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Bartolomei G & Filippini S. (2000). Sindromi psicosociali. La psicoanalisi e le patologie sociali

Versione italiana della recensione pubblicata sull’ International Journal of Psycho-Analysis, 2000, vol 81, part 3, pp.616-618 di: Giuseppe Di Chiara SINDROMI PSICOSOCIALI. LA PSICOANALISI E LE PATOLOGIE SOCIALI

Milano: Raffaello Cortina. 1999. Pp109

Già da tempo Giuseppe Di Chiara coltiva un interesse particolare per l’esplorazione psicoanalitica dei fenomeni sociali. Nell’ambito di questo interesse si collocano i suoi precedenti scritti su natura e cultura, sulla distruttività come sindrome psicosociale, sulla tolleranza in rapporto ai processi di integrazione e disintegrazione, su psicoanalisi e politica, sui gruppi, etc.

Oggi, con questo agile e sintetico volume, egli affronta il tema delle sindromi psicosociali nel contesto di un impiego della psicoanalisi come strumento per comprendere alcuni meccanismi essenziali che stanno alla base delle patologie sociali.

Le “sindromi psicosociali” sono situazioni sociali capaci di assolvere a funzioni difensive patologiche. Si tratta di comportamenti collettivi, generatori di disagi immediati o futuri, che possono essere ragionevolmente previsti. La prevedibilità dei loro effetti negativi non impedisce, tuttavia, che tali comportamenti continuino ad essere messi in atto. Eppure le loro motivazioni potrebbero, in linea di principio, essere rese meno potenti. Questi comportamenti esprimono importanti angosce, di origine inconscia, condivise dalla collettività (cfr. pp. 3-4).

Nei dodici capitoletti in cui si articola il volume l’Autore identifica e definisce brevemente alcune delle più importanti sindromi psicosociali. Basti ricordare qui, a titolo di esempio, il narcisismo, inteso nel senso che gli dà Lasch nel suo noto volume The Culture of Narcissism, citato da Di Chiara, e cioè come una difesa del gruppo sociale “nella direzione dell’egoismo, del soddisfacimento edonistico e della competitività” (pag.12). Ma si possono ricordare anche talune modalità specifiche di vivere la propria appartenenza di classe, oppure l’esercizio del potere fine a sè stesso, cioè distinto dalla funzione del ègovernarè e ad essa contrapposto. “Il governo si esercita nell’ambito del gruppo di lavoro – dice Di Chiara – il potere in quello del gruppo in “assunto di base” (pag. 55). Come conseguenza, i meccanismi di legittimazione del capo sono molto diversi nei due casi. Il capo carismatico, nei regimi totalitari, infatti, è considerato come “l’unto del Signore”. “Hitler non venne considerato il capo in base alla nomina a cancelliere del Reich, ma per le sue personali qualità ritenute eccezionali. Il Papa o il Re, diversamente, debbono la loro legittimità alla carica che ricoprono” (pag. 54).

Un’altra situazione che l’Autore prende in esame riguarda l’instaurarsi, nei gruppi sociali, di culture maniacali e paranoidi (cap.5). Queste “hanno in comune fenomeni come la negazione e la falsificazione della realtà, l’esaltazione dell’aggressività, lo svuotamento delle capacità costruttive; ma inconfondibile è il tratto maniacale, che nel sociale assume l’aspetto esaltato dei fenomeni di massa” (pag. 38). A proposito di tali fenomeni, Di Chiara mostra in modo convincente come la cultura maniacale possa determinare una colliquazione dell’identità individuale dei singoli, e, al tempo stesso, uno snaturamento delle funzioni dei gruppi sociali, provocandone la trasformazione in masse. Queste ultime si oppongono ai gruppi e ne determinano la totale distruzione, mentre rendono possibile, al tempo stesso, l’instaurarsi di una tirannia (descritta anche quest’ultima nei termini di una sindrome psicosociale).

