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Civitarese G. (2012). Il corpo che brucia

Giuseppe Civitarese – Da La violenza delle emozioni. Bion e la psicoanalisi postbioniana, Raffaello Cortina, Milano 2011.

Realzione presentata al Seminario “Narcisismo e ipocondria”  (2012)

IL CORPO CHE BRUCIA

PERCEZIONE DELLE QUALITÀ PSICHICHE E IPOCONDRIA

Congederemo X dicendo: “Oh, è terribilmente ipocondriaco” – fine; grazie a Dio non dovremo più preoccuparcene? O dovremmo ascoltare ciò che dice? Dovremmo esporci a quello che un simile individuo tenta di comunicare?

wilfred r. bion, Seminari Tavistock

IDENTITÀ PERFORMATIVE

L’Io, come afferma Freud in una nota aggiunta nel 1927 alla tradu- zione inglese di L’Io e l’Es, “è in definitiva derivato da sensazioni corpo- ree, soprattutto dalle sensazioni provenienti dalla superficie del corpo. Esso può dunque venir considerato come una proiezione psichica della superficie del corpo […] l’Io cosciente […] è prima di ogni altra cosa un Io-corpo” (1922, pp. 488-489). Questa nozione, che lega in modo indissolubile mente e corpo, è ormai acquisita. Meno scontata è, invece, l’idea che il corpo a sua volta è “prodotto” sin dalla nascita. Sensazioni e percezioni non sono pure o naturali, ma in qualche modo sono anche apprese, cioè modellate dal discorso materno. La prima patria dell’Io è una lingua presimbolica fatta di ritmi, toni, suoni, parole, silenzi, gesti, espressioni, odori, colori. La costruzione dell’identità si avvia in un gio- co di assonanze e dissonanze, assenze e non-assenze. Un fascio fluido di esperienze sensoriali segnato da subito da cesure, scarti, spaziature, offre il “tramite principale per la creazione del significato psicologico e per i rudimenti di un’esperienza del sé […] un senso assai tenue, non autoriflessivo di ‘venire all’essere’” (Ogden, 1989, p. 55). Le prime espe- rienze di contatto o, in senso letterale, impressioni, equivalenti in tutto alle forme autistiche descritte da Tustin (1986), in seguito si associano

a idee di sicurezza, protezione, rilassamento, e di regola garantiscono il silenzio del corpo (Pragier, 1995).

Il processo che porta a divenire un soggetto1 e a strutturare un sen- timento di coesione del sé implica quindi l’assoggettamento a un certo ordine simbolico, ossia l’incorporazione di codici, norme e prescrizioni. L’identità definita dal corpo sessuato ha una dimensione performativa,2 è il risultato di attribuzioni di senso che danno forma alla realtà nell’atto stesso di nominarla; e nasce dalla ripetizione ritualizzata, incarnata, di azioni. In termini estremi è “un effetto allucinatorio di gesti naturalizzati” (Butler, 1999, p. xix). Così, il corpo è da sempre un corpo significante; un testo che si scrive e riscrive entro una matrice intersoggettiva, entro una “trama di rapporti tessuti su un telaio di carne” (Magrelli, 2006, p. 9). Il funzio- namento semiotico di questo testo ne riflette lo stato di vitalità. Una volta interiorizzato, il quadro di “relazioni generative, regolatrici e oppositive” (Butler, 1999, p. 93) non cessa di produrre i suoi effetti in una costante iterazione o “esecuzione” inconscia delle tracce di memoria sedimentate dall’esperienza. L’attività di auto-produzione dell’Io non è, tuttavia, un sistema chiuso, bensì è sempre contaminata dalla realtà esterna. Nel suo reiterarsi, il senso del testo recitato dal corpo si modifica poiché trova a ogni reiscrizione un mutato contesto locale e genera sempre nuove letture.

Uso quindi il concetto di identità performativa, un correlato della teoria performativa del genere (Butler, 1990), perché culturalizza qual-

1. Il concetto di soggettivazione, utilizzato in psicoanalisi soprattutto negli ultimi anni, sembra aver colmato un vuoto teorico. Il termine è stato coniato da Breton nel 1937, ed è stato ripreso da Lacan e soprattutto da Foucault, che lo identifica con l’inconscia subordinazione a una norma simbolica. Ma è solo con Cahn, a partire dalla sua relazione Du sujet al 51° Congrès des Psycha- nalystes de Langue Française des Pays Romans, nel 1991, che viene sempre più spesso a indicare il processo interpersonale che porta a diventare un soggetto capace di riflettere sulla propria stessa attività, a costruire uno spazio psichico distinto da quello esteriore, e a far sì che si formi un Io.

Il soggetto, così definito, ha un doppio statuto paradossale: quello di sottomesso a una legge, a una trama interpsichica, a un ordine del discorso che lo precede, e quello di agente autonomo. Pertanto in psicoanalisi non designa il soggetto grammaticale o quello classico della filosofia, bensì “nient’altro che l’apparecchio psichico nella sua interezza” (ibidem, p. 8). Il termine “soggettivazio- ne” si riferisce, quindi, sia alla possibilità di essere in sé solo nella misura in cui si è (e si è stati) fuori di sé, “alienati” nello sguardo dell’altro, sia al lavoro necessario all’individuo per istituire il funziona- mento simbolico e per appropriarsi dei propri pensieri, del proprio corpo e della propria identità: un percorso di differenziazione senza fine, sempre in corso; un processo di “mentalizzazione progressi- va” (ibidem, p. 13) mai del tutto acquisito. Riassumendo, le marche che contraddistinguono questo concetto sono: la processualità, il riferimento alla globalità della psiche e l’intrinseca paradossalità.

2. Vedi Butler (1997, p. 79): “L’affermazione che un discorso ‘dà forma’ al corpo non è certo semplice e, sin dall’inizio dobbiamo essere in grado di distinguere tale ‘dar forma’ dal ‘causare’ o ‘determinare’ e ancor più dobbiamo poter dire come ciò differisca dal concetto che i corpi sono in qualche modo fatti di puri e semplici discorsi”; e altrove (Butler, 1990, p. 100): “Sempre già segno culturale, il corpo pone dei limiti ai significati immaginari che occasiona, ma non è mai libero dalla costruzione immaginaria”. Vedi anche Brusset (1998, p. 121): “Lungi dall’essere in un primo tempo elementare, la sensazione, soprattutto cenestesica, è da subito complessa. Le sono intrinseci più livelli, in funzione degli affetti, della memoria, della storia, della categorizzazione e della semiotica culturale”.

siasi percezione-sensazione in modo più incisivo delle stesse teorie psi- coanalitiche che pure la ispirano;3 e perché supporta una teoria “forte” del corpo come di un’entità che parla sempre e comunque una lingua, come prova questo stesso termine, che fa coincidere il significato con un suo organo. La sensorialità non solo domina alla nascita, ma anche in seguito, quando nel corso dello sviluppo si accompagna alle forme più specializzate di pensiero, si conserva come sfondo di contenimento “appena percepibile di tutti gli stati successivi della soggettività” (Og- den, 1989, p. 54). Il corpo, insomma, è generato in parte, ma in modo ineludibile, dalla sua stessa materialità vissuta, e dal modo in cui essa è già segnata e inscindibile da strategie discorsive. Le sensazioni non sono pure emanazioni del corpo, come se un linguaggio potesse mai riflettere ciò che si denomina come il referente, la realtà stessa, la cosa in sé, di cui, del resto, è parte, né si oppongono al corpo, bensì hanno a che fare con esso e articolano, fondendoli in un tutt’uno, pulsionale e culturale.

