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Marion P. (2011). Il tempo della Nachtraeglichkeit nella cura.

Relazione presentata al seminario di Formazione Psicoanalitica “Il Sessuale come trasformatore psicologico: l’Après-coup” di Jacques André

Accademia “La Colombaria” – Sabato 1° ottobre 2011

Il tempo è insieme allo spazio una delle due dimensioni fondamentali della soggettività e dello sviluppo individuale. L’apparato psichico non solo nasce e si sviluppa in funzione del tempo, ma è anche abitato da una molteplicità di direzioni temporali in tensione tra di loro all’interno del soggetto. Questo fenomeno, che parcellizza una visione unitaria del tempo, è stato definito da Green (2000) dell’ “eterogeneità diacronica”, nel senso che la vita psichica deve essere pensata come “fondamentalmente pluridirezionale”. Tale condizione si riflette nella pratica clinica, nella quale il tempo assume forme diverse, che si esprimono nella compresenza all’interno della seduta di un tempo lineare, di un tempo ripetitivo (nel senso del bisogno di ripetere e del ripetere di un bisogno), che è anche forma di memoria e non solo blocco (Green, 2007; Riolo, 2007), di un essere fuori dal tempo, come nell’esperienza inconscia e onirica, di una inversione della freccia del tempo. Bolognini (2007) definisce la “consubstanzialità” proprio come la capacità da parte dell’analista di “fluttuare” all’interno di differenti dimensioni temporali.

Freud nel corso della sua opera ha sviluppato un complesso modello temporale e ha evidenziato dimensioni che esulano dalla scansione lineare del tempo, anche se non è mai giunto a una sua teorizzazione unitaria. All’interno del suo percorso il concetto di Nachtraeglichkeit è stata la prima intuizione su questo argomento, inaugurando quella particolare forma di temporalità non lineare che caratterizza in modo specifico la concezione psicoanalitica del tempo e della causalità. La Nachtraeglichkeit rappresenta la forma più originale di temporalità istituita dalla psicoanalisi, quella che non solo inverte la freccia del tempo, ma anche coglie il carattere specifico della condizione umana, il ritardo del nostro sviluppo sessuale e il nostro essere, sin dalle origini, in relazione con l’altro. Essa ha a che fare con il trauma e la sessualità infantile che si presentano sulla scena analitica. Rappresenta, come cercherò di mostrare, una dimensione specifica dell’analisi e caratterizza la disposizione della mente dell’analista al lavoro, influenzandone l’ascolto e l’interpretazione del materiale clinico.

L’elaborazione della posteriorità pone in essere una temporalità complessa e costringe ad abbandonare ipotesi relative a una causalità semplice e lineare, frutto dell’istanza ordinatrice del pensiero cosciente. Molte osservazioni intorno al suo funzionamento vengono avanzate da Freud in presenza di illustrazioni cliniche, come dimostrano, oltre a L’uomo dei lupi (1914) e al suo celebre sogno (ricordato anche da J. André), sia Un caso di omosessualità femminile (1920b), a proposito della stesura del caso e rispetto alla ricerca di fattori etiologici, sia Un bambino viene picchiato (1919), in cui la seconda fase della fantasia è interpretata come una vera e propria “traduzione”, risultato del lavoro analitico. Ciò mostra, a mio parere, che Freud, consapevole o meno che fosse, aveva individuato un meccanismo che non solo sovraintende al modo di procedere dello psichico, ma regola anche il modo di procedere dello stesso processo analitico. Nel percorso che lo vede impegnato a sostituire all’evento traumatico, inteso come situazione puntuale, l’elaborazione fantasmatica che di tale evento fa il soggetto e che va quindi a influenzare lo stesso ricordo, lo scritto del 1899, Ricordi di copertura, segna una tappa importante. Un ricordo infantile non trae il suo significato specifico di copertura solo dalla relazione che per via associativa esiste tra esso e un altro contenuto dimenticato, ma anche per il fatto di essere utilizzato in funzione di una situazione presente, in questo caso trattandosi più di una fantasia che si esprime sotto forma di ricordo. A conclusione di questo lavoro Freud scrive che i nostri ricordi infantili “si formano, e una serie di motivi estranei al benché minimo proposito di fedeltà storica contribuisce a influenzare tanto la loro formazione, quanto la loro selezione” (1899, p.453). Il passato può essere (ri)-costruito a posteriori, anche in funzione di ciò che siamo, dei nostri desideri presenti e delle nostre aspirazioni attuali. Questo particolare funzionamento descrive anche la situazione analitica, che può fungere da stimolo per la creazione del ricordo e lo stesso passato può essere utilizzato per dar voce a una situazione traumatica che si colloca nel presente.