Nello sviluppare le sue analisi e le sue argomentazioni l’Autore fa costante riferimento agli autori classici che si sono occupati di questi temi (con particolare attenzione all’indirizzo kleiniano) e a significativi contributi della letteratura più recente. Egli riprende, quindi, il filo di una tradizione che negli ultimi decenni si era andata un pò illanguidendo nel panorama internazionale delle ricerche psicoanalitiche. In Italia, invece, questo tipo di interesse non è mai venuto meno; e ciò è dovuto, almeno in parte, secondo noi, alla fortissima politicizzazione della Società italiana tra gli anni è50 e la fine degli anni ’80 (ed anche al prevalente orientamento politico degli psicoanalisti italiani).

Proprio il costante richiamo alla letteratura classica e più recente fa sì che questo volume costituisca anche un’utile guida bibliografica per chi volesse ripercorrere i punti nodali della storia di questo filone della ricerca psicoanalitica.
Freud, si capisce, è il punto di partenza obbligato, ma l’Autore non nasconde la propria distanza critica dal cosiddetto “pessimismo freudiano” (o almeno dalla sua vulgata), soprattutto quando insiste nel mettere in rilievo la presenza nella mente umana di spinte e orientamenti verso la socialità gruppale e dunque di atteggiamenti e comportamenti che svolgono una funzione integrativa.

L’abbandono del modello pulsionale (o, per dir meglio, il suo articolarsi con una teoria delle relazioni oggettuali) permette a Di Chiara di valorizzare al massimo le competenze sociali integrative del cucciolo di uomo. è chiaro, però, nello stesso tempo (anche se sottinteso) che l’Autore si allontana anche dal pensiero originario della Klein, soprattutto quando insiste non solo su tendenze innate a prendersi cura dell’altro e a sviluppare un senso di èresponsabilità socialè riguardo al proprio agire, ma anche sul ruolo della cultura, e dunque delle relazioni sociali strutturate, come fattore che interviene a plasmare i patterns comportamentali.

Parlando di “Aggressività, distruttività, guerra” (è il titolo del capitolo 8_), Di Chiara invece non sembra discostarsi dal pensiero kleiniano. Per esempio, accoglie il concetto di distruttività come istanza primaria, espressione dell’istinto di morte. Peraltro i concetti di distruttività e di aggressività primarie sono stati criticati, in seno al pensiero psicoanalitico, sia con riferimento alle teorie oggettuali (per le quali, appunto, una delle motivazioni del comportamento umano consiste nella ricerca dell’oggetto, e di conseguenza la frustrazione di questo bisogno provoca l’insorgere di aggressività), sia facendo ricorso alle più recenti ricerche ed osservazioni sul bambino – e, in questo campo, un filone che va ricordato è quello delle ricerche sull’attaccamento.

Tuttavia, come si diceva, Di Chiara propone, del pensiero kleiniano, sviluppi tutt’altro che scontati quando attribuisce rilievo e valore motivazionale agli aspetti culturali rispetto a quelli innati: “Il profilo che l’etologia umana finisce per tracciare per ciò che riguarda l’animale uomo è quello di una vasta disponibilità di base a comportamenti diversi e variabili, fortemente indirizzata da una condizione nuova e particolarmente presente nella specie: la competenza culturale. In tale senso più delle disposizioni ereditarie e innate contano gli orientamenti culturali” (p.61). E ancora: “La dotazione instintuale dell’uomo, diversamente che in altri animali, è debole, disponibile per questo a essere utilizzata dalle spinte culturali” (p.62). Infine: “La psicoanalisi ci mostra in maniera sempre meglio documentata che la condizione mentale di base dell’uomo è ricca più che di istinto in senso etologico, di plasticità. Questa plasticità è il punto di forza e di debolezza insieme, perchè può curvare l’evoluzione in direzioni diverse” (p.65).

