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Tutti i nomi del mondo. Dialogo con Eraldo Affinati

Dialogo con Eraldo Affinati su Tutti i nomi del mondo

A cura di Maria Pappa

Il dialogo con Eraldo Affinati era stato pensato a margine della presentazione di Tutti i nomi del mondo (Mondadori, 2018) il 13 marzo alla rassegna Leggere per non dimenticare, curata da Anna Benedetti. L’incontro è stato rinviato, in attesa di una nuova data pubblichiamo l’intervista all’autore a cura di Maria Pappa.

Per le date e il programma completo: Programma Leggere per non dimenticare

Eraldo Affinati è nato a Roma nel 1956. Ha pubblicato Veglia d’armi. L’uomo di Tolstoj (1992), Soldati del 1956 (1993), Bandiera bianca (1995), Patto giurato. La poesia di Milo De Angelis (1996), Campo del sangue (finalista al premio Strega e vincitore del premio Selezione Campiello 1997), Uomini pericolosi (1998), Il nemico negli occhi (2001), Un teologo contro Hitler. Sulle tracce di Dietrich Bonhoeffer (2002), Secoli di gioventù (2004), Compagni segreti. Storie di viaggi, bombe e scrittori (2006), La Città dei Ragazzi (2008), Berlin (2009), Peregrin d’amore. Sotto il cielo degli scrittori d’Italia (2010), L’11 settembre di Eddy il ribelle (2011), Elogio del ripetente (2013), Vita di vita (2014), L’uomo del futuro. Sulle strade di don Lorenzo Milani finalista al premio Strega 2016). Ha curato l’edizione completa delle opere di Mario Rigoni Stern, Storie dall’Altipiano (2003). È autore, insieme alla moglie Anna Luce Lenzi, di Italiani anche noi. Corso di italiano per stranieri. Il libro della scuola Penny Wirton (2011-2015). Nel 2018 ha pubblicato Tutti i nomi del mondo. Nel 2019 ha pubblicato il suo ultimo libro Via dalla pazza classe. 

Tutti i nomi del mondo è un romanzo polifonico e corale, la celebrazione poetica dell’importanza della relazione e dell’incontro, come fondamento dell’essere umano. Dopo averlo letto, con estremo interesse e coinvolgimento, in attesa di incontrarla, si è acceso in me il desiderio di dialogare con Lei su temi che sono anche di rilevanza psicoanalitica. Inizierei ponendo la domanda sul “senso che può avere il nostro incontro”, così come Lei la pone ai suoi ragazzi. Potremmo partire da qualcosa che ci accomuna: il cercare di “prendersi cura” dell’altro, individuandolo come soggetto bisognoso, facendosi carico  responsabilmente della sua situazione critica, dal punto di vista individuale e sociale. Nel suo lungo lavoro “polso contro polso” con ragazzi sradicati dalle loro origini e traumatizzati, Lei è sempre teso verso la crescita e le trasformazioni, ben oltre la riparazione delle ferite. Lei scrive: “Cambiare il mondo non è possibile. Cambiare la vita di un ragazzo sì” (pag. 215). E poi: “Prendersi cura dei figli altrui. Dare fiato alle trombe per annunciare i nomi che portano. Ritrovare nella loro vita la tua identità” (pag. 186). Si tratta dunque di qualcosa di curativo anche per chi si prende cura. Vorrei chiederle come si sia sviluppata in Lei una tale propensione alla cura.

