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Bonaminio V. (2012). L’installarsi della psiche nel corpo.

Relazione presentata al seminario di Formazione Psicoanalitica – “Narcisismo e psicosomatica” di Vincenzo Bonaminio

 Auditorium Ente Cassa di Risparmio, 17 Marzo 2012

L’INSTALLARSI DELLA PSICHE NEL CORPO.

STATI DI INTEGRAZIONE, NON-INTEGRAZIONE E L’IDENTIFICAZIONE PRIMARIA

Vincenzo Bonaminio, Roma

Poor soul, the centre of my sinful earth,

My sinful earth these rebel powers array,

Why dost thou pine within and suffer dearth,

Painting thy outward walls so costly gay?

Why so large cost, having so short a lease,

Dost thou upon thy fading mansion spend? 1

Povera anima, centro di mia creta peccatrice,

Schiava di quei ribelli poveri che ti celano,

Perché dentro sorridi e soffri fame

Sì gaiamente fuori tue pareti adornando?

Perché sì folli spese, con sì breve contratto,

Sulla tua fuggevole dimora spandi?

W. Shakespeare, Sonnet # 146

Esce di mano a lui che la vagheggia
prima che sia, a guisa di fanciulla
che piangendo e ridendo pargoleggia,

l’anima semplicetta che sa nulla,
salvo che, mossa da lieto fattore,
volontier torna a ciò che la trastulla.

Di picciol bene in pria sente sapore;
quivi s’inganna, e dietro ad esso corre,
se guida o fren non torce suo amore.
Dante, Purgatorio, XVI, 85

 

Le considerazioni che esporrò in questo lavoro hanno prevalentemente una base clinica. Nascono cioè dalla mia esperienza terapeutica di analista di bambini – oltre che di adolescenti e di adulti – e dalla mia funzione di supervisore di specializzandi in training che vogliono apprendere lo strumento della psicoterapia o dell’analisi dei bambini nell’ambito della loro formazione di psichiatri infantili, o più specificamente di psicoterapeuti dell’età evolutiva o, ancora, di analisti di bambini ed adolescenti. Farò quindi riferimento a questa vasta area clinica, mia e dei miei colleghi o studenti – che ringrazio in anticipo per avermi consentito di mettere a disposizione le loro esperienze ed il loro materiale – potendo però, ovviamente, far convergere in questo lavoro solo una parte, davvero piccola, delle molteplici esemplificazioni – o più correttamente, dovrei dire, delle molteplici esperienze cliniche – che hanno concorso a delineare le mie idee su questo argomento: cioè l’installarsi della psiche del soma che costituisce il tema su cui ho scelto di parlare. Farò riferimento a due miei casi, seguiti in analisi personalmente e ad una consultazione diagnostica che ho supervisionato per tutto il percorso della valutazione clinica e anche in quello psicoterapeutico.

Lo “strano fastidio” di Luana e lo specchio angosciante di Gennaro

Inizierò con il raccontarvi la storia dello strano sintomo di Luana, e dello specchio angosciante di Gennaro.

Luana2

Due signore, l’una più giovane, sui trent’anni, l’altra più matura, quarantenne, sono in sala d’attesa dell’ambulatorio del Dipartimento Universitario di Neuropsichiatria infantile. Tra le due, una bambina di 7 anni e mezzo, Luana. Quando dalla porta dello studio dove verrà effettuata la consultazione madre e bambina vengono chiamate per nome e cognome ed invitate ad accomodarsi, entrambe le donne si alzano, quasi all’unisono: sollecitano, a turno, Luana a “muoversi” e poiché si tratta di una prima visita non è evidente, a prima vista, chi delle due donne sia la madre della bambina per la quale è stata richiesta la consultazione. Quando viene chiarito, con garbo e gentilezza, che è opportuno che solo Luana e la sua mamma accedano in stanza, una delle due donne, la più giovane, dopo aver lanciato uno sguardo di intesa e di rassicurazione all’altra – che si scoprirà in seguito essere la sorella maggiore – si allontana dicendo che aspetterà fuori: “ne approfitto per fumare”, aggiunge.

La consultazione inizia sotto il registro evidente, quasi offerto “per ostensione”, di un rapporto simbiotico fra le due donne in cui la maggiore, la madre di Luana, chiede appoggio e rassicurazione alla sorella più giovane, che si offre volentieri come oggetto controfobico in cambio, si direbbe, di vivere “una vita degli altri”, parafrasando il titolo del noto film3, per la mancanza di una sua propria maternità, di una relazione sentimentale stabile – come si apprenderà più avanti nel corso della consultazione.

Ma non è questa la via che posso imboccare nella mia narrazione dello strano sintomo di Luana perché allargherebbe troppo il campo dell’indagine. Al lettore, mi sia permesso di dire, basti sapere – per i fini di questa presentazione – che Luana, figlia unica, vive all’interno di un nucleo familiare molto simbiotico. E che questo registro lo ritroveremo nel corso della consultazione con la bambina anche come un “suo” problema, per quanto con caratteristiche evolutive squisitamente diverse e peculiari.

Madre e figlia si accomodano. Viene domandato quale sia il motivo della richiesta di una consultazione. Per motivi di brevità propongo di accedere alla storia di Luana e alla stranezza del suo sintomo prevalentemente attraverso la descrizione iniziale che ne fa la madre; ma nelle sedute di consultazione con Luana in un setting individuale, che seguono la prima visita (e che poi danno origine ad una indicazione di trattamento psicoterapeutico tutt’ora in corso) la bambina conferma sostanzialmente, attraverso il gioco e la narrazione di sé, il vissuto di “stranezza” nel corpo. Ne parla, anzi, con tono a tratti rassegnato, a tratti ribelle. Alterna un piglio adultomorfico ad un atteggiamento enfaticamente infantile.

La signora inizia con il raccontare che Luana “ha difficoltà nel vestirsi”: sente tutta la parte destra del corpo, l’intero emilato, più grande del sinistro, pertanto quando si deve vestire, lamenta che gli indumenti le stanno stretti da un lato e larghi dall’altro. Ciò si associa regolarmente a crisi di angoscia e di rabbia che possono durare “anche due ore”. La sintomatologia ha avuto un esordio conclamato circa otto mesi prima. Ma la signora è molto perentoria e determinata nel riferire che Luana “da sempre ha avuto ‘il fastidio’ – così lo chiama la bambina – alla parte destra del corpo. Già dai due/tre anni erano evidenti, per quanto in forme più sottili e controllabili, ma tuttavia “strane” ed “inquietanti”, queste difficoltà: “Pensi che già quando era molto piccola, forse non aveva ancora un anno – precisa la signora – si toglieva solo il calzino destro; poi crescendo è capitato che, ad esempio, non voleva mettere le felpe perché il polsino destro le stringeva”.

Da circa un anno la frequenza degli episodi critici è passata da una/due volte al mese a tutti i giorni, con incremento parallelo anche della intensità. Non c’è un orario preferenziale in cui si manifestano i sintomi:“siamo arrivati al punto che tutte le volte che deve uscire ha una crisi”, aggiunge la signora. Durante tali episodi la bambina si arrabbia molto e si toglie di dosso i vestiti, “quasi a strapparli via”; urla, piange e lancia per aria le scarpe e gli altri indumenti. I genitori non sanno come porsi di fronte a tali comportamenti della bambina. Hanno provato a coccolarla, a rimproverarla, a lasciare che si tranquillizzasse da sola, a “contenerla”, “ma non c’è modo di calmarla”. La signora aggiunge che il padre è più bravo di lei nel gestirla, “sa prenderla meglio; con me, invece, si va allo scontro diretto”. Ultimamente il padre ha inventato “il gioco del cronometro” per cercare di ridurre le reazioni di angoscia della figlia: la cronometra mentre si veste; “Luana si concentra sul fatto che deve metterci poco e si veste con meno difficoltà”.

Luana presenta anche alcuni sintomi ossessivi, e questo da sempre: se riceve un bacio su una guancia deve averlo anche sull’altra, se qualcuno le prende anche un solo un chicco di riso dal piatto, deve allora prenderne anche un altro, ecc. E’ come se dovesse continuamente riequilibrare, ciò che sente “storto”, fastidioso perché “sbilanciato”, “disarmonico”.

Gennaro

La narrazione di Gennaro in seduta sembra quasi richiamare quel “perturbante” (Das Unheimliche, the uncanny) che c’è nell’incipit di Uno, Nessuno, Centomila (1925) di Luigi Pirandello: da uno specchio, dalla sua inquietante superficie viene riflesso il viso di Gengé (il personaggio centrale), un viso di se stesso ignorato fino a quel momento, e che rivela un naso inaspettatamente pendente sulla destra.

– Che fai? – mia moglie mi domandò vedendomi insolitamente indugiare davanti allo specchio.