DE-SOGGETTIVAZIONE

Nell’ipocondria questo sfondo si altera. Il cammino della soggettiva- zione è percorso a ritroso in un ripetuto tentativo di auto-contenimento sensoriale. La reintegrazione del sé procede come il lavoro di decritta- zione di un testo che si è fatto inspiegabilmente oscuro e in cui torna in primo piano la corporeità. Viene meno il diritto di cittadinanza acquisi- to dall’originaria e necessaria subordinazione all’ordine simbolico. L’Io cosciente vive come in esilio e sente di abitare un corpo indecifrabile, minaccioso, non più trasparente ossia vissuto come naturale. Le sensa- zioni che costituiscono il lessico e la sintassi del discorso ipocondria- co traducono infatti un sentimento di spaesamento, il cui paradigma essenziale è dato dal freudiano unheimlich. Il mondo di colpo diventa estraneo, ma è un mondo che è innanzitutto l’altro come oggetto appas- sionato di attaccamento. L’esilio del corpo dall’Io e dell’Io nel corpo è vissuto inconsciamente come un esilio decretato. L’altro come oggetto ideale da cui dipende la sopravvivenza psichica è assente e diventa lo spazio fantasmatico in cui il soggetto si muove, sempre più angosciato, come in un labirinto, come in una terra sconosciuta di cui non parla la lingua. In questa regressione si può vedere il riflesso interiorizzato di una crisi della matrice intersoggettiva che genera e mantiene il processo

3. Sulla felicità dell’incontro tra psicoanalisi e teoria del performativo vedi Felman (2002). 51

di costruzione dell’identità. La perdita di familiarità col proprio corpo traduce il sentimento inconscio del soggetto di vedersi espulso da una casa che è poi “una sostituzione del ventre materno, della prima dimo- ra” dell’essere (Freud, 1928, p. 581). È quel che può succedere quando il suo bisogno di essere riconosciuto incontra nell’altro una funzione α difettuale o una rêverie cronicamente carente.

La condizione di esilio ripristina un precario sistema para-eccitatorio abbassando la tensione psichica, come succede ai fuoriusciti che si sot- traggono con la fuga a un conflitto politico devastante. Pur intrisa di nostalgia, consente tuttavia ancora un certo funzionamento dell’Io. Non esclude del tutto dalla sfera della socialità, poiché un “testo” scritto sul corpo c’è ancora, anche se è opaco. Insieme, lo statuto di esiliato esprime l’urgenza di un riequilibrio narcisistico negli scambi relazionali. Quando questa domanda non è compresa e accolta, il malessere, che interessa sempre anche livelli più differenziati di creazione del senso, può virare verso la paranoia, la melanconia, o la somatizzazione, e può spingere così il soggetto a riparare nelle roccaforti di difese ancora più primiti- ve e limitanti. Ecco perché l’ipocondria si configura come una specie di crocevia tra più linee disevolutive e non si lascia ridurre a un’entità psicopatologica a sé stante. La sua specificità, se ce n’è una, è di impli- care uno spostamento regressivo verso il polo sensoriale di produzione dell’esperienza; e, nella cura, di sollecitare la rêverie dell’analista a una particolare sensibilità per questo piano dell’interazione.

L’IPOCONDRIA COME GENERE NARRATIVO

Nell’ipocondria lo sguardo scruta un paesaggio-corpo che è diventato l’ambigua area di sconfinamento di un’angoscia intollerabile. Se in sedu- ta focalizza questo livello, tuttavia, l’analista obiettiva il paziente e vede il suo disturbo come fatto, realtà, o ne dà una lettura esclusivamente in chiave unipersonale. Non coglie così il significato comunicativo del sinto- mo e il suo valore di segnalatore d’incendio rispetto a ciò che accade nel qui-e-ora (Robutti, 1992). Da un punto di vista intersoggettivo, invece, il discorso dell’ipocondria è l’argine che il paziente oppone al magma lavico delle emozioni che non è in grado di contenere nel contesto immediato dell’esperienza. Infatti, il “corpo” è anche un “personaggio” del campo, una finzione o, meglio, una finzione di secondo grado, e non solo il corpo reale (Ferro, 2006, p. 40). È il racconto dei fatti dell’analisi nel momento in cui accadono, e in questo caso potrebbe trattarsi di una malattia del

campo analitico. Spiegare al paziente che la sua è una malattia immagi- naria non serve a molto, perché su un altro piano, forse il più importante per la cura, paradossalmente è una malattia “reale”, e persino necessaria, ma della relazione, non del corpo. In un’ottica di transfert i medici che il paziente interpella per la diagnosi stanno per l’analista stesso che non dà credito alla sua versione dei fatti. Nell’involontaria parodia del gergo medico, che peraltro ne illumina la funzione performativa già brillante- mente evidenziata da Foucault (1963) nel suo ormai classico saggio sulla nascita della clinica, il paziente, che si fa clinico di se stesso, si ribella e fa intravedere da quali emozioni si sta difendendo. Da questo punto di vista il discorso dell’ipocondria nella stanza d’analisi è da contestualizzare. Il corpo reale va messo tra virgolette. Come nella costruzione dell’identità non si dà un corpo prediscorsivo, essenziale, naturale, così nella finzione del setting non esiste un corpo al di fuori del testo dell’analisi.

Rispettare la superficie del discorso del paziente, pur cercando d’in- tuirne tra le righe il senso transferale, può essere il modo più efficace per favorire le trasformazioni che a un certo punto potrebbero rendere il sintomo non più necessario. Conviene, allora, stare al gioco del cor- po per suggerire, appena il paziente acquista un minimo di fiducia, una prospettiva più ambigua sulla realtà. Lo si può aiutare così a raccontare la propria storia in nuovi modi e a riaprirla a insospettate possibilità di sviluppo (Ferro, 2006, p. 24).

Il vertice metapsicologico classico, allora, si può considerare seconda- rio (perché meno intimo, caldo, coinvolgente: ma non c’è formazione e trasformazione del soggetto senza un vincolo passionale!), ed esso stesso in seduta un luogo del campo. Infatti, nel rinviare alla genealogia dell’Io e alla temporalità di una storia individuale, una teoria sociale radicale del sog- getto, com’è quella di Bion, si trova in un rapporto di implicazione reciproca rispetto a un approccio clinico di tipo bipersonale o di campo. Se il corpo è sempre un corpo-testo, ovvero la superficie d’iscrizione (ma non pura- mente passiva, perché altrimenti non potrebbe costituirsi come agency) di un ordine socio-culturale, e se il processo di soggettivazione comporta un assoggettamento in cui si intrama una certa dimensione simbolica, è evidente che ogni anomalia nelle sensazioni che lo producono socialmente, e che invece in un’ottica obiettivistica sarebbe considerata piuttosto co- me un effetto del (dis)funzionamento di un corpo naturale, non può che esprimere anche una crisi della matrice intersoggettiva attuale dell’identità. Ecco perché il concetto di soggettivazione come costruzione performa- tiva dell’Io può rappresentare il cardine teorico che articola una visione esterna e una visione interna della psicopatologia, l’intra- e l’interpsichico.

DALLA LAVA DELLE EMOZIONI AL SOGNO DEL VULCANO

Presento del materiale clinico dai primi due anni di un’analisi. Adot- to di proposito una forma narrativa che senza ingenerare confusione lasci qualche iniziale margine di ambiguità nel distinguere le voci – la domanda chiave è: “Chi parla?”4 –. È un modo per invitare a un ascolto decentrato, per sottolineare il gioco delle identificazioni tra analista e paziente, e per sottolineare che il testo dell’analisi si costruisce in due, ma anche paradossalmente che è un testo redatto da un unico autore e quindi “fittizio”. Fittizio, però, è anche il discorso ipocondriaco se lo si intende transferalmente come un possibile genere narrativo con cui raccontare cosa succede nel campo virtuale dell’analisi.

