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Recensione di Stefania Nicasi a “Non è più come prima”

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di Massimo Recalcati

Raffaello Cortina, 2014

Secondo una ricerca della Casa delle donne di Bologna, resa nota nel 2013, negli ultimi nove anni ci sono stati in media in Italia 116 femminicidi l’anno. La maggior parte in seguito a delusioni amorose. L’articolo 587 del codice penale che riduceva la pena a chi uccidesse per motivi di onore il coniuge, la figlia o la sorella, è stato abrogato soltanto nel 1981. Un libro che parlasse del perdono era necessario.

In Italia, secondo l’Istat, i matrimoni reggono in media sedici anni: un libro che parlasse dell’amore durevole era necessario.

Prima di entrare nel vivo della discussione, vorrei fare una premessa che riguarda l’autore, la sua straordinaria capacità di intercettare temi cruciali nella società contemporanea. L’uomo senza inconscio, le figure del vuoto, l’evaporazione del padre, l’eclissi del desiderio, il trionfo di Narciso, l’attesa di Telemaco, la scomparsa dei Maestri. Temi che porta alla luce e affronta da un punto di vista psicoanalitico con il suo personalissimo stile al tempo stesso colto e piano, poetico e scientifico. Libri che rendono un servizio alla psicoanalisi e ai lettori nella misura in cui riaprono il canale della comunicazione troppo spesso ostruito dall’atteggiamento elitario e dal linguaggio iper – specialistico in uso fra gli psicoanalisti. Recalcati parla alla gente con parole vive e cerca di vivere secondo le parole: per questo i suoi libri ci fanno bene.

In particolare ci fa bene questo libro sulla fedeltà e sul perdono. Abbiamo bisogno che qualcuno ricordi il lavoro del perdono in un momento nel quale i delitti per cause amorose, quasi sempre perpetrati su donne e bambini, paiono all’ordine del giorno. Abbiamo bisogno di sentirci dire che la fedeltà è un valore non solo perseguibile ma anche praticabile. Che l’amore può durare. La cantautrice umbra Claudia Fofi ha scritto che restare insieme nonostante le molte difficoltà è oggi un gesto poetico e insieme rivoluzionario: “Ha i sbagliato a sposare una poetessa / una poetessa non smetterà mai di amarti”.

La sfida del libro mi sembra proprio questa: tenere insieme fedeltà e perdono. La fedeltà è auspicabile ma non è obbligatoria. Chi è stato infedele può essere perdonato, se lo chiede e anche se non lo chiede, oppure può essere lasciato: ma ha diritto di vivere e di provare a essere felice.

E’ proprio vero, si domanda Recalcati, che l’amore è destinato a finire? Il rapido deterioramento dei legami sentimentali gli appare come la cifra del nostro tempo, dominato dal consumismo e dalla logica del capitalista. Del resto, osserva, sulla stoffa e sulla tenuta dell’amore si era già espresso in modo disincantato Sigmund Freud, aprendo la via, nella psicoanalisi e nella cultura del suo e nostro tempo, a quella visione “cinica” e “scientista” dalla quale saremmo dominati. A questa visione, per la quale l’amore è un prodotto con la scadenza, Recalcati ne contrappone un’altra, mutuata dal pensiero di Lacan ma ulteriormente lavorata e raffinata attraverso l’ampia serie di letture, per lo più di autori francesi, e attraverso l’esperienza professionale e umana.

Nella mia breve presentazione cercherò di fare due cose. La prima è riassumere la visione di Recalcati per introdurvi al suo discorso. La seconda è dare uno sguardo a Freud e a uno sviluppo della psicoanalisi per mostrare come la visione psicoanalitica dell’amore sia più articolata, problematica e per certi versi consonante con la sua di quanto Recalcati sembri disposto a riconoscere.

La visione di Recalcati dell’amore

Questa visione fa leva su tre punti.

