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La passione del pensiero Giovanni Hautmann 23 gennaio

Società Psicoanalitica Italiana

Centro Psicoanalitico di Firenze

Presentazione del libro

La passione del pensiero. Giovanni Hautmann

Ne parleranno

Luigi Boccanegra

Stefano Bolognini

Jeanne Magagna

Malde Vigneri

Chair

Gabriela Gabbriellini

Saranno presenti le curatrici e gli autori

L’incontro si svolgerà sulla piattaforma ZOOM

Partecipazione libera e gratuita, previa iscrizione

Iscrizione

Locandina 23 gennaio

Recensione del libro a cura di Ilaria Sarmiento

 Il libro “Giovanni Hautmann e la passione del pensiero”, nasce da una giornata di studio in suo ricordo e contiene i contribuiti  che Gabriela Gabbriellini, Arianna Luperini e Simona Nissim hanno curato e coordinato.

Hautmann, in un suo articolo qui riproposto, “Il mio debito con Bion”, sottolinea come Bion non cercasse interpreti “fedeli” del suo pensiero, ma desiderasse stimolare pensieri psicoanalitici. Mi sembra che sia lo stesso effetto che ottiene questo libro: stimolare i pensieri. Proprio ciò che, anche secondo Hautmann, riguarda l’aspetto creativo della psicoanalisi e del pensiero psicoanalitico.

Come Bion, infatti, anche Hautmann considera la  relazione analitica non più come un portare a galla il rimosso, ma un creare dei funzionamenti mentali dove prima erano assenti, creare nuove rappresentazioni mentali, nuovi pensieri. Ad Hautmann si devono l’idea di una visione gruppale della mente, l’idea della nascita della soggettivazione attraverso la formazione di una pellicola di pensiero, che si forma quando gli elementi Beta si trasformano in Alpha, nonché l’idea di splitting cognitivo primario, nel caso di un malfunzionamento di tale pellicola. Hautmann, accanto agli elementi Alpha e Beta ha inoltre teorizzato  l’esistenza di elementi Gamma, che aiutano la comprensione di quelle patologie dove il deficit della Funzione Alpha riguarda solo alcuni elementi Beta, precursori delle emozioni. Patologie, come l’autismo, in cui non si assiste ad una difesa estrema nei confronti della percezione sensoriale in generale, ma solo rispetto alla sensorialità che richiede reazioni sociali emotive.

Nella relazione analista-paziente, così come in quella madre-neonato, si ha una prima forma di contatto creativo che porta alla formazione di una pellicola di pensiero. E’ il contatto tra una sensazione del bambino e la capacità contenitiva e trasformativa della mente materna, che permette il formarsi della pellicola. La formazione di tale pellicola rappresenta, quindi, un momento integrativo di stimoli sensoriali, emotivi ed ideativi ed è dalla formazione di tale pellicola che prende avvio il processo di separazione-individuazione del bambino e la sua nascita psichica. Questo processo avviene grazie al lavoro della Funzione Alpha, cioè alla capacità materna e analitica di creare rappresentazioni lì dove mancavano. Lo psicoanalista favorisce il buon funzionamento della Funzione Alpha e, quindi, della capacità rappresentazionale.

Alla luce di tutto questo, Francesco Conrotto scrive che “Ciò premesso, non possiamo dire che Hautmann fosse semplicemente bioniano perché egli ha sviluppato il proprio pensiero in maniera creativa” (p.19). Hautmann  non si è occupato solo della capacità rappresentazionale negli adulti, ma anche di quella nei gruppi, nei bambini e nelle situazioni extra-nevrotiche. Una trasversalità psicoanalitica, sottolinea sempre Conrotto, che era piuttosto innovativa per l’epoca.

E’ la funzione analitica della mente che permette la capacità rappresentazionale e questa è possibile perché analista e paziente, scrive Hautmann, si trovano immersi in un contenitore ludico che permette il realizzarsi della rêverie dell’interpretazione. Tale contenitore si riferisce alle coordinate date dalla griglia bioniana, con il suo asse genetico, in un “andirivieni attraverso la crescente complessità di simbolizzazione del pensiero”, e l’asse degli usi, “l’andirivieni per modalità ludiche diverse”. Questo contenitore ludico rappresenta la situazione analitica che, come sottolineano Gregorio Hautmann e Andrea Marzi, “è costituita dal legame indiscongiungibile tra oggetto del lavoro analitico, lo strumento peculiare del lavoro analitico e la condizione in cui tale lavoro necessariamente opera” (p.40).  Solo il setting può, infatti, garantire quella scoloritura di memoria e desiderio necessari per interpretare l’oggetto analitico, cioè la fantasia. Setting, interpretazione e fantasia rappresentano il triangolo analitico di Hautmann. “D’altro canto”, scrive Passone, “l’unità di base dell’esperienza analitica e del suo procedere è quella costituita da due menti al lavoro che, seppur in una posizione asimmetrica, comunicano la loro esperienza d’essere o meno all’interno di quella specifica configurazione di incontro (la relazione analitica) promossa dal setting stesso, con le sue regole ed i suoi presupposti” (p.63). Sempre nello scritto di Passone, si evidenzia come tanti lavori di psicoanalisti italiani contemporanei, parlando di campo e di onirico, originino dalla concezione di Hautmann di un emergere di una mente primitiva attraverso un ascolto analitico in seduta in cui avviene una “sorta di ricongiunzione anche col sentire ciò che ancora non è rappresentabile” (p.66). Un ascolto che apre la strada ad una funzione analitica della mente. Tramite questo ascolto e questa funzione della mente, è possibile il costituirsi della pellicola di pensiero, che costituisce il passaggio da asimbolico a simbolico. Una funzione mentale che si impianta nel corpo attraverso il formarsi di tale pellicola. Quegli elementi che non si sono potuti integrare alla pellicola di pensiero nelle prime interazioni con il caregiver, hanno l’opportunità di essere integrati attraverso il lavoro analitico. La madre, scrive infatti Enrico Levis, accudisce fisicamente ed emotivamente il piccolo ed in questa relazione “anche i gesti più fugaci vengono a costituire lo strato germinale del pensiero” (p. 75). L’analista è quindi come la madre, sottolinea Alberto Meotti, che “si interroga, pensa, medita, fantastica, sogna come può essere, come può stare, come può sentirsi il suo bambino, madre che gli parla con suoni e parole del tutto speciali” (p. 90). Una soggettivazione autentica in analisi, può avvenire solo se si è prima ascoltato il silenzio e la parola dell’analizzando, altrimenti siamo come la madre che sa già come sarà il suo bambino. Hautmann sottolinea come l’attenzione fluttuante sia, infatti, da intendersi in un’oscillazione controtransferale dell’analista tra raggiungimenti empatici e la tolleranza dello stare nel negativo, un’oscillazione tra K e O.

Come se fosse una lettura di gruppo,  i cui membri sono gli autori dei diversi capitoli,  questo libro permette l’integrazione degli elementi del pensiero di Giovanni Hautmann. Attraverso la lettura di questo libro è possibile, infatti, l’emergere di un proprio pensiero psicoanalitico, sulla base di quello di Giovanni Hautmann. E’ proprio questo aspetto che riesce ad evocare quella che credo sia la caratteristica condivisa da chi l’ha avuto come analista: la possibilità dell’evolversi di un proprio pensiero, grazie all’esserci dell’analista nel setting analitico.

 

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