Certamente l’orientamento del pensiero di Di Chiara è molto lontano dalla tendenza, oggi abbastanza diffusa, a ridurre la psicoanalisi a una tecnica terapeutica e la teoria psicoanalitica a una elaborazione concettuale neutrale sotto il profilo etico-politico. Il discorso di Di Chiara, al contrario, si colloca dentro una concezione della psicoanalisi come pensiero critico, obbligato intrinsecamente a prendere posizione riguardo ai grandi fenomeni sociali e alla patologia delle culture (un filone inaugurato dal giovane Freud, definito spesso èilluministà, ma al quale il vecchio Freud dell’Avvenire di un’illusione e del Disagio della civiltà ha continuato a dare contributi fondamentali, sebbene, come si è accennato, in una prospettiva sempre più pessimistica).

Per Di Chiara, dunque, la psicoanalisi come tale ha molto da dire sugli assetti sociali, sulle loro storture, sull’uso perverso che tali assetti distorti fanno delle risorse materiali e immateriali: “Immaginate le reazioni del paziente vittima degli squilibri ecosistemici contemporanei, le reazioni, la sorpresa e, ci si augura, prima o poi la soddisfazione di sapere che l’analisi e l’analista si aspettano da lui molte cose in evidente controtendenza rispetto alle esigenze del mondo consumistico, sovraffollato, massificato nel quale egli vive” (p.90).

Di Chiara propone, in positivo, di ancorare una “Cultura della cura e della responsabilità” (come è intitolato il capitolo 6_) a quelle che sono spinte effettivamente presenti nella mente umana. Non si tratta, quindi, di un’esortazione di carattere etico o di una proposta scaturente da una tensione utopica, bensì della presa d’atto che il comportamento umano è biologicamente e culturalmente predisposto a perseguire finalità integrative e quindi a realizzare fattualmente un’etica sociale. Caso mai, aggiungiamo noi, sarà compito della psicoanalisi indagare sul perchè e sul come in taluni individui, che all’occorrenza possono essere addirittura moltitudini, tali disposizioni non si sviluppino a sufficienza o non diano i frutti attesi, ma vengano soppiantate da organizzazioni perverse, che favoriscono il nascere e il perdurare delle sindromi psicosociali.

Copyright Institute of Psychoanalysis

Antonino Ferro
Cultura della reverie e cultura dell’evacuazione

Testo della relazione tenuta Sabato 24 Febbraio 2001 presso la Clinica di Neuropsichiatria Infantile di Firenze, che pubblichiamo per gentile concessione dell’Autore.

Lorenzo è un bambino che mangia, a 8 anni compiuti, solamente cibi liquidi o frullati. Non mangia nulla di solido. è estremamente inibito a scuola, non ha amici. Ha un’altra peculiare caratteristica, alla mamma chiede continuamente “perchè” su ogni cosa. La madre di Lorenzo ha avuto due lutti in rapida successione: quando il bimbo aveva 2 anni, le è morto il padre, quando Lorenzo aveva 1 anno, le è morto il marito. Da allora vive in una situazione depressiva intensa, pur avendo con fatica continuato il proprio lavoro di impiegata per necessità economiche. Alla prima seduta Lorenzo fa un disegno che rappresenta, a suo dire, una casa isolata, tristissima, buia e desolata “forse – aggiunge – senza porte”. Rimane poi seduto, immobile, dà l’impressione di avere un freno a mano tirato, tanto è bloccato. Quando vede la scatola dei giochi sembra però animarsi, chiede se può davvero usare i personaggi e improvvisamente si scatena in un gioco in cui essi si picchiano l’un l’altro con grandissima violenza, il più terribile è un personaggio che chiama “il cane sbrana tutto”.

