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Landi N. (2010). Neuroscienze e Psicoterapia infantile: con-fusione o co-operazione? Riflessioni per il lavoro clinico

Relazione presentata al seminario di Formazione Psicoanalitica – Firenze, La Colombaria, 13 Marzo 2010  .   Tra Psiche e Cervello: L’Inconscio e le Neuroscienze

Seminario di Formazione Psicoanalitica Firenze, 13 Marzo 2010

 

In un lavoro del 1957 Winnicott scriveva “.. attraverso una costante cooperazione psicoanalisti e osservatori diretti potranno riuscire a correlare ciò che è profondo in psicoanalisi con ciò che è precoce nello sviluppo infantile” (1)

Questa affermazione ci appare oggi come un auspicio remoto a quello che attualmente è un confronto vivo e un dialogo aperto tra discipline diverse nella comprensione della nascita e dello sviluppo della vita psichica del bambino.

Nell’ultimo decennio si è assistito a rilevanti progressi in vari settori dello scienze dello sviluppo: alla tradizione psicoanalitica con la centralità dei processi inconsci che caratterizzano il mondo interno e gli stati mentali nell’interazione bambino – caregiver ( es.concetti di mirroring e di holding) , si sono affiancati gli importanti contributi provenuti dall’infant research con gli studi fortemente innovativi sulla capacità della regolazione affettiva e lo studio dei processi adattivi dinamici ,collegati a funzioni che coinvolgono componenti fisiologiche, emozionali, comunicativo espressive .

Si è inoltre assistito alla straordinaria crescita dei contributi teorico-clinici derivati dalla teoria dell’attaccamento e dallo studio degli stili di attaccamento, con la rilevanza degli studi longitudinali e del loro valore applicativo in termini preventivi; e infine tutti gli studi sul mondo rappresentazionale e sull’intersoggettività e quelli basati sul modello della mentalizzazione proposto dal gruppo di Peter Fonagy .

Tutta la scienza evolutiva è quindi in rapido progresso e campi disciplinari fino a pochi anni fa piuttosto isolati testimoniano di significative e stimolanti convergenze volte all’ampliamento della conoscenza dello sviluppo mentale infantile e all’individuazione di nuove strade per la prevenzione e per la terapia

In questo panorama culturale si sono inseriti fondamentali contributi della neurobiologia la cui forza innovativa ha promosso una prospettiva concettuale che attualmente vede la centralità di alcuni aspetti:

la mente viene modellata dalla costante e dinamica interazione tra esperienza interpersonale e processi neurobiologici ( Siegel) (2)

si riconosce la matrice dell’intersoggettività come centrale nello sviluppo infantile e, di conseguenza , il formarsi delle funzioni psichiche come strettamente dipendente dal tipo e dalla qualità dell’ incontro intersoggettivo che si realizza nei primi anni di vita.

Nel suo testo basilare “ Il rapporto mente- cervello” R.Pally (3)scrive :

“l’utilità delle neuroscienze sta in alcuni principi essenziali che pongono quesiti rilevanti per gli psicoterapeuti e psiconalisti”; tra quelli enucleati dall’autrice alcuni appaiono, in questo contesto, particolarmente significativi:

“come il passato influenza il presente, perché abbiamo bisogno di sentire le nostre emozioni, in che modo la mente e il corpo sono integrati fra loro, come il comportamento non verbale influisce sia sul paziente che sul terapeuta nella relazione terapeutica”

Questioni queste che come psicoterapeuti dell’infanzia risultano molto stimolanti e in questo lavoro si propongono brevi riflessioni su quei contributi della neurobiologia che risultano particolarmente significativi nella comprensione di alcuni ambiti dello sviluppo psichico del bambino e del suo funzionamento mentale

NEUROSCIENZE E RELAZIONI PRECOCI

L’importanza delle prime relazioni del bambino e caregiver, la qualità delle modulazioni affettive, l’emergere delle forme di intersoggettività sono ampiamente riconosciute come fondanti lo sviluppo del sentimento del sé e le neuroscienze hanno offerto importanti contributi alla comprensione di queste dinamiche affettivo-relazionali ( Shore, Siegel , Balbernie et al)