Ma, si chiede Laplanche (2006) e noi con lui, basta il risalire della memoria, la “costruzione” del ricordo a invertire la freccia del tempo? Concordo con J. André (2009) che se ci limitassimo alla triade: interpretazione, comprensione, costruzione saremmo all’interno di un’ermeneutica riconoscibile. Il concetto di Nachtraeglichkeit di fatto esprime qualcosa di più e di più specifico. Non solo contiene, infatti, una doppia direzione del tempo al suo interno, dal presente al passato, dal passato al presente, ma opera una trasformazione sul trauma stesso. La prima scena (la scena di seduzione, per es.) è ora investita dall’interno ed è questo investimento interno che fa sì che – secondo le parole di Freud – “un ricordo diventi un trauma solo più tardi”. Come nota appunto André (2009), un buon esempio di ciò è rappresentato dal celebre sogno dell’Uomo dei lupi (1914), il quale funge contemporaneamente come “seduzione traumatica” e come “trasformazione del primo trauma”.

Come è noto, tale concezione della temporalità è andato incontro per un lungo periodo a una sorta di oblio o di latenza, per rivedere la luce solo molti anni dopo grazie a Lacan (1953). E questo è già un punto interessante della questione, proprio perché la Nachtraeglichkeit sembra aver subito il destino che essa stessa esprime. La latenza, infatti, resta una caratteristica imprescindibile del meccanismo nachtraeglich, e non può essere considerata un lasso di tempo muto, quanto, piuttosto, un periodo di profondi rimaneggiamenti e trasformazioni nell’ordine dello psichico, così come in quello analitico. E’ del resto ciò che è successo all’interno della stessa teoria freudiana, quando il concetto riapparirà alla fine del percorso (Mosé, 1934-38), ma alla luce dei profondi rimaneggiamenti e sviluppi intervenuti. Ed è ciò che ha influenzato le interpretazioni/traduzioni del termine dopo Freud condizionandone gli esiti successivi: tra deffered action e après-coup corre un mondo di differenze, che sono differenze teoriche e teorico-cliniche. Alla questione della posteriorità spetta, infatti, un posto speciale nella psicoanalisi post-freudiana, in quanto sussume al suo interno alcuni importanti motivi di divergenza e di contrasto tra differenti scuole di pensiero e tra diverse aree geografiche. Le diverse interpretazioni a cui il concetto di Nachtraeglichkeit è andato incontro rispecchiano non solo l’evoluzione della questione della temporalità nelle differenti famiglie psicoanalitiche, ma anche l’evoluzione del binomio trauma-sessualità, che caratterizza in modo specifico il concetto alle sue radici. Come scrive C. Miqueu-Baz (2009), l’ après-coup è tanto una questione legata al tempo che al trauma e se è giusto affermare che teoria del trauma e sessualità “procedono da una matrice comune” (Rossi, 2006) e trovano nella posteriorità il loro intreccio emblematico, è tuttavia doveroso anche riconoscere come questo intreccio già a partire da Freud subisca alcune modificazioni di paradigma che ne condizionano il destino clinico e teorico. Si tratta, infatti, delle vicissitudini a cui va incontro la teoria traumatica che, insieme a quella della seduzione, subisce un complesso processo trasformativo. Lo spostamento relativo alla natura del trauma va a scapito della sessualità, mentre acquistano spazio i legami oggettuali e loro vicissitudini. I termini di questo dibattito, che si rifletterà anche nella considerazione e nell’uso della posteriorità, affondano le radici nel terreno arato da Freud, ma che poi Freud stesso ha piantato a colture diverse.

Nella prospettiva kleiniana, per es., non è certo la sessualità a essere ignorata, caso mai è l’accento posto sulle radici primitive della situazione edipica e sulla continuità evolutiva tra sessualità infantile e sessualità adulta a imporre una direzione diversa all’idea di sessualità, mentre l’attenzione dal trauma è rivolta al destino dell’aggressività e alle prime situazioni d’angoscia. Anche la dimensione temporale subisce una torsione che ha largamente influenzato l’ascolto nella clinica. Essa tende, infatti, a essere ridimensionata sul presente del qui e ora della seduta (tutt’al più sull’allora della seduta di ieri o di domani). In questa impostazione la dimensione spaziale – come relazione contenitore-contenuto, campo analitico, ecc. – ha il sopravvento rispetto a una temporalità compressa sull’attualità dell’incontro e che esita o rischia di esitare in una “narratologia del presente”. Il recupero e il riconoscimento della dimensione temporale e della sua iscrizione nello psichismo del soggetto favorisce, invece, il costituirsi di una narrativa che si sviluppa nel tempo e solo grazie allo scorrere del tempo consente alle “linee inconsce di pensiero” di rivelarsi (Bollas, 2007).

