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Marzi A. (2007) Spunti di riflessione su alcuni aspetti del pensiero di Giovanni Hautmann

 

Una sera un gruppo di psicoanalisti parla in una stanza, ed assiste alla celebrazione pubblica del compleanno -al contempo anagrafico e scientifico- di un collega, che, nell’occasione, parla a lungo delle qualità che avverte come peculiari in alcuni analisti (qualcuno è presente), sentendosi in tal modo molto in sintonia con loro.

“Di Giovanni Hautmann ho sempre amato il rigore di pensiero”, dice ad un certo punto fra le altre cose, e credo che questa definizione che in uno degli interventi degli ultimi anni della sua vita dette Francesco Corrao sia perfettamente aderente e corrispondente al vero. Oltre alla qualità dichiarata, il rigore, Corrao colse lì uno degli oggetti nucleari della pluridecennale indagine psicoanalitica di Giovanni Hautmann, quel “pensiero” cioè che egli ha inteso seguire, nella sua nascita, a ritroso nel tempo e nello spazio della persona, illuminandone i primordi genetici con originali e feconde illuminazioni psicoanalitiche e segnando con questo più di quattro decenni del movimento psicoanalitico italiano e non solo.

I concetti di H. hanno la singolare caratteristica di sedimentarsi nella mente e poi di venire molto probabilmente elaborati in modo inconsapevole, ritrovandoli infine integrati in noi al lavoro, co-propulsori di movimenti di pensiero in seduta: nasce la peculiare esperienza -condivisa con non molti altri analisti- di un pensiero così più vivace, duttile, denso e ricco di spunti, grazie a un dialogo interno alla mente dell’analista. Dopo la lettura dei suoi lavori (e certo dopo l’esperienza di lavoro in vivo, nei seminari, nelle supervisioni di gruppo e nel gruppo, di cui è uno dei più elevati rappresentanti), chi attivamente partecipa spesso racconta di sentirsi più “sciolto”, più flessibile, con più idee, meno legato e difeso, forse addirittura più coraggioso, senz’altro più sicuro nel lavoro col paziente, segno di uno scatto qualitativo del pensiero analitico, della mente analitica al lavoro, di quella peculiare forma di pensiero che caratterizza (o dovrebbe caratterizzare) l’elaborazione psico-emotiva degli psicoanalisti e di tutti coloro impegnati nell’orientamento analitico in generale, uno scatto in direzione, direi, di una maggiore capacità di contatto emotivo, forse potremmo azzardare una maggiore disponibilità ad O.

Se riusciamo poi ad avere attenzione e concentrazione sulla sua “difficile chiarezza” (come mi venne da definire il suo complesso argomentare qualche anno fa nel corso di un dibattito), l’esperienza è quella di un comprendere con più ampiezza e profondità, dove un cerchio speculativo ed argomentativo si chiude con senso di soddisfazione.

Altrimenti c’è come il rompersi di un legame logico e affettivo nei confronti per es. del testo contingente, dove è necessario riprendere da capo, a testimonianza dell’ineludibilità della consequenzialità sia logica che emotiva di quanto ci comunica. Impossibile riprendere da metà.

Certamente il pensiero di H. si inserisce sulla scia delle teorizzazioni di Bion, ne dichiara il debito, appunto, ma ne emerge con una dimensione originale ed arricchente il patrimonio bioniano, che è poi quanto lo stesso Bion avrebbe voluto ed ha sempre dichiarato (vedi l’immagine appunto Bioniana della foglia che cade ma non si sa su quale lato, o di Bion che stimola il pensiero senza voler diventare “Dion”, appunto, come alle volte scherzando sul padre diceva Parthenope Bion…).

Del resto è impossibile per H. fare a meno del suo passato teorico, ed è anzi imprescindibile, perché è necessaria per lui una continua ricapitolazione, di forma spirale però, di ciò che è stato prima, teoricamente, per lanciare il dopo, per assorbire il dopo, perché il “dopo” deriva dal prima in connessione logica ed emotiva, e lo racchiude con concatenazioni improntate a rigore scientifico e calda emotività.