– Niente – le risposi, mi guardo qua, dentro il naso, in questa narice. Premendo avverto un certo dolorino.

Mia moglie mi sorrise e disse: Credevo che ti guardassi da che parte ti pende.

Mi voltai come un cane a cui qualcuno avesse pestato la coda:

  • Mi pende? A me? Il naso?

E mia moglie placidamente: Ma sì caro, guardatelo bene: ti pende verso destra.

(….) Vide forse mia moglie molto più addentro di me in quella mia stizza, e aggiunse subito che, se riposavo nella certezza d’essere in tutto senza mende, me ne levassi pure, perché come il naso mi pendeva verso destra, così…

– Che altro?

– Eh, altro! altro! Le mie sopracciglia parevano sugli occhi due accenti circonflessi, ^ ^, le mie orecchie erano attaccate male, una più sporgente dell’altra ed altri difetti…

– Ancora?

– Eh, sì ancora…

Il nucleo centrale di Uno, Nessuno, Centomila è la spietata analisi di Pirandello della ambiguità e della “diffusione” dell’identità dell’individuo nella molteplicità impersonale e de-personalizzante. Anche per Gennaro l’ambiguità e l’intollerabilità della sua identità derivante dal senso del suo sé corporeo è il nucleo centrale del suo problema.

Per Gennaro, un adolescente di 19 anni che ha iniziato piuttosto recentemente una analisi con me con la frequenza di tre sedute alla settimana, la disarmonia del corpo rappresenta un cruccio fondamentale che lo fa sentire “diverso”, “non a suo agio” e costretto a ricorrere continuamente ad operazioni di “aggiustamento corporeo”, di “impostazione fisica” quando sta con gli altri: e questo – dice sconsolato – lo fa sentire goffo, insicuro, non spontaneo, auto-osservantesi continuamente con conseguente sottrazione di energia per altre esperienze di sé.

Ho l’impressione che “accolga al volo” il flebile accenno che io gli faccio all’uso del lettino analitico, che noto che egli guarda sovente dalla poltrona durante le prime consultazioni: anzi è quasi lui stesso che lo richiede fin da subito, come per sottrarsi al mio sguardo che teme possa rimandargli l’impressione, dipinta sul mio volto, della “percezione reale”, così la chiama, della disarmonia di una parte del suo volto, la destra, della percezione del suo viso storto: anche se una volta disteso sul lettino motiva la sua scelta dicendo che lui vuol fare una “vera analisi”, che affronti alla radice il problema.

E con tale asserzione Gennaro, inconsapevolmente, ma nella comunicazione di transfert, mi indica subito “la strada da percorrere” e che arriva non solo alle radici profonde del suo senso di se corporeo ma verosimilmente anche a quelle storiche, per così dire, fino alle fasi germinative del suo senso di esistere nel corpo. Nel transfert iniziale, la volontà di Gennaro di sdraiarsi sul lettino è un enactment, il cui “potere evocativo” sta nel pressante bisogno di auto-amputazione, per così dire, dal campo visivo dell’analista, a causa di un pervasivo senso di vergogna. Come ha efficacemente mostrato K. Wright (1991) sia a livello clinico che concettuale, “la vergogna – vista come oggetto, vista dallo sguardo dell’altro, riconduce all’idea che il sé come oggetto visivo si costituisce originariamente là dove la propria esperienza (interna) è lo sguardo dell’Altro (esterno) invariabilmente si incontrano, all’interfaccia tra due persone” (Wright 1991, p.29). Il contatto visivo è una delle componenti principali della capacità della madre di fornire al neonate un’esperienza di contenimento, in cui tutte le parti possano essere tenute insieme in un’unità coerente. Ciò costituisce quello che Winnicott chiama il raggiungimento dell’integrazione che garantisce l’esperienza del procedere (cf. Giannakoulas, 20054), o – come Kenneth Wright (2008) ha recentemente descritto – la possibilità di essere.

Contemporaneamente ho l’impressione che andando a sdraiarsi sul lettino quasi per una messa in atto, un acting-out, Gennaro voglia sottrarsi attivamente al mio sguardo ripetendo ab initio ed in toto nel transfert quello che si può ipotizzare sia stato un deficit di contenimento, di investimento visivo nel quale rispecchiarsi, da parte dell’oggetto primario.

“Che cosa vede il lattante quando guarda il viso della madre?” – si era chiesto Winnicott nel saggio “Funzione di specchio della madre” (1967) incluso in Gioco e realtà. “Ciò che il lattante vede è sé stesso. In altre parole la madre guarda il bambino e ciò che essa appare è in rapporto con ciò che essa scorge” (p. 191).

Ma questo riferirsi – come egli dice testualmente – alla “funzione materna di restituire al bambino il proprio sé” (p. 199) costituisce la matrice per metaforizzare la relazione analitica e la funzione dell’interpretazione dell’analista: “Questo rapido sguardo del lattante e del bambino che vedono il sé nella faccia della madre, ed in seguito in uno specchio, fornisce un modo di guardare all’analisi e al compito psicoterapeutico. La psicoterapia non consiste nel fare interpretazioni brillanti ed appropriate; in linea di massima e a lungo termine è un ridare al paziente su un ampio arco di tempo ciò che il paziente porta. (…) Il paziente troverà il suo proprio sé e sarà in grado di esistere e di sentirsi reale” (p.199).

Siamo subito condotti, sia con Gennaro che con Luana, in un’area primaria e primitiva della vita psichica dove si costituiscono processi fondamentali per il senso di continuità dell’esistenza del sé nel corpo, e che sembrano distorti, spostati, non perfettamente “messi a fuoco” e quindi continuamente interferenti sul senso di se, come chiaramente Gennaro dice con la sua intelligenza acuta che si accompagna ad un umore sottilmente, ma consistentemente, depresso.

In via speculativa, possiamo anche correlare questi stati ad un’origine molto primitiva che si può descrivere in termini di enclavi somato-psichiche, o incapsulamenti, nei termini in cui Frances Tustin (1981,1990) (Bion 1962) sembra intuire quando parla di scissione binaria del sé-corpo. La Tustin si riferisce anche a come questa scissione binaria opera in diverse forme di organizzazioni autistiche, incapsulate, confusionali, frammentate, acquisendo tratti differenziali significativi.

Se seguiamo queste ipotesi “ricostruttive” non possiamo negare che alla base di questi tipi di disturbi del senso del sé corporeo stia una “sofisticata organizzazione difensiva primitiva”, cioè quella degli incapsulamenti o enclaves autistici. Nello sviluppo susseguente, questi hanno in certa misura rilevanti effetti sul senso di individualità e sull’identità. La Tustin stessa sembra alludere a questo quando, descrivendo il “sé corporeo del neonato”, il suo “sé sensoriale”, il “sé terreno”, “arcaico”, “percepito” (si noti che tutti questi aggettivi insistono sulla materia da cui origina e si sviluppa la psiche), la Tustin esplicitamente lega le proprie idee a ciò che scrive Winnicott, a proposito della scissione psicotica tra psiche e soma (Tustin 1981, Hansen 1994, Mitrani 1992, 1996)

Peraltro mi pare interessante notare che quando la Tustin comincia ad approcciare queste aree primitive dello sviluppo precoce che le sembrano restare fuori dal perimetro descrittivo kleiniano della vita precoce, rivolge l’attenzione a Winnicott, nonostante non ne abbracci pienamente il linguaggio; è come se si sentisse “forzata” ad utilizzare termini Kleiniani come “scissione”. Forse a quell’epoca non aveva altro vocabolario se non quello kleiniano consolidato e non riusciva così ad apprezzare le differenze semantiche (e concettuali) tra scissione e dissociazione, un termine usato da Winnicott per spiegare il fallimento dell’integrazione tra psiche e soma. Avendo studiato e lavorato in supervisione con la Tustin per più di dieci anni, a partire dalla metà degli anni ’70, mi ricordo bene come nelle supervisioni di gruppo o in comunicazioni personali facesse – si potrebbe dire timidamente – riferimento ai fenomeni clinici descritti da Winnicott che la affascinavano perché le risultavano significativi per la sua esperienza coi bambini autistici. Una volta mi disse che le descrizioni cliniche di Winnicott (che aveva scoperto tardi nella sua vita e che trovava molto stimolanti) non potevano da lei “essere considerate” se non all’interno della sua propria terminologia, e che non tutto era “coperto” da o sovrapponibile alla sua terminologia. Più tardi, verso la fine della sua vita, soleva dire, come Suzanne Maiello ricorda (1995), che “dobbiamo far crescere la nostra teoria”, cioè dobbiamo oltrepassare le nostre formulazioni consolidate se “crescono” nel rispetto delle evidenze e delle descrizioni cliniche, e che dobbiamo riconoscere i nostri errori. (Tustin 1994). Ma a quel tempo, a metà degli anni ’70, dicendomi del suo sforzo di includere le descrizioni di Winnicott da lei da poco incontrate sullo sviluppo precoce del sé e sulle angosce primitive, la mia impressione era che stesse sia ammettendo un limite ma anche orgogliosamente ancorandosi al suo solido training kleiniano e alla sua analisi con Bion.