Il punto su cui mi vorrei soffermare qui è l’intreccio trauma-sessualità in quanto costitutivo del concetto di Nachtraeglichkeit. Mi pare, infatti, che il ritorno a questo intreccio abbia due conseguenze immediate:

1. recuperare la specificità del concetto di Nachtraeglichkeit e sottrarlo a una riduzione in termini di “risignificazione”;

2. recuperare il significato della sessualità nell’ambito dello psichismo, che ha a che fare sia con l’elemento del trauma che della doppia temporalità.

Laplanche (2006), sicuramente uno dei maggiori psicoanalisti che ha “lavorato” su questo concetto, si oppone a una lettura che riduca il fenomeno in termini di “risignificazione” retrospettiva, in quanto essa risulta, più che riduttiva, fuorviante, non tenendo conto che il “colpo”, ciò che “scardina” (e che letteralmente è reso dalla traduzione francese di après-coup, che ha ormai assunto un uso extra-territoriale), è di natura traumatica e psichica e ha a che fare con “un’integrazione incompleta o parziale” (Philipps, 1998), la quale si riproduce nella situazione di transfert. La significazione dell’evento consiste dunque in un complesso lavoro associativo, di elaborazione e integrazione dell’esperienza che al momento dell’accadere era rimasta “muta”, “in sonno”, lavoro messo in moto da un accadimento successivo (il transfert, per es.) o da una maturazione organica. Recentemene anche la Perelberg (2006, 2009) ha cercato di recuperare il significato specifico della Nachtraeglichkeit nel suo intreccio trauma-sessualità, distinguendo un’impostazione “dinamica” del concetto da un’ impostazione “descrittiva”. Ciò che caratterizza l’impostazione “dinamica” è proprio il ruolo della scena del transfert (la passivizzazione erotica nel transfert) che evoca la scena sessuale dell’infanzia e l’accento posto sulla discontinuità tra sessualità infantile e sessualità adulta attraversate dall’Edipo. Il modello della sessualità, intesa come sessuale infantile, nel suo valore traumatico e di resto inelaborato resta dunque il pilastro su cui si regge l’edificio della Nachtraeglichkeit , non lo è invece nella dimensione unidirezionale dello sviluppo. La lacerazione traumatica consiste nello scarto tra ciò che succede e ciò che può essere compreso e integrato, in ciò che si costituisce come “rumore di fondo”, ma che trova solo a posteriori, nell’ascolto di un terzo e dopo aver attraversato il tempo di latenza, la condizione per trasformarsi in suono.

E. aveva iniziato con me un’analisi alcuni anni prima dell’episodio che sto per raccontare. Nella sua storia c’era una mamma tossicomanica, soggetta a gravi crisi fin da quando lei era piccola. Durante un primo, lungo periodo di analisi la paziente aveva presentato un comportamento maniacale, associato a marcati tratti bulimici. Sembrava che E. dovesse riempirsi di parole e di discorsi, oltre che di attività frenetica e di cibo, per sentirsi viva. Erano presenti anche meccanismi di idealizzazione che avevano lo scopo, oltre a quello di tenere a bada sentimenti persecutori, anche quello di eccitarla. Intorno al 3° anno d’analisi l’equilibrio su cui E. si reggeva entrò in crisi e la paziente incominciò a sviluppare uno stato di malessere molto acuto, caratterizzato da un’ansia violenta e da modalità di pensiero ossessivo e da rituali allo scopo di scongiurare il rischio di perdere le persone amate. Entrammo in un periodo molto difficile, E. si sentiva emotivamente morta, la vita sociale era drasticamente ridotta, passava intere giornate e fine-settimana chiusa dentro casa, io ero estremamente allarmata e preoccupata, ma forse più paralizzata di lei. La paziente era soprattutto ossessionata dal timore che potesse accadere qualcosa di brutto a sua madre, cosa che la costringeva a una continua, esasperante attività di controllo, dalla quale usciva esausta, ma mai tranquilla.

