Buio in sala 2013
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In un mondo migliore, proiezione del 11 ottobre

11 ottobre 2013

In un mondo migliore

di Susanne Bier
(Danimarca, Svezia 2010, 113′)

Oscar miglior film straniero 2011

In una cittadina della provincia danese si incontrano due ragazzini che condividono una storia di solitudine e dolore. Tra Christian, pieno di rabbia per la morte della madre, ed Elias, vittima dei bulli d’ordinanza mentre il padre è lontano in campi profughi d’Africa, sboccia una straordinaria amicizia, che rischia però di sconfinare in pericolosa alleanza. Metteranno in gioco la loro stessa vita, costringendo le famiglie a fare i conti con le proprie responsabilità.

Commento di Massimo Vigna-Taglianti

Se dovessi individuare le parole chiave per descrivere le principali suggestioni evocatemi dalla visione del film, utilizzerei delle coppie antinomiche: padri/figli, odio/amore, vita/morte, primitivo/evoluto, disperazione/speranza.

Tutti questi aspetti sono a mio avviso intrecciati in una vicenda drammatica –resa molto bene sia dal punto di vista della fotografia sia da quello della sceneggiatura – ed emblematica della complessità della vita, che ci sottopone continuamente a dolorose sollecitazioni nella sfera delle perdite: transizioni, abbandoni, lutti.

Prendiamo in esame alcuni di questi aspetti.

Inizierei dalla vicenda padre-figlio.

Su tutto domina, come una nota di fondo, la difficoltà di comunicazione tra genitori e figli e tra figli e genitori.

Genitori che, si badi, non sono assenti ma piuttosto per certi aspetti “distanti”: paradigmatica appare in questo senso la distanza geografica tra il papà chirurgo, un papà affettuoso e capace di giocare, e il suo insicuro e bullizzato figlio.

Distanti in fondo perché assorbiti da loro più o meno tragiche vicende personali (il tradimento in una famiglia, la morte della moglie nell’altra) e impegnati a elaborare la loro sofferenza. Genitori dunque feriti o colpevoli, comunque a vario titolo sofferenti; genitori che vivono un momento di fragilità e vulnerabilità emotiva che inevitabilmente porta alla ribalta i loro aspetti meno evoluti e più irrazionali e le difese necessarie per affrontarli.

Genitori per certi versi “bambini” dal momento che la loro dimensione infantile è visibile e dolorante, come drammaticamente constata Christian nella scena finale sul tetto del silos, quando descrive la propria madre morta e quando Anton tenta di consolarlo parlandogli del “velo” che occasionalmente si squarcia e permette di vedere la morte: un velo che piano piano torna poi al suo posto. Un “velo” che a mio avviso possiamo intendere più in generale come quello della necessaria idealizzazione che, quando si è bambini, ammanta i genitori ma che inevitabilmente e necessariamente comincia a “calare” con l’arrivo dell’adolescenza, un punto quest’ultimo trattato da Meltzer già negli anni Settanta del secolo scorso.

Ho fin qui parlato di genitori in generale, ma vorrei sottolineare che in primo piano, più sofferente, vedo la figura del padre, giacché quella della madre (rappresentata dalla mamma di Elias) appare forse meno annichilita dalla crisi che attraversa. Tocca infatti alla madre farsi portatrice di aspetti più impulsivi ed emotivi ma anche vitali, e tocca ancora a lei sintonizzarsi sui segnali, non sempre piacevoli, che i figli inviano più che mai in questo periodo: è Marianne infatti che “trova” il coltello nascosto da Elias e che si confronta direttamente con l’aggressività in fieri del proprio figlio, lasciata in questo senso da sola e “in trincea” da un marito/padre lontano.

Un padre che, analogamente a quello di Christian, sembra fare molta difficoltà a vedere, riconoscere, accogliere e fronteggiare la rabbia e l’ostilità del proprio figlio. Emblematica a questo proposito mi pare la scena del “fallimento” del “contatto” via Skype tra Elias e Anton; un contatto intermittente, disturbato da molte interferenze reciproche che non permettono al padre di “perdere” il suo bambino e “vedere” l’adolescente che arriva, né al ragazzo di superare la paura di preoccupare e minacciare il padre con i suoi impulsi aggressivi.