“Credo che molto sia legato alle mie origini familiari: mia madre fuggita dal treno della deportazione durante la seconda guerra mondiale; mio padre figlio illegittimo; un nonno partigiano fucilato dai nazisti, l’altro nonno che non sappiamo chi fosse; la nonna paterna scomparsa presto, lasciando da solo il figlio dodicenne; la nonna materna, Rosina Padulli, l’unica che ho conosciuto in Romagna da piccolo… Ognuna di queste figure torna in Tutti i nomi del mondo come un nodo da sciogliere, un compito da svolgere, una domanda a cui rispondere. Il passato che abbiamo alle spalle in realtà resta sempre dentro di noi, alla maniera di un propulsore da mettere in azione. Finché non lo facciamo, restiamo incompiuti, non diventiamo mai davvero adulti. Per tale ragione io sono cresciuto in un vuoto pneumatico. Da bambino percepivo a stento gli sconquassi che i miei genitori avevano rimosso. Ho avuto un’adolescenza inquieta, a tratti rabbiosa, reclinata su se stessa. Sin dall’inizio la letteratura, a cui ero predisposto, ha assunto una funzione di protesi spirituale: mi sono creato una famiglie estetica ideale eleggendo scrittori quali compagni segreti, interlocutori fantasmagorici, punti di riferimento e resistenza. Nel tempo alcuni romanzi si sono rivelati fondamentali: Guerra e paceI fratelli KaramazovAddio alle armi… Ne potrei citare tantissimi. Leggevo da solo, per conto mio, fuori dalla scuola. Pian piano mi sono reso conto che stavo cercando le parole che mio padre e mia madre avevano smarrito. Ma soltanto quando sono entrato in aula come insegnante ho sentito che avrei potuto risarcirli per interposta persona: è questa la radice del mio istinto pedagogico.”

Attualmente la psicoanalisi si interroga sulle tante declinazioni della cura, di fronte alle nuove problematiche emergenti, prima fra tutte quella relativa alla migrazione, che rende necessario lo sviluppo di un pensiero e di una pratica clinica adeguati e che ha promosso la nascita di varie iniziative a livello istituzionale. Nel suo libro il fenomeno della migrazione è in primo piano come condizione sociale, individuale e come stato della mente. Le “adolescenze in transito” passate da Lei sono: “Come fulmini improvvisi. Grandinate inaspettate. Tempeste che durano un pomeriggio” (pag. 178). Nel romanzo sono molte e particolarmente toccanti le immagini su quello che può evocare lo “straniero” dentro ciascuno di noi. L’uomo è “Ignoto a se stesso”, come scrive Camus (1994). Incontriamo l’altro nella “parte oscura di noi”, nell’immagine dell’altro riflessa allo specchio. Ad un certo punto Zuri le dice: “Ero io la musica del tuo quartiere interiore. Il manto stradale dell’evoluzione. Il motivo che ti spinge a scrivere” (pag. 276). Vorrei chiederle in che misura l’impatto con lo “straniero” dentro di Lei abbia contribuito alle sue scelte. Vorrei inoltre chiederle come secondo lei si  possa in qualche modo favorire tale impatto nelle persone, soprattutto i giovani.

“Molti miei libri nascono per rispondere a queste domande: La città dei ragazzi racconta il viaggio che ho fatto in Marocco guidato da alcuni allievi; Vita di vita mi ha portato in Gambia, sulla scia della madre di un altro mio studente che non si sapeva se fosse viva o morta. In realtà sarebbe lui quello che in Tutti i nomi del mondo ho chiamato Zuri. E, nel momento in cui, nell’ultimo capitolo di quel romanzo,  spingo la carrozzina di suo figlio, sulle sponde del Tevere, idealmente lanciandolo verso il futuro, è come se finalmente mettessi in chiaro che siamo tutti parte di un meccanismo complessivo: certo è impossibile dominare la grande macchina umana a cui partecipiamo, tuttavia possiamo credere di fornire un piccolo contributo al suo funzionamento. Sono un fautore della promiscuità, dell’eterogeneità, ma non vorrei perdere nemmeno un briciolo di me stesso. Anzi ritengo che tanto più spiccata è la nostra identità, tanto più siamo chiamati a provarla nel confronto personale; se non la mettiamo a rischio, non potremo mai conoscerci davvero. In questo senso scrivere è pericoloso, ma necessario.”

