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Lorito T. (2012). Il Silenzio disumano

Il silenzio disumano: aggressione e riparazione nelle dinamiche del silenzio

Cercherò farvi intravedere una dinamica silenziosa che favorisce la disumanizzazione.

Il mio interesse per questo tema si è andato costruendo negli anni, attraverso il pensiero sulla violenza, sui conflitti.

 

E’ scontato dire che il silenzio è una forma di comunicazione, ma se partiamo dal concetto che la comunicazione è sempre una strategia che ha l’obiettivo di modificare l’altro, allora possiamo trattare il silenzio come una strategia.

Che sia una strategia difensiva è ben noto a noi psicoanalisti: diniego, negazione, rimozione, resistenza. Nel nostro lavoro quotidiano continuamente facciamo i conti con questi fenomeni, li riconosciamo, li maneggiamo, cerchiamo insieme ai nostri pazienti di superarli, di elaborarli.

Penso però che il silenzio può anche essere un’arma di offesa il cui obiettivo è l’annientamento dell’altro, la sua disumanizzazione, il tentativo di ferire, di incidere sull’identità dell’altro. Penso, inoltre, che questa strategia è usata consapevolmente da violentatori, abusanti, torturatori, ecc., ma che, molto spesso, viene messa in atto da tutti noi inconsapevolmente.

Salman Akthar identifica 5 tipi di disumanizzazione (disumanizzazione fondata sulla carenza, disumanizzazione fondata sul difetto, disumanizzazione fondata sulla regressione, disumanizzazione fondata sull’identificazione, disumanizzazione fondata sulla strategia)

Quella che interessa, per il mio discorso, è proprio quest’ultima. Dice Akthar:

“… la disumanizzazione nella violenza terroristica è principalmente una questione di strategia. È una manovra difensiva bifronte dell’Io del terrorista. Nella realtà ……interiore , disumanizzare le vittime lo protegge dal terroredi provare un’empatia nei loro confronti (cosa che gli impedirebbe di concludere le sue azioni) e dalla comparsa del rimorso (che gli impedirebbe di ripeterle). La disumanizzazione del suo stesso Sé, spronato da esortazioni di natura religiosa o sociale che fanno salire l’adrenalina, è altrattanto strategica. Un Sé demonizzato è maggiormente immune contro la paura del dolore fisico ed è meno triste di fronte alla perdita della vita. È utile come arma”1

Se l’identità si costruisce nel confronto, nello scambio, attraverso meccanismi di identificazione e differenziazione, allora come un bambino ha difficoltà di sviluppare la sua identità in assenza di cura, nello stesso modo è difficile tenere salda la propria identità in situazioni di terrore, dove posso rispecchiarmi solo nel nulla della mia insignificanza.

L’azione dell’aguzzino mira all’umiliazione, all’annientamento, al far sì che l’individuo metta in discussione la propria salute mentale, la propria scala di valori, i propri riferimenti culturali.

In questo senso il silenzio è uno degli strumenti principali per sfiancare la vittima, di contro, la vittima usa il silenzio per cercare di preservare la sua identità più profonda.

Ma come si attua la disumanizzazione che utilizza la strategia del silenzio2:

  • il silenzio sul nome: non sei una persona, sei un numero

  • non hai un corpo: che corpo è quello violentato, torturato, negato nella sua età, nel suo genere, nella sua salute;

  • la negazione della sepoltura e dei riti funebri: non sei niente sei cenere o concime.

  • non puoi avere discendenza: i bambini vengono ammazzati, le donne incinte pure, o in senso diamentralmente opposto, ma con la stessa valenza ti ingravido, sarai madre del tuo persecutore.

Sono negli occhi di tutti, e nell’esperienza di alcuni, i numeri tatuati dei milioni di internati nei campi di sterminio.

Di tutti noi l’esperienza di essere un numero in ospedale, dove spesso il bisogno del personale di proteggersi dalla ripetuta esperienza traumatica della malattia e della morte produce dei movimenti di disumanizzazione dei pazienti che diventano un numero, un apparato, un posto letto.