Beebe e Lachmann (4) hanno dimostrato come il neonato possiede già alla nascita un alto livello di organizzazione delle esperienze emotivo e percettivo-sensoriali:

“ le interazioni sociali vengono rappresentate attraverso dimensioni che sono componenti salienti della percezione infantile quali tempo spazio emozioni e vicinanza e già il neonato è in grado di organizzare rappresentazioni presimboliche dei modelli di interazione”

La ricchezza e dinamicità di questi processi interattivo-relazionali è descritta da autori diversi : Stern ha parlato di “affetti vitali” “danza a due” “sintonizzazione e consonanza affettiva” “condivisione di stati momento per momento”; Trevarthen ha descritto le forme di intersoggettività , Shore ha parlato in termini di “ risonanza tra menti che si esprimono “ecc.

Descrizioni queste dell’interazione bambino-caregiver che guardano alle rappresentazioni presimboliche comprendendo( nelle diverse accentuazioni) le due polarità :sia i processi di autoregolazione che quelli della regolazione interattiva.

Ed è in questo ambito che sono particolarmente stimolanti il confronto e l’integrazione tra la posizione della psicanalisi e l’infant research sulla comprensione della nascita della vita psichica e del sé , come testimoniato dagli avvincenti studi di Romana Negri e Dina Vallino sulla complessità e soggettività dell’ “essere neonato” , studi che si collocano nella linea della illustre tradizione psicoanalitica di Meltzer , Martha Harris e degli studi di G. Hautmann sulla mente primitiva , sul passaggio da asimbolico a simbolico e dal gruppale all’individuazione del Sè

La condivisione di forme di espressione preverbale di emozioni primarie permette quindi la connessione di una mente con un’altra che a sua volta influenza il modo in cui il cervello crea rappresentazioni neurali di altre menti. Le esperienze precoci determinano così circuiti neurali che vengono rafforzati , mantenuti, modificati o eliminati in base alle successive esperienze mentre nuove connessioni vengono create o potate. Appaiono quindi molto interessanti gli sviluppi di queste conoscenze in relazione alle nuove concezioni dell’inconscio che, come scrive Moccia (5) sono:

“dimensioni inconsce i cui contenuti non hanno a che fare soltanto con rappresentazioni di impulsi rimossi ma anche con percezioni plausibili e protorappresentazioni di esperienze avvenute prima dello sviluppo delle competenze simbolico-linguistiche “

In questo ambito alcuni contribuiti delle neuroscienze appaiono perciò particolarmente rilevanti per il lavoro clinico:

A) Gli studi di A. Shore su “Il cervello destro “

Secondo Shore (6) la possibilità del neonato di sintonizzarsi con la mente dell’altro , caregiver, è fondamentale per l’attivazione e maturazione dei circuiti cerebrali che mediano le capacità di autoregolazione e lo sviluppo delle funzioni mentali; nel suo modello Shore ipotizza

“la regolazione affettiva interattiva del cervello destro come il processo fondamentale sia dello sviluppo psicobiologico del Sé che del trattamento psicoterapico “ aggiungendo che“ l’empatia terapeutica va intesa come “sintonizzazione psicobiologica non verbale del cervello destro”

Come riflessione sul piano clinico,in un recente articolo G.Music (7 ), riproponendo queste posizioni, ha suggerito come le proprietà dei sistemi di processazione delle emozioni nei due emisferi, le loro interconnessioni e i diversi momenti maturativi richiedono al terapeuta una particolare concentrazione e cura di questi livelli primari di stati emotivi e mentali per facilitare la loro graduale integrazione

B ) Il fenomeno del mirroring

Nei fenomeni di “conoscenza della mente dell’altro” e nelle esperienze di empatia un ruolo fondamentale sembra poter essere attribuito al sistema del mirroring : l’attivazione dei neuroni a specchio è riconosciuta essere alla base del riconoscimento e della comprensione del significato dell’azione osservata, oltre che dei suoi aspetti percettivo- motori e l’intero sistema è ritenuto essere precursore della capacità di entrare in sintonia con l’emozione altrui .