Ma torniamo a Gennaro, per apprezzare attraverso il suo racconto come il suo senso di essere sproporzionato sia profondamente radicato, come ho cercato di ipotizzare nei miei commenti (cf. Bonaminio 2008).

“Fin da piccolo – dice – ma piccolo che ci avevo tre anni e forse anche meno, mi sono sempre sentito “spostato”, come se io non stessi perfettamente dentro il mio corpo, come se mi andasse un po’ largo o anche un po’ stretto e come se una parte di me stesse leggermente fuori, ma di poco: un po’ come quando mi facevano comprare la giacca a vento della misura più grande, così serviva anche per l’anno successivo, e io mi vergognavo di portarla perché faceva vedere in giro come ero storto o come quando mi mettevo la felpa dell’anno prima: i polsini corti, le ascelle che stringevano, il bordo-vita alto”. Ancora oggi avverte un problema analogo, non solo con il suo viso, ma con la forma dei capelli: passa le ore a decidere quando lavarsi, perché se sa che deve indossare il casco per andare in moto, i capelli appena lavati prendono una “forma ridicola”, appaiono tutti spostati da un lato, gonfi, mentre l’altro lato e schiacciato ed in questo modo rivelano la forma asimmetrica della sua testa. E allora passa le ore a calcolare il momento, il giorno della settimana per lavarseli, quando sa che non userà subito la moto, oppure che dovrà andare ad una festa, oppure ancora che incontrerà gli amici al pub.

Gennaro dice che non può guardarsi nelle fotografie, quelle fatte da solo quando era piccolo o insieme alla madre e al padre; o peggio, in quelle di gruppo, delle elementari o anche dell’asilo, perché già allora era evidente come fosse “disarmonico” nel viso e nei capelli: e quella è la “prova provata” – al di là di ogni tentativo di convincerlo del contrario – di quello che lui si sentiva già da allora: i genitori con i quali lui si lamentava della “stranezza”, ci passavano sopra come una cosa fastidiosa, certo, ma a cui non pensare, e che gli sarebbe passata. Se fosse per lui, invece, andrebbe casa per casa, per rintracciare presso i vari compagni di allora le copie in loro possesso di quelle foto orrende per distruggerle per sempre.

Nel transfert Gennaro mi chiede, quasi esplicitamente – si potrebbe dire – che io non ci passi sopra a queste sue sensazioni, che le ascolti, le capisca, le prenda sul serio ma che prima le accetti.

E lui ricorda bene anche che “il trauma”, il primo, lo ebbe a cinque/sei anni quando frequentava il corso di nuoto, che da allora gli è rimasto di traverso. Allo spogliatoio, un giorno, i compagnetti vedendolo nel grande specchio che copriva quasi un’intera parete lo avevano ridicolizzato. “aho’, n’vedi questo, c’ha la faccia a budino … dòinghi, dòinghi, dòinghi … sembra fatta col pongo e gli è venuta storta”.

Lui si sentì morire, quasi gli venne il vomito, ma non poté fare altro che accettare la conferma di quello che aveva sempre sentito, percepito. Da quel momento odiò la piscina, i compagni, i genitori, il maestro di nuoto. Era una sofferenza il dover rischiare ogni volta che potesse essere “smascherato” e dileggiato per la disarmonia del suo viso, dei suoi capelli. Ma era così: i compagni allo specchio, cioè al contrario di come lo vedevano sempre, avevano percepito il suo viso storto, proprio quel suo stesso viso come lo vedeva lui, cioè sempre allo specchio, il viso in cui si vedeva e riconosceva e non poteva fare altrimenti. “Non si può uscire fuori di sé per vedersi da fuori come si è veramente, o meglio non posso sporgermi ancora di più di quanto io non mi senta ‘spostato’ all’infuori, di traverso. Quando sono in metropolitana cerco di evitare di vedermi, anche di sfuggita e per caso, nei vetri del finestrino che diventano “specchianti” quando si è in galleria, ma sono anche attratto quasi da una forza magnetica che mi spinge a guardarmi perché, senza farmene accorgere, vorrei sorprendere me stesso e vedermi dal di fuori”. Aggiunge: “in fondo è come se io stessi sempre nel tentativo di vedermi dal di fuori, come se la mia mente stesse, per così dire, fuori di me, così io posso controllare come sono, come mi vedono gli altri, ma allora divento goffo, “impostato”, “accroccato apposta” per fare quella determinato azione, chessò, l’ingresso in un gruppo di amici; ma mi sento spogliato, però, di ogni spontaneità. Vorrei sentirmi libero, ogni parte al suo giusto posto e la mente dentro la mia testa, non fuori, come spesso me la sento quando osservo il mio corpo, lo sento muoversi; vorrei rimetterla al giusto posto per non doverci pensare”. Si noti, oltre alla drammaticità della sua descrizione, la richiesta all’analista di essere capito, anche il piglio narrativo di tipo quasi filosofico – esistenziale, che mette bene in evidenza la contraddizione, il paradosso di una sorta di lucida iper-coscienza di sé, della quale non può fare a meno ma della quale vorrebbe potersi liberare.

Per Gennaro, quindi, la disarmonia è sia un “dato naturale del suo viso” (gli “è capitata questa sfortuna”, dice), sia il risultato del suo tentativo inane di potersi vedere dal di fuori per sapere veramente come si sente dentro. Una condizione paradossale, molto angosciante.

Queste manifestazioni che possono sembrare in termini psicopatologici particolarmente gravi, sono invece per chi lavora con gli adolescenti a livello psicoterapeutico narrazioni, se non frequenti, di non raro incontro e si accompagnano, insieme a tutto il corteo delle dismorfo-fobie, tipiche di questa fase evolutiva, alle trasformazioni somatiche che irrompono nel corpo con la pubertà scuotendone le fondamenta e mettendo l’adolescente a rischio di quel break-down evolutivo di cui i Laufer ci hanno insegnato a riconoscere l’importanza di snodo e, ad un tempo, di rischio evolutivo.

Naturalmente il rischio del crollo evolutivo sotto la spinta dei rapidi cambiamenti pulsionali e del senso di sé, rimane un rischio e non necessariamente si attualizza in una rottura psicotica della continuità e del senso di sé. Spesso queste manifestazioni, per così dire, “rientrano” spontaneamente, sostenute da un silenzioso processo di elaborazione interno. Nell’analisi degli adulti è a volte possibile vedere, attraverso i sogni o i ricordi, o anche nel transfert, le tracce archeologiche, i reperti di questa tormentata vicenda adolescenziale dei rapporti fra mente, psiche e soma.

Ciò che caratterizza invece la criticità delle esperienze di Luana e di Gennaro, è la loro persistenza, la loro continuità nell’arco della vita vissuta fino a quel momento e la loro collocazione in un certo punto di quel percorso evolutivo da zero a sei anni.

Dal loro discorso, dalle loro narrazioni siamo subito indotti a considerare quelle fasi primitive e primarie dello sviluppo individuale, costitutive del sé e del senso di sé, che hanno a che fare con quei processi maturativi di base che, facilitati o ostruiti dall’ambiente, riguardano l’integrazione, e la non-integrazione primarie, la pseudo-integrazione, cioè la precoce iper-dipendenza da processi mentali, la personalizzazione, e il corteo di quelle sensazioni di de-personalizzazione che stanno ad indicare che qualcosa è “andato storto”, per parafrasare le parole di Gennaro, in questo processo.

L’installarsi della psiche nel soma è alla base di questo processo di personalizzazione che si realizza nei primi mesi, nelle prime settimane di vita facilitato dalle cure materne, un processo che non può essere dato per scontato e che la genialità dell’esperienza di Winnicott ci ha tramandato per comprendere meglio il fondamento dell’esistenza dell’individuo nel suo corpo, il significato della pulsione, le fantasie del corpo e sul corpo e l’emergere dell’individualità. Questi punti sono al centro della mia argomentazione.