In questa evoluzione spiraliforme, a partire da Freud, attraverso la Klein e Bion, non senza aver “digerito” il lungo e importante dibattito della psicoanalisi italiana, anzi esserne stato un protagonista nell’arco di molti decenni, si delinea e acquista spessore il tentativo di correlare le scoperte di Freud con le indagini sulla mente primordiale in una coerente catena scientifico-diacronica, nell’ ulteriore cimento verso una omnicomprensività inserita in una dinamica evolutiva, psicogenetica, che disegni un percorso di formazione completa dalle prime manifestazioni delle protoemozioni e protosensazioni in poi.

Il particolare contesto di oggi, con ampia distribuzione di argomenti e punti di attracco scientifco illustrativi del lavoro di G. Hautmann, assieme al poco tempo che necessariamente ci viene concesso, induce il sottoscritto, insieme con Gregorio Hautmann, a circoscrivere di molto l’intervento, tralasciando ovviamente ogni pretesa di esaustività, per concentrarsi solo su alcuni aspetti peculiari.

Il modello della mente descritto da H. nel corso degli anni si è andato arricchendo di successivi approfondimenti, ma un punto centrale è sicuramente il formarsi del Sé. Sulla scia della intensa attenzione agli stadi più precoci dello sviluppo psicologico, questo viene collocato nel periodo fetale, per poi proiettarsi verso il tempo perinatale e neonatale. Il taglio psicogenetico, sempre presente nella teorizzazzione dell’Autore, prosegue indubbiamente verso il periodo in cui l’individuazione si fa più definita e decisa, ma il rispetto della psicogenesi tradizionale psicoanalitica è l’aspetto di minoranza nell’elaborazione del pensiero di H.; l’attenzione è soprattutto rivolta verso esplorazioni più primitive, il primo abbozzarsi del Sé. Da questa incursione in retrodatazione emerge un’elaborazione originale che, fin dalla metà degli anni ’70, trova uno dei punti cardine nel concetto di “Pellicola di pensiero”.

Pellicola di pensiero
La denominazione “pellicola di pensiero” (che sembra ricordare l’Io-pelle di Anzieu, ma lo precede di molti anni) nasce con l’intento di cogliere, nella mente del feto e del neonato, una condizione in cui un’emozione speculare al sentirsi contenuto nel corpo e nella mente della madre sia raffigurabile con l’abbozzarsi di un contenitore che si richiami alla pelle.

Ma richiama anche la pellicola fotografica, se ne vediamo la facoltà trasformativa iconopoietica strettamente connessa col lavoro della funzione a sulle afferenze sensoriali e sui precursori delle emozioni a formare elementi a.

Tuttavia questo non è sufficiente. Infatti: c’è qualcosa di specifico che precede l’emozione nella sua già raggiunta organizzazione simbolica come base generale dell’affetto? H. fa coincidere, con Bion, gli elementi ß con la radice protomentale asimbolica, quella che, una volta messi in azione i processi integrativi promossi dagli elementi a, diventerà il versante dell’attività percettiva (simbolica) della pellicola di pensiero.

Ma se poniamo mente all’attività rappresentazionale del Sé come ambito da distinguersi dalla pura attività percettiva, per arrivare “ad una partecipazione conoscitiva tramite la globalità dell’essere”, siamo spinti a prendere in considerazione l’ulteriore ipotesi che il versante rappresentazionale della pellicola di pensiero abbia una radice protomentale sua propria che non condivide qualcosa con la sensazione, ma certo con l’emozione, prima che essa sia tale. L’emozione viene quindi posta come l’altra faccia della medaglia. C’è da distinguere perciò il lavoro fatto sulla sensorialità da quello fatto su qualcosa denominabile come protoemozionale.