La pubertà arriva e con essa il crollo dell’illusione dell’infinita saggezza e onnipotenza dei genitori: «Papà possiedo un coltello! (e sono solo con la mamma…)» vuol comunicare Elias al padre; «Papà stiamo fabbricando una bomba!»; «Papà ho a che fare con la mia aggressività, con la mia trasgressività, con la mia distruttività! Cosa ne faccio di tutto ciò? Tu dove sei?».

Tematiche analoghe pervadono a mio avviso la scena nella quale Christian, la sera prima dell’attentato vendicativo, tenta di “contattare” il proprio padre, Claus, domandandogli a bruciapelo «Papà, cosa proveresti se io morissi?».

Christian sembra domandare molte cose al padre ma la comunicazione ovviamente è in codice, sporcata dal dolore e dalla rabbia e coperta dall’orgoglio per celare la vergogna; il tono è provocatorio, il segnale è disturbato, Christian non può dirsi e dire a Claus: «Papà, dimmi che sei vivo, che provi ancora emozioni, che sei sopravvissuto alla morte di mamma, che non sei congelato completamente come me, che mi capisci ancora e che mi vuoi ancora bene, anche se sono pieno di rabbia, di disperazione e di odio, verso il mondo e anche verso di te!».

Il dolore psichico infatti, quando supera certi livelli e non si viene aiutati, diviene impensabile e si trasforma sovente in odio e distruttività.

Christian ha un conto in sospeso col mondo, che lo ha precocemente colpito duramente svelandogli nel peggiore dei modi tutta la sua imprevedibile e cieca indifferenza verso le nostre vite e verso ciò che amiamo di più, e deve presentare a qualcuno questo conto. Suo padre però è anch’egli ferito, reso fragile dalla perdita che ha colpito anche lui, e si sottrae suo malgrado alle sgradevoli richieste del proprio figlio. Christian pare allora rivolgere il suo odio e il suo desiderio di vendetta altrove, su un “altro padre”, responsabile a sua volta di un’offesa recata ad Anton, vissuta dal ragazzo come intollerabile perché mette in discussione la forza, l’integrità e l’autorità della figura paterna stessa.

Questo è il significato cruciale che io traggo dalla storia narrata dalla Bier: c’è bisogno di padri in salute e in prima linea per fronteggiare l’aggressività delle generazioni successive e per permettere, affinché queste crescano e si rendano a loro volta creative e indipendenti, che esse possano commettere – come sostiene anche Loewald – il loro simbolico parricidio in sicurezza. Se i padri sono troppo vulnerabili o assenti questo parricidio o non si compie o rischia di subire un collasso, divenendo un “parricidio” concreto, emblematicamente rappresentato dal progetto concepito dai due ragazzini di far saltare per aria la macchina del violento meccanico.

Qui vale la pena aprire una parentesi: la Bier si concede un’ipotesi piuttosto trasparente sulla trasmissione della violenza da una generazione all’altra (il padre meccanico che reagisce picchiando al primo attrito e che accusa a sua volta il suo piccolo bambino di “picchiarsi sempre con gli altri bambini”), e sul fatto che violenza chiama violenza. Basti pensare al tema del bullismo e a come Christian risolve con la violenza la questione delle aggressioni svalutanti a Elias, segnatamente il rappresentante della sua parte piccola, sensibile e indifesa dalla quale ha preso le distanze attraverso meccanismi schizoidi.

Il tema della necessità di una presenza paterna di “peso”, capace di “non chiudere gli occhi” e di sostenere la violenza e l’aggressività dei figli (il problema di una generazione di genitori), percorre dunque a mio avviso tutto il film, fin dalla scena della scuola e dei maltrattamenti ai danni di Elias.

Cosa fanno infatti i “bulli”? Sul piano consapevole provocano, si oppongono all’autorità, creano una “gang fraterna” comandata da un leader con cui è possibile identificarsi facilmente negando la difficoltà e l’attesa della crescita, ma in realtà inconsapevolmente chiedono un limite e “chiamano” a gran voce un “Padre” autorevole e forte: nel film la Polizia che interroga i ragazzi dopo le percosse di Christian al capo-bullo pare in effetti rappresentare un’alternativa fin troppo severa e inquisitoria (tant’è che i ragazzi mentono) all’atteggiamento un po’ idealizzante e negante del corpo insegnante.