Nel suo saggio del 1945 Primitive Emotional Development – un saggio che, sia detto per inciso, è una sorta di masterplan, di “manifesto programmatico”, per quanto inconsapevole, che contiene in nuce tutti gli sviluppi futuri della sua riflessione clinica e concettuale – Winnicott è molto chiaro nel tracciare le linee fondamentali di quelle che, a suo avviso, sono le fasi germinative della vita psichica. A rischio di schematizzare la ricchezza del suo discorso, le riassumerò sinteticamente, usando le sue stesse parole:

“Vi sono tre processi che, mi sembra, iniziano molto precocemente: 1) l’integrazione, 2) la personalizzazione e, a queste successiva, 3) la valutazione del tempo e dello spazio e delle altre caratteristiche della realtà, in breve, l’acquisizione del senso di realtà. (….) L’integrazione incomincia fin dall’inizio della vita ma, nel nostro lavoro, non possiamo mai darla per scontata. Dobbiamo spiegarla ed osservare le sue fluttuazioni. Un esempio del fenomeno di non-integrazione ci viene offerto dall’esperienza molto comune del paziente che ci fornisce ogni particolare del suo week-end e si sente alla fine soddisfatto se tutto è stato detto, anche se l’analista si rende conto che non è stato fatto nessun lavoro analitico.

Qualche volta dobbiamo interpretare questo comportamento del paziente come il suo bisogno di essere conosciuto in tutte le sue parti da una persona: l’analista. Essere conosciuto significa sentirsi integrato almeno nella persona dell’analista. Ciò è abituale nella vita del bambino piccolo, ed un bambino che non abbia nessuna persona per riunire i suoi pezzi gli uni agli altri parte con uno svantaggio nell’integrazione del Sé che deve compiere, e può darsi che non riesca a raggiungerla o non riesca in ogni caso a mantenerla con la necessaria fiducia.

La tendenza all’integrazione viene sostenuta da due serie di esperienze: la tecnica delle cure materne che fa sì che il bambino sia tenuto al caldo, maneggiato, accudito, cullato e chiamato per nome, come pure le intense esperienze istintuali che, dall’interno, tendono a riunire in un tutto unico i tratti della personalità. (…) Vi sono lunghi periodi di tempo, nella vita di un bambino piccolo, durante i quali poco importa a questi di essere diviso in tante parti o di essere tutt’intero, di vivere nel viso di sua madre o di vivere nel proprio corpo, purché, di tanto in tanto, si unifichi e senta qualcosa. In seguito cercherò di spiegare perché la disintegrazione è terrificante mentre non lo è la non-integrazione. (….) È nella situazione di transfert dell’analisi degli psicotici che otteniamo la prova più chiara che lo stato psicotico di non-integrazione aveva un posto naturale ad uno stadio primitivo dello sviluppo emozionale dell’individuo. (….)

Altrettanto importante dell’integrazione è lo sviluppo del sentimento che si ha della propria persona nel proprio corpo. Ancora una volta, sono l’esperienza istintuale e le esperienze pacifiche, ripetute, delle cure prodigate al corpo che stabiliscono gradualmente ciò che si può chiamare una personalizzazione soddisfacente. E così, come per la disintegrazione, anche i fenomeni di depersonalizzazione della psicosi si ricollegano a dei ritardi della personalizzazione avvenuti in fase precoce” (1945, pp.179-181, passim).

Ma torniamo, per un attimo, a Luana. I genitori della bambina hanno consultato il pediatra di famiglia per la persistenza del “fastidio”, lamentato dalla bambina, il quale li invia nel nostro Dipartimento con una diagnosi di “disturbo dell’immagine corporea e della percezione”, e con l’indicazione di psicoterapia.

Durante la visita la bambina non sembra preoccupata, né spaventata; alterna momenti in cui appare più grande della sua età ed in cui descrive con esattezza il sintomo e la percezione che ne ha, il fastidio che la “perseguita e che non la far star tranquilla”, come se fosse una estranea nel suo corpo, (“ me lo sento strano”, dice), a momenti in cui sembra regredire; si nasconde il volto con il braccio avvicinandosi alla madre. Gli atteggiamenti regressivi si manifestano in particolare di fronte alle domande, dirette alla bambina con lo scopo di comprendere percezioni, sensazioni e sentimenti legati alla vestizione.

La madre si mostra titubante nei confronti di Luana: da una parte la sollecita a rispondere, dall’altra il tono delle sollecitazioni tradisce un timore ed un’accondiscendenza che fanno pensare ad un’adesività materna ad un “regime semi-dittatoriale” della bambina. Il tono è tra il compiacente e il “falso ironico”, il cui tentativo goffo è quello di mettere a suo agio la paziente e sminuire il significato delle sue reazioni emotive. Durante il primo incontro, un senso di allarme si genera nel clinico nell’udire la sintomatologia della bambina. Molti interrogativi insorgono a proposito della peculiarità del sintomo in valore assoluto, ma ancor di più in rapporto alla giovane età e al delicato periodo evolutivo che Luana sta attraversando. Sembra di poter cogliere quasi in vivo, dalle narrazioni di Luana e della madre su di lei, un difetto di integrazione della mente e del corpo i cui esiti e il cui destino impensieriscono il clinico, che decide per questo a favore di una psicoterapia che possa offrire alla bambina un luogo dove portare l’incipiente “dissociazione mente-corpo” a rischio di ulteriore Spaltung, e dove essere aiutata a “raccogliere i pezzi sparsi” grazie all’ascolto e all’holding del terapeuta, che per il tramite del transfert, prevalentemente pre-verbale, potrà offrirsi alla bambina come oggetto agglutinante da poter introiettare. Questo è il “razionale” che sottende il progetto psicoterapeutico.

L’integrazione di mente e corpo viene descritta da Winnicott come una “collusione psicosomatica”, cui si riferisce anche in termini di “psyche in-dwelling in the soma”. Il termine in-dwelling descrive l’esito positivo di un processo di personalizzazione che avviene come risultato dell’handling (manipolazione) materna del bambino durante la fase dell’holding, una fase di dipendenza assoluta del bambino, quando la madre (sana) è nello stato della preoccupazione materna primaria. L’uso che Winnicott fa della parola psiche merita una attenzione particolare, perche la distingue da altri usi di altri autori, solo apparentemente analoghi: per Winnicott la psiche è “elaborazione immaginativa di parti somatiche, sentimenti e funzioni ed è praticamente sinonimo di fantasia, realtà interna, e sé (self)” (cfr J. Abram 1996).

Analogamente il termine mind è usato da Winnicott in una accezione affatto diversa da quella in genere in uso nella psicoanalisi; per esempio è totalmente diversa dall’accezione bioniana. “Mente” (mind) è per Winnicott una difesa sofisticata che insorge precocemente come risultato del fallimento di una soddisfacente integrazione, collusione, o insediamento della psiche nel corpo. E’ per Winnicott l’espressione di una dissociazione nell’individuo, e descrive prevalentemente un funzionamento intellettuale in cui l’individuo sente la mente come una entità a se stante e non come parte integrata del suo senso di sé. I segni di questa “difesa mentale”, di questa dissociazione sono evidenti nelle narrazioni di Gennaro e Luana, come credo di aver mostrato.

Il saggio del 1970, On The Basis for Self in Body – scritto un anno prima della sua morte – è ancora più chiarificatore, agli esordi dello scritto, su questo concetto della personalizzazione/de-personalizzazione così rilevante per la nostra argomentazione.

“Ho inteso il termine ‘personalizzazione’ – egli scrive – come una sorta di forma positiva di depersonalizzazione, termine usato e discusso ampiamente. Alla parola ‘depersonalizzazione’ sono stati attribuiti diversi significati ma nel complesso essi riguardano la perdita di contatto del bambino o del paziente con il proprio corpo e con il funzionamento corporeo, il che implica l’esistenza di qualche altro aspetto della personalità. Con il termine ‘personalizzazione’ volevo attirare l’attenzione sul fatto che l’inserirsi di quest’altra parte della personalità nel corpo, e lo stabile legame con qualunque cosa si possa chiamare ‘psiche’, rappresenta in termini di sviluppo una conquista sana. E’ una conquista che si stabilisce gradualmente, e non è certo patologica, ma un vero segno di salute che il bambino possa utilizzare relazioni in cui ripone la massima fiducia e che in tali relazioni talvolta si disintegri, si depersonalizzi e, per un momento, possa perfino abbandonare il bisogno, quasi fondamentale, di esistere e di sentirsi esistente. Le due cose quindi vanno insieme nello sviluppo sano: il senso di fiducia in una relazione offre l’opportunità di una serena inversione dei processi integrativi, mentre allo stesso tempo facilita la tendenza generale innata che il bambino ha verso l’integrazione e, come non mi stanco di sottolineare in questo scritto, verso l’insediamento [indwelling] della psiche nel corpo e nel funzionamento corporeo. Lo sviluppo successivo è strettamente connesso con questo processo come con altri aspetti dell’integrazione, ma uno sviluppo in avanti è da tutti i punti di vista spaventoso per chi tema di non poter tornare indietro alla dipendenza totale. E questo è particolarmente vero dai due ai cinque anni, dopo di che, in termini di esperienza clinica, il ritorno alla dipendenza viene adombrato da un’intera serie di passi più evoluti. Durante l’adolescenza c’è un nuovo periodo in cui, a causa delle vaste implicazioni del nuovo e rapido sviluppo della capacità di affrontare il mondo, ritorna il bisogno di lasciare una strada aperta verso la dipendenza. Clinicamente è facile che ciò si manifesti nella fase pre-puberale, dai dodici ai quattordici anni, dopo di che la dipendenza viene facilmente assorbita dalla dipendenza naturale, priva di elementi regressivi relativi ai genitori, che già guarda alla condizione adulta e si chiama innamoramento, e da tutti i tipi di esperienze che hanno a che vedere con questo stato. Il termine ‘personalizzazione’, che ho usato a mio unico beneficio, potrebbe non essere accettato in linea generale, ma mi ha messo in grado di fornire alcuni esempi di lavoro clinico che mi sono sembrati rilevanti per questo aspetto delle conquiste dello sviluppo umano” (1970, p. 284-285).