Vorrei ora affrontare con Lei un’altra questione, quella dell’adolescenza, profondamente legata a quella della migrazione. Adolescenza e migrazione sono scenari incentrati su cambiamenti e non su stabilità strutturali, in linea con la concezione di un soggetto “dislocato”, nella condizione di essere sospeso, di sostare in trasformazione spesso senza approdo (https://www.spiweb.it/eventi/menti-migranti-menti-adolescenti-sradicamenti-radicalizzazioni-firenze-3-febbraio-2018-report-cura-ramacciotti/ ).  Non a caso Cahn (1982) parla di “Odissea adolescenziale” a proposito del processo di soggettivazione in adolescenza. Nel libro lei mantiene costantemente vivo il contatto con la propria infanzia e con la propria adolescenza e numerosi sono i riferimenti ai processi di identificazione intersoggettiva: “Il fatto stesso di essere stati insieme negli anni fatidici dell’adolescenza ci potrebbe aver dotato di una sensibilità comune.. Ciò che succede a uno qualsiasi di noi può risuonare dentro la coscienza di tutti gli altri.. Venticinque gemelli sparsi per il mondo, che restano collegati a distanza..” (pag. 132). Lei guarda agli adolescenti di oggi con attenzione e preoccupazione, come quando ricordando la passione con cui da ragazzo si era immerso nella lettura dei Promessi Sposi, scrive: “Al tempo in cui questo era ancora possibile, quando la gioventù del nostro Paese non pareva essere caduta a terra come un lampadario in frantumi” (pag. 181).

A che cosa allude in particolare? Pensa che tali fratture siano riparabili?

“Nel mio ultimo libro, Via dalla pazza classe. Educare per vivere, (Mondadori, 2019), affronto in modo diretto questa questione. In particolare nella sezione tematica intitolata: Contro la frammentazione. Oggi la scuola rischia di essere priva degli appoggi che un tempo la sostenevano e a farne le spese sono soprattutto i ragazzi: intendo riferirmi alla crisi delle agenzie educative contemporanee, famiglie, associazioni, istituzioni religiose e politiche. Ogni adolescente rifà dentro se stesso la storia dell’umanità: rivolta e ricomposizione. E’ come se i quindicenni, prima di arrivare alla consapevolezza della necessità ineludibile del patto sociale, dovessero attraversare un mare di fiori e fango. Specie negli spiriti più sensibili e intraprendenti, questo viaggio può risultare fatale, in senso positivo o negativo. Sono sempre stato attratto dai ripetenti, ai quali ho dedicato un elogio. Quando gettano all’aria gli schemi di valutazione che li hanno condannati, chiamano in causa presupposti giuridici ed esistenziali che noi diamo per scontati. Per ricomporre i frantumi, mettendo al posto giusto ogni tassello, avremmo bisogno di un mosaico, dunque un sistema di valori che possa guidarci. In fondo è questo il significato strutturale profondo di Tutti i nomi del mondo. Chiara Fenoglio, in una recensione molto lucida  e intrigante, apparsa sul ‘Corriere della Sera’, ha citato i ‘Rerum vulgarium fragmenta’ petrarcheschi proprio per sottolineare la tensione unitaria che è alla base del mio romanzo. Io resto fiducioso nella possibilità di riparare le fratture. Ma, come spesso dichiaro, dobbiamo sapere che educare significa ferirsi. Chi crede di passare indenne attraverso il processo educativo, è un illuso.”