Come scrive Rizzolati “ la comprensione degli stati emotivi altrui dipenderebbe da una meccanismo a specchio in grado di codificare l’esperienza sensoriale direttamente in termini emozionali” (8)

Pur con cautela e criticità , le implicazioni cliniche di questo meccanismo sono ipotizzabili come rilevanti per le conseguenze sui fenomeni di imitazione e di apprendimento delle prime forme di comunicazione non verbale e poi del linguaggio : queste sono condizioni cruciali nelle prime fasi evolutive dello sviluppo emozionale e la loro assenza esperenziale ( bambini deprivati ) o incapacità ( bambini autistici)costituisce un grave limite e sta impegnando gli psicoterapeuti in una appassionante revisione della teoria della tecnica ( come illustrato nei brillanti ed innovativi contributi di Anna Alvarez)

C) I sistemi di memoria e la memoria implicita

La conoscenza dei diversi sistemi di memoria sta avendo importanti implicazioni sul lavoro clinico; in particolare l’esistenza di una memoria implicita e della memoria procedurale ha stimolato molte riflessioni sulle nuove dimensioni inconsce i cui contenuti sono riferibili a protorappresentazioni percettivo-motorie avvenute precocemente , appunto prima dello sviluppo delle competenze linguistiche.

Sull’importanza della memoria implicita è illuminante un pensiero di M. Mancia che scrive : (9)

“ La sua caratteristica è essersi formata in epoca prenatale e perinatale e pertanto presimbolica e preverbale e non riconoscibile. Essa condizionerà le emozioni, gli affetti e i pensieri dell’individuo per tutta la vita”

E’ quindi durante i primi anni di vita che le esperienze somatiche , sensoriali , motorie e emotive scolpiscono le reti neurali che forniscono al bambino le fondamenta per la capacità di sentire un sé somatico

I sistemi di memoria si strutturano poi gradualmente a seconda di come maturano le strutture del SNC e sono tra loro progressivamente interconnessi e interagenti con modalità sempre più complesse : sui modelli impliciti ,fondamentali per lo sviluppo di un’esperienza precoce del sé , andrà più tardivamente ad integrarsi la comprensione del sé , connessa questa alla memoria

autobiografica e all’emergenza di competenze linguistico-cognitive.

L’integrazione tra i diversi sistemi di memoria può essere fortemente inibita o compromessa in situazioni di stress estremo con la conseguenza che, in questi casi, tracce mnesiche avranno una qualità più primitiva e somatica e saranno meno accessibili al controllo limbico e frontale

Questo aspetto ha stimolato molti autori a ripensare i gesti o gli atteggiamenti di bambini abusati,maltrattati o bambini di madri depresse che ripropongono atteggiamenti espressioni di “memorie incarnate nel corpo “, oppure che addirittura si comportano come se aspettassero dall’altro certi atteggiamenti violenti : i loro comportamenti appaiono collegati a circuiti improntati da una memoria di reazione violenta più che a quelli pronti per una autoregolazione comportamentale. Questi bambini sembrano non riuscire a formare forme stabili di rappresentazioni interne che facilitino la competenza di autoregolazione e il loro SNC avrà molte difficoltà di integrazione a livello delle funzioni corticali superiori.

Successivamente si organizza la memoria narrativa che rappresenta un livello di integrazione più evoluto sia rappresentazionale che di capacità di mentalizzazione ed espressiva e costituisce così una sorta di armonizzazione delle modalità precedenti interconnesse .

Da tutto questo deriverebbe un’importante conseguenza nell’azione terapeutica : il terapeuta potrebbe essere considerato un”oggetto evolutivo” , di cui parla Hurry (10)capace con il dialogo e un opportuno scambio di far nascere nuove aspettative interattive e così modificare esperienze passate : attraverso il processo terapeutico il sistema mnestico diventa capace di ristutturare le narrazioni che creano nuove esperienze che, a loro volta, possono avere un’influenza positiva ed integrativa sul SNC

NEUROBIOLOGIA DEL TRAUMA INFANTILE

E DELLA DEPRIVAZIONE ESPERENZIALE

Dobbiamo ai lavori di B.Perry (11)una puntuale descrizione dei processi di neurosviluppo e dei fattori che li influenzano nelle fasi precoci della vita e ai suoi ampi studi la conoscenza delle implicazioni che comportano eventi traumatici o grave mancanza di esperienze sensoriali durante i periodi sensibili.