Anche il termine in-dwelling merita una attenzione particolare: esso è usato da Winnicott in modo idiosincratico, per così dire, prendendo a prestito un vocabolo non comune della lingua inglese. L’in-dwelling si riferisce all’occupare un posto, uno spazio, all’abitare un luogo, al sistemarsi, accomodarsi in un posto. Ha quindi per Winnicott una accezione positiva che potremmo tradurre in italiano come l’albergare della psiche nel corpo, il sentirsi a proprio agio dentro il corpo come ci si sente nella propria casa.

Dove “abita” un bambino autistico? Dov’è la sua anima, il suo elemento umano, che le recenti teorie neurobiologiche e neuro-cognitive – cui pure tanto dobbiamo in termini di conoscenza delle diverse forme in cui si presentano i disturbi del cosiddetto “autistic spectrum” – sembrano non voler nemmeno prendere in considerazione nella loro foga di smantellare quanto di “falso” e “fuorviante”, a loro dire, avrebbe veicolato la comprensione psicoanalitica dell’autismo, fino a de-umanizzare il bambino autistico, andando cioè esattamente nella medesima direzione verso cui tende la difesa autistica?

Antonio e il moscone svolazzante

Dove abita, dunque, il bambino autistico, in termini di “esperienza interna” per quanto elementare o seppellita dalle sue stereotipie? È sempre dentro il suo corpo, o il corpo è – come diceva Bruno Bettelheim – una “fortezza vuota”? Ovvero, come replicava Winnicott, solo in alcuni casi la fortezza è veramente vuota, perché sovente vi è rimasto dentro qualcosa da difendere, qualcosa che vale la pena di proteggere, seppur con una difesa così sofisticata e radicale come quella autistica.

Penso ad Antonio, un bambino autistico di quattro anni e mezzo che ho avuto in trattamento per circa tre anni, da quando cioè, in seguito ad una consultazione clinica approfondita in tutte le aree allora esplorabili da una struttura come quella del Dipartimento di Psichiatria Infantile, gli fu diagnosticato un autismo di tipo “confusionale”, secondo la classificazione di Frances Tustin con la quale avevamo lavorato per oltre dieci anni.

Siamo nel secondo anno di psicoterapia: alcuni cambiamenti significativi si sono verificati. Da una iniziale irrequietezza diffusa e da una scarica continua di stereotipie motorie e linguistiche, Antonio è diventato progressivamente più in grado di “attaccarsi”, seppure in forma intermittente, a me che lo vedo con una frequenza di tre volta alla settimana.

Nel giro di un anno sono comparse forme intermittenti di gioco quasi – simbolico, prima praticamente inesistenti, l’uso appropriato in stanza di analisi dei vari oggetti messi a sua disposizione e dell’arredamento della stanza stessa, una capacità di sostenere un contatto visivo con l’analista, brani di interazione linguistica prima quasi assenti, o rimpiazzati da vocalizzazioni gutturali piuttosto articolate ma esprimenti soprattutto una scarica di tipo affettivo.

E’ una seduta, quella di cui parlo, che mi trova in uno stato di attesa piuttosto ansioso e preoccupato. E’ un periodo in cui Antonio è stato separato dalla madre per circa dieci giorni per via di un suo intervento chirurgico. E’ stato “trasferito” presso i nonni materni insieme alla baby-sitter che è colei che l’accompagna in seduta in assenza temporanea della madre. La baby-sitter ha “dimenticato” di accompagnarlo in seduta il lunedì precedente – come saprò successivamente in seguito ad una mia telefonata serale ed ora, il mercoledì, la mia attesa di vederlo comparire in fondo al corridoio che conduce nella mia stanza, è particolarmente ansiosa. Penso che mi troverò di fronte ad un bambino che ha subito una triplice deprivazione: quella della madre, assente perché ospedalizzata, la trascuratezza della baby-sitter che si è “dimenticata” di un impegno che il bambino ormai ha interiorizzato come un appuntamento rituale, l’assenza dell’analista che ai suoi occhi, penso, sarà apparso cattivo, perché anche lui lo ha lasciato.

Quando lo vedo comparire in fondo al lungo corridoio – io lo aspetto, come al solito, davanti alla porta, ma sufficientemente in vista perché si renda conto, seppur da lontano, della mia presenza, mi “risollevo” subito: il bambino corre verso di me, come spinto, trainato da una specie di forza di attrazione. Si “stacca” dalla mano della baby-sitter e attraversa il corridoio correndo, diversamente dal solito, ma con la sua andatura tipica: sulla punta dei piedi, l’asse del corpo inclinato in avanti, la testa ancor più protesa come quella di un centometrista che cerca di tagliare il traguardo prima “con quanto più corpo può”, proiettandosi in avanti. Le braccia, semiflesse, spuntano dal tronco come due alucce non pienamente dispiegate. Le mani vengono fatte roteare vorticosamente come due eliche. Sembra, per l’immagine che io ne ho, che il bambino “voli” verso di me, per “ricongiungersi” a me.

Sembra. Ma quando è più da presso mi rendo conto che non è così: vivo un fuggevole momento di delusione. Antonio è emaciato, pallido, quasi mi appare più magro del solito, come se il suo corpo fosse un vuoto fascio di nervi tesi. Curva di corsa dentro stanza, quasi scansandomi, nonostante io gli abbia detto, chinandomi verso di lui: “Antonio, bentornato, eccoti qua finalmente! Vincenzo ti stava aspettando!”.

In sostanza, mi rendo conto che io sto “parlando” al “bambino che non c’è” – come mille volte ci aveva detto Frances Tustin mettendoci in guardia, nelle supervisioni, dal rischio di “costruire” un bambino inesistente per riempire il vuoto di comunicazione, di sentimenti e di simboli di cui il bambino autistico può essere portatore, temporaneamente o più o meno permanentemente. In sostanza io mi ero “pre-disposto” nei suoi confronti, credendo di sintonizzarmi con quell’umano che in quel momento non c’era e che io invece avrei voluto vedere per rassicurarmi.

Antonio invece, in quel momento, è assente, è come un piccolo alieno spaventato, così mi sembra, che si ritrova nella stanza come se per caso fosse entrato in un vicolo cieco. Non sa cosa fare. Continua per un po’ a correre in tondo, poi la sua corsa si esaurisce, quasi si spegne, e il bambino si accascia come un burattino senza più fili. Gli dico, sintonizzandomi ora con quello che mi sembra un livello di comunicazione più vicino alla sua esperienza che “Antonio è spaventato, non sa dove sta, si sente come una specie di “Pimpi” [il pupazzo di pezza della serie di Winnie the Pooh che qualche volta porta con se in seduta], buttato li per terra.

Il mio rapido cambio di registro nel tentativo di sintonizzare la mia comunicazione col bambino al livello in cui io ritengo, io “sento” che lui stia, è tuttavia disturbato dal ronzio di un moscone che evidentemente è rimasto intrappolato in stanza quando io ho chiuso la porta dietro ad Antonio. Ogni tanto si sente un piccolo colpo secco, per me molto disturbante: è il moscone che tenta di uscire, attratto dalla luce, ma che sbatte contro l’ampio vetro della finestra. Non è una finestra ad ante e quindi non posso aprirla per farlo andar via, ma è già semiaperta, a ribalta.

Noto che Antonio viene progressivamente attratto dal rumore del ronzio del moscone. Sembra, come me, infastidito, ma penso che almeno quella è una reazione vitale rispetto all’afflosciamento di qualche secondo prima. L’attrazione per il ronzio diventa poi una vera e propria vitalità, una presenza del bambino nella situazione, quando con lo sguardo riesce a focalizzare il moscone che gira all’impazzata nella stanza. Gli dico che quel moscone che gira e che sbatte contro il vetro è come Antonio. Anche lui si sente spaventato e stranito. Non sa dov’è, non sa nemmeno chi è. Sbatte e si fa male, ma non sa perché, sente solo la “bua”. Come Antonio, che ha la bua dappertutto e non sa perché. Mamma non c’è e lui non sa perché, lui sta in un’altra casa e non sa perché, Lilli si è scordata di portarlo da Vincenzo e non sa perché, Vincenzo è “scomparso” l’altro giorno, è stato cattivo pure lui, gli ha fatto la bua e lui non sa perché. Non lo riconosce nemmeno più, Vincenzo.