L’accostamento alla pellicola fotografica è tanto più calzante quanto più ci accostiamo al concetto di visualizzazione oniroide, condizione che precede qualsiasi attività visiva vera e propria e che potremmo pensare come quella funzione atta ad organizzare l’incipit della funzione pensiero come attività differenziata dal resto dell’attività mentale; ogni stimolazione proveniente dalle senso percezioni, dall’area motoria o dalle proto-emozioni verrebbe perciò elaborata attraverso una trasformazione visiva consona per attivare una condizione mentale vicina a quella del sogno.

Il livello prettamente iconico attivato in tal senso costituirebbe una sorta di film atto a simbolizzare proto-emozioni o sensazioni non visive attraverso una sorta di rispecchiamento, ad espressione visiva, di elementi acustici, od olfattivi, gustativi e così via. Questo produrrebbe l’abbozzo del sentimento di Sé, poiché il rispecchiamento ora detto in uno schermo primordiale costituisce proprio la traccia più elementare del costituirsi del Sé, cosa che è poi destinata a replicarsi nel rispecchiamento del bambino al seno, nello sguardo della madre e così via, con reciproca mutualità.

E’ immediatamente evidente come nel primordiale formarsi del Sé assistiamo ad un abbozzo nascente di identità individuale, e come perciò questo percorso delinei l’arco di una vera e propria nascita psichica, che è uno dei punti di basilare interesse dell’Autore.

Da tutto questo emerge chiaramente il “debito con Bion”, come H. sottolinea in uno dei suoi lavori Tuttavia questo materiale ha principalmente a che fare con il livello fetale, prima del sorgere di una qualsivoglia relazione oggettuale con la madre, prima di tutto quello che fino ad allora la psicoanalisi aveva in fondo descritto. E’ una retrodatazione che si costituisce come un’integrazione e al contempo un arricchimento delle teorie psicogenetiche psicoanalitiche, e che si appella a livelli di funzionamento primitivo, primordiale, abbozzato, delle caratteristiche bioniane del ♀♂, del PS?D, del O?K.

Se dunque possiamo distinguere fra aspetti protopercettivi e aspetti protoemotivi, possiamo ulteriormente considerare che il pensiero si formi attraverso costruzione di rapporti, dimensioni, astrazioni e leggi che siano di tenere distinti dalle dimensioni percettive tout court: questo costituisce un radice protomentale precorritrice di emozioni e rappresentazioni. H. ha individuato in questo la presenza di elementi ?, differenti per natura e funzione dagli elementi presenti con le afferenze sensoriali, sicuramente da individuare invece come elementi ß.

Allora possiamo concludere che la pellicola di pensiero è “il farsi simbolico (elementi a) di questi elementi disparati provenienti dall’attivazione delle afferenze sensoriali e dai vari tipi di efferenza motoria attivati dalle proto emozioni, elementi ß e ?.

D’altronde gli elementi ? possono essere considerati anche come il prodotto dell’insufficicneza della funzione a sulle condizioni pre-emozionali, in parallelo con gli elementi ß. Inoltre, se teniamo conto delle difficoltà nella formazione di questa pellicola, possiamo osservare che esse comportano una maggiore o minore fragilità e vulnerabilità per una sorta di persistente dominanza degli elementi asimbolici nel complesso dell’attività mentale, cosa che ci introduce al concetto di Splitting Cognitivo Primario.

Splitting cognitivo primario
La pellicola di pensiero e lo Splitting Cognitivo Primario (SCP) denominano in modo diverso condizioni che Bion aveva già indicato rispettivamente con barriera di contatto e schermo ß. Tuttavia, il concetto di PdP. e di SCP sono denominazioni che si riferiscono a strutture funzionali in cui prende forma l’organizzarsi del Sé ad ogni livello della sua evoluzione. Sappiamo che la Barriera di contatto divide il conscio dall’inconscio, è fatta di elementi a e così via; la pellicola di pensiero è certamente simile ma anche diversa perché è una prima manifestazione di organizzazione del pensiero, che non divide il conscio dall’inconscio.Hanno quindi funzioni differenti. Sono concetti che sono sovrapposti solo parzialmente, e che invece conservano aree di autonomia teorica.