Perry ha descritto come il cervello si organizza in maniera” dipendente dall’uso” e come eventi infantili avversi comportano importanti disfunzioni “ la quantità, il tipo , l’attività e la natura dei fattori neurochimici dipendono dalla presenza e dalla qualità dell’esperienza sensoriale e emotiva del bambino o in interazione : quando il bambino vive esperienze negative , come perdite , minacce , trascuratezza , violenze , possono verificarsi interruzioni nel neurosviluppo e di conseguenza un’organizzazione neuronale che porterà a un funzionamento compromesso per tutta la vita.”

Nel cervello in via di sviluppo esistono infatti fondamentali “finestre di opportunità” e “finestre di vulnerabilità “ che rendono il cervello del bambino sensibile e molto malleabile alle esperienze : le aree del snc si organizzano in periodi diversi durante i quali o richiedono ( periodi critici) o sono particolarmente sensibili ( periodi di sensibilità ) a determinate esperienze organizzative.

Gli studi di Perry si sono rivolti a due ambiti di rilevante interesse:

L’impatto della trascuratezza sullo sviluppo neuronale

Definendo la trascuratezza come “assenza di esperienze di organizzazione importanti duranti le fasi fondamentali dello sviluppo” Perry et al hanno dimostrato con studi clinici e rilievi delle neuroimaging come tanto più precoce e pervasiva è la trascuratezza tanto più sono devastanti i problemi di sviluppo per il bambino. A seguito di gravi forme di trascuratezza sensoriale vi erano ripercussioni sulla crescita del cervello con anomalie anatomiche ( es atrofia corticale,diminuzione di attività metabolica a livello della cortecciapreforntale infralimbica ecc) alle quali si accompagnavano successivamente disturbi del funzionamento cognitivo,emotivo e del comportamento sociale.

Tutti i dati dimostrano come quando le esperienze necessarie per la crescita emotivo-sensoriale del bambino non sono fornite nei tempi ottimali e secondo modalità adeguate , i sistemi neurali non si sviluppano in maniera corretta.

B) Gli studi sugli effetti del trauma infantile.

Le esperienze traumatiche comportano specifiche alterazioni neurobiochimiche nel cervello in sviluppo e Perry (12)ha descritto due schemi di risposta al trauma.( neurobiologia del trauma infantile)

Una prima risposta comportamentale è stata descritta come “disagio convulso o di paura- terrore “, è una risposta mediata dall’iperarousal del sistema simpatico e si esprime con un comportamento di soprassalto e allarme ; un secondo tipo di reazione al trauma ,che compare successivamente , è rappresentato dallo schema di dissociazione mediato dal parasimpatico tramite il quale il bambino si distacca dagli stimoli esterni con una sorta di comportamento di “ritiro interiore” che si esprime con un comportamento di ottundimento, evitamento, congelamento.

Tali reazione, se non opportunamente “trattate” , rimangono impresse e da reazioni acute si trasformano in stili e poi tratti comportamentali , come dimostrano gli studi longitudinali di Perry.

Nella pratica clinica ,questi comportamenti sollecitano molti interrogativi sulla natura delle difese precoci a fronte del trauma e in particolare dei meccanismi di scissione-dissociazione che vengono attivati e dei loro correlati neurobiologici:

E’ qui interessante ricordare le difese patologiche descritte dalla Fraiberg (13) pioniera nella conoscenza di situazioni di grave deprivazione e traumaticità: l’assenza del contenimento e della modulazione dell’adulto degli affetti in questi casi induce una disorganizzazione interna che provoca una dissociazione tra affetto e esperienza cosciente

Infine una breve nota sul tema : “cervello e adolescenza”

Accanto alle prime fasi dello sviluppo un altro momento della vita è considerato cruciale per lo sviluppo cerebrale ed è il il momento dell’adolescenza .