Dopo l’intervento “ma questo cane deve avere una terribile fame” prende due personaggi e fa loro e fa loro mimare un misto di lotta e di accoppiamento, dicendo che la donna “non deve togliere il reggiseno”. Fa poi un seguente disegno in cui compare un dinosauro, un uccello preistorico, un razzo e sotto un om”no con una barchetta. Da subito, credo sia chiaro il dramma di Lorenzo: una mamma depressa, è come una casa triste e buia, nella quale non c’è forse neppure la possibilità di entrare, di trovare la porta. Naturalmente, possiamo pensare da vari punti di vista al personaggi che si picchiano, ma tra tutti sceglierei la rappresentazione dello scontro tra i bisogni protoemozionali del bambino, (in altri termini le identificazioni proiettive di questi) che cozzano. Contro una mente chiusa, in cui la disponibilità è solo apparente, tale è la depressione, è come se le porte fossero dei trompe l’oeil disegnati.

Cioè, se le “identificazioni proiettive” non trovano uno spazio di accoglienza e trasformazione e cozzano contro una Reverie negativa, tornano indietro ingigantite: rimangono allo stato di emozioni dinosauro,razzo. Basta trovare una mente che capisca e accolga, anche a un livello minimale, che la fame di rapporto venga mimata da quella lotta-accoppiamento, rapporto che deve esser “protetto” perchè l’altro potrebbe altrimenti esser sbranato. Nel disegno compare anche rappresentato l’avvio di una funzione di contenimento trasformazione nell’omino che guida la barca. Trovare una mente aperta dà l’avvio alla possibilità di narrare la propria storia traumatica, e può trovare posto “il cane sbrana tutto” rispetto al quale, l’anoressia e l’inibizione erano difese inevitabili, non essendoci un’altra gestione possibile di tale mostro. I continui “perchè” erano naturalmente un tentativo di aprire, di render accessibile la mente della madre. La storia proseguirà attraverso combattimenti di tribù di indiani con squartamenti, ferocie di ogni genere sino all’arrivo di un “ambasciatore” che comincerà a dare le regole del gioco, che diventerà via, via un campo di un violento campionato di rugby.

Vorrei adesso sviluppare qualche riflessione:

La mente umana ha bisogno della relazione con l’Altro per svilupparsi.
Bion descrive in maniera mirabile quell’accendersi iniziale della mente umana, vero big-bang del pensiero nell’incontro tra la proiezione di angosce primitive (elementi B) e una mente capace di accoglierle e trasformarle (reverie) e che “trasmette”, oltre al “prodotto lavorato” (le angosce bonificate: gli elementi B trasformati in elementi alfa) anche e, direi soprattutto, “il metodo per compiere tali trasformazioni” (la funzione alfa). In questa concettualizzazione, lo stesso Inconscio è qualche cosa che fa seguito alla relazione -con l’Altro-disponibile. Una bambina in analisi mi ha fatto una volta un disegno che, prescindendo dal significato relazionale in quel momento, ho pensato come una straordinaria rappresentazione dei modello della formazione dell’Inconscio come oggi l’intendo. Vi è il cielo raffigurato da un insieme di fili contorti, aggrovigliati, che formano mulinelli policromi, il mare risulta costituito da linee colorate, che sembrano tessute con ordine e formano una specie di trama. Il tutto con una forte idea di movimento data da una barca posta al centro del disegno con tre persone sopra e che sembra, nel far da spola da un margine all’altro del foglio, tessere le turbolenze della parte superiore nei fili della parte inferiore… e più la barca fa la spola, più sembra espandersi il sotto, ma sempre di più c’è da tessere il sopra… e in altre parole, ciò che conta, sembra essere la capacità di tessitura degli occupanti il barchino… senza punto di arrivo… se non l’espansione del tessibile, del tessuto e della capacità di tessere, o, fuor di metafore, un’espansione del pensabile, del pensato e delle capacità di pensare proprio nella direzione della celebre affermazione di Bion secondo cui la psicoanalisi è quella sonda che espande il campo che indaga e, di conseguenza, più penetriamo nell’Inconscio, più aumenta il lavoro che ci aspetta: mi sembra di vedere rappresentato come la funzione che introiettata (frutto di relazione) consenta una continua trasformazione delle turbolenze protoemotive in pensiero e emozioni pensabili.