La matrice di psicopatologia che sorge al momento del fallimento dell’organizzarsi della pellicola di p. ingenera lo SCP, concetto sorto intorno al 1982, che si può manifestare grosso modo in due forme.Una prima forma ha a che fare con l’identificazione proiettiva, con movimenti violenti e spostamenti di cariche di energia fisica in determinate direzioni e versi, da intendersi come esplosioni ed implosioni, dissoluzioni ed annichilimenti. Una seconda forma ha a che fare con l’autismo, inteso come condizione caratterizzata dal dilatarsi delle dimensioni relazionali nel senso dell’ infinito e dell’indefinito: insieme con la perdita di contatto si manifesta l’esperienza del vuoto.

In tal senso, la prima condizione può essere raffigurata nel venir meno della funzione a e dell’organizzazione della pellicola onirico-simbolica, con l’inflazione insomma degli elementi ß; la seconda ha invece a che fare con l’inflazione degli elementi ?, sul versante proto-emotivo. Infatti il fallimento della formazione della pellicola di p. fa assistere a una sorta di degenerazione dell’ordine rappresentazionale e dell’ordine percettivo. La precocità di questi disturbi, derivanti dallo SCP è direttamente proporzionale alla degenerazione delle categorie che presiedono all’adeguato sviluppo del Sé, principalmente le categorie riguardanti lospazio e del tempo, cosa che finisce per incidere sullo sviluppo di appropriate caratteristiche dimensionali della mente in fase organizzativa.

La condizione di SCP, nel momento in cui ingenera il rischio di dispersione nell’adimensionalità o nell’infinito, implica l’esperienza dell'”angoscia di base”, che pare coincidere con quanto Bion ha denominato come “terrore senza nome”, col rischio della uni- e bidimensionalità delle categorie e degli aspetti in formazione, di cui prima si diceva, nonché il terrore di annichilirsi nella puntiformità spazio-temporale, sensoriale, emozionale della regressione protomentale.
Il superamento della soglia insita nell’esperienza delle angosce di base materializza il rischio della formazione di difese sostanzialmente autistiche (smontaggio, non pensiero, identificazioni proiettive eccessive nell’infinito), oppure malinconiche.

La progressiva nascita del Sé individuale, in un momento in cui l’organizzazione si fa più complessa ed integrata intorno al senso soggettivo del Sé, produce un ulteriore rischio, quello di non riuscire a passare attraverso l’esperienza che H. chiama ripetutamente simbolizzazione iconica, rimobilizzando angosce di dispersione nell’infinito o nell’adimensionalità.

La sofferenza che così si genera, il dolore mentale, è collegata al tentativo, talora disperato, di non perdere il senso della propria esistenza che in quel momento si sta formando e/o consolidando. L’extrema ratio, in tali casi, può essere il ricorso alla ipersomatizzazione, continuare cioè ad esistere facendosi corpo.
H. sottolinea come qui si giochi l’acquisizione del corpo come appartenenza, con lesione della possibilità della distinzione mente-corpo e della realizzazione del sentimento di Sé. Questo pare comportare una sorta di disperazione, che sostanzia il dolore mentale summenzionato, la cui talora vaga componente depressiva, si radica nel vissuto di perdita dell’aspetto mentale di sé.