Nel cervello adolescente succedono molte cose in tempi relativamente brevi con anche una disarmonia tra cambiamenti emozionali, motivazionali agganciati all’evento puberale e correlati allo sviluppo delle strutture limbiche che sembrano avviarsi più precocemente, dall’altra la maturazione della neurocognizione e delle capacità autoregolative seguono percorsi più dilatati

Come scrive Monniello(14)” si può pensare all’adolescenza come a un processo di neurosoggettivazione che vede l’adolescente impegnato in un lavoro di consilience ,ossia nel tentativo di mettere insieme in modo armonico e integrato le molteplici esperienze sperimentate all’interno del proprio processo di soggettivazi ne biologico e psichico”

In questo senso il lavoro terapeutico può rappresentare un nuovo modello interattivo che interiorizzato modifica le preesistenti reti neurali associative rafforzandone altre “sintonicamente al nuovo rapporto oggettuale “

RIFLESSIONI PER IL LAVORO CLINICO

Davanti a tutte queste informazioni e alla ricchezza di questi contributi , la riflessione sul dialogo neuroscienze e psicoterapia sollecita molti dubbi e suggestioni ed è possibile delineare in questa dialettica fattori di rischio e fattori di crescita per l’agire terapeutico.

A partire da queste conoscenze si propongono infatti vari quesiti: questo “sapere” delle neuroscienze è irrilevante nella comprensione del funzionamento mentale del bambino o addirittura può essere confondente l’assetto mentale del terapeuta? È possibile formulare una funzione del terapeuta come “ oggetto evolutivo” che negli scambi intersoggettivi modifichi ad es l’interazione tra livello di conoscenza implicita / procedurale e conoscenza dichiarativa producendo una loro miglior integrazione e “aprendo altri circuiti”?

Indubbiamente fattore di rischio principale appare la possibile, facile deriva riduzionistica, la confusione di approcci epistemologici , la ricerca di conferma o validazione di metodi, l’ appiattimento in una semplicistica corrispondenza tra funzionamento mentale e strutture neurali corrispondenti ecc.

Ma esistono anche fattori di crescita nella dialettica tra questi due ambiti ; principalmente il fatto che gli incontri interdisciplinari arricchiscono i reciproci saperi e rendono più fertili e vivaci le nostre menti al lavoro ; nel caso della psicoterapia infantile l’incontro con le neuroscienze permette di acquisire suggestive informazioni sul modo in cui nei diversi momenti evolutivi si stabilisce, si arricchisce e si perfeziona il senso di sé come soggettività , l’integrazione tra le diverse parti del sé del bambino e i diversi livelli di coscienza

Ed è in quest’ottica che si possono delineare spunti di riflessione su temi di particolare interesse e attualità nel lavoro clinico :

A)Tempestività dell’esperienza terapeutica correttiva: può essere “troppo tardi”

Si è sempre ritenuto che la precocità dell’intervento terapeutico fosse fondamentale , ma ora sappiamo con più certezza che specie in casi di bambini maltrattati o gravemente deprivati può essere troppo tardi
Riprendendo Pally “In termini di sviluppo cerebrale è questione di use it or lose it….come risultato dello sviluppo dipendente dall’esperienza .. occorre tenere presente le” finestre temporali “nelle quali “ imparare” certe sensazioni o esperienze :. prima è troppo presto, dopo è troppo tardi”

E certamente la consapevolezza di questi aspetti fa acquistare nuova pregnanza e responsabilità nell’agire e nella tempistica dell’intervento terapeutico

B ) Possibilità trasformativa delle strutture adattive patogene e delle esperienze passate

“Il processo terapeutico– nella dinamica t/ct è il luogo per il dispiegarsi degli schemi relazionali codificati a diversi livelli mentali “, scrive Moccia

Sappiamo che nel lavoro terapeutico sono sempre più importanti gli scambi intersoggettivi con il bambino, prevalentemente non verbali e soprattutto con i bambini piccoli o gravi ,in modo da aiutarlo a costruire insieme procedure alternative che depotenzino gli assetti patologici più radicati.

Da molto tempo si assiste ad un vivace dibattito sull’importanza dei fattori interpretativi che comportano un “essere in azione” del terapeuta , un “ mettersi in gioco” attivo e partecipe ; si tratta di dare ampia significatività e valore alle “azioni intersoggettive “, come recitare nel gioco, assumere i vari personaggi , giocare quel ruolo che il bambino chiede di giocare ecc. , in attesa di restituire al bambino una verbalizzazione congrua e adatta alle sue capacità di comprensione e tollerabilità

In un recente lavoro su questi temi Borgogno (15) scrive “interpretare non significherebbe più in quest’ottica esclusivamente mettere in parole ma – affinché siano trovate parole efficaci e trasformative – principalmente stare al gioco e nel gioco e cioè interpretare nel senso di essere disponibili a giocare e recitare temporaneamente le parti che il paziente ci chiede di recitare.