Incominciai a riflettere sulla ripetitività rigida dei suoi presentimenti catastrofici e sulle sue comunicazioni che acquistavano un ritmo martellante e ansiogeno crescente. Ero bloccata e la fantasia era che qualsiasi mio intervento potesse far precipitare la situazione in modo drammatico. Cominciò ad apparirmi più chiaro, attraverso vissuti controtransferali molto violenti nei quali mi dibattevo, che quella che sembrava una coazione a ripetere era in realtà la ripetizione di qualcosa di urgente, ma inesprimibile. Si trattava di vivere nell’esperienza presente della relazione con me qualcosa di catastrofico che sembrava, da parte della paziente, non poter essere riferito al passato e che si esprimeva sottoforma di ansia rivolta a un pericolo incombente e futuro, qualcosa di minaccioso che sarebbe dovuto accadere (Winnicott,1963). Provai a dirle che proprio ciò che lei più temeva (che succedesse qualcosa di brutto alla madre, per es. che morisse) era qualcosa che non sarebbe potuto succedere, perché era già successo e lei adesso ripeteva insistentemente i suoi timori e la sua angoscia per farmi capire ciò che aveva provato, ma non aveva mai avuto modo né di dire, né di sentirsi riconosciuto (Marion, 2009). Mi sentivo agitata nel dirle questo, divisa com’ero tra l’idea che ero ingombra di una “teoria” e che stavo “forzando” la situazione. In realtà le mie parole aprirono un varco, E. trovò, finalmente, l’espressione per descrivere lo stato in cui si sentiva, che era quello di “sentirsi caduta giù dalla testa dell’altro, di non esserci più”. Quella di cui lei mi parlava era la madre assente o obnubilata dalle crisi. Questo oggetto interno poteva essere sconfitto solo attraverso la maniacalità o attraverso una presenza concreta e costante da parte dell’altro. Dissi a E. che il rapporto “amoroso” e “ideale” con la madre (e con me) era il modo per sconfiggere il pericolo di “cadere giù dalla sua testa”, ma dietro ciò si celava una rabbia micidiale. Proprio la sua rabbia nascosta faceva sì che poi lei non sapesse mai se l’assenza della madre (e quindi anche la mia) fosse a causa dei problemi di sua madre o a causa della sua rabbia (per i problemi materni), che temeva così forte al punto di farla fuori. La paziente mi rispose che nella sua vita era sempre così.

Successivamente ai momenti che ho ora descritto E. mi racconta un sogno fatto durante il fine-settimana: “Nel sogno mi si era staccata la testa e non la si poteva riattaccare. Era come se da dentro sbucasse un bastone. Pensavo che potevano nascere un collo e una testa nuovi, ma il medico diceva di spicciarsi a riattaccare quella staccata, perché le nuove teste erano false. Andavo in giro e guardavo l’ombra per orientarmi. Mi sembra che stavo per fare sesso con diverse persone. Poi andavo al maneggio dai miei cavalli, li guardavo e piangevo, pensavo alla loro morte, al tempo che passa”. Qui la paziente si interrompe e sta un po’ in silenzio. Intervengo osservando che non mi aveva mai parlato di avere dei cavalli. Prosegue: “I cavalli appartengono alla mia infanzia. Riguardano anche il rapporto con mio padre. Il sogno proseguiva. Io cercavo di fare shopping, di entrare in un negozio, ma senza riuscirci, non c’era nessuno. C’era poi una telefonata tra mia madre e mio padre, mia madre cercava di spiegare a mio padre quello che era successo. Nel sogno ero così disperata per i miei cavalli”.

Si trattava di un sogno d’angoscia che segnalava la trasformazione subita dal trauma che veniva ora investito dall’interno. Finalmente la paziente poteva permettersi di descrivere la sua identificazione inconscia con un oggetto che ha perduto la testa, sostituendola con un bastone che fuoriesce. Questo significava muoversi in un mondo di ombre. Associai questa immagine al vagare di Virgilio nell’Ade, ma tenni questa associazione per me, anche se contribuì ad orientarmi verso i profondi livelli di angoscia che la paziente proponeva. Siamo qui già in presenza di due tempi, in cui il tempo del sogno (rispetto al tempo della scena traumatica) implica una elaborazione e un rimaneggiamento del trauma, attraversati dal periodo di latenza. Il trauma si ripresenta nel tempo del transfert ( attraverso la mia sensazione di paralisi, i vissuti controtransferali e attraverso il transfert amoroso) per esprimere tutta la carica di violenza e sofferenza. Questo tempo del transfert è secondo rispetto al tempo del trauma, ma come ci fa correttamente osservare André (2009) “l’après-coup scombussola la cronologia” e quello del sogno diventa il 1° tempo, che permette di ritornare alla scena traumatica la quale, rispetto ad esso, si colloca così in un tempo 2.