L’Uomo-Torcia

Sono andata a giocare a pallavolo, che è una cosa di cui quando ero ragazza avevo il terrore. Ogni sabato un vero trauma, la partita contro estra- nei. Qualche tempo fa avrei detto di no. Ora invece… mi sento cambiata. Con gli altri sono tranquilla, diversamente dal solito, finanche estrover- sa. È stato bello dire a mia sorella maggiore cosa sto imparando qui, una bella soddisfazione… soprattutto se penso al rapporto che c’è sempre stato. Si è aperta una breccia, uno spazio; per dirla in termini giuridici: “un precedente”. Abbiamo parlato della mancanza d’affetto dei genito- ri verso di noi e di come entrambe abbiamo cercato di colmare i buchi.

Si direbbe che… anche questa è una partita che ora si può giocare, senza tanta paura degli estranei [ci si può lasciare senza star male]…

Mi sono sentita apprezzata per come sono veramente… Quando mi sono agitata un po’ per il mio stato di salute, mia mamma mi ha racconta- to alcuni episodi della mia infanzia. Da piccola mi ammalavo facilmente, avevo le difese immunitarie basse, per cui non mi portavano mai fuori. Ricordo la sensazione di essere un po’ una reclusa in casa, di non poter fare le cose che facevano gli altri… Mi era stato regalato l’Uomo-Torcia,

4. Vedi Cahn (1991, p. 1358): “Per l’analizzando così come per l’analista si pone incessante- mente la domanda: chi parla? chi parla a chi, al di là o tramite i fraintendimenti? e, a partire da lì, chi capisce cosa? […] Il dispositivo analitico è predisposto per far sì che si sviluppi la capacità di accogliere il senso così come si produce e di nutrirsene riflettendoci. […] Tale è il processo psicoanalitico della soggettivazione, la problematica del soggetto come progetto psicoanalitico”. Vedi inoltre Ogden (2005, pp. 138-139): “Lo scrittore analitico rimbalza continuamente contro una verità paradossale: l’esperienza analitica (che non può essere detta o scritta) deve essere tra- sformata in ‘fiction’ (una traduzione di fantasia di un’esperienza in parole), se ciò che è vero per l’esperienza analitica deve essere veicolato al lettore. […] Nello stesso tempo, la ‘fiction’ che è creata in parole deve riflettere la realtà di ciò che è accaduto”.

uno dei Fantastici Quattro. Una sera ho cominciato a dire: “Voio Omo- To’ciaa!!”. Avevo iniziato da poco a parlare. Mia mamma non capiva e io mi arrabbiavo sempre di più. Allora lei si disperava. Da piccola, quando doveva partire, lo faceva sempre di nascosto. Questo non lo ricordavo. Quando me lo ha raccontato, mi è tornata fuori proprio la sensazione di angoscia che provavo allora… Questo di sicuro può aver avuto un’influenza sulla mia paura che le persone care possano andar via. Ecco perché diven- to ossessiva! Mi ha raccontato anche un’altra cosa. Avevo sempre fame e lei non se ne accorgeva. Mi ha detto che ho sempre sofferto la fame, da piccola. Non so, ma quando si è piccoli l’affetto può essere interpretato anche dal cibo.

Mi incuriosisce un po’ la storia dell’Uomo-Torcia…

C’è quello che Le raccontavo… che quando avevo qualcosa di nuovo me lo dovevo portare a letto… Ricordo proprio la sensazione d’impo- tenza e mia madre che non capiva.

E… l’Uomo-Torcia cosa faceva?

Nei Fantastici Quattro c’era la donna; poi, uno fortissimo, di pietra (tra noi il mio amico S.); poi, la mente del gruppo, che si allungava, e questo era l’altro mio amico A.; e io, la più piccola, ero l’Uomo-Torcia, quello che poteva bruciare. Il suo corpo prendeva fuoco e lui poteva volare e diventava un supereroe. Ero molto affezionata a questo personaggio.

La donna?

Non era stata assegnata. Non c’era una donna tra noi. Le donne erano anche un po’ disprezzate.

Provo a riformulare tra me e me. Siamo ridiventati un po’ estranei dopo il fine-settimana… Il buco della separazione… Basta poco a farla- star male… La mamma che va via di nascosto… La donna dei Fantasti- ci Quattro (le sedute?) che manca, e difatti nel fumetto ha il potere di diventare invisibile… Si è ritrovata come una bambina molto piccola e senza parole (in-fans) a chiedere cibo/affetto dopo le due settimane di fame delle vacanze di Natale… Uomo-Torcia… il fuoco che brucia, con- suma, soffoca con il fumo (le passioni?)… ma forse anche luce e calore.

Dopo la prima separazione abbastanza lunga dall’analisi, inoltre, Carla è di nuovo assorbita da preoccupazioni di salute.

Mi è tornato il fastidio alla schiena.
Le chiedo quando è stata la prima volta.
Già da piccola avevo questa debolezza alla schiena… dopo poco che

sono in piedi. La prima volta così… Ero assieme a Piero da sei mesi. Ero sotto stress per un esame. Potrebbe essere stata una postura scorretta che ha portato a una compressione dei nervi. Avevo una sensazione di

oppressione alle gambe e l’avevo interpretata come un tumore. Ero ango- sciatissima. Si è risolta un po’ andando da un chiropratico. È stato pesante anche per Piero, perché l’ho coinvolto in questa cosa. Da lì è cominciato il grosso fastidio di essere influenzata da questi disturbi nei miei rapporti con gli altri… Sono andata dal medico. Ero indecisa perché non volevo assecondare le mie paure. Mi ha detto che i muscoli della schiena sono contratti. Mi ha prescritto degli anti-infiammatori. Non granché come effetto. Si è aggiunta poi la colite… Questo fastidio alla schiena… mi fa star male. Quando sono andata a farmi vedere, il dottore mi fa: “Forse è un colpo di freddo”. La preoccupazione è sparita per un giorno, poi è tornata. Non riesco a capire la causa, né ce la faccio a reagire. Sono stu- fa. Ormai ho provato tutte le medicine in commercio.

Un colpo di freddo…?!

Con Sandro, il ragazzo che frequento da un po’ di tempo, stava andan- do tutto bene. Però, dopo Capodanno, l’ho ritrovato più freddo. Sono tornata a chiedermi cosa pensa o non pensa di me. Prima era affidabile. Forse è stato solo il fatto di non essersi visti per un po’.

C’è bisogno allora di… un po’ di Uomo-Torcia?

Sì, come se stessi chiedendo disperatamente “Voio Omo-To’ciaa!!” e nessuno mi capisse… Con Sandro ho voglia di capire se vuole vedermi, se ha voglia di parlare con me… Sì, Uomo-Torcia… in questo momento per me sarebbero manifestazioni di affetto che io non so vedere, non so stimolare, non so provocare…

In questo periodo dell’analisi quel che conta è aiutare Carla a dare un qualche senso ai vissuti che la angosciano, e che a volte si spiega come il segno di una malattia neurologica non diagnosticata. E, come si vede, è lei stessa che, interpretando il significato del “colpo di freddo”, trova un nesso tra malattia e affetti, tra fastidi fisici e relazioni, con continue sovrapposizioni tra passato e presente. Le mie parole sono caute, a volte allusive, e le frasi ellittiche, ma perlopiù semplici. Accolgo i suoi contri- buti e cerco di rispettare le sue capacità di farsi carico di qualcosa che finora ha dovuto allontanare da sé. Provo a fare un lavoro, se si vuole preliminare, di riconoscimento e denominazione delle emozioni, come per comporre una specie di sillabario dei sentimenti. A volte, invece, interpreto il transfert in modo più diretto, quando ho l’impressione, che a posteriori non sempre si rivela corretta, che ciò non venga vissuto in modo persecutorio, o che “il terrore del doppio senso”, come lo ha chiamato una volta un altro mio paziente, non blocchi la comunicazione, né lo richiuda nelle sue “pesanti armature”. Ma, nonostante le cautele, in questo frammento di dialogo è chiara la richiesta di un atteggiamento

da parte mia meno pressante (è ripetuta ben due volte: com/pressione e op/pressione); più (chiro)pratico, cioè meno astratto. Altrimenti arriva- no le contratture, le inibizioni, i silenzi. Carla sta chiedendo, insomma, più manifestazioni di “affetto”. Ed è questo il senso latente con cui in- tenziono la mia domanda-commento che raccoglie la sua identificazione con il supereroe dei fumetti della Marvel.

