarebbe rivelato lo stesso bivio cruciale. Ognuno di loro si era trovato di fronte ad un ostacolo che aveva respinto chiunque avesse studiato quei problemi: una totale mancanza di prove; ma invece di arretrare davanti a questa assenza per cercare altrove o dichiararsi sconfitti e rinunciare ad osservare, Einstein e Freud continuarono a farlo. E certo oggi non possiamo dire che il loro persistere sia stato inutile.

L’autismo è tuttora un grande enigma: ne sappiamo qualcosa, ma non sappiamo ancora molto. Questo progetto editoriale è un contributo competente e innovativo: mostra come si possa parlare di un problema serio e complesso scegliendo forme comunicative che rendono i contenuti accessibili al grande pubblico senza penalizzarne la complessità e l’accuratezza scientifica.  E far conoscere il problema può favorire la precocità della diagnosi, migliorare la qualità degli interventi, orientare delle adeguate politiche sociali. E liberarsi dalle fake news, come quelle che collegano l’autismo alle pratiche vaccinali. 

Se la disabilità di un bambino autistico è scritta in parte nei suoi geni, non sta nei suoi geni se la sua vita sarà felice o triste, o quanto svilupperà le sue potenzialità. Questo è scritto – scrive Vivanti (2010) citato dall’autrice nel libro – soprattutto nella sensibilità, nella disponibilità e nelle occasioni che la società gli saprà offrire.

Vorrei concludere come fa Raffaella Tancredi nel libro: ponendole una domanda scomoda. In fondo se la psicoanalisi è diventata un’antropologia del tempo moderno, usando una formidabile espressione di Paola Marion (2017), non è perché ha saputo dare tutte le risposte alle inquietudini e al disagio dell’umano, ma forse perché non ha mai avuto paura di affrontare le domande difficili che le declinazioni dell’umano impongono.  E allora le chiedo: che cosa ha da dire, oggi, la psicoanalisi sull’autismo? E cosa può offrire di  speciale uno psicoanalista ad una persona che ha questo tipo di neuro-diversità?

Bibliografia

Marion P. (2017) Il disagio del desiderio. Donzelli Editore, Roma.

Vivanti G. (2010) La mente autistica. Le risposte della ricerca scientifica al mistero dell’uomo. Omega Edizioni, Torino. 

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