Nel sogno poi sono presenti dimensioni temporali diverse. C’è, infatti, l’infanzia rappresentata dai cavalli, forse incaricati sì di raffigurare i suoi momenti più sereni e vitali, ma anche espressione di valenze eccitatorie. Inoltre la coppia genitoriale, che compare nella seconda parte del sogno, è impegnata in una conversazione telefonica, che la esclude. La disperazione presente nel sogno e collegata alla morte dell’infanzia attraverso la morte dei cavalli, è anche la disperazione per l’esclusione dalla coppia genitoriale, che lei ancora “senza testa” non riesce a pensare e ad accettare. L’aspetto edipico illumina a ritroso il trauma primitivo, che riguarda il “cadere giù dalla testa dell’altro” e nel momento in cui si salda con la dimensione transferale (l’impossibilità di entrare nel negozio chiuso/analisi durante il fine settimana/esclusione dalla mente e dalla coppia analitica) è possibile affrontarlo all’interno della relazione e dare senso e immagine all’angoscia paralizzante. E., oltre a descrivere come l’identificazione inconscia significhi camminare in un luogo d’ombre, nell’Ade dove anche lei si sente morta, fa qualcosa di più. Prova a collocare e dare senso alle difese maniacali (fare sesso, shopping, i cavalli) attraverso le quali aveva tentato di esorcizzare il senso di morte, e descrive anche la soluzione adottata, che contiene il pericolo di aderire a un Falso Sé, vale a dire l’identificazione fallica, la quale alla testa che contiene emozioni, pensieri, sostituisce il bastone che spunta fuori. L’elaborazione di questo materiale così complesso ci occupò per diversi mesi, alla fine dei quali la paziente si ricordò di un sogno in cui compariva un neonato che lei aveva dimenticato. E. sembrava poter recuperare un aspetto rimasto a lungo congelato e muto dentro di lei. La comparsa del neonato, la circoscrizione di un tempo buio, di cui lei non ricorda nulla, mostrano che la paziente incomincia a poter “ricordare”, indicando così che alla ripetizione fuori dal tempo si può sostituire l’inizio di una storia.

Il trauma che si ripresenta nella situazione di cura è in cerca di un ascolto e di un interprete per poter aprirsi a una trasformazione. In quel momento è la mente dell’analista al lavoro che si costituisce come “posteriorità”. Ascoltare il trauma che la paziente non poteva ricordare richiede all’analista – come ha richiesto a me – un lavoro continuo su due assi temporali, una trasposizione della propria mente in un tempo altro, accompagnata da vissuti controtransferali intensi, senza tuttavia perdere il legame con il 2° tempo dell’analisi. Penso che il lavoro psicoanalitico è sempre un lavoro nella Nachtraeglichkeit, in quanto essa offre la dimensione temporale trasformativa, che differenzia la cura dalla ripetizione coattiva dell’esperienza, e permette al paziente l’integrazione di ciò che era rimasto dissociato. In questo senso la concezione dell’après-coup non può limitarsi a una semplice risignificazione trascrittiva del passato in termini di presente, ma investe la ripetizione e l’elaborazione del trauma nel 2° tempo della relazione transferale, il quale batte ripetutamente il suo “colpo” sul controtransfert dell’analista per aprirsi un varco verso la “comprensione”, svincolarsi dal legame con il passato, aprirsi al movimento immaginativo rivolto al futuro (l’avant-coup o Vortraeglichkeit di cui parla Parsons, 2009).

Il secondo esempio clinico riguarda un particolare passaggio nell’analisi di G. In una fase avanzata della sua analisi G. mi porta una serie di sogni a breve distanza gli uni dagli altri.

1° sogno: “Ho sognato mia madre, ma era una giovane signora con il rossetto. Parlavo con lei, ma lei non mi faceva parlar, mi interrompeva in continuazione…la cosa mi gettava nella disperazione. Mi risvegliavo”.

2° sogno: “Ho sognato che c’era una poliziotta molto bella che cercava di indagare sulla vita di un collega, se era sposato o no. La mia curiosità era di capire chi era questa bellissima poliziotta” poi aggiunge: “Il sesso con le poliziotte per me è sempre stato identificato con giochini sado-maso”.

3°sogno: “Sono con una donna. Arriva un soldato che violenta la donna che sta con me. Forse non era proprio una violenza, ma una specie di seduzione”.