L’Uomo-Torcia, uno dei Fantastici Quattro, è il personaggio in cui si trasforma Johnny Storm (!) per le mutazioni provocate dalle irradiazio- ni di raggi cosmici durante un viaggio interstellare. Johnny acquisisce la proprietà di generare plasma incandescente. Impetuoso e immaturo, scopre di poter trasformare a comando il proprio corpo in fiamme vive. In tale stato può volare ed espellere proiezioni di fuoco con vari gradi di intensità, fino a raggiungere le temperature di una supernova.

Il corpo che brucia5 mi appare come un modo per incapsulare nel sintomo ipocondriaco emozioni violente. È un corpo esposto perché piagato dalle ustioni, troppo permeabile, senza più confini e barriere. È un corpo del mondo inferus, come evocano le fiamme. È la fierezza dell’esilio, di cui parla Verlaine nella sua poesia (vedi infra). È l’avvam- pare di rabbia narcisistica; il fuoco-passione, distruttivo, rigeneratore e crudele, ma anche il calore e la luce che rischiara e segnala il bisogno di cure. È il corpo che grida quanto doloroso e pregno di pericoli sia di- ventato il contatto; e che per questo chiede bende, lenimenti, ospitalità, stanze sterili. È il corpo che brucia di desiderio.

AIDS

Carla è una studentessa della facoltà di Lettere. Ha venti anni. Tra mil- le esitazioni aveva chiesto di iniziare un’analisi l’anno prima, alle soglie dell’estate. Mentre si trovava all’estero per uno stage, dopo un rapporto sessuale non protetto con un ragazzo, si era convinta di avere l’aids. No- nostante i numerosi controlli, l’angoscia non era mai sparita del tutto. Al- cuni mesi prima di questo episodio era stato lasciata dal fidanzato, Piero, un compagno d’università, e ne aveva sofferto molto. Le era rimasta la passione per i vulcani, che lui le aveva trasmesso. Infatti da un sito internet aveva preso l’abitudine di scrutare le immagini catturate da una telecamera puntata sulla bocca di un vulcano in attività. Avevamo concordato che ini- ziasse un’analisi a partire da settembre. Ai primi incontri in autunno mi

5. Vedi Brusset (1998, p. 101): “Quando la giunzione zona erogena-oggetto complementare si è realizzata nella violenza, ‘un oggetto complementare si congiunge alla sua zona, ma l’immagine che viene in mente è quella del fuoco che vi ustiona la pelle’ [P. Aulagnier]”.

aveva raccontato che per i suoi soliti disturbi colitici un medico le aveva prescritto uno spasmolitico che contiene anche un rilassante. Lei era un po’ sospettosa perché sapeva che queste medicine possono dare dipen- denza, ma si era sentita subito meglio. Mi ero chiesto se non si trattasse di un primo effetto dei nostri colloqui e se non potesse far presagire un buon andamento della terapia. Mi aveva poi detto di aver voglia di conoscere qualche nuovo ragazzo, ma aveva aggiunto che sarebbe stata freddissima con questo eventuale ragazzo, che lo era già di carattere.

Ero stato avvisato. Era (o faceva) freddo, per un po’ sarebbe stato inverno. Avrei dovuto metterla a suo agio; ma sapevo già che a volte la freddezza poteva diventare lava, plasma incandescente e fulmini, e che non conveniva avvicinarsi troppo. Si indovinava un funzionamento della mente “colitico”, controllato, ossessivo, ma con scatti di rivolta, esplosioni di rabbia, o “l’incontinenza” dei disturbi fisici. Raccoglievo le prime impressioni: c’era stato il vuoto/vacanza dell’estate… il clima malinconico… la nostalgia per Piero… si era ripiegato sul corpo, “una contrattura”. Qualche effetto positivo, ansiolitico, era apparso subito, ma immediata era stata anche la segnalazione della paura di dipendere da qualcuno. Carla mi dava insomma le coordinate entro cui si pote- va muovere per allora la nostra relazione. Mi chiedeva tatto, un po’ di oscurità; di osservare le cose, per ora, un po’ in velocità, senza troppo guardare o capire. Era preoccupata che da contatti “non protetti” po- tessero svilupparsi cose terribili e incontrollabili, la lava-aids.

Col passare del tempo intanto arrivo a conoscere meglio la sua storia. È una gran conservatrice di oggetti. Scontrini, biglietti di musei, ricevute si accumulano in contenitori appositi, “in modo da poter ripercorrere il passato con precisione”. Per un periodo si teneva addirittura i fogli della pubblicità di vendite promozionali che trovava nella buca delle lettere. Di sé dice di sentirsi mediocre. Non si piace. In casa non si è mai sentita molto sostenuta nella sua autostima. Vigeva un clima severo. Alla tv si potevano guardare solo classici hollywoodiani. Non andava bene niente di quello che vedevano gli altri ragazzi. Niente Fantozzi né commedie all’italiana.

Un posto al sole

È per questo che, quando a un certo punto comincia ad appassionarsi a una nuova telenovela, sento che forse qualcosa tra noi sta cambiando. C’è una telenovela alle otto e mezza di sera, Un posto al sole. Fa schifo, però la guardo sempre perché mi fa ridere. Si vede… che gli attori non

sono capaci. Le situazioni sono scontate. Con i miei compagni di apparta- mento mi vergogno tantissimo. Io la guardo e intanto mi dico che non me ne frega niente. Però la guardo. E gli altri pensano che io sia una cretina. So di dare questa impressione. Però a me piace. Mi ci sono affezionata.

Le chiedo cosa le piace più di tutto. Non ho la sensazione che ci sia spazio per alludere a quelli che probabilmente sono i suoi contrastanti sentimenti verso l’analisi.

Se devo essere obiettiva: niente! Forse le vicende che si susseguono, i sentimenti, le storie d’amore… La calamita è vedere come va a finire la storia. La sera c’è ormai il rito della cena con questa telenovela che tutti odiano. Però, siccome il televisore è mio, costringo tutti a vederla. Più gli altri si arrabbiano e più mi diverto!

Ricorda la scena del film di Nanni Moretti, Caro Diario? – le chiedo. La scena dell’intellettuale ormai stufo delle astrazioni della filosofia e affascinato dalle passioni di Dallas, che in cima al vulcano di Stromboli a gran voce apostrofa un gruppo di turisti americani per farsi dire a che punto erano le puntate nuove che da loro erano già state trasmesse?

Vorrei farle intendere, così, che forse ho capito qualcosa del senso di costrizione che deve aver sofferto e che ormai è entrato a far parte del suo carattere.

Sì, ripenso alla proibizione di vedere certi film. Non mi piace la gente che ragiona a compartimenti stagni; quelli che sono bravissimi nel loro campo, che però, se gli si parla di cose più terrene, che so… il calcio, vanno nel panico e mostrano tutti i loro pregiudizi. Per esempio dire a priori che una certa cosa è stupida, come fa la mamma, tipo “Chi va in discoteca è un cretino!”. I miei amici giudicano tutto con superficialità, tipo che “L’analisi non serve”…

Compare anche un ragazzo nuovo, Giulio. E guardano assieme Un posto al sole.

