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Fano Cassese S. (2010). L’interpretazione ispirata e parlare come sognare

Relazione per il seminario SPI, AFPP, SIPP del 16 ottobre 2010 su “La seduta psicoanalitica:i punti di riferimento interiori dell’analista.”

 

-Firenze, La Colombaria, 16 Ottobre 2010

L’INTERPRETAZIONE ISPIRATA E PARLARE COME SOGNARE

Nel corso di una analisi o di una psicoterapia psicoanalitica si possono creare certe situazioni in cui il terapeuta è portato ad allontanarsi dall’interpretazione classica. Tali situazioni possono essere legate alla fase dell’analisi (impasse, fine) oppure al tipo di patologia del paziente, che ha scarsa capacità di attribuire un significato simbolico alle proprie esperienze di vita. Succede allora che i nostri punti di riferimento vengano messi in crisi e, quasi automaticamente, ci troviamo a lavorare su un terreno meno simbolico, dove è più difficile ricorrere ai sogni, alle libere associazioni e alla reverie, in altri termini ai contenuti inconsci della relazione, e dove vice-versa il paziente ci trascina e ci coinvolge nella dimensione del reale.

Vorrei illustrare questa situazione con un caso clinico da me seguito in psicoterapia psicoanalitica, a una seduta settimanale, per un anno, che mi pare rilevante per il tema di questa giornata. In seguito discuterò gli aspetti tecnici e teorici implicati e il contributo di alcuni psicanalisti post-bioniana, in particolare Meltzer e Ogden. Il caso che ho illustrato in dettaglio nel corso del seminario, viene qui solo accennato, per ragioni di rispetto della privacy.

Si tratta di una paziente borderline che aveva subito nell’infanzia vari abbandoni e separazioni, e si era costruita una corazza difensiva basata sulla posizione sociale, che era riuscita a conquistare grazie a duri sacrifici. Sebbene la paziente mi desse fin da subito l’impressione di voler gestire lei la terapia e controllarmi, sottovalutai la portata di tale atteggiamento, come ebbi poi ad accorgermi nella relazione transferale, che oscillava tra idealizzazione e attacchi aggressivi, continui agiti, comportamenti intrusivi e vissuti talvolta paranoidei, con tendenza al rovesciamento dei ruoli.

Fin dall’inizio della terapia io mi sentii affascinata da questa persona, bella e intelligente, che mi sfidava e con la quale avvertivo delle affinità, legate ad alcuni aspetti miei personali. Inizialmente, la tendenza a identificarmi con lei, mi portò forse a orientare le mie interpretazioni in una certa direzione. Infatti, la sentivo, sotto la patina talvolta arrogante, molto fragile e indifesa, ma lei rifiutò ogni mio tentativo di mettermi in contatto con questa sua parte infantile “orfana” accusandomi di non aver capito niente di lei, che lei era una donna di successo, che ricopriva una posizione di prestigio. Temetti che fare breccia nella sua parte scissa potesse essere pericoloso, con rischio di break-down psicotico.

Per superare l’impasse in cui mi trovavo, decisi di evitare ogni interpretazione e di lavorare in modo diverso. Pensai che per lei dovevo essere un punto di riferimento che l’aiutasse a trovare un senso del sé più autentico e che per fare ciò dovevo utilizzare dei miei punti di riferimento personali, anche accettando una relazione più “alla pari” o “simmetrica”. Iniziò un periodo di lavoro più fruttuoso in cui io mi sentivo più rilassata, potevo quindi discutere con lei di letteratura, di arte ecc. ma anche della sua vita relazionale, per arrivare poi ai suoi ricordi d’infanzia e ai primi sogni che portò in seduta dopo diversi mesi. Ebbi l’impressione che queste “conversazioni” avessero aperto uno spiraglio su certi vissuti del suo passato fino ad allora non pensabili, e che si fosse avviato un processo di trasformazione delle esperienze in “sogni ad occhi aperti” in senso bioniano, cioè in qualcosa di emotivo e simbolizzabile che può essere pensato.

Questo tipo di lavoro, insieme ai progressi che la paziente faceva dal punto di vista comportamentale e relazionale, mi fecero riflettere, richiamando alla mia mente anzitutto la distinzione che fa Meltzer (1973) tra interpretazioni di routine e interpretazioni ispirate in cui esiste un coinvolgimento personale del terapeuta. In questo tipo di interpretazione l’analista si pone con il paziente in una relazione che è più alla pari: “L’analista fa una esperienza essenzialmente personale che poi utilizza, con l’aiuto del suo bagaglio teorico, per indagare sul significato del rapporto che si svolge in quel momento nel suo studio”. Questo mettere in gioco la propria persona da parte dell’analista avviene, per Meltzer, di solito a fine analisi, cioè nella fase in cui si attua la separazione e l’analista, come persona, viene differenziato nel mondo esterno dalle figure del transfert che la realtà psichica del paziente ha proiettato su di lui.