G., paziente dalle brillanti doti intellettuali, fin dall’inizio del percorso analitico mi aveva parlato di problemi relativi all’erezione. I sogni contengono allusioni fin troppo evidenti alla relazione analitica e al tema dell’eccitazione, a una sessualità violenta e aggressiva fantasticata all’interno della nostra coppia. Se il soldato sembra raccogliere una sessualità bruta e primitiva che G. cerca di scindere da sé e sulla quale ancora sa poco, egli riesce, tuttavia, a dire quanto si senta identificato con un tipo di relazione sado-masochista, che tende a sottomettere e dominare l’altro e, quando non vi riesce, a svalutarlo e denigrarlo. E’ una sessualità violenta, che lo eccita, collegata all’assenza di una figura paterna (così, infatti, è stato nella sua storia) come limite all’invischiamento del rapporto a due. Queste tematiche associate ai vissuti persecutori relativi a una figura materna/femminile dalle valenze falliche sono stati punti centrali che hanno accompagnato l’elaborazione dell’Edipo negativo in questo paziente.

Fu però solo in un tempo successivo dell’analisi che il nodo traumatico relativo alla sua sessualità poté rivelarsi a pieno all’interno del rapporto analitico. Cercherò di descrivere in maniera sintetica i passaggi di questo percorso:

1° tempo) G. mi porta un sogno nel quale lui bambino, insieme ad alcuni compagni, è in un garage o in una cantina. Dentro c’è una caldaia a gas. Dice: “ Ci buttavamo dentro della benzina, poi ci spaventavamo perché realizzavamo che la miscela poteva essere esplosiva. L’esplosione avveniva, ma meno grave del previsto”. Il sogno ripropone sulla scena del transfert il problema dell’eccitazione incontrollata, dove la risposta dell’oggetto (analista/caldaia) è importante che lo tranquillizzi rispetto alle conseguenze dell’eccitazione. La mamma idealizzata presente all’inizio dell’analisi, diventata poi la mamma castratoria e fallica, assume adesso le sembianze di una caldaia pronta ad esplodere se lui la eccita con la sua benzina pericolosa, una trappola che lo ingloba e rispetto alla quale non ha termini di identificazione alternativa. Questa problematica ha a che fare con: 1) la sessualità infantile; 2) le fantasie relative a ciò; 3) il problema edipico che il paziente deve affrontare.

2° tempo) Tuttavia, nonostante l’intensità del sogno, sembrava che il livello emotivo faticasse a raggiungere il paziente. Le emozioni che sembravano così assenti nel racconto dei sogni e nelle associazioni, G. le recuperò attraverso il racconto del trauma e del dolore che gli avevano procurato i suoi primi approcci adolescenziali e i suoi primi tentativi di penetrazione, vedendo sul volto della partner del momento terrore e rifiuto. Questa associazione metteva in gioco una precisa richiesta rivolta a me, che fino a quel momento, non mi era stata così chiara fino in fondo. La richiesta era di come avrei reagito, metaforicamente parlando, alla sua eccitazione e “penetrazione”, di quale tenuta e qualità fossero le mia capacità di accoglierlo e di sostenere la sua eccitazione e il suo desiderio. Fu solo a quel punto che fui in grado di modificare il mio atteggiamento e la mia sensibilità verso ciò che fino a quel momento avevo inteso come intrusività violenta, bisogno di controllo e che aveva inconsciamente generato un atteggiamento seduttivo e respingente, come si evince anche dal sogno della giovane signora col rossetto, che non lo faceva parlare. Si è trattato di un passaggio importante, anche se non sufficiente, per permettere al paziente di elaborare nel transfert il rapporto con una figura femminile non spaventata dalle sue qualità maschili emergenti.

3° tempo) Il terzo tempo riguarda due sogni. Il sogno che racconto per primo è, dei due, quello venuto dopo, ma fu rivelatore di un punto cieco e di una mia impasse nell’ascolto del primo sogno. G. mi dice di aver sognato di fare un viaggio, “sembrava un viaggio dantesco”. Con lui c’era una donna. Si accorgeva che la strada non portava da nessuna parte e decideva di cambiare percorso. La donna era sempre al suo fianco. Realizzava che doveva indagare su una questione di inquinamento di benzina e carbone. Dai vestiti della donna colava benzina e lui pensava: “Devo stare attento a non darle fuoco”.