C’è stato subito un campo tra noi… un punto di contatto… Due set- timane fa, il gastroenterologo, per la colite… mi ha dato delle pastiglie, degli integratori alimentari. Non li sto ancora prendendo. Forse vorrà dire qualcosa.

Sì, ma cosa? È vero che la sento meno contratta, anche se mi rendo conto che certi “film” non si possono ancora vedere. L’analisi come un posto al sole, o come Sud, penso, ma, soprattutto, una stanza dove as- sieme si possono guardare anche le telenovele: cioè la vita disordinata, imperfetta, semplice, immediata. Mi sembra importante che sia incu- riosita dalle trame. È tutta lì la faccenda: “Come va a finire la storia?”. Subito però compare l’accenno al bisogno di integratori, una possibile

allusione alle emozioni indigeribili che nascono da contatti troppo in- timi e al non poter fare a meno per ora delle scissioni difensive con cui l’Io si preserva. Carla mi segnala in diversi modi questa sua difficoltà a lasciarsi andare e il misto d’invidia e ammirazione che prova per il vicino di stanza, A., “uno capace di parlare anche con le pietre, uno simpatico”. Per certe cose, mi dice, gli vorrebbe proprio assomigliare.

L’associazione al film di Nanni Moretti è una mia rêverie, ma a po- steriori fa ben vedere come via via diventi possibile accostarsi assieme al vulcano dei sentimenti.

La lava

Trascorrono alcuni mesi, e il nostro legame si stringe. Il giorno pri- ma un altro paziente è arrivato in largo anticipo e Carla si è mostrata infastidita.

Cambiando discorso… Ieri mi sono arrabbiata moltissimo. C’è una cosa che mi fa impazzire. Ho provato un senso di rabbia mostruoso per- ché viene la ragazza del mio amico e devono per di più dormire nel mio letto e io mi devo trovare una sistemazione di fortuna. Io sono molto possessiva. Non a caso ho la stanza singola. L’altro ragazzo mi ha detto che lui la stanza gliela darebbe volentieri e che secondo lui io avrei un atteggiamento infantile… falso!!… Non mi capisce. La ragazza mi è an- tipatica. Ma è il fatto in sé. Quando mi ha detto che facevo la bambina, mi è salita una voglia incredibile di aggredirlo…

Viene fuori il gigante…

Sì, perché mi stava dicendo che mi comporto da bambina. Gli volevo dire di tutte le volte che è stato lui a comportarsi da bambino. In realtà, sulla mia stanza e le mie cose non c’è alcuno spazio di ragionamento. Sì, forse sono rigida. Però è così… Sono gelosa della mia camera!

Se rispetto a questa cosa, al fatto di sentirsi così geloso… non c’è quasi nessuno spazio di ragionamento, di via di mezzo… Viene in mente… è un po’ come se si sentisse costretta a seconda delle situazioni a compor- tarsi o da nana o da gigante; o soffre e arretra o si arrabbia.

È verissimo il discorso del gigante o del nano. Se dovessi venire a Pavia [ma è a Pavia che mi sta parlando!], esploderei. Farei Hulk, se restassi a dormire nell’altra stanza. Non accetterei di restare a vedere… in questa casa. Così, invece, restando a S* o P*, faccio la nana, scappo. A Pavia esploderei. La mia stanza! …Fa parte di me. Proietto in quella stanza molti dei miei sogni. È piena di significati! Non è solo uno spazio fisico. Il fatto di cederla è insopportabile. Una violenza! E so che la mia rabbia

repressa verrà fuori. Alla prima tensione verrà fuori… Poi, magari sarà uno dei soliti litigi, ma verrà fuori.

La lava!

Non c’è bisogno di dire molto su queste battute di dialogo, ma vale la pena di rimarcare l’alto livello di consapevolezza che Carla a volte è in grado di raggiungere. La nostra relazione ormai consolidata le con- sente di far affiorare il “gigante arrabbiato” che è in lei, e che di solito è costretto in un contenitore troppo rigido, e per questo sempre a rischio di frantumarsi. Che l’analisi, poi, sia diventata per lei la “stanza delle passioni”, per ripetere una sua espressione tanto più sincera perché ri- ferita ad altro, mi pare ovvio.

Qualche giorno dopo, questa situazione si replica a parti scambiate. Infatti si presenta per la seduta al mattino invece che a mezzogiorno! Quando più tardi ne parliamo, il discorso finisce sul fatto che la mamma si dimentica spesso di cose che le premono. Si lamenta che non cucina mai, o male, e la domenica non si mangia mai prima delle due e mezza… quando pure! Che spesso anche a S* le tocca di doversi arrangiare per il cibo. Lo fa già a Pavia.

Be’, certo è seccante, quando uno ha fame e non c’è pronto in tavola, poi, soprattutto la domenica! – commento.

Sì, e ho avuto modo di parlare a mia mamma di quando ero piccola. Mangiavo la pappa dal biberon con tanta foga che finivo per vomitare. Allora lei ha preso un ciuccio che, girato, limitava l’afflusso di latte. Però poi io ero affamata! Succhiavo disperata e non veniva giù più di quello che il ciuccio permetteva. E la mamma se ne è resa conto solo dopo. Col cibo io ho un rapporto complicato, con tutte queste coliti… Mi sono sentita trattata un po’ male da mia mamma. Non che debba stare tutto il giorno ai fornelli! Il mio vicino ha la mamma che gli dà da portarsi le polpette e le frittate, mentre la mia al massimo va al supermercato e compra delle mozzarelle.

È brutto pensare di non ricevere abbastanza… Oggi aveva deciso di anticipare il pasto! “Adesso vengo lì e mi mangio le polpette!”

Sì, può essere, che magari dall’angoscia di ieri cercassi qualcosa di più, un’illuminazione. Poi, neppure in un giorno in cui non dovevo venire…! La mamma cucina… – faccio io – ma non alle due e mezza… alle 12,10!

Ride.

E appena sono uscito ho pensato: questa la devo raccontare a mia mamma! Per un lungo periodo ha detto che ero anoressica e io mi arrab- biavo molto. Proprio lei!… che era responsabile dei miei problemi col cibo, venirmi a dire queste cose!!

Perché così si chiama fuori?!

Sì, mette in risalto questo rapporto che c’è tra me e il cibo, ma senza addossarsi alcuna responsabilità. Ogni volta che ho dei problemi fisici, la prima cosa che mi dice è: “Ma mangi?”! Un buon modo per farmi ar- rabbiare ancora di più e farmi venir fuori i malanni!!

Qui Carla spiega limpidamente la dinamica dei suoi disturbi, della rabbia, della sua presunta anoressia (il rifiuto/vomito del cibo dell’ana- lisi). È quel che succede quando, come la mamma, scelgo per lei le parole-ciuccio sbagliate, e riporta magari a una patologia obiettiva della paziente un problema che potrebbe invece riguardare il campo. Quella scena antica, che raffigura una madre non abbastanza capace di metterla al riparo dagli stimoli troppo intensi, è riallestita nell’atto mancato e nel gioco degli orari della seduta. La risposta della mamma al suo senso di malessere (“ma mangi?!?”) è il paradigma della relazione parodistico-persecutoria che si instaura tra ipocondriaci e curanti. A volte sono caduto anch’io nella stessa trappola, esasperato dal suo ri- fiuto di cogliere l’evidente natura emotiva dei ricorrenti disturbi fisici, e ancor più dal tono svalutante con cui mi accusava di non riuscire a capirla, e preoccupato per le procedure diagnostiche invasive cui stava per sottoporsi. Fino a che, riflettendo sui miei vissuti controtransfera- li, non ho capito di essere entrato in un’interazione che rappresentava forse l’unica possibilità autentica di percepire il senso e la misura della sua esasperazione.