Il punto su cui vorrei riflettere, sono le qualità che la mente dell’Altro deve avere: capacità di accogliere, di lasciar soggiornare, di metabolizzare, di restituire il prodotto dell’elaborazione, e soprattutto di “passare il metodo”. Ciò avviene attraverso la insaturità della restituzione e il consentire di andare a bottega nella mente dell’Altro. La prima operazione è quella di formare un pittogramma visivo, opera assolutamente creativa, originale e artistica (l’elemento alfa) la seconda, il mettere in narrazione la sequenza di elementi alfa. Funzioni successive saranno la introiezione della tollerabilità della frustrazione, della capacità di lutto, del tempo, del limite. Tutto ciò passa attraverso il “mentale” che si attiva nella relazione con la madre e con il padre- la Reverie credo infatti che possa essere in eguale misura materna e patema. Il grosso problema “culturale” credo sia quale rispetto, quale spazio, quale tempo viene oggi riconosciuto a queste operazioni che hanno a che fare con lo sviluppo del mentale a partire dal “mentale disponibile dell’altro”. Rispetto alle altre specie che hanno una serie di comportamenti istintuali, in massima parte programmati, noi come specie abbiamo un dramma, quello di avere una mente, una mente che si sviluppa attraverso un lungo allevamento.
Se “il processo di sviluppo della mente fallisce”, allora abbiamo una serie di patologie che vanno dalle allucinazioni, alle malattie psicosomatiche, ai comportamenti caratteropatici e criminali, tutte vie di evacuazione e di scarico di angosce primitive non elaborate. Il mio punto di vista è dunque quello di considerare che non è la “mente” che governa gli istinti e che la specificità dell’uomo sia quindi di una razionalità che può governare il mondo delle pulsioni: ma esattamente il contrario il problema per l’uomo è avere la mente con le sue peculiarità. L’esistenza di una mente che non ha potuto svilupparsi che crea le condotte antisociali, violente… la violenza non è nell’istinto.. è una mente sofferente che disturba il comportamento armonicamente funzionante della bestia-uomo: l’uomo se non avesse la mente sarebbe un primate funzionante.

Il problema dell’uomo è la mente e la sua rudimentalità, e soprattutto il fatto che la mente, per svilupparsi adeguatamente, ha bisogno di anni di cura. Una mente disfunzionante porta alla violenza, alla distruttività come unico modo di evacuare elementi beta. Una mente funzionante è una mente che continuamente crea immagini (elementi alfa), dalle proto- emozioni e proto-sensazioni, che metabolizza e fa fattori di creatività di tutti gli apporti che riceve: crea pensiero onirico e da questo sogni e pensiero. Quando una mente non funziona in queste modalità assuntive-trasforrnative-creative, inverte il proprio funzionamento. Il culturale credo che abbia diversi momenti di impatto, c’è una micro-cultura relazione, micro- arnbientale, che costituisce la parte della “barchetta-funzione alfa e funzione edipica della mente” dei disegno 3 e da cui dipende lo sviluppo della capacità di pensiero di ogni “piccolo dell’uomo” nel suo ambiente. Ma c’è anche una macrocultura sociale (nella quale vivono, in una sorta di osmosi, le microculture relazionali) rispetto la quale non possiamo dirci indifferenti. è una questione centrale quanto la macrocultura sociale dia riconoscimento al mentale, all’emotivo, alla centralità della relazione per lo sviluppo della mente, quale spazio e quale tempo consenta rispetto il poter render disponibili funzioni di Reverie, di fantasia, di sogno.