Lì per lì resto perplessa e sono costretta a interrogarmi su ciò che mi stava sfuggendo nella relazione con G. e che aveva generato i suoi vissuti di essere su un percorso morto. Per comprendere la sua comunicazione sono dovuta tornare dentro di me a un momento dell’analisi di poco precedente e a un sogno in particolare. Il sogno era diviso in due parti. Nella prima parte il paziente stava in un posto chiuso, fortificato e doveva affrontare con la sciabola l’assalto di un gruppo di negri. Nella seconda parte era in una città straniera con il suo bambino, al quale diceva di stare attento, perché la città era piena di buche, dentro le quali poteva scomparire. Si trovava poi di fronte a un palazzo di cemento grigio, era il palazzo dell’Ordine degli Ingegneri. G. associa la città straniera alla città in cui lui ha passato un periodo durante l’adolescenza, quando aveva deciso di allontanarsi da casa. Mi dice che il padre (il padre assente della sua infanzia e della sua adolescenza) è ingegnere, ma lui ha un pessimo rapporto con i numeri. E’ il paziente stesso a commentare che i negri, della prima parte del sogno, rappresentano l’estraneità, l’alterità da cui lui si sente tradito. Gli dico che anche gli ingegneri rappresentano l’alterità, per es. l’alterità e l’estraneità dei numeri, ma sono anche coloro che fanno le strade e riparano le buche. E dentro di me penso contemporaneamente a una madre bucata che non lo contiene e al buco della separazione adolescenziale, ma anche al buco lasciato dal padre. G. mi dice che forse questi buchi sono anche la sua angoscia di non riuscire a essere un buon padre, lui che non ha avuto padre. Gli dico che però adesso nel sogno lui sembra riconoscere l’”ordine paterno”, necessario anche per separarsi dalla figura materna. G. mi risponde: “Sì, penso che sia così. Nel sogno questo edificio rappresentava anche un punto di orientamento per me e per il mio bambino”.

Attraverso il sogno G. può finalmente dare rappresentazione alla figura paterna – e questo è la prima volta che succede -, ma esprime anche una complessa molteplicità di livelli temporali. Il trasferimento e il tentativo di separarsi dalla madre avviene nel periodo adolescenziale, quando il risveglio della sessualità nel secondo tempo dell’adolescenza ripropone al paziente l’angoscia di precipitare nel buco della confusione materna. Le due età, quella infantile tramite il suo bambino, quella adolescenziale tramite il riferimento alla città, sono messe insieme nella stessa scena e lui adulto sembra adesso poterle contenere in un unico sguardo. Il bisogno di informazioni e il senso di disorientamento nascondono l’angoscia di non avere abbastanza padre per potersi separare, così come per poter fare da padre a suo figlio. Per queste ragioni avevo presente quanto l’incontro con l’Ordine degli Ingegneri rappresentasse un elemento di novità. E su questa novità si era concentrata la mia attenzione, considerandola il frutto del lavoro fatto (a partire anche dal recupero della sua adolescenza). Il mio ascolto, così orientato alla ricerca del padre, non aveva colto l’indicazione importante intorno alla questione edipica e alla sua sessualità. La mia interpretazione aveva mancato di riconoscere e di accogliere un altro piano, che, attraverso “l’assalto dei negri alla fortezza” rimetteva in gioco la madre caldaia che esplode, proponendo un legame tra sessualità e scena traumatica. La stessa costruzione del sogno in due parti riflette questo scollegamento e la “dissociazione”, a cui io non sono in grado di rimediare.

Tornando, dunque, nei miei pensieri al sogno del “viaggio dantesco”, dicendomi che eravamo sulla strada sbagliata, il paziente si riferiva a ciò che non avevo saputo cogliere e “comprendere” relativamente all’ansia e al pericolo costituito dalla sua eccitazione non integrata (l’assalto dei negri alla fortezza), indicandomi che il suo problema nucleare si collocava su un altro livello e in un altro tempo. Nel secondo sogno il linguaggio onirico si fa più esplicito e il paziente mi fa capire chiaramente quanto teme di potermi accendere e dare fuoco, riconosce il pericolo che deriva dalla sua eccitazione, che può infiammarmi come un tempo poteva infiammare le compagne adolescenti e la madre.