Esondazioni

Siamo verso metà novembre. Dopo quasi un anno e mezzo d’analisi ormai all’università Carla dà gli esami regolarmente, ma rispunta ancora una certa inquietudine: un colpo d’aria… una contrattura alla spalla e al braccio… la minima della pressione troppo alta… un po’ di tachicardia.

In città c’è stata un’esondazione del Ticino. Carla me ne parla a lungo e diventa un modo figurato per affrontare il tema dei suoi argini menta- li e di come siano messi a dura prova. Mi racconta che da piccola ogni tanto faceva salire il termometro al termosifone, che è l’equivalente della trasformazione in Uomo-Torcia, per non andare a scuola. Ma i veri pro- blemi sono insorti dopo la delusione sentimentale con Piero.

A volte è ricorsa a due medici nello stesso periodo, l’uno a insaputa dell’altro, continuando poi a diffidare di entrambi. In questi giorni ha qualcosa all’orecchio, sembra tappato. Un medico le ha detto che il pro-

blema all’orecchio deriva da un’infiammazione alla mandibola, perché mastica male oppure perché stringe i denti di notte. Io le propongo di riflettere alle espressioni “digrignare i denti”, “masticare amaro” e, in seguito, “mostrare i denti”. Si aggiungono dei fastidi al collo. In questo periodo, dice, “Giulio è freddino”, Piero addirittura “gelido”. L’apice della crisi coincide con il racconto di un colloquio con la mamma.

Una settimana fa la mamma mi ha raccontato che il papà chiamava mia sorella l’Unica, per dire che non voleva avere altri figli. A ripensarci, in effetti, io mi sono sempre sentita un po’ fuori posto. Forse questa cosa inconsciamente mi è stata trasmessa… che io non ci dovevo essere! A volte pensavo di allontanarmi da casa, di scappare… anche se stavo piangendo per tutt’altra cosa. Immaginavo di dirgli: tolgo il disturbo.

L’analisi le permette così di reintegrare aspetti essenziali della propria storia che, parafrasando Bollas, potremmo definire conosciuti ma non pensati. Sono sorpreso e commosso. Qui Carla ha una straordinaria intui- zione su se stessa perché scopre l’origine del nucleo paranoideo nascosto nella sofferenza ipocondriaca, il sentimento di essere come in esilio.

Il sogno del vulcano

Al rientro dalle vacanze di Pasqua, dopo quasi due anni d’analisi, mi racconta che ha ospitato Piero, di passaggio in città, e che sono fi- niti a letto.

Avevo bisogno di ritrovare questo tipo di contatto fisico e l’ho fatto con la persona con cui mi sento più tranquilla. E non è stato come in Inghilterra, dove avevo tutte le mie paure.

Però, ripresa la vita sessuale, il che sul piano del testo dell’analisi si può vedere come la possibilità di tollerare un livello maggiore di intimi- tà, riprende l’attività sismica:

Sogna di andare a vedere un vulcano in attività, in compagnia di un vulcanologo. Si avvertono scosse di terremoto.

Dobbiamo andar via di qui perché tra poco ci sarà l’eruzione! grida. Io lo studio da due anni, non ci credo! risponde il vulcanologo.
E io lo osservo da quattro anni dal sito internet! replica lei.
Riescono a scappare perché si verifica l’eruzione. Vengono raggiunti dalla

lava. Ma è gommosa, meno pericolosa del previsto. Ci camminano sopra. Hanno avuto ragione entrambi, commentiamo, l’analista-vulcanologo

e la vulcanologa dilettante.
Ci sono ancora delle eruzioni, ma non sono più così distruttive. Trat-

tiamo ormai con emozioni su cui si può cominciare a camminare, che

non incendiano più la terra sotto i piedi. Una lava gommosa e morbida… un po’ come le Morositas,6 associa.

Dopo questi due anni d’analisi non si può dire che, per usare la me- tafora di un altro mio paziente, Carla abbia risolto il suo sentimento d’esilio e che sogni ormai nella lingua del nuovo paese e ora non più estraneo, ma ha ripreso a sognare. L’immagine ossessiva della webcamera puntata sulla bocca del vulcano si è trasformata prima nella scena del film di Nanni Moretti della mia rêverie (e/o interpretazione debole) e infine nel sogno del vulcano.

Se gli resta il dubbio che il legame che ci lega sia solo freddo e pro- fessionale o di comodo, come nel caso dell’ex ragazzo che, essendo di passaggio, ha bisogno di un posto dove stare per un po’, pure, Carla riconosce che col passare del tempo, Piero (“Piero”, se visto come un personaggio del campo analitico) è diventato più affettuoso.

Le dico che comincia a poter sostenere livelli emotivi più “caldi” all’in- terno delle sue relazioni; che può tornare sulla scena un Piero passionale, ma senza la paura dell’aids. E penso che l’analisi potrebbe permetterle di avvicinarsi sempre più a questo livello Piero-Morosito, per così dire; forse a una mamma non più vissuta come sempre sul punto di sparire, nel doppio senso dell’allontanarsi di nascosto da casa o piuttosto, emo- tivamente, nella depressione.

PER UNA TEORIA DELL’IPOCONDRIA

E il mio cuore, il mio cuore troppo sensibile dice all’anima: È possibile,
è possibile – lo fosse –
questo fiero esilio, questo triste esilio?

paul verlaine, Oh, triste, triste era la mia anima 7

Da un punto di vista intrapsichico,8 fuori seduta (che naturalmente è anche un altro modo possibile di stare “in” seduta, cioè di avere una visione decentrata rispetto al vertice principale del transfert, e di rea- lizzare così una sorta di visione bifocale, vicino-lontano, del campo; ma anche – ed eventualmente senza saperlo! – di non stare nella relazione),

6. Caramelle al gusto di liquirizia. Non solo. La pubblicità recitava: “È morbida, è fresca, è pro- fumata la vera mora! / La più desiderata…! / Tra le gommose è una specialità! / MO-RO-SI-TAS!!!”.

7. “Et mon coeur, mon coeur trop sensible / Dit à mon âme: Est-il possible, / Est-il possible, – le fût-il – / Ce fier exil, ce triste exil?” (Verlaine, 1874, p. 32).

8. Per l’articolazione in generale del punto di vista intrapsichico con quello interpsichico vedi Bolognini (2008).

se rifletto al tipo di testo che ho scritto con la paziente, al suo contenuto, posso farmi un’idea della sua poetica. Mi spingo a ipotizzare la replica transferale di script significativi del suo mondo interno e della sua storia infantile. Il corpo del discorso ipocondriaco mi appare il testo vivente, stampato in caratteri difficili da decifrare (β?), di un disturbo della re- lazione – qui nel doppio senso di resoconto e di legame – con l’oggetto. Immagino il nero inchiostro di questi caratteri come il prodotto di una perdita oggettuale reale o fantasmatica e della conseguente usura nar- cisistica. Constato che la perdita, essendo negata, non è tollerabile. E difatti il paziente trova il testo illeggibile e insiste sulla natura fisica dei suoi disturbi. Ma inconsapevolmente egli torna e torna a recitarlo e così continua ad autoprodursi come soggetto.

L’identità è un fare più che un essere, è azione.9 Cambiano solo le trame: il prototipo base della pièce che va in scena nel corpo ipocon- driaco è quello del racconto di Kafka intitolato Nella colonia penale, cioè dell’iscrizione della colpa sulla pelle. Le sensazioni abnormi, come ideogrammi stampati sul corpo,10 drammatizzano la storia passata e/o attuale di una relazione con l’oggetto a impronta persecutoria che in- teressa perlopiù il livello sensoriale di produzione dell’esperienza. Pas- sando per la trasduzione operata dai “foglietti psichici” del notes magi- co freudiano,11 esse entrano a far parte del deposito di tracce mnestiche dal cui funzionamento dinamico e differenziale, al pari di qualsiasi altro apparato scritturale o sistema semiotico, emerge il senso, e con esso un primo abbozzo di Io.