Scrive Ingrid Betancourt: “Alla radio il mio nome ricorreva spesso, e quel privilegio non faceva che accrescere l’acrimonia di alcuni miei compagni. [……] Stavo troppo male per rendermi conto che stavamo tutti attraversando una grave crisi d’identità, ormai privi di qualsiasi punto di riferimento. Avrei dovuto capire quanto fosse devastante per loro non sentir mai pronunciare il loro nome alla radio: vivevano quel silenzio come una pura e semplice negazione delle loro esistenze.”3

La tortura mira sempre ad annientare la persona, l’individuo nella sua singolarità, nei suoi legami affettivi, sociali, culturali. Il torturato vivrà per sempre la vergogna del suo essere stato torturato.

La tortura è spesso incomunicabile e così il silenzio diventa il complice privilegiato del torturatore. Come pure è complice il silenzio degli astanti, di coloro che vedono e non intervengono.

Nel racconto di una donna torturata in Cile durante il regime di Pinochet e riportato in un articolo di Ettore Zerbino4 dell’associazione Medici contro la tortura si ascolta:

«Più tardi ho capito che quella paura indifferenziata non appartiene soltanto a noi vittime, ma è diventata una componente inconscia della vita sociale; essa affiora nei comportamenti acritici, di autocensura di tante persone, nell’incapacità di partecipare delle grandi masse che una volta erano protagoniste, nel loro mancato desiderio di giustizia e verità, nella loro permeabilità al dubbio. Solo pochi sfuggono alle certezze delle verità televisive».

L’insignificanza viene espressa anche attraverso la negazione della sepoltura.

La forza di immagini che sono dolorosamente entrate nella nostra memoria ci rimanda agli ammassi di cadaveri nei campi di sterminio, alle fosse comuni, agli eccidi di massa, ai genocidi.

“Sei giorni dopo, il giorno della morte di mio padre, hanno ripreso a deportare. Picchiavano nostra madre. Mio fratello ed io piangevamo. Non potevamo farci nulla, erano come una muta di cani. Dicevano a mia madre ‘il tuo malato è morto’ e mia madre ‘partiremo quando l’avremo sepolto’ e quelli rispondevano ‘no fate come gli altri’ gli altri infatti abbandonavano i morti e la notte li divoravano gli sciacalli”5

Così scrive il padre di Janine, Vahram, nel diario sulla sua deportazione.

 

Sull’importanza della sepoltura come tratto di civilizzazione e di umanizzazione potremmo, per tutti, citare il Foscolo dei Sepolcri.

 

Il genocidio armeno avvenuto ai primi del 900 viene considerato il prototipo di tutti quelli che si sono succeduti nel secolo. Il silenzio qui è macroscopico considerato che solo negli anni ’70 se ne è iniziato a parlare e a tutt’oggi la Turchia non lo riconosce.

Ed è la stessa Janine Altounian che parlando di genocidio parla di omissione e non di rimozione da parte di coloro che lo hanno sperimentato.

Riporta la frase di una giovane rifugiata ruandese di 34 anni “Quando penso al genocidio rifletto per sapere dove metterlo nell’esistenza, ma non trovo alcun posto” e prosegue “se ci si attarda sulla paura del genocidio, si perde ciò che si è riusciti a salvare della vita”6

E arriviamo allo stupro come arma di guerra, ma anche come trauma quotidiano nelle famiglie, come atto compiuto da singoli o, come si dice, dal branco.

Secondo una studiosa femminista Catherine MacKimmon lo stupro in tempo di pace sta allo stupro in tempo di guerra come l’antisemitismo sta alla Shoa.

Era il febbraio 1944 quando le truppe del generale Gum, i cosiddetti goumiers iniziarono una campagna nel centro Italia contro i tedeschi. Peccato che nel loro passaggio siano stati compiuti crimini efferati. Solo nel paese di Esperia vennero stuprate più di 1000 donne, ma gli stupri nella zona sembra che siano stati più di 3500. Moravia nella Ciociara ne descrive il clima.

È solo di pochi anni fa la guerra in Bosnia, a due passi da noi, dove la pulizia etnica metteva in atto strategie di questo genere. A questo riguardo vi segnalo un libro, Traumi di guerra7, di alcune colleghe che hanno fatto un percorso di supervisione a operatori bosniaci. In questo resoconto il silenzio è presente come involucro di tutto il percorso.