In pratica nella psicoterapia infantile si è andando sempre più affermando l’ attenzione a un modello di funzionamento intrapsichico che sottolinea le vicissitudini del sè in relazione all’ambiente affettivo di base e, in relazione a questo, da molti autori viene sottolineata l’importanza di queste azioni intersoggettive per il conseguimento di processi terapeutici essenziali quali : facilitare l’integrazione delle diverse parti di sé ( specie parti dissociate, sconosciute, discontinuamente coscienti) e promuovere processi per cui contenuti asimbiolici , presimbolici possono essere trasformati in pensieri comunicabili, comprensibili e pensabili assieme

In conclusione, la domanda iniziale può così essere riformulata: è possibile che, nello scenario multidisciplinare delle scienze dello sviluppo, il dialogo neuroscienze- psicoterapia possa nel tempo, favorire la miglior comprensione dei funzionamenti mentali nel bambino e quindi arricchire , oltre ai propri ambiti di ricerca, la teoria dell’azione terapeutica?

A sostegno di questa sfida che richiede agli psicoterapeuti una slancio di creatività per un percorso di integrazione multidisciplinare è particolarmente stimolante riproporre il pensiero di due autori :

Winnicott che , postulando un’iniziale integrazione somatomentale del neonato , scriveva

“ in tale involucro si insedierà la psiche con un processo che si basa sull’armonia dell’interazione individuo ambiente e da cui può nascere quel sentimento di unicità verso la differenziazione e l’individuazione “ , e infine un pensiero di G.Hautmann (16)che parla di “ andare oltre la frontiera dell’inafferrabile…” “ la frontiera cioé oltre la quale la freccia che segna il verso della direzione dal biologico allo psichico o dallo psichico al biologico, perde di senso..” invitando così ogni psicoterapeuta ad un lavoro di creativa e armonica integrazione tra arte, clinica e biologia.

BIBILIOGRAFIA

Winnicott D. (1957) On the contribution of direct child observation to psychoanalysis.

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2) Siegel D. (2001) La mente relazionale. Neurobiologia dell’esperienza interpersonale.

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Beebe B. e Lachmann F. ( 2003 ) Infant research e trattamento degli adulti

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Moccia G. (2009) Percorsi di ricerca su psicoanalisi e neuroscienze. In : Richard e Piggle , 17,1,2009

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Music G. (2009 ) Neuroscience and child psychotherapy .In: The handbook of Child and

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8 ) Rizzolati G. , Sinigaglia C.( 2006) So quel che fai . Milano, Raffaello Cortina ed.

9 ) Mancia M. (2006) Psicoanalisi e neuroscienze .Milano, Springer ed.

Hurry A. (1998) Psychoanalysis and developmental theories , London , Karnac Book

Perry B. (2008) Esperienza infantile ed espressione del potenziale genetico. Cosa ci dice la trascuratezza del bambino sulla controversia natura-ambiente . In: Trauma e relazioni.
Le prospettive scientifiche cliniche contemporanee. Milano, Raffaello Cortina ed.

Perry B. (1995) Childhood trauma, the neurobiology of adaptation and “use-dependent”development of the brain: how states become traits. In: Infant Mental Health

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Fraiberg S. (1999) Il sostegno allo sviluppo : Milano, Raffaello Cortina ed.

Monniello G. Quadrana L.(2008) Trasformazioni della mente. Adolescente e neuroscienze. In: Adolescenza e psicoanalisi , Roma, anno III,n°2 ,181-194

Borgogno F., Vigna Taglianti M. ( 2007) L’analista “in gioco” : un’introduzione.

In: L’analista in gioco. Quaderni di psicoterapia infantile ,N°54, Borla ed.

16) Hautmann G. (1999) La psicoanalisi tra arte e biologia. Borla ed.

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