Antonio sembra, questa volta, dare segni di “comprendere” quello che gli sto dicendo su lui e il moscone. La sua attenzione sembra diventare leggermente più focalizzata. “Rincuorato” da questo pur flebile aggancio gli dico, quasi senza pensarci: “Senti Antonio, lo vogliamo rimandare a casetta sua il moscone? Perché sennò così lui è perso e si fa male: che dici? Vincenzo apre la porta per farlo uscire? Così lui ritrova la strada di casa e si risente intero e non più non più spaventato?”

Incredibilmente alla parola “porta” Antonio si alza e si avvicina all’uscio; cerca di seguire a stento lo svolazzare sempre più impazzito del moscone: apro la porta e per un momento visualizzo me ed Antonio come se fossimo due “custodi”, due guardie, ai lati di un varco, vigili e pronti nel verificare che qualcosa accada. Retrospettivamente (nachträglich) posso dire che in quel momento io e il bambino siamo come di fronte ad uno specchio: lui è me ed io sono lui. Retrospettivamente posso dire che quello è un transitorio momento di sintonia tra me e lui, potrei dire che siamo nell’ara della identificazione primaria. Dopo un po’ il moscone imbocca la strada giusta ed entrambi, credo, lo vediamo passare attraverso la porta. Antonio fa qualche passo fuori del corridoio, come se ne volesse seguire il volo. C’è anche l’accenno di un movimento della mano, come se indicasse il moscone o come se volesse attaccarsi a lui per farsi trascinare. Poi, spontaneamente, rientra. E’ più tranquillo, o almeno così mi pare, come se una esperienza si fosse compiuta, come se una esperienza avesse avuto il suo pieno corso. Gli dico: “Meno male che il moscone ha ritrovato la strada della casetta sua, sai come starà bene li dentro! E anche Antonio ha ritrovato la stanza, ha ritrovato Vincenzo, adesso si sente più intero”. E poco più avanti: “Ora Antonio riconosce le sue cose, i suoi pezzetti di legno, i suoi giocattoli” – gli dico mentre noto che, esplorando con lo sguardo le pareti della stanza, si avvicina lentamente al mobiletto che contiene le sue cose. Passa ancora qualche secondo, poi lo sento appena sussurrare, come tra sé e sé, “gocare” che nel suo linguaggio significa “giocare”.

Ha ripreso vita: è l’espressione che usa quando manipola i suoi giocattoli per la maggior parte rotti, i suoi blocchetti di legno, i pezzi di stoffa portati via via da casa nel corso di questo primo anno di terapia.

Così scrive Winnicott nel capitolo 3 di Natura umana (1954-1967[1988]) che fa da pendant all’articolo, già citato, “On the Basis for Self in Body” (1970) ma che vale la pena di citare con una certa estensione perché è precedente ad esso e, come è noto, è in forma di appunti e di abbozzo che poi avrebbero dovuto essere sviluppati in libro:

“Con quanta facilità si dà per scontato l’insediamento della psiche nel corpo e si dimentica che anche questo è una conquista. Senza dubbio, tutti sono destinati a tale conquista. Per qualcuno il processo è anche esagerato, forzato dai genitori che ricavano grande soddisfazione dalle prestazioni infantili. Anche coloro che sembrano vivere nel corpo possono sviluppare l’idea di esistere un poco al di fuori della pelle, e la parola “ectoplasma” sembra essere stata applicata a quella parte del Sé che non è contenuta dal corpo. Per contrasto, nell’isteria si potrebbe verificare la condizione per cui la pelle non viene inclusa nella personalità e diventa addirittura senza vita e senza significato per il paziente.

La pelle è universalmente ed evidentemente importante nel processo di localizzazione della psiche proprio all’interno del corpo. Quando si accudisce il bambino piccolo, la cura della pelle è un fattore fondamentale per promuovere una sana vita nel corpo, nello stesso modo in cui il contenimento promuove l’integrazione. Mentre l’uso dei processi intellettuali sottrae qualcosa al raggiungimento della coesistenza tra psiche e soma, l’esperienza delle funzioni, delle sensazioni epidermiche e dell’erotismo muscolare aiuta a raggiungere questo obiettivo. Si potrebbe dire, per tutti gli esseri umani, che nei momenti in cui le frustrazioni istintuali generano una sensazione di impotenza o di futilità, il fissarsi della psiche nel corpo si allenta, e bisogna affrontare un periodo di mancanza di relazione tra psiche e corpo. In situazioni di cattiva salute ciò può aggravarsi al massimo grado. L’idea del fantasma, di uno spirito incorporeo, deriva da questa mancanza di ancoramento fondamentale della psiche nel soma, e il valore delle storie di fantasmi sta nel fatto che richiamano l’attenzione sulla precarietà della coesistenza di psiche e soma.

Qui si può vedere come la teoria si applichi direttamente non soltanto allo studio e al trattamento clinico delle malattie della pelle, ma anche alla comprensione di una larga parte dei disturbi psicosomatici generali. Il disturbo psicosomatico viene determinato da molte cause, ma quella che viene di solito omessa è forse la più importante. E normale sentire lo psicologo che discute di un disturbo psicosomatico senza che venga fatto nessun accenno al valore positivo che ha per il paziente l’ancoramento di qualche aspetto della psiche a qualche parte del corpo. Alla base del disturbo psicosomatico c’è un’angoscia psicotica, anche se in molti casi, ai livelli più superficiali, possono essere chiaramente visibili fattori ipocondriaci o nevrotici.

Non c’è nessuna identità intrinseca tra corpo e psiche. Per come noi osservatori vediamo la cosa, il corpo è essenziale alla psiche, che dipende dal funzionamento cerebrale e che nasce come organizzazione dell’elaborazione immaginativa del funzionamento corporeo. Dal punto di vista dell’individuo che si sviluppa, però, il Sé e il corpo non sono intrinsecamente sovrapposti uno all’altro; d’altra parte, per avere una condizione di salute è necessario che tale sovrapposizione divenga un dato di fatto, così che l’individuo possa arrivare a permettersi l’identificazione con ciò che, in senso stretto, non è il Sé. La psiche gradualmente viene a patti col corpo, di modo che alla fine, in condizioni di salute, si stabilisce una situazione in cui i confini del corpo sono anche i confini della psiche. Il cerchio che viene disegnato dal bambino di tre anni, e che lui chiama “papero”, è tanto la “persona” del papero quanto il corpo del papero. Questa è una conquista che si accompagna alla capacità di usare il pronome di persona. Come è noto, molti non arrivano così lontano, perdono ciò che hanno conquistato.

Molto di ciò che è stato scritto sull’integrazione può valere anche per l’insediamento della psiche nel corpo. Le esperienze quiete ed eccitate vi contribuiscono ciascuna a suo modo. I due assi lungo i quali si compie l’insediamento sono quello personale e quello ambientale; l’esperienza personale degli impulsi, delle sensazioni della pelle, dell’erotismo muscolare e dell’istinto che implica l’eccitamento dell’intera persona, così come le questioni relative alla cura del corpo e il venire incontro alle richieste istintuali in modo da rendere possibile la gratificazione. Si può sottolineare in modo particolare l’esercizio fisico, soprattutto quello spontaneo. Oggi, nell’accudire il bambino, si riconosce che è bene lasciare spazio al piacere che prova nel giacere nudo e scalciare. Si è scoperto che l’avvolgere il bambino in fasce influisce sullo sviluppo della personalità.

L’incepparsi dell’esperienza istintuale può portare in particolare o all’allentamento o alla perdita del legame psiche-soma. Il rapporto, però, torna in tempo, ammesso che vi sia una buona base di gestione quieta (non eccitata).

Nella psichiatria degli adulti il termine “depersonalizzazione” viene usato per descrivere la perdita di rapporto tra psiche e soma. Questo termine può essere usato per descrivere uno stato clinico nei bambini normali, uno stato che di solito viene chiamato “attacco di bile”, sebbene il vomito non ne sia sempre una caratteristica; per un certo periodo il bambino è flaccido, mortalmente pallido e non disponibile al contatto — eppure in pochi minuti, o in poche ore, si riprende e torna perfettamente normale, con un normale tono muscolare e una normale temperatura della pelle (1954-1967 [1988], pp.121-124).