Incombe sempre il rischio di una de-affettivizzazione, spesso in nome di una supposta scientificità oggettiva. E questo, se è macroscopico nel sociale, lo vedo anche come serio rischio per la psicoanalisi che dovrebbe invece valorizzare le “specificità” dell’animale uomo. Già in Bion, in Apprendere dall’esperienza, vi è una sottolineatura (cap. XVI) che le tecniche usate da chi ha una visione scientifica hanno dato i loro risultati migliori quando si aveva a che fare con oggetti inanimati, naturalmente i tre legami di base che pongono in relazione X che vuoi conoscere e Y che vuol esser conosciuto XLY, XHY, XKY, “cessano di esistere man mano che si introducono apparecchiatura inanimate intese a sostituire l’elemento animato”. Ma c’è ancora un punto centrale descritto da Bion (1965) che le emozioni di cui è permeata la mente dell’Altro sono fondamentali nel determinare lo sviluppo della mente e costituiscono il connettivo in cui si incastonano i contenuti mentali, e di conseguenza l’evoluzione verso K oppure -K.

Laddove una reverie parzialmente funzionante mi sembra ben pittografata dal quadro di William Blake, in cui una madre accoglie una bambina, mentre aspetti più primitivi non trovano accoglienza e vengono proiettati via (dando luogo a scissioni del tipo Dr. Jekyll e Mr. Hyde) Una reverie del tutto inadeguata sarei portato d’rappresentarla attraverso un altro dipinto di W. Blake, che rimanda ad aspetti mostruosi della mente che non trovano una reverie sufficiente, ma solo una funzione materna fragile e inadeguata. I guasti di una Reverie insufficiente potrei narrativamente proporli attraverso una lettura di quel fenomeno letterario-sociale che sono stati i tre libri di Thomas Harris, nei quali era sempre presente una violenta storia di serial killer, che in questo modo evacuavano in agiti una sofferenza incontenibile.

Nel primo libro “Il drago rosso”, la storia infantile di Francis Dolarhyde è stata tragica, abbandonato dalla madre, ha un grave difetto fisico al volto, per cui non osa specchiarsi. Un tentativo di tornare dalla madre e dalla nuova famiglia di lei fallisce miseramente, e dopo la morte della nonna inizia le sue stragi. Ciò sinchè non incontra una ragazza “cieca” che non rimane quindi inorridita dall’aspetto del suo viso, e che ha con lui una relazione affettuosa di piena accettazione. Ciò gli causa una sorta di scissione tra un aspetto, che in modo irrinunciabile vuole la vendetta “Drago Rosso” e lui stesso, che vuole salvare la ragazza e il tenero rapporto che si è messo in moto tra loro. Anche il secondo libro è centrato su un serial killer James Gumb che uccide delle donne di taglia grossa, lui stesso ha alle spalle una storia di abbandoni e traumi. Uccide perchè vuole confezionarsi un vestito di pelle umana femminile, che gli funga da “nuova pelle e identità”.

Uccide queste giovani donne per costruirsi – proprio come un sarto – questo involucro. Nei due romanzi, una figura presente è il dottor Lecter, uno psichiatra a sua volta serial killer, tenuto prigioniero in un carcere di massima sicurezza dentro una gabbia. L’agente Starline, dal secondo romanzo, è l’eroina che si lancia alla caccia dei killer aiutata dal dottor Lecter, che stabilisce con lei un rapporto quasi protettivo, come si vedrà nel terzo romanzo “Hannibal”, che è anche il nome del dottor Lecter, il quale diventa il protagonista principale del libro. In esso sono descritti i tentativi dell’agente Starling di “arrestare” Hannibal una volta che questi era fuggito dal carcere. Ma soprattutto, al di là della vicenda del genere horror-poliziesco, viene narrata la vicenda infantile dei dottor Lecter: ha perduto una sorellina molto amata in tenera età, questa sorellina è stata vittima di atti di cannibalismo, è stata mangiata da un gruppo di banditi che affamati avevano fatto irruzione nella fattoria in cui vivevano e, non essendoci nulla da mangiare avevano divorato, oltre a uno striminzito daino, proprio la bambina, ciò in assenza di genitori capaci di difendere i bambini. Sembra che il trauma subito debba essere ripetuto in modo “attivo”: divenuto adulto, il dottor Lecter a sua volta diventa cannibale; vorrebbe invertire il corso del tempo e far rivivere la sorellina, vorrebbe un tempo non lineare; l’agente Starling sembra poter essere in parte un sostituto, in parte un possibile “deposito” della ‘sorellina, se mai il tempo si invertisse e la sorellina tornasse a vivere… la scena cannibalica si ripete sino a una terribile situazione in cui un uomo ai suoi occhi colpevole – lui stesso che non aveva potuto salvare la sorellina – viene operato al cervello e partecipa, da sveglio al pasto del proprio cervello che viene tagliato a fettine, nei lobi frontali, cucinato e mangiato: come lui stesso si rode il cervello per la colpa. Mi domando se non si possa vedere cosa accade in assenza di “cibo per la mente”, in assenza di Reverie: le parti tenere, affettuose (la sorellina, la capacità di femminilità) vengono distrutte da parti violente che finiscono per cannibalizzare la mente stessa, ciò che viene poi fatto espiare agli altri e sono gli altri a diventare le vittime.