Dice Infanka, una delle operatrici: “In una traumatizzazione così massiccia alla quale era esposta la nostra popolazione, uno dei grossi problemi con cui ci incontravamo era quello che dopo un breve tempo nessuno era in grado di ascoltare l’altro ed ognuno iniziava a portarsi il proprio dolore da solo. A confermare questo fatto c’era anche il silenzio che abbiamo notato nei campi profughi, un silenzio che lentamente si trasformava in depressione”8

Su questi crimini c’è un silenzio che Eva Weil definisce come la latenza del collettivo. Eva sostiene che dopo ogni trauma collettiva c’è un tempo apparentemente silenzioso che dura 30, 40, 50 anni. Dopo questo periodo iniziano ad apparire testimonianze, produzioni teoriche e se ne parla.9

In questo periodo di latenza il trauma lavora non solo nei soggetti che hanno subito il trauma, ma anche nelle generazioni successive.

I lavori sul trasgenerazionale si occupano anche di questo. Di come cioè gli effetti devastanti dei traumi collettivi si sviluppano nelle generazioni.

Yolanda Gampel studia da anni questi fenomeni e ha coniato il concetto di trasmissione radiottiva per dare conto di questi fenomeni.

La metafora della radioattività, trasformata in “nocciolo radioattivo” e all’interno del mio concetto di “identificazione radioattiva” e “trasmissione radioattiva” (1990:1992a, 1992b, 2005) si è sviluppata nel contesto del mio lavoro sugli effetti del trauma sociopolitico, prevalentemente connesso alla Shoah. La metafora di “identificazione radioattiva” fornisce una rappresentazione concettuale di un processo specifico: l’invasione dell’apparato psichico da parte di elementi distruttivi, violenti e terrificanti della realtà esterna, senza che l’individuo abbia la minima capacità di controllare tale invasione e di difendersi da essa. Né è in grado di arrestare il suo inizio o di ridurne i suo effetti conseguenti. Questa “identificazione radioattiva” consiste in vestigie non rappresentabili, “scorie radioattive” del mondo esterno, che si condensano nell’individuo senza che ne sia consapevole.10

E la radioattività si propaga nel silenzioso.

Parlando della possibilità di testimoniare, di costruire una narrazione che consenta di elaborare e quindi disattivare questa metaforica radioattività, la Gampel parlando di una testimonianza di un sopravvissuto all’olocausto dice:

Si nota in questa testimonianza che questo sopravvissuto non è in grado di trasformare la sua testimonianza in una storia narrata; è in grado di fornire soltanto una lista di fatti. Può rimanere fedele ad una dichiarazione di fatti perché non ha la rappresentazione di ciò che gli accadde. Sembra che ci sia una divieto etico di trasformare in rappresentazioni coerenti quelle terribili esperienze dell’anima e del corpo durante l’Olocausto. Nelle risposte di molti sopravvissuti intervistati, essi si sentono come traditori verso qualcosa di autentico, qualcosa che è impossibile cogliere.

Ed è il reale che non si può cogliere. E’ come se essi debbano compiere una trasgressione etica per poterlo cogliere).”11

In Italia Primo Levi è sicuramente uno dei testimoni più rilevanti dello sterminio, e sono d’accordo con David Maghnagi quando sostiene che “la poetica di Levi è una poetica del silenzio che si ferma di fronte all’indicibile”12

Secondo Janine Altounian “ La testimonianza della resistenza come valore si trasmette, dai rifugiati a noi, molto più attraverso ciò che fanno le loro mani che attraverso ciò che dicono o tacciono le loro parole. Il linguaggio resta in effetti per loro spesso inchiodato a un ritiro quasi autistico oppure all’iper-realtà della ripetizione ostinata e del pensiero operativo, poiché la violenza di una realtà senza senso ha rotto in loro qualsiasi continuità transazionale tra la realtà dei fati e la realtà psichica”13

Ma la violenza, la disumanizzazione attraverso il silenzio non avviene solo nei conflitti armati, avviene molto vicino a noi, quotidianamente: in Italia ci sono 6 milioni di donne che hanno subito violenza, il 91% dentro le mura di casa.