La corporeità cattura l’esistenza mentale. Il dolore mentale, potente motore di formazione psichica ora diventa un pesante freno al processo psicogenetico. E’ interessante seguire il ventaglio di disturbi della formazione del Sé che trovano qui il punto di partenza. Da qui, oltre al rischio di riattivazione a ritroso dello SCP (con difese autistiche o insuperabile condizione fusionale depressiva), sorgono le basi per altri tipi di patologie che consistono in microdifetti della PDP che, con le relative difese, sono responsabili delle successive evoluzioni verso la struttura borderline, l’agorafobia, le somato-psicosi, le tossicodipendenze, i sistemi deliranti, le tendenze all’acting.

La radice di questo insieme psicopatologico è perciò collegata al dolore mentale e alla sua patologia, quindi con la patologia della formazione del Sé individuale.
H. è ben consapevole che questo disegno psicoevolutivo perinatale è “soltanto l’intuibile disegno che noi possiamo ricostruire” grazie a tutte le esperienze analitiche ed osservazioni sulla vita del feto, che riescono a coagularsi in una teorizzazione dalle maggiori possibiltà chiarificatrici.
Nel disegnare in senso spiraliforme la progressione evolutiva della mente, H. ci porta alle soglie di un terzo, diverso salto qualitativo, che vede la pdp sempre protagonista: essa avvia relazioni fondamentali con l’oggetto e gli oggetti, anche nello spazio esterno. Da qui in poi entrano in gioco le relazioni descritte da M.Klein e da Freud, in una coerente visione psicogenetica che riesce a legare ed integrare le acquisizioni della psicoanalisi classica con le incursioni teorico-clinico-scientifiche di quella più attuale.

In questo contesto, il nodo cruciale che accompagna l’elaborazione delle angosce persecutorie e depressive è l’acquisizione della possibilità di introiettare e assimilare l’oggetto, integrando alla pellicola di pensiero la sua complessa e matura capacità di pensare. L’elaborazione felice di queste tappe conduce alla possibilità di assunzione integrata nel sistema simbolico delle tappe dello sviluppo, con il superamento certo non facile delle difficoltà create dal narcisismo distruttivo e col padroneggiamento di alcuni nodi istintuali pregenitali, in special modo quello ano-rettale, che tendono a mantenere, più o meno palesemente, gli aspetti primitivi dello SCP ed i microdifetti della pellicola di pensiero insieme con le loro difese.

Ne deriva la dinamica disponibilità delle caratteristiche sopra descritte ogniqualvolta la realtà psichica interna ed esterna lo richieda. innescando e permettendo l’uso di funzionamenti anche molto primitivi, resi oramai fruibili, in relazione a momenti fondanti del Sé e all’uso di modalità relazionali precoci.
Si inseriscono qui – ma non è possibile soffermarsi ulteriormente – il concetto di “Sè gruppale”, he inerisce una primitiva identità gruppale che, collegandosi a radici onto – e filogenetiche, garantisce nello sviluppo l’appartenenza psico-biologica alla società degli uomini, e il concetto di “co-gemellarità”, attraverso il quale il Sé gruppale approda al Sé individuale.

E’ tuttavia evidente come il movimento maturativo ora descritto sia perciò leggibile in termini di vissuto del Sé in evoluzione: questo ha ulteriormente a che vedere con il generarsi dell’emozione suscitata dal sentimento di esistere. Per H. è questo un affetto fondante destinato a rinnovarsi nell’arco della vita ogni volta che l’identità si rimette in gioco e si ricicla, riattivando oscillatoriamente certe condizioni primitive e sul crinale del simbolico e dell’asimbolico: e per questo propone il concetto di passione, emozione coinvolgente che attraversa l’essere e attiva la crescita della simbolizzazione e perciò dello sviluppo del Sé. In essa vi vede anche l’espressione di un sano narcisismo, aspetto libidico che favorisce lo sviluppo, ben differente dal versante distruttivo del narcisismo stesso, collegato, talvolta in modo sinistro, al versante delle angosce di base che abbiamo su descritto.

Un ulteriore collegamento che si diparte da queste considerazioni approda alla dimensione concettuale del dolore mentale, come strettamente connesso alle vicissitudini ddello sviluppo mentale.