In ogni caso, quel che si vede è una chiusura autoriflessiva, un auto- assorbimento della coscienza, un ripiegamento su di sé del soggetto. Egli si comporta come se avesse smarrito la naturalezza dell’esperienza del corpo; di un corpo che manda segnali inquietanti e da cui l’Io si sente separato come da ciò che lo fonda più di ogni altra cosa. Un Io esiliato è un eversivo, un condannato dalla legge del paese natale.12 Nel suo stes- so sovvertimento si svela l’esistenza di un ordine essenziale. Ad andare in crisi è la “violenza” interiorizzata dell’origine che è condizione im-

9. Vedi Nietzsche (1887, p. 34): “[…] non esiste alcun ‘essere’ al di sotto del fare, dell’agire, del divenire; ‘colui che fa’ non è che fittiziamente aggiunto al fare – il fare è tutto”.

10. Un significato non dissimile hanno le iscrizioni sulla pelle, una specie di marca “ad al- ta densità identitaria” (Bobbé, 2002), costituite dal piercing e dai tatuaggi che, pure, segnalano l’appartenenza del soggetto a una data comunità. In modo analogo il discorso dell’ipocondria è la segnalazione rivendicativa e risentita del proprio corpo; una manovra per orientare lo sguardo dell’altro, un modo-choc di tornare a essere visibile, di rientrare in sé; di demarcare i propri confini in un movimento che, per paradosso, ha la struttura di un arretramento nell’in-differenziazione.

11. Vedi Derrida (1967), e infra, capitolo viii.
12. Sul tema dell’esilio e sul concetto di ipocondria del sogno, vedi Civitarese e Foresti (2008).

prescindibile della soggettivazione. Il problema dell’ipocondria non è comprensibile se non viene inquadrato nel suo riferimento al soggetto come soggetto sociale e all’Io come prodotto di un discorso di potere. Di un potere, però, che non è solo subito, ma anche assunto dal sogget- to e che entro certi limiti si lascia modificare. Ora, è vero che la colpa è coestensiva all’Io, ma è anche vero che un certo equilibrio narcisistico deve essersi alterato per gettare questo stesso Io davanti a una Legge che si è fatta così spietata da bandirlo, ormai vinto, in esilio e da alimentarne il bisogno di punizione.

Infatti, le varie forme di produzione dell’esperienza che contribuisco- no alla costruzione del soggetto, le posizioni contiguo-autistica, schizo- paranoide e depressiva (Ogden, 1989), dipendono tutte da un equilibrio ottimale tra oggettualità e narcisismo. Se in questo equilibrio interviene una crisi, si organizza un nucleo paranoide che può esprimersi come stato ipocondriaco a diversi livelli: a) sensazioni anomale che sostengo- no la paura-convinzione della malattia, una forma di sensorialità come autocontenimento o proiezione nell’Io sensoriale dell’oggetto perduto e quindi persecutorio (paranoia somatica);13 b) transfert idealizzante sui curanti e relativa ambivalenza, che in analisi può essere razionalizzata come reazione terapeutica negativa (paranoia esterna);14 c) introiezione dell’oggetto perduto e identificazione con un’agenzia critica crudele e distruttiva (paranoia interna).15

Si osserva un interessamento regressivo di tutte le modalità di crea- zione del significato e quindi di costruzione dell’Io. E a tutti questi livelli compare uno stesso nucleo persecutorio,16 che sul piano fenomenologico è rispecchiato dalla triade di tristezza, transfert idealizzante-persecutorio sui medici e convinzione del corpo malato. Questi tre aspetti sono adom- brati nella poesia di Verlaine in epigrafe: la perdita (loin de cette femme), la rabbia/paranoia (ce fier exil), la tristezza (triste était mon âme), e il corpo malato (mon coeur trop sensibile). I sintomi traducono la qualità passata e attuale della matrice intersoggettiva che produce l’identità. Se il campo analitico deve ammalarsi (in misura sopportabile) della malat- tia del paziente è pur vero che, se è del paziente, rimanda a una storia

13. Questo aspetto è rappresentato al massimo grado nell’ipocondria delirante del presidente Schreber (Schreber, 1903).

14. Per la trasformazione dei medici in nemici, vedi il caso clinico dell’Uomo dei lupi (Freud, 1914).

15. Il lutto inelaborato della melanconia, descritto da Freud nel 1917 (1917b), diventa in L’Io e l’Es (1922) il modello stesso della costruzione dell’Io. Il soggetto si forma dalle successive interioriz- zazioni dell’oggetto perduto e dall’identificazione conseguente nell’agenzia critica dell’Ideale dell’Io.

16. La famosa frase di Freud (1911) sull’esistenza di un nucleo ipocondriaco della paranoia si potrebbe rovesciare. Si potrebbe dire, cioè, che c’è un nucleo di paranoia in tutte le manifesta- zioni dell’ipocondria.

del soggetto. Ma, nel suo ripresentarsi, dal vertice della cura conviene considerarla anche come una malattia del campo.

Da un punto di vista più generale l’ipocondria può rappresentare: a) una fase fisiologica di riorganizzazione del sé, come nell’adolescenza; b) lo stadio iniziale di una patologia psichica più strutturata (somatizza- zione, paranoia, melanconia), e in questo caso funziona da “crocevia”; oppure, c) può essa stessa irrigidirsi in una specifica configurazione di patologia quando un dato disequilibrio tra le varie modalità dialettica- mente interrelate di produzione dell’esperienza finisce per cristallizzarsi.

Il meccanismo psicopatologico molecolare è sempre lo stesso: l’ipo- condria si produce in seguito a frustrazioni non tollerabili da iperafflusso di elementi β, difettualità della funzione α, carenza di rêverie da parte dell’oggetto. Il soggetto, allora, contrasta un’esperienza di perdita orga- nizzando un nucleo paranoide. La scelta della malattia resta misteriosa, anche se si può pensare che non sia una vera scelta, e che sia determina- ta dal contesto esterno e interno, e dall’assetto della personalità (Ferro, 2006). In generale, è il grado di tollerabilità individuale il fattore critico che fa da crinale tra il lavoro del lutto che costruisce il soggetto e l’irre- sistibile seduzione del sole nero della melanconia.

L’ipocondria quindi è sia un modo di difendersi dall’angoscia attra- verso un processo di desoggettivazione, ossia un modo di negare una perdita che sarebbe rovinosa arretrando a un livello di funzionamento meno differenziato ma meno esposto, sia un segnale d’angoscia (Stolo- row, 1977, 1979). Nel mettere in scena la relazione d’oggetto passata e attuale, infatti, l’ipocondria organizza un senso possibile e mira a ripri- stinare un migliore equilibrio narcisistico. In questa seconda funzione è evidente il significato del concetto freudiano di “ipocondria del sogno” (Freud, 1917a), ossia l’iperbolico sovra-dimensionamento nei sogni, che finisce per assumere un significato auto-diagnostico, di sensazioni fisiche ancora silenziose nella veglia, e di “lavoro dell’ipocondria” (Aisenstein, Gibeault, 1991), ossia l’ipocondria vista come attività di simbolizzazione.