Se ci fosse stato dei cibo, della Reverie la sorellina avrebbe potuto vivere, gli affetti e le emozioni, avere il loro posto e il dottor Lecter non essere vittima e carnefice divorato dalla colpa e angelo vendicatore al tempo stesso. I criminali della parte iniziale della storia, li possiamo pensare come gli elementi beta che non trovando Reverie e trasformazione (da parte di una funzione alfa) cannibalizzano la mente. Così possiamo pensare al serial-killer del primo libro come alla necessità di evacuare le emozioni connesse al trauma in agiti a contenuti violenti in cerca di contenitore che risulta essere inadeguato, i cattivi oggetti persecutori gli impongono la vendetta, sinchè non trova la tenera ragazza, lì c’è la scissione tra parte psicotica e parte “capace di relazione”: Ciò che non è accolto e trasformato, genera follia e persecuzione, così come nel secondo libro c’è il tentativo di trovare e una pelle psichica, un contenitore capace di “prender dentro” (un femminile capace di dar posto a maschile e da ultimo viene fuori il personaggio più inquietante, vero “regista” di tutte queste storie, lo psichiatra pazzo, vero super io arcaico, che tutto divora con i sensi di colpa intollerabili sino a spingere aviazione disperata, lesiva, autolesiva. La sequenza dei tre libri mi sembra un mirabile mito moderno sull’assenza delle cure primarie e delle sue conseguenze: il killer, il tentativo di autocura (la pelle), la colpa persecutoria.

Naturalmente, non siamo dei sociologi e l’ottica che ci interessa è riflettere su quel fenomeni di mini-killeraggio rappresentati dall’inversione del flusso normale dell’identificazione proiettiva (da bambino ad adulto, da paziente ad analista)e dalle Reverie negative, che sono proprio una uccisione delle possibilità di sviluppo della mente e della specie e che possono esser fatte anche da genitori non colpevoli, ma sofferenti o da analisti a loro volta non colpevoli ma “fanatici”.

BIBLIOGRAFIA
Bion W. (1 962), Apprendere dalla esperienza, Armando, Roma.
Bion W. (1965), Trasformazioni, Armando, Roma.
Ferro A. (1 992), La tecnica nella Psicoanalisi Infantile, Cortina, Milano.
Ferro A. (1996), Nella Stanza d’analisi, Cortina, Milano.
Ferro A. (1999), La Psicoawlisi come letteratura e terapia Cortina Milano.
Ferro A. (2000), Prima Altrove Chi, Borla, Roma.
Harris T. (1994), Drago Rosso, Arnoldo Mondadori, Milano.
Harris T. (1995), Il silenzio degli Innocenti, Arnoldo Mondadori, Milano.
Harris T, (1999), Hannibal, Arnoldo Mondadori, Milano.

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