  1. Sul riconoscimento che a donare senso all’esistenza è l’incontro con l’Altro. A questo proposito si cita Sartre: “Mentre prima di essere amati, eravamo inquieti per questa protuberanza ingiustificata… che era la nostra esistenza… ora sentiamo che questa esistenza è ripresa e voluta nei suoi minimi particolari…E’ questo il fondo della gioia d’amore…: sentirci giustificati d’esistere” (47).
  2. Sul riconoscimento che, come insegnava Lacan, “il rapporto sessuale non esiste”. Sul riconoscimento che ciascuno dei due è solo, che l’Altro è inconoscibile, che non si può possedere ma solo amare, che Due non fanno mai Uno (44): “Il dono più prezioso che ho avuto dal matrimonio è stato questo continuo impatto con qualcosa di molto vicino e intimo e tuttavia sempre e inconfondibilmente altro, resistente – in una parola, reale” recita a citazione di C. S. Lewis che fa da exergo al libro.
  3. Sul riconoscimento della libertà dell’Altro. L’amore necessita che l’Altro sia libero (63). Se l’Altro ci amasse per costrizione, il suo amore perderebbe valore ai nostri occhi.

Detti i tre punti, si capisce subito come in questa visione il rischio sia l’elemento centrale. Amare significa correre il rischio di esporsi all’Altro, a un Altro dal cui amore dipende il senso della propria esistenza e che in ogni momento è libero di ritirare il proprio desiderio e di andarsene.

Se amare è esporsi a un rischio estremo, la fedeltà connaturata all’amore è la protezione sulla quale possiamo contare. L’amore, infatti, è amore dello Stesso. Non è ricerca affannosa di nuovi oggetti ma scoperta quotidiana del Nuovo nello Stesso. Poiché l’Altro è al fondo inconoscibile, “resistente” come diceva Lewis, ci riserva sempre delle sorprese, lo Stesso è sempre Nuovo.

Proprio perché l’amore è rischio, l’infedeltà appare spesso come una difesa da questo rischio: non abbandonarsi nudi e inermi a un unico Altro, ma saltare di fiore in fiore senza impegnarsi e senza consegnarsi mai. Optare, come con i risparmi, per investimenti diversificati.

Dico subito che questa rappresentazione dell’amore e della fedeltà mi trova assolutamente d’accordo. Resta tuttavia problematica in quanto, potremmo dire, vola alto e in quanto si offre come conclusiva, come suggello, quasi come verità ultima. Freud era convinto che la scienza non debba mai né “spaventare” né “consolare” (Freud, 1912-17, 432). Come psicoanalista mi ritrovo molto spesso alle prese con le vicende amorose dei pazienti: sono vicende sofferte, complicate, embricate nella patologia del paziente ma anche no, anche dipendenti dalla patologia o psicologia del suo partner, dal funzionamento della coppia, dai modelli familiari e culturali che fanno parte della sua storia e del suo tempo (perché non c’è un unico tempo uguale per tutti). Penso allora di lavorare meglio andando per approssimazioni, tagliando il vestito sulla misura del paziente: penso che questa visione alta, che pure, ripeto, condivido, la devo tenere molto sullo sfondo perché altrimenti corro il rischio di calarla sulla testa del paziente.

Credo che sull’amore, come su altre faccende umane, non si possa trovare “La” verità: penso che si possano proporre delle ipotesi. E d’ipotesi sull’amore la psicoanalisi, da Freud in poi, ne ha fatte molte. Proverò a richiamarne una giusto per darvi l’idea che nella storia della psicoanalisi non c’è solo Freud riletto da Lacan e poi Lacan e il pensiero francese e per il resto hic sunt leones, per il resto niente.

Nei prossimi minuti proverò ad affiancare alla “visione” dell’amore proposta da Recalcati una “veduta” proposta dalla psicoanalisi. Per brevità oltre che su Freud mi soffermerò soltanto su Stephen Mitchell, tralasciando un autore come Eric Fromm che avrebbe tutto il diritto di comparire insieme a molti altri che si sono occupati dell’argomento, specie negli ultimi decenni. Esiste per esempio un’ampia letteratura psicoanalitica nell’ambito degli studi sulla coppia e sull’attaccamento.