Ho ricordato questo passaggio per più di un motivo. Attraverso il “fallimento” del mio ascolto (la failure di Winnicott, che ci ha ricordato anche J.André) G. aveva potuto recuperare la dimensione profonda del nucleo traumatico e il legame con il “resto” inelaborato della sessualità infantile (il sessuale). La contiguità analitica, il lettino e la posizione passiva, ripropongono con forza la scena traumatica e il paziente lo comunica attraverso il recupero di ciò che è contemporaneamente un ricordo, ma anche il nostro funzionamento in seduta e il modo in cui vive l’ora d’analisi. Non solo. La sequenza dei sogni, per come è avvenuta, ci mette di fronte, ancora una volta, a quello “scombussolamento della cronologia”, di cui parla André e a cui mi riferivo prima. Il secondo sogno si costituisce come 1° tempo dell’après-coup, che permette a me e al paziente di tornare alla scena traumatica espressa nel primo sogno, la quale ci appare ora come un 2° tempo.

Il lavoro della Nachtraeglichkeit è soprattutto l’esplicitazione del “resto” enigmatico, traumatico, che ha accompagnato coattivamente il paziente nei differenti tempi della sua esistenza. Mentre il “sogno della fortezza” permette al trauma originario, al messaggio enigmatico della sessualità materna, di ripresentarsi sotto forma di immagine onirica sulla scena analitica, il mio fallimento nell’ascolto rappresenta l’impasse dell’analista che – come dice Winnicott (1955) – presentifica il trauma nel transfert. Il senso della cura è in questa duplicità temporale, che è contemporaneamente nel tempo della storia del paziente e nel tempo del processo analitico.

Ancora una parola sull’intreccio trauma-sessualità. Possiamo chiederci quanto per noi analisti la psicosessualità, all’origine del percorso freudiano, rivesta ancora un significato peculiare. A me pare che il sessuale, che si colloca nell’intimo della relazione con noi stessi e con l’altro, è anche ciò che si presenta con le caratteristiche del “di più” e del “troppo”. Il paziente l’avverte come un “corpo estraneo interno” (Gibrinsky, 2005), che non riesce a essere integrato e preme da dentro, rivelando in ciò il suo carattere traumatico, ma anche specifico. La psicoanalisi stessa è una “scena di seduzione” e il metodo psicoanalitico costituito dalla triade libere associazioni/attenzione fluttuante/interpretazione sottopone la parola del paziente e dell’analista alla plasticità delle pulsioni, introducendo la terzietà edipica e spostando continuamente l’oscillazione del pendolo dal “mondo sognante” dell’ordine materno a quello delle “leggi paterne” (Bollas, 2007).

Come dicevo prima, e come ho cercato di mostrare, il modello della sessualità, intesa come sessuale infantile, nel suo valore traumatico e di resto inelaborato resta dunque il pilastro su cui si regge l’edificio della Nachtraeglichkeit, non lo è invece nella dimensione unidirezionale dello sviluppo. Il sessuale infantile è la forza lavoro che continuamente alimenta e sollecita i processi di trasformazione psichica, mentre il funzionamenti nachtraeglich è consustanziale all’andamento della cura nel doppio movimento dal passato al presente e viceversa ed è consustanziale all’economia psichica , che separa il tempo del significato dal tempo dell’esperienza.

La Nachtraeglichkeit rappresenta la postura caratteristica della mente dell’analista al lavoro, che si costituisce come posteriorità, e differenzia il movimento transferale da una semplice ripetizione coattiva di antiche relazioni oggettuali interiorizzate e da uno sviluppo progressivo. Transfert e seduta analitica implicano sempre “un’altra scena, un altro tempo e un altro oggetto” (Bonaminio, 2003). Nel transfert viviamo il ricorrere di una storia che non ci appartiene, ma alla quale siamo convocati e che dobbiamo percorrere in un continuo transito di andata e ritorno per il nostro ruolo di compagni di viaggio di quel tratto di strada. Transfert e interpretazione, come momenti altamente specifici e caratterizzanti la cura psicoanalitica, rappresentano anche il punto di maggior impatto e più complessa articolazione della dimensione della Nachtraeglichkeit. In tale fenomeno si esprime, infatti, la particolare “torsione” a cui il lavoro analitico è sottoposto e la compresenza, ma non la sovrapposizione, nella mente dell’analista, del tempo presente della seduta e di un altro tempo, di un’altra scena, a lui ignoti, che il paziente gli porta alla ricerca del suo “tempo perduto”. Il “tempo perduto” funziona come “resto” e come spinta che preme verso l’ascolto e l’elaborazione. Sia l’ascolto che l’elaborazione avvengono in un secondo tempo sia rispetto alla storia del paziente che rispetto al processo analitico e si realizzano nel momento in cui la “scena traumatica” incontra in noi e nel transfert lo strumento (pensiamo alle petites madeleines di Proust) che le permette di illuminarla, non come effettivamente essa fu, ma come “l’illuminazione” che le forniamo è in grado di ricrearla.

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