Altrettanto interessante, per i fini del nostro discorso, è riassumere quanto Winnicott scrive in proposito mettendo sorprendentemente in opposizione “paranoia” e “ingenuità” in relazione ai processi di integrazione e di insediamento della psiche nel corpo. Così Winnicott (1954-1967 [1988], pp.124-125) si esprime testualmente in un paragrafo de La natura umana intitolato “Paranoia e ingenuità”:

“Talvolta è istruttivo mettere due estremi [paranoia e ingenuità] a confronto. Nello sviluppo normale l’integrazione e l’insediamento dello psiche-soma dipendono entrambi dai fattori personali dell’esperienza funzionale del vivere e dalle cure ambientali. Qualche volta, però, l’accento viene posto sul primo aspetto e qualche altra volta sul secondo.

Nel primo tipo di sviluppo il bambino viene coinvolto nell’aspettativa di una persecuzione. L’assemblarsi del Sé costituisce un atto di ostilità verso il “non-me” e il ritorno al riposo non è un ritorno a un luogo di pace perché questo posto è stato alterato ed è diventato pericoloso. In questo caso, perciò, si forma una fonte molto precoce di disposizione paranoide, molto precoce eppure non ereditata né veramente costituzionale.

All’altro estremo la cura ambientale è la causa principale dell’assemblarsi del Sé; in verità si potrebbe dire che il Sé è stato messo insieme. Qui c’è una relativa assenza di aspettativa di persecuzione, ma si trova invece la base per l’ingenuità, per l’incapacità di aspettarsi persecuzione e per una irrimediabile dipendenza da un buon contributo ambientale.

Nel soggetto normale, che si trova a metà strada tra i due estremi, si riscontra l’aspettativa di persecuzione, ma anche l’esperienza delle cure come protezione dalla persecuzione.

Da questa condizione di partenza l’individuo può gradualmente diventare capace di sostituire l’accudimento con la cura del Sé, e può quindi raggiungere un grado di indipendenza che non sarebbe possibile né all’estremo ingenuo né a quello paranoide” (Winnicott, 1954-1967 [1988], pp.124-125)

Quello di “in-dwelling of psyche in body” – che ho cercato di descrivere come momento transiente, ambiguamente afferrabile nel corso di un trattamento psicoterapeutico con un bambino autistico – è dunque un concetto clinico derivato e sviluppato dal lavoro di Winnicott che io ho trovato, come tanti altri concetti di Winnicott, particolarmente utile nella mia pratica clinica: non solo perché chiarisce ed illumina efficacemente processi che, altrimenti, rimangono oscuri o “dati per scontati”, allorché si osserva lo sviluppo dell’infante nei primi mesi o, meglio, nelle prime settimane di vita, oppure quando il lavoro analitico giunge, per così dire, a lambire quegli stati germinativi della vita psichica. Ma che è addirittura assente in altri modelli delle prime fasi dello sviluppo, o per così dire, “mescolato” con altri processi tanto da perdere di rilevanza specifica: dico intenzionalmente “assente”, e quindi trascurato, omesso, cancellato da altre teorie dello sviluppo, e non “detto con altre parole”.

Suppongo che questa affermazione darà adito ad un dibattito, ed è quello che spero: il confronto cioè fra diversi modi di “visualizzare” le fasi germinative della vista psichica e le sue molteplici declinazioni nello sviluppo successivo, sia quello normale che quello psicopatologico.

Qualche considerazione epistemologica sulle fasi germinative della vita psichica

La psicopatologia – e correlativamente il nostro approccio clinico e terapeutico alla varie forme del disturbo psichico che si presenta nell’infanzia e nel corso della fanciullezza – quella cioè che noi chiamiamo developmental psychopathology, che considera le continue incessanti ristrutturazioni che lo sviluppo provvede a fornire all’individuo, “le occasioni” che gli sono offerte dall’ambiente umano, o i traumi o più semplicemente gli eventi vitali che gli si parano davanti – continua a rimanere, a mio avviso, un punto privilegiato da cui osservare fenomeni che altrimenti rimangono non visti per il loro agire silenzioso nello sviluppo se esso, come direbbe Winnicott, é “sufficientemente buono”. E non sto qui a ripetere quanta “epistemologia” sia contenuta in quell’avverbio “sufficientemente”. Occorrerebbe un’altra relazione per poter affrontare questa argomentazione.

E’ solo quando l’ambiente “sufficientemente buono” fallisce, più o meno massicciamente, che è possibile vedere, attraverso gli effetti sul sé del bambino, quei processi che non hanno avuto luogo o che hanno determinato, per l’impingment ambientale, una distorsione dello sviluppo. Come dice Winnicott nella sua ormai famosa metafora, un bambino non può ricordare di essere stato tenuto in braccio in modo sufficientemente adeguato perché questa esperienza è diventata parte costituiva del suo sé. Ma avrà la sensazione psicotica del cadere all’infinito (falling for ever) e sarà preda di angosce impensabili se l’esperienza dell’essere tenuto è stata incerta, precaria o addirittura assente in senso psichico (Winnicott 1947, 1957, 1962, 1967c, 1969, 1974[1963]).

Naturalmente l’accento sul punto di vista psicopatologico come vertice rivelatore di processi che altrimenti non sarebbero visibili, non sta a significare una diminuzione o sottovalutazione o una “irrilevanza” – come direbbero P. H. Wolff (1996) e A. Green (1996) seppur da due versanti diversi – della osservazione diretta del bambino e dei dati tratti da questo ambito, e che invece contribuiscono in egual misura ad offrire un quadro articolato di cosa è lo sviluppo del bambino tanto nei suoi aspetti normali quanto nelle sue varie forme patologiche, più o meno gravi.

Per parafrasare una affermazione di Daniel Stern (1985, 1994), il “bambino ricostruito” non è più importante di quello “osservato”, ma forse contrariamente a Stern ritengo che la visione retrospettiva che ci offre il trattamento psicoanalitico del bambino, che va ad arricchire proprio la visione prospettica che solo l’osservazione diretta può offrirci, è l’unica in grado di darci l’accesso a quella dimensione di profondità psichica dei processi mentali infantili che altrimenti rimarrebbero “schiacciati” e, quindi, non visti dalla superficie del comportamento osservabile.

Sto parlando qui della Nachträglichkeit, della posteriorità, dell’après-coup che sempre Winnicott (1957) descrive in modo esemplare quando affronta il tema della differenza fra “profondo” e “precoce”.

Conviene soffermarsi, seppur brevemente ma con una piccola digressione, sulla distinzione di Winnicott fra “profondo” e “precoce”, nel momento in cui ci accostiamo a comprendere e ad illustrare un processo come quello dell’installarsi della psiche nel corpo.

Naturalmente il concetto di “in-dwelling” è una metafora, come lo sono tutti i concetti, tutte le inferenze che costruiamo sullo sviluppo infantile e che ci aiutano a comprenderlo meglio e con maggior precisione, indipendentemente dal fatto che esse si presentino ai nostri occhi, “vestite” di dati osservativi, e cioè “apparentemente” oggettivi, o che siano per definizione il risultato di una elaborazione specifica, fortemente impregnata di elementi conoscitivi affettivi che lo psicoanalista trae dalla stanza di analisi. Sia le prime che le seconde sempre inferenze sono e sempre un carattere metaforico posseggono, perché torneremmo davvero ad un realismo ingenuo se pensassimo che le “osservazioni” sono più vere ed oggettive delle interpretazioni dello psicoanalista. E’ solo, che appartengono ad un diverso modello interpretativo, non necessariamente inconciliabile con quello basato precipuamente sull’osservazione.

E’ proprio per questo che, in tale contesto, la distinzione di Winnicott fra “profondo” e “precoce” ci è particolarmente utile: una distinzione che si caratterizza per l’acume e il rigore metodologico che egli introduce fin dal 1957, in uno scritto significativamente intitolato “Il contributo dell’osservazione diretta del bambino alla psicoanalisi”. Può essere utile seguire, seppur brevemente, alcune osservazioni dello stesso Winnicott antecedenti all’articolo del 1957 e che, per così dire, preparano metodologicamente il terreno alla distinzione fra “precoce” e “profondo”. Già circa 15 anni prima – in un articolo che è un esempio di rara efficacia dell’approccio clinico psicoanaliticamente orientato, di come cioè si passi dall’osservazione alla concettualizzazione clinica, Winnicott tocca due punti centrali del problema dell’osservazione diretta per la psicoanalisi: il rapporto fra questa e la ricostruzione attraverso l’analisi, e la questione della conoscenza psicoanalitica delle fasi pre-verbali.