Molti di noi hanno esperienza clinica di tale fenomeno, ma riflettiamo su come ci sia un silenzio assordante su questi fenomeni, di quante volte nello scorrere della nostra vita facciamo passare il non detto (aneddoto di via tavoleria)

In un bel libro di Richard Mollica l’autore racconta come può agire la scissione dell’io: da una parte la psiche rimane fedele a quello in cui credeva prima, un’altra parte accetta, invece, il caos, l’annientamento e l’orrore. Mollica racconta di come una donna abusata dal marito arriva al Pronto Soccorso dopo l’ennesima imposizione di “atti sessuali degradanti e inimmaginabili”. Ma alla proposta di denunciarlo inizia a dubitare della propria valutazione realistica che l’aveva portata lì, e rientra pian piano nella logica dell’abusante “ti faccio del male solo perché ti amo”14

Ma il silenzio in alcune circostanze può aiutare le vittime a mantenere intatto il nucleo profondo della propria identità

In un articolo di Genevieve Welsh-Jouve, Il silenzio nel momento successivo15l’autrice sottolinea come il silenzio sia al servizio della disumanizzazione e contemporaneamente della possibile riumanizzazione.

Nella sua esperienza con i rifugiati cambogiani dopo l’era PolPot, si è dovuta confrontare con queste tematiche e racconta come il silenzio era fondamentale come reazione. Le vittime raccontano che il loro motto era “pianta un albero di kapok sulla lingua”, bisognava star zitti per salvarsi dai Khmer Rossi, ma bisogna star zitti, anche dopo la liberazione, per salvare i propri figli, per evitargli racconti che li possano mettere in difficoltà nella loro integrazione in Francia16

Almqvist e Broberg17 sostengono che nelle guerre o in altre situazioni di pericolo acuto i genitori cercano di proteggere i loro figli dalla percezione della minaccia negando o sottovalutando, ma se non si parla dell’evento traumatico e lo si tratta come mai avvenuto, l’esperienza non potrà essere mai integrata.

Dice Yolanda Gampel “Per sopravvivere emozionalmente i sopravvissuti devono sgombrare la mente che non riesce a sostenere i ricordi delle esperienze e delle infinite emozioni derivanti da tutte le perdite che ne conseguirono. Tuttavia non si può cancellare la percezione dell’esperienza.18”.

Esistono poi altri tipi di silenzio

“L’immigrato e l’esiliato sono anch’essi “muti” in qualche modo. Incontrare paesaggi, clima, vegetazione e architettura sconosciuti si traduce spesso in disturbi percettivi sottile ma importanti dell’io .19

Secondo Leon e Rebeca Grinberg, il sentimento di identità è il risultato di un continuo processo fra i tre vincoli di integrazione spaziale, temporale e sociale.

Tali vincoli favoriscono rispettivamente il sentimento di individuazione (io sono io e non un altro), il sentimento di essere se stesso nel tempo (anche se cambio con il trascorrere del tempo sono sempre io), il sentimento di appartenenza al gruppo sociale (altri mi conoscono e mi confermano chi sono).20

Questi esempi di silenzio legati a situazioni sociali, che riguardano l’individuo nei vari gruppi di appartenenza si concretizzano nel nostro lavoro clinico dove, spesso, lavoriamo con il silenzio del paziente, con il nostro silenzio, con il silenzio della coppia analitica.

È proprio di questi giorni l’esperienza con una paziente che mi fa venire in mente gli scenari fin qui evocati, anche se non è un rappresentante delle vicende ricordate.

La sua difficoltà di affidarsi, di poter credere che possa esistere qualcuno che si occupa di lei, si esprime in dinamiche di silenzio che a fasi alterne si instaurano fra noi. Sedute silenziose dove nella mia testa passano scene di violenze, di morte, sedute silenziose interrotte da frasi rabbiose che mi riducono al silenzio, sedute silenziose dove mi sento un’analista sadico che non riesce a dare sollievo, ma anzi procura il dolore.

Nel pensiero psicoanalitico non c’è molto spazio per il silenzio, anche se cenni su queste tematiche sono presenti in molti autori da Fereczi con un suo piccolo scritto Il silenzio è d’oro fino ad arrivare a Green che in Idee per una psicoanalisi contemporanea tratta del silenzio in relazione al setting, la cornice dentro la quale l’analista deve dosare l’alternanza fra il silenzio, cioè l’ascolto, e la parola, cioè l’interpretazione.

“La questione è di sapere se è più importante che l’analista appaia come un maestro zen, immagine favorevole alla guarigione del paziente, o meglio un cadavere di maestro zen che si manifesta dal fondo della tomba, o se un tale silenzio non sia responsabile di un’atmosfera analitica deleteria, che lascia ricadere l’analizzando nella sua Hilflosigkeit originaria, deperendo per tutta la seduta sul divano.” 21

Mi fermo anche se ci sarebbe moltissimo da dire.