Ma ci sono anche situazioni (come nel mio caso) in cui un paziente porta materiale che non attiva la reverie. A questo proposito Ogden (2009) spiega come, con certi pazienti, (per esempio con traumi, parti psicotiche scisse, disturbi psicosomatici ecc), egli si sia trovato ad utilizzare un particolare tipo di linguaggio che chiama “talking as dreaming”. I pazienti in questione, con i quali non si erano ottenuti risultati significativi fino a quel momento, vengono definiti come ”incapaci di sognare”, con riferimento alla teoria bioniana del sogno come pensiero: con tale espressione ci si riferisce al processo che si svolge anche nello stato di veglia, in cui libere associazioni e reverie hanno la funzione di trasformare le esperienze emotive in pensiero. “Talking as dreaming” è, dice Ogden” una forma di improvvisazione, una conversazione, che può spaziare su qualsiasi argomento, in cui l’analista partecipa ai “sogni non sognati” del paziente con le proprie associazioni libere ed auto-riflessioni, aiutandolo così a “sognarsi in esistenza” (“dream himself more fully into existence”).

Per concludere e ritornare al tema di questa giornata vorrei sottolineare, insieme agli autori citati, che è vero che il nostro punto di riferimento principale nel corso di una analisi o di una psicoterapia psicoanalitica è l’interpretazione del materiale inconscio del paziente così come emerge dai sogni, dalle libere associazioni e nella relazione transferale: attraverso la reverie ci mettiamo in contatto con i contenuti inconsci del paziente. Secondo Ogden le esperienze inconsce dei due soggetti (sogni del paziente-reverie dell’analista) riguardano anche le esperienze inconsce che la coppia analitica costruisce congiuntamente, seppure asimmetricamente (terzo analitico). Il percorso interpretativo parte quindi dai contenuti inconsci trasmessi all’analista che, attraverso la reverie, li trasforma e li verbalizza portandoli alla consapevolezza (dall’inconscio al conscio – dall’es all’io). Queste sono le interpretazioni classiche o di routine.

Ma cosa succede se un paziente non porta materiale che suscita la reverie? Forse ci dobbiamo basare su altri punti di riferimento più personali, più coscienti, e procedere in senso inverso : ossia, come dice Ogden, rendere le esperienze vissute accessibili ai processi di pensiero inconsci, trasformando il pensiero in esperienza emotiva (dal cosciente verso l’inconscio). Occorre aiutare il paziente a sognare una esperienza precedentemente non-sognabile (“undreamable”), in altri termini a dare un significato personale simbolico alla esperienza vissuta. Ciò si ottiene modificando il tipo di relazione in modo più simmetrico e ricorrendo alla interpretazione ispirata e al parlare come sognare. Nel caso che ho presentato sembrerebbe che la condivisione empatica della esperienza abbia aperto la possibilità di sognare e di affrontare l’angoscia di separazione, iniziando quel processo di lutto per l’oggetto idealizzato, tipico della posizione depressiva.

Come solo un pianista con una tecnica perfetta può permettersi di improvvisare, così solo un solida e lunga esperienza di analista o psicoterapeuta psicoanalitico (v. Ogden, Meltzer) può permettere, di ricorrere, in certe situazioni, al “parlare come sognare”, mettendo in gioco le nostre capacità intuitive e di improvvisazione (che in altre situazioni potrebbero apparire come errori, agiti, o self- disclosure). Tutto ciò deve avvenire comunque all’interno di un setting rigoroso in cui devono essere mantenuti sia la separatezza che i ruoli di paziente–terapeuta. Inoltre, in ogni caso, sia che privilegiamo la dimensione inconscia (sogno, reverie, interpretazione) sia che lavoriamo soprattutto a partire dall’esperienza cosciente, la divisione non è mai così netta e ovviamente utilizzeremo sempre diversi punti di riferimento.

Come psicoterapeuti ad orientamento psicoanalitico il nostro lavoro con un certo tipo di paziente, come nel caso che ho presentato, non consiste necessariamente nel fare un lavoro interpretativo “classico”, ma piuttosto nel “parlare come sognare”, portando il paziente a riflettere intorno a ciò che succede nella relazione e nella sua vita presente e passata e a comprenderne il significato emotivo. In tal modo è possibile avvicinare e recuperare aspetti scissi che non possono essere sognati ma solo rivissuti ed elaborati attraverso un “parlare” del terapeuta che diventa pensiero e che non sarebbe possibile in altri spazi, nemmeno in assetti interpretativi consueti.

BIBLIOGRAFIA

Bion W.(1962), Learning from Experience, reprinted Karnak, London, 1984.

(Apprendere dall’esperienza, Armando, Roma, 1972)

Meltzer D.(1973), Routine and Inspired Interpretations : their relation to the weaning process in analysis, in Sincerity and other works, collected papers of Donald Meltzer, ed. A. Hahn, Karnak, London , 1994

(L’interpretazione di routine e l’interpretazione ispirata in La comprensione della bellezza,

Loescher, Torino, 1981)

Ogden T. Rediscovering Psychoanalysis : Thinking and Dreaming, Learning and Forgetting, Routledge, London New York, 2009

(Riscoprire la psicoanalisi : pensare e sognare, imparare e dimenticare, C.I.S. editore, Milano, 2009)

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