D’altra parte il bisogno di una presenza forte, che fermi il violento, renda giustizia e svolga un ruolo di testimonianza delle offese subite, si avverte anche nella scena in cui Anton viene aggredito senza motivo ai giardinetti dallo “scimmione” di turno: così lo battezzerà infatti più tardi Anton stesso nell’affrontarlo, nel tentativo di dimostrare che la logica “pacifista” è di gran lunga superiore a quella dell’“occhio per occhio, dente per dente”. Un fatto di per sé assolutamente condivisibile, se non fosse che lo “scimmione” abita dentro ognuno di noi e che l’“Africa” non è solo un continente distante dove poterci permettere grandiose incursioni “paternaliste”, portando in dono giochi e saggezza, ma è anche una dimensione primitiva e selvaggia del nostro mondo interno dove regnano fantasie e impulsi crudeli che necessitano di una funzione – quella paterna per l’appunto – che tuteli la vita e l’ordine piuttosto che svilirla o estirparla dal grembo delle madri (come negli abominevoli infanticidi commessi da Big Man).

È proprio l’assenza di un’autorità paterna portatrice di forza e giustizia – nell’evoluto Nord Europa come nella tribale Africa – che alimenta una spirale di violenza e di efferatezza che giustifica le condotte delinquenziali del soggetto, volte ad affermare una supremazia che disprezza continuamente ciò che è piccolo e fragile, colpendolo e perseguitandolo nell’altro.

Prendiamo ad esempio la vicenda di Christian: provato pesantemente dalla vita come i suoi “fratelli” africani, il ragazzino sta già studiando da “duro”, e quando non ottiene un’adeguata soddisfazione di fronte alla ferita narcisistica che vive per l’offesa recata alla figura del padre (“bullizzata” a sua volta) chiede l’intervento della polizia (ancora un’autorità che possa fare qualcosa di più); non contento della strategia adottata da Anton per affrontare la violenza altrui (egli non la comprende, è troppo sofisticata e “cristiana”, lontana dalla sua dimensione infantile e primitiva che esige che i cattivi vengano biblicamente puniti) egli alimenta il suo rancore e prosegue nel suo progetto “terroristico” di farsi giustizia da solo, trascinandosi dietro Elias che pure dubita e chiede aiuto, pieno di spavento.

Questo mi sembra un calzante esempio del possibile dialogo che prende vita tra due aspetti della mente, quando sentiamo che ci viene recata un’offesa (da parte degli altri o della vita) e sentiamo crescere in noi il dolore e l’impotenza: chiedere aiuto e contare su una presenza materna che accoglie e consola quella parte di noi rabbiosa e risentita, delegando al Padre il compito di fare giustizia, oppure cavarcela da soli diventando gli ennesimi “giustizieri”?

È proprio nel tenere aperto e moderare questo dialogo che dal mio punto di vista si svolge elettivamente la funzione paterna, un’indispensabile funzione regolatrice evolutiva di un “maschile” bionianamente inteso, dunque grezzo, caotico e potenzialmente distruttivo. Questa funzione paterna (la funzione π potremmo chiamarla) si declina proprio nel mettere in sicurezza e rendere fertile il contatto e l’incontro tra questa dimensione primitiva – l’Africa, lo scimmione, l’assassino che sono in noi – e le nostre capacità trasformative (la funzione alfa), in modo tale che ciò che è grezzo e indifferenziato divenga un’emozione pensabile, storicizzabile e condivisibile.

Solo quando Anton riesce a fare i conti con la sua stessa aggressività e, in un mondo arcaico, accetta di essere un padre tragico e arcaico allo stesso tempo, egli riesce a rimettersi in un contatto più autentico e spontaneo con se stesso, con la propria moglie e con la generazione dei figli. Solo così – con un abbraccio realmente paterno – egli riesce finalmente ad “agguantare” Christian e a “sciogliere” in lacrime e domande angosciose il grumo di rancore di un bambino dolente e confuso.

In conclusione credo che l’odio e la distruttività, quali ne siano le origini e le forme dentro e fuori di noi, richiedano un costante e vigile sguardo paterno che non ne neghi l’esistenza e non sfugga al compito, tragico e mai stabilmente conseguito, di doverli fronteggiare, nel tentativo di condurli progressivamente in uno spazio transizionale intermedio dove essi possano essere disinnescati attraverso la consistenza e la forza dell’intimità, della giocosità e del pensiero.

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