Ho cercato di delineare alcune condizioni in cui il silenzio, il non detto, il non visto possono provocare traumi profondi che non si limitano ad incidere sulla vita del soggetto traumatizzato, ma si ripercuotono e si perpetuano nel corpo sociale e nelle generazioni.

Questo argomento oscilla continuamente fra individuo e gruppo sociale, cultura soggettiva e cultura collettiva.

Tale oscillazione è quello che mi interessa perché è anche il mio modo di affrontare le problematiche cliniche, certa che non esiste patologia che può essere ascritta al solo individuo, ma che il dolore e la sofferenza personale trovano un rinforzo o un sollievo nella collettività.

1 Akthar, Salman (2006) Disumanizzazione: origini, manifestazioni e rimedi in Sverre Varvin, Vanick D. Volkan, (a cura di) Violenza o dialogo, Borla

2 Cfr Welsh-Jouve, Genevieve (2006) Il silenzio nel momento successivo in Sverre Varvin, Vanick D. Volkan, (a cura di) Violenza o dialogo, Borla. L’autrice propone una simile categorizzazione delle modalità di disumanizzazione, anche se non esclusivamente legate alle dinamiche del silenzio.

3Betancourt, Ingrid (2010) Non c’è silenzio che non abbia fine, Rizzoli, pag 312

 

4 Zerbino, Ettore L’esperienza clinica con le vittime di tortura www.medicicontrolatortura.it/

 

5 Altounian, Jeanine e Vahram, (2007) Ricordare per dimenticare, Donzelli editore, pag. 32

 

6Altounian, Janine e Vahram, ivi pag.62

 

7 Patrizia brunori, Gianna candolo, Maddalena Donà delle Rose, maria Chiara Risoldi, Traumi di guerra, Manni, 2003, pag.233

8ivi pag. 233

9 Weil, Eva Latence du collectif et traces dans la cure, comunicazione personale

10Gampel, Yolanda (2012) Ciò di cui non si può parlare, è ciò che non si può tacere

Trasmissione radioattiva distruttiva e trasmissione radioattiva creativa in Lorito Teresa (a cura di) Silenzio umano, silenzio disumano, ETS in corso di stampa

 

 

 

11 Gampel, Yolanda (2012) Ciò di cui non si può parlare, è ciò che non si può tacere

Trasmissione radioattiva distruttiva e trasmissione radioattiva creativa in Lorito Teresa (a cura di) Silenzio umano, silenzio disumano, ETS in corso di stampa

12 David Meeghnagi, Ricomporre l’infranto. L’esperienza dei sopravvissuti alla Shoa, pag.55

13Janine Altounian, (2009)Di cosa sono testimonianza le mani dei sopravvissuti? Dell’annientamento dei viventi, dell’affermazione della vita, in Giuseppe Leo ( a cura di), La psicoanalisi e i suoi confini, Astrolabio

 

14 Richard Mollica, Le ferite invisibili

 

15 Welsh-Jouve, Genevieve (2006) Il silenzio nel momento successivo in Sverre Varvin, Vanick D. Volkan, (a cura di) Violenza o dialogo, Borla

 

 

16 Welsh-Jouve, Genevieve (2006) , ivi

17 Almqvist, Kjerstin, Broberg, Anders G. (1997) Silence and Survuval: Working whit Strategies of denial in Families of Traumatized Pre.School Chidren, Jornal of Child Psychotherapy, 23, 417-435

18Gampel, Yolanda (2012) Ciò di cui non si può parlare, è ciò che non si può tacere

Trasmissione radioattiva distruttiva e trasmissione radioattiva creativa, in Lorito Teresa (a cura di) Silenzio umano, silenzio disumano, ETS in corso di stampa

 

19 Akthar Salman (2012) Il manoscritto del silenzio. Tipologia, traduzione e tecniche, in Lorito Teresa (a cura di) Silenzio umano, silenzio disumano, ETS in corso di stampa

 

 

20Grinberg L. e R. Psicoanalisi dell’emigrazione e dell’esilio 1990 – Franco Angeli – Milano.

 

21Andreè Green , Idee per una psicoanalisi contemporanea, Raffaello Cortina Editore, 2004, pag. 267

 

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