A riguardo, c’è un passo assai significativo di Freud :

Il corpo, e soprattutto la sua superficie, è un luogo dove possono gene- rarsi contemporaneamente percezioni esterne e interne […] dal mondo delle percezioni emerge la percezione del proprio corpo. Anche il dolore [fisico] sembra svolgervi una certa funzione e il modo in cui in determinate malattie dolorose si ricava una nuova conoscenza relativa ai propri organi è forse paradigmatico per il modo in cui si perviene in generale alla rappre- sentazione del proprio corpo. (1922, p. 488, corsivo mio)

All’osservazione di Freud fa eco Bion: “Il sistema ipocondriaco po- trebbe quindi essere l’espressione di un tentativo di stabilire una rela- zione con la qualità psichica: grazie ad esso, una sensazione fisica viene a occupare, per la qualità psichica, il posto che per l’oggetto concreto occupano i dati sensoriali” (1962, p. 100).

Stando a questa straordinaria intuizione di Bion, il senso di coerenza del proprio mondo interiore si ottiene, sul modello della consensualità delle percezioni che strutturano le coordinate spazio-temporali del mon- do esterno, sulla percezione delle emozioni. Il “sistema ipocondriaco” è al tempo stesso il sintomo del fallimento di questa attività e la spia del tentativo di ripristinarla.

ABITARE UNA LINGUA

Come già detto, in seduta il discorso ipocondriaco può essere consi- derato un genere narrativo tra gli altri, scelto forse perché è quello che più corrisponde a certe sequenze di elementi α (Ferro, 1999, p. 32). Da questa angolatura il sintomo ipocondriaco non richiede una specificità di ascolto. Nel lavoro clinico l’essenziale è cosa il paziente comunica del corpo-ambiente del setting e dell’istituirsi o meno nella relazione di im- passe o difese inconsce di coppia (i “bastioni” di cui parlano i Baranger, 1982). Più che decodificare dei contenuti, conta restituire al paziente la capacità di leggere la realtà. L’analisi non è più tanto una lettura di con- tenuti, ma una lettura della lettura, una riflessione sul suo farsi.

Interpretare, invece, al paziente ipocondriaco il significato simbolico o anche transferale del suo sintomo rischia di far collassare il campo, e spesso di suscitare vive proteste. Quando ciò accade, egli ha buoni mo- tivi per protestare. Non solo perché palesa così di non disporre ancora di uno spazio psichico per l’interpretazione, ma perché, vedendo inca- sellata la sua sofferenza in una certa categoria nosografica, avverte che le sue percezioni sono svalutate e non si sente compreso. Lo sguardo medico desoggettiva ancor più un sintomo che già di per sé si presenta come slegato dalla storia personale (Brusset, 2002).

Il corpo ipocondriaco è allora un corpo metonimico, doppiamente irretito nell’obiettivazione della semeiotica medica e di quella psicopa- tologica; ridotto, cioè, in entrambi i casi alla significazione reificata di una sua parte sofferente. È un paradosso: anche l’esplicitazione in chiave relazionale del senso di un sintomo ipocondriaco in quanto ipocondriaco e non come testo “aperto”, ossia racconto vivo delle emozioni che per-

vadono il campo, innesca reazioni di rifiuto, perché può avere più l’aria di un’interpretazione da delirio di trasparenza dell’intuizione (Meltzer, 1976), di una comprensione cui il paziente non ha davvero contribuito nel gioco relazionale, ma che si è formata nell’analista “senza l’ombra dell’altro” (Ferruta, 2004). Interventi del genere mimano le inamovibili convinzioni del paziente sui suoi disturbi, e in definitiva rappresentano un modo di agire il transfert paranoicizzante.

Il corpo di cui parla il discorso ipocondriaco è il campo, la relazione, il terzo analitico, lo spazio interpsichico, il setting. E non perché nella dinamica del transfert non si ripresentino fallimenti empatici e traumi del passato, o specifiche vulnerabilità. Tutt’altro. Ma se quel che con- ta è riaprire la storia del paziente a nuovi percorsi di senso, conviene guardare soprattutto a quegli elementi che tra tutti più promettono di accrescere la capacità di pensare, mettendo gli altri temporaneamente tra parentesi, sapendo che in ogni caso anch’essi ne usciranno trasfor- mati. Ed è il paziente stesso a segnalare il livello di sintonizzazione di cui più abbisogna in un dato momento della cura. Spesso le interpretazio- ni troppo sature di senso non sono tollerate, bensì sono avvertite come attacchi (Civitarese, 2007). Meglio tollerati sono, invece, gli interventi discreti e non intrusivi in cui l’analista non si assegna la parte dell’attore principale ma quella del servo di scena.

Il paziente ipocondriaco rivive nel transfert il trauma di una coscienza “caduta”. Se è esiliato nel suo corpo/Io, quello che si può fare è dargli ospitalità, aiutarlo a reiscriversi in un ordine simbolico, in una lingua condivisa. Per questo trovo preziosa l’immagine dell’esiliato, perché ob- bliga a considerare che l’ipocondria è un problema tra “culture” diverse, tra più soggetti.17 Nella poesia di Verlaine in esergo la perdita dell’amata fa sì che il cuore – ma è suggestivo che il latino o italiano antico “cor” sia contenuto/identificato nel cor/po – si senta esiliato dal mondo. L’in- differenza e l’assenza dell’altro diventano lo spazio fantasmatico abitato dal soggetto. Quando il lavoro del lutto è bloccato può accadere che i confini di questo mondo si restringano fino a coincidere con quelli del corpo e di un suo organo o apparato. Si ha allora un cuore esiliato in un corpo-mondo. Ma il corpo stesso, la cui forma lessicale francese, che è quella di un plurale (corps), quasi vi fosse inscritta l’intuizione della matrice duale da cui emerge l’Io (De Toffoli, 2001), è a sua volta esi- liato dall’altro, escluso dal contatto interpersonale. Le preoccupazioni

17. Vedi Lacan (cit. in Cahn, 1991, p. 1396): “Bisogna dunque […] riconoscere l’esilio come la terra stessa del soggetto”.

ipocondriache sono allora al tempo stesso un ripiegamento a un livello primitivo di soggettivazione, un restringimento difensivo dell’orizzonte vitale, una richiesta indirizzata all’altro di ri-sintonizzarsi a quel livello. Se le esigenze che queste lamentele esprimono vengono trascurate, la caduta dallo stato di grazia del sentirsi soggetto può essere ancora più rovinosa.

Nell’ottica di un modello intersoggettivo l’interpretazione è intenzio- nata come un dono di senso e un’offerta di ospitalità. Proprio perché si basa su una razionalità che definisce retoricamente debole, l’analista si assume maggiori responsabilità rispetto al paziente. Informa il suo operare a un principio di tolleranza e a un sentimento di compassione, partecipazione e solidarietà per la sofferenza dell’altro che nasce dal rispetto delle differenze. Ospitalità autentica, però, vuol dire innanzi- tutto farsi carico dei propri numerosi sé, dell’alterità costitutiva dell’Io, di tutto ciò che è umano. L’esiliato ha bisogno di riavere un luogo da abitare, una dimora (nei suoi vari significati di fermata, pausa, stanza, indugio, lentezza, tempo). È quel che accade quando in un paese stra- niero uno si accorge a un certo punto che comincia a fare sogni nella lingua di quel paese, come un giorno mi ha detto, sorprendendomi, un altro mio paziente, anch’egli afflitto da una sofferenza ipocondriaca di tipo dismorfofobico, per raccontare di qualcosa che sentiva dentro di sé come un cambiamento positivo. Un cambiamento che nel suo caso coincideva con la riapertura drammatica di uno spazio di ascolto e di dialogo con i genitori. Quando le cose vanno bene si rimette in moto il lavoro del lutto. Il paziente prende coscienza della nuova situazione, della sua nuova identità, e la accetta anche se ciò vuol dire rinunciare a qualcos’altro e venire a patti con la perdita. Sviluppa, infine, un nuovo sentimento di appartenenza a un nuovo paese-oggetto materno. L’Io tor- na ad abitare il proprio corpo, un corpo che da sempre è anche il corpo misterioso e imperscrutabile dell’altro.

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