Qui lasciamo parlare lo stesso H.che sottolinea come: “…il rischio del dolore mentale (inteso come condizione sospesa tra le angosce di base della perdita del Sé e la necessità di iper-corporeizzazione con perdita del sentimento del corpo come “appartenenza”), sia direttamente proporzionale ad insufficienze nell’organizzazione delle funzioni simboliche del pensiero, ma come, al tempo stesso appunto, tale rischio ne mobiliti l’organizzazione. La situazione analitica, in quanto situazione che promuove il cambiamento ed in quanto situazione nella quale la mente dell’analista può restare se stessa diventando nel contempo funzione mentale di cui il paziente può fruire “come se” fosse parte propria riorganizzando la propria modalità di pensare, è il luogo dell’attivazione del rischio del dolore mentale e del suo superamento”. (Pensiero e sofferenza, 1989).

Superamento che apre al sentimento della propria esistenza, emozione primaria deputata al controllo delle proto emozioni e proto sensazioni connesse ai primi barlumi della dimensionalità, in oscillante relazione con il gorgo dell’adimensionalità connessa alle angosce di base.

E’ intuitivo ma anche molto evidente che una visione siffatta, non può che avere una sua sede di realizzazione, di verifica, di espressione e di elaborazione nella situazione analitica, nel lavoro di scambio fra paziente ed analista, nel lavoro della funzione analitica della mente (1981) dell’analista al lavoro, per le due menti che si incontrano nei diversi momenti dell’esperienza psicoanalitica.

Questo fa emergere uno dei punti fondamentali del percorso teorico e scientifico di G. H.: la costante congiunzione fra lavoro clinico e della clinica analitica, della mente analitica al lavoro nella sua sede principe -la seduta analitica stessa- con l’ istancabile tensione verso una concettualizzazione che conglobi e armonizzi le scoperte della psicoanalisi in una visione coerente e rigorosa, mettendo in evidenza, così, i punti di contatto più che le difformità concettuali, le progeniture più che gli strappi teorici, le consequenzialità nel rinnovamento e nella progressione più che lo spettro della Babele psicoanalitica, senza tuttavia negare mai la presenza quasi necessitata, quasi immanente,del pluralismo, delle diversità, tuttavia sempre passibili di armonizzazione lungo una linea teorica che ponga a fondamento i cardini fondamentali della psicoanalisi, attento più a costruire amalgami che a creare divaricazioni.

In questo c’è sempre attenzione agli apporti delle altre discipline, ma in una direzionalità che, pronta all’ascolto, ritrovi coerentemente e con costanza la centralità della disciplina analitica e del suo metodo, in un’appartenenza che sottolinea il senso dell’essere psicoanalisti senza sconti, senza alcuna fascinazione da parte di facili eclettismi o di pluridisciplinarità che, nella diluizione teorico-clinica, rendano perfino eccentrica la psicoanalisi rispetto a se stessa.
In qualunque momento, H. non cessa di essere profondamente identificato con il suo essere psicoanalista, perciò, rimettendo sempre al centro questa sostanza identitaria sia nelle astrazioni teoriche degli scritti, sia nel duttile e creativo lavoro clinico,sia individuale che gruppale. Verità e senso emergono perciò nel vivere l’esperienza analitica da dentro, rendendoci pienamente partecipi di essa.

Il poco tempo a disposizione non consente ulteriori approfondimenti o incursioni su altri aspetti del complesso lavoro pluridecennale di G. H. Mi fermo qui, perciò, e nel lasciare lo spazio al prosieguo dell’incontro, con la speranza che continui a formarsi una buona pellicola di pensiero, voglio concludere (e credo di interpretare il pensiero di molti presenti) ringraziando Giovanni Hautmann per tutto quello che, con la sua opera, ha fatto per coloro i quali, in vari modi, hanno lavorato con lui e continuano a farlo, apprendendo dall’esperienza.

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