Sigmund Freud. Freud ha sviluppato il suo pensiero nel corso di una vita e ha cambiato spesso idea. Sull’amore si è interrogato a più riprese e non è affatto approdato a una visone monolitica. Per esempio è vero, come afferma Massimo, che nel saggio Introduzione al narcisismo (1914) ha descritto un tipo di scelta amorosa che ha definito “narcisistico”, fondata cioè sulla ricerca nell’altro del riflesso di se stessi: “ti amo in quanto mi rispecchi e sei come io vorrei essere”. Ma è anche vero che nello stesso testo ha descritto un’altra forma di scelta amorosa, che ha definito “per appoggio”: “ti amo perché ti prendi cura di me”. Questa forma, presente nel bambino, può evolvere in amore “oggettuale”, in amore per l’oggetto in sé, vale a dire: “ti amo per le tue caratteristiche, ti amo per te stesso, ti amo perché ci sei”. Freud aveva dell’essere umano una concezione tendenzialmente evolutiva, concezione evolutiva che Lacan invece detestava. Un freudiano dunque potrebbe obiettare a un lacaniano: la forma dell’amore qui raffigurata è data d’emblé oppure è frutto, se le cose vanno bene, di un processo? E’ qualcosa che s’impara nel corso della vita e che si raggiunge con una certa fatica, dopo numerosi vacillamenti e magari troppo tardi? C’è un lavoro dell’amore come c’è un lavoro del lutto e del perdono?

Un’altra questione che ha occupato Freud a più riprese era la tendenza a cambiare l’oggetto d’amore, la tendenza all’infedeltà che, a quanto pare, non è un esclusivo portato della contemporaneità. Si è mai sentito, scrive nel saggio sulla degradazione della vita amorosa (1912), “Che il bevitore sia costretto a cambiare continuamente la sua bevanda perché ben presto non prova più gusto per quella abituale?”. O che debba andare in un altro paese in cui il vino sia più caro o proibito? Il matrimonio fra un alcolista e la bottiglia è il più felice che ci sia (Freud, 1912-17, 430). Perché allora la pulsione amorosa è invece sempre inquieta, mai completamente soddisfatta del proprio oggetto? Perché l’amore non trova mai la sua bottiglia? La domanda, nel pensiero freudiano, rimane aperta.

Stephen Mitchell. Nel libro “L’amore può durare?” uscito nel 2002, fondato su un’estesa esperienza clinica, Mitchell, pur muovendo da un retroterra psicoanalitico molto lontano, arriva a conclusioni molto vicine a quelle di Massimo Recalcati. Mitchell sostiene che lo svanire dell’amore romantico non ha tanto a che fare con lo svanire dell’idealizzazione dell’altro nella quotidianità e nella familiarità, secondo una credenza molto diffusa nel senso comune. Ha piuttosto a che fare con il crescente pericolo al quale ci si espone nell’essere intensamente presi da un’altra persona: da questo punto di vista, è più sicuro abbandonarsi all’eccitazione nei confronti di una persona marginale, che non si rivedrà mai più, invece che nei confronti di una persona dalla quale dipendono sicurezza e stabilità: “Alimentare il desiderio di ottenere una cosa importante da una persona importante è il pericolo fondamentale della vita emotiva” (Mitchell, 80). Da questo punto di vista, il desiderio di una persona sconosciuta funziona come difesa dal desiderio di una persona conosciuta e presente che, proprio per questo, può essere perduta. L’infedeltà – nei moti del cuore o nei fatti – si profila, da questo punto di vista, come via di uscita da una tensione insopportabile. Ancora una volta, la virtù è dei forti.

E con questo riferimento chiudo il mio intervento ricordando a me stessa e a voi che non è dei forti e delle loro virtù che si occupa lo psicoanalista ma dei deboli e delle nostre debolezze.

Stefania Nicasi

Leggere per non dimenticare, 12 novembre 2014

Bibliografia

Claudia Fofi, Silloge dell’abbandono” in http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2014/02/20/silloge-dellabbandono-di-claudia-fofi/#content

Freud S. (1910-17). Contributi alla psicologia della vita amorosa. O. S. F., 6.

Freud S. (1914). Introduzione al narcisismo. O. S. F., 7.

Fromm E. (1956). L’arte di amare. Milano, Mondadori, 2011.

Mitchell S. (2002). L’amore può durare? Milano, Cortina, 2003.

Recalcati M. (2014). Non è più come prima. Milano, Cortina.

L’autore

Massimo Recalcati, tra i più noti psicoanalisti lacaniani in Italia, è membro analista dell’Associazione lacaniana italiana di psicoanalisi. Le sue numerose pubblicazioni sono tradotte in diverse lingue. Nelle nostre edizioni ha pubblicato con successo L’uomo senza inconscio (2010), Cosa resta del padre? (2011) e Ritratti del desiderio (2012).

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