Così egli scrive ne “L’osservazione dei bambini piccoli in una situazione prefissata” (1941):

“È chiarificatore osservare direttamente i bambini ed è necessario farlo. Sotto molti aspetti, tuttavia, l’analisi dei bambini di due anni ci dice, sul bambino di pochi mesi, molto di più di ciò che possiamo trarre dall’osservazione diretta di quest’ultimo. Questo non ci sorprende: ciò che caratterizza la psicoanalisi come strumento di ricerca è, come sappiamo, la sua capacità di scoprire la parte inconscia della mente e di ricollegarla a quella conscia … Ciò è anche vero per il bambino di pochi mesi e di pochi anni, sebbene l’osservazione diretta possa dire molto a chi sappia davvero come guardare e cosa cercare. Il procedimento appropriato è evidentemente quello di ricavare tutto ciò che possiamo sia dall’osservazione sia dall’analisi, e di permettere che queste si completino a vicenda” (1941, p. 77)

Questi due temi sono dunque ripresi, sviluppati e portati a compimento nell’articolo del 1957 nel quale Winnicott esordisce dichiarando di volersi occupare della “confusione che può insorgere dall’assunzione della parola ‘profondo’ come sinonimo di ‘precoce’ … ‘Profondo’ non è sinonimo di ‘precoce’ perché un infante ha bisogno di una certa maturità prima di diventare gradualmente capace di una certa profondità. … In una certa misura sempre più profondo implica naturalmente sempre più precoce, ma solo in misura limitata” (1957, pp.140-144). Se ‘sempre più profondo’ coincidesse con ‘sempre più precoce’, osserva Winnicott, allora il bambino dovrebbe essere consapevole dell’ambiente. L’ambiente, invece, induce reazioni solo quando fallisce sotto qualche aspetto importante.

È qui che Winnicott avanza quell’affermazione, già citata, e divenuta ormai piuttosto famosa, e tuttavia ancora particolarmente chiarificatrice dei differenti punti di vista sul bambino implicati nella necessaria distinzione fra profondo e precoce e, possiamo aggiungere, fra osservazione psicoanalitica e osservazione diretta ed empirica: “Un paziente può riferire in analisi una sensazione di caduta, proveniente dai primissimi giorni di vita, ma non può mai riferire di essere stato tenuto in braccio, in questo stadio precoce di sviluppo” (1957, p. 143). Il bambino, cioè, nei primi stadi non ha una consapevolezza dell’ambiente che possa presentarsi come materiale analitico (1957, p. 142), sicché bisogna “riferirsi a ciò che è ‘profondo’ come parte del bambino, mentre quando ci riferiamo a ciò che è precoce dobbiamo tener conto dell’ambiente supportivo dell’Io” (1957, p.141) che è inestricabile – anche metodologicamente, come abbiamo osservato più sopra – dal bambino, il quale senza di esso non esiste, come Winnicott provocatoriamente e paradossalmente affermò con la sua ormai famosa espressione “there is no such a thing as a baby” (Winnicott, 1952, p.121)5

Questa distinzione fecondissima, secondo la quale “profondo” è collegato alla vita fantasmatica del bambino, cioè al suo mondo interno, ed emerge tramite l’indagine analitica, mentre “precoce” è connesso con l’ambiente supportivo del bambino ed è osservabile direttamente, implica che “chi osserva direttamente i bambini deve essere preparato a concedere che l’analista possa formulare sulla primissima infanzia idee che possono essere psichicamente vere eppure non dimostrabili; può anzi talora essere possibile dimostrare, mediante l’osservazione diretta, che quanto è stato trovato nell’analisi non può essere esistito effettivamente a causa delle limitazioni imposte dall’immaturità. Ma ciò che viene ripetutamente trovato nell’analisi non può essere invalidato dall’osservazione diretta. L’osservazione diretta può soltanto dimostrare che i pazienti hanno ante-datato alcuni fenomeni” (Winnicott 1957, pp.141-142).

Con questo riferimento alla ante-datazione dei fatti clinici che emergono in analisi sull’esperienza infantile, Winnicott introduce implicitamente un ulteriore registro che ci è indispensabile per descrivere e chiarificare metodologicamente il conflitto attuale fra la differente visione del bambino che emerge dalla infant research e dalla psicoanalisi: quello cioè della differente concezione della temporalità.

Come è stato messo in evidenza recentemente anche da R. Steiner (2000), proprio a proposito del dibattito tra Green e Stern, nella visione che la psicoanalisi propone del bambino è fondante ed ineludibile il concetto freudiano di Nachträglichkeit, (posteriorità, après-coup), che implica che qualsiasi evento esperienziale può essere ricostruito solo post factum, con tutte le complicazioni, le distorsioni, i processi inconsci e le difese, e le proiezioni dell’osservatore adulto o dell’interprete o del narratore di tali eventi (Green 2000); laddove, invece, le interazioni descritte dall’infant research poggiano su una temporalità immediata, fondata sul “qui-e-ora”, dell’immediatamente sperimentabile ed osservabile (Stern 2000).

Se questo è, indubbiamente, un linguaggio più sofisticato dal punto di vista epistemologico e teorico con cui chiarificare i termini di questa contrapposizione fra due differenti visioni del bambino, dobbiamo comunque ricordare che, sempre Winnicott, nello scritto sopra citato, l’aveva già riassunta in termini più semplici e ‘concilianti’: “La psicoanalisi ha molto da imparare da coloro che osservano direttamente i lattanti, e le madri e i lattanti insieme, e i bambini piccoli nell’ambiente in cui vivono. Ma l’osservazione diretta non è in grado di costruire da sola una psicologia della prima infanzia. Collaborando continuamente psicoanalisti ed osservatori diretti possono essere in grado di correlare ciò che è profondo nell’analisi con ciò che è precoce nello sviluppo infantile. In breve: un bambino deve distanziarsi da ciò che è precoce al fine di acquisire la maturità necessaria per essere profondo” (1957, pp. 143-144).

 

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1Per circolazione interna – Materiale clinico riservato

13th Frances Tustin Lectureship , “Frances Tustin Memorial Prize Trust” presentato e discusso il 6 Novembre 2009

a Los Angeles al Psychoanalytic Center of California (P.C.C.)

Una versione precedente di questo lavoro è stata presentata al “First ISFCA International Congress – Inter-School Forum on Child Analisis” The Body from –1 to 6 years. Drive, Phantasy, Emergence. Milano, 27-29 Novembre 2008

Versioni leggermente differenti sono state pubblicate in:

Dialoghi sull’infanzia. A cura di F. Bisagni. Torino: Antigone, 2010

Udire con gli occhi. Adriano Giannotti tra neuropsichiatria infantile e psicoanalisi. Viterbo Serre Città, 2010

 A proposito del Sonetto 146 di Shakespeare si può notare che “elaborato è il gioco delle metafore: nelle prime due quartine l’anima è la padrona dell’edificio del corpo e il poeta domanda se convenga curare una proprietà che si perde cosi presto; la terza quartina è un incitamento a procacciarsi invece beni celesti, e da ciò deriva la conclusione espressa nel distico finale, in cui il trionfo dell’anima sulla morte è celebrato attraverso una serie di sottili transizioni di metafora in metafora” (Melchiorri, 1965)

2 Ringrazio la Dott.ssa Teresa Sebastiani del Dipartimento di Scienze Neurologiche e Psichiatriche dell’Età Evolutiva, Università di Roma “Sapienza”, che ha discusso con me il caso in supervisione e che ha generosamente acconsentito a che io lo elaborassi per farne riferimento in questo lavoro.

3 Le vite degli altri (Das Leben der Anderen) (2006), regia di Florian Henkel von Donnesmarck. Con Martina Gedeck, Ulrich Mühe, Sebastian Koch, Ulrich Tukur, Thomas Thieme. Hans-Uwe Bauer, Volkmar Kleinert, Matthias Brenner 137 min. – 01 Distribution.

 

4 Andreas Giannakoulas e Max Hernandez hanno dedicato l’ultimo Congresso Internazionale su Winnicott (Milano Novembre 2005) a questo tema specifico, che è stato discusso ed esaminato da varie angolature da autori di fama internazionale

5 Potrebbe essere interessante per la mia argomentazione ricordare al lettore l’intera frase in cui Winnicott fa questa affermazione paradossale: “Che cosa precede allora la prima relazione oggettuale? Per quel che mi riguarda è da lungo tempo che cerco di risolvere questo problema. Incominciai – circa dieci anni fa – dichiarando con tono acceso in seno a questa Società [la Società Psicoanalitica Britannica]: ‘Ma un neonato è qualcosa che non esiste!’. Allarmato udendomi pronunciare simili parole, cercai di giustificarmi. Feci rilevare che, quando mi si mostra un neonato, mi si mostra certamente anche qualcuno che bada al bambino, o almeno una carrozzina con incollati addosso gli occhi e gli orecchi di qualcuno. Ci troviamo in presenza di una coppia formata dal bambino e da chi gli bada.

In un tono più tranquillo, oggi, direi che la situazione che precede la relazione oggettuale è la seguente: l’unità non è l’individuo bensì una struttura costituita dall’ambiente e dall’individuo. Il centro di gravità dell’essere non parte dall’individuo ma si trova in questa globalità formata dalla coppia (1952, p. 121-122)

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