Una terza questione, che attraversa interamente il suo romanzo e che è di grande rilevanza per la psicoanalisi è quella del trauma. La descrizione che ne dà Bostan è oltremodo pregnante: “Chi fato boti piccolo no corda più… Negli anni la ferita non guarisce. Anzi, peggiora. Si alimenta delle tue incertezze. Sparge veleno sui tessuti circostanti. Diventa una lesione purulenta. È come se nutrissi uno scorpione dentro il frutto” (pag. 28). Il trauma è anche fatto di lasciti transgenerazionali, di lutti non elaborati che si tramandano da una generazione all’altra: “È come se ognuno di noi avesse un compito da eseguire. Un problema da risolvere.. Chi ce lo assegna? I nostri genitori.. I quali a loro volta lo hanno ricevuto. E se, come spesso succede, era troppo difficile e non sono riusciti a portarlo a termine, non possono far altro che consegnarlo ai figli. Che vengono dopo” (pag. 45). In più punti si coglie la funzione riparativa che lei attribuisce alla scrittura e alla letteratura. Vorrei chiederle in che modo tale funzione possa contribuire all’elaborazione dei traumi.

“Nella prima risposta ho già spiegato la mia posizione al riguardo. Qui posso precisare meglio il senso che attribuisco alla letteratura. Credo che scrivere rappresenti un’intensificazione dell’esistenza, in quanto ci aiuta a capire che il linguaggio non può essere libero, ma dovrebbe essere vincolato all’esperienza. La legittimità dei nostri pensieri e della nostre opere dovrebbe scaturire dalla vita. La dimensione oggettiva della scrittura ci spinge a comprendere due fattori: noi siamo responsabili di tutto, anche dei nostri sogni; inoltre se sbagliamo dovremmo pagare il prezzo del risarcimento. Le nostre parole, in particolare quelle dgli scrittori, non dovrebbero mai essere gratuite. La vera libertà implica l’accettazione del limite, non il suo superamento. Questa non è precettistica, bensì carne e sangue. Ho studiato la Shoah. Esistono traumi che non possono essere risolti da una sola generazione: l’elaborazione storica passa attraverso una serie di anelli che dobbiamo imparare a conoscere. Poi c’è lo stile, cioè il colore della visione. Oggi gli stili sembrano scomparsi, fagocitati dalla Rete. Ma non si può impedire ad un uomo di respirare, quindi il riconoscimento delle idiosincrasie individuali tornerà a chiederci udienza, ma lo farà in forme e luoghi diversi da quelli consueti.”

Infine vorrei soffermarmi su quello che racchiude in lei Ottavio, il suo ex alunno ripetente, suo interlocutore privilegiato nel romanzo. Sembra che questo personaggio la riconduca sempre alla realtà e rappresenti la necessità di non escludere nessuno, soprattutto chi rimane indietro, chi è “ripetente”, chi vive ai margini, chi sopravvive, chi rischia di morire. La necessità è quella di includere tutti, come maglie di un tessuto sociale: “Siamo tutti legati mani e piedi, gli uni agli altri… Soprattutto quando pensiamo il contrario” (pag. 105). Tale necessità coincide con la responsabilità etica che noi adulti abbiamo verso i giovani, che ci chiedono di diventare adulti. Lascio parlare Hermal: “Tu vorresti mettere tutto insieme.. Ecco perché continui a insegnare a quelli come me. Biglie colorate nella melma delle periferie. Poi finiscono nei rigagnoli ai lati delle strade, riflessi di sogni spezzati. Non li ritroviamo più. Smembrati. Recisi. Offesi. Massacrati” (pag. 95).

“Ottavio ed Hermal sono persone in carne ed ossa. Io ho voluto rappresentare in modo plastico il senso del nostro incontro. E come se avessi voluto dar voce alla loro anima attraverso la mia. Così torniamo alle riflessioni iniziali da cui siamo partiti. Dobbiamo puntare sulla qualità della relazione umana. E’ quanto io e mia moglie, Anna Luce Lenzi, nel nostro piccolo, cerchiamo di fare con le scuole Penny Wirton per l’insegnamento dell’italiano agli immigrati concepite in un rapporto personale, uno a uno, nelle quali molto spesso i docenti sono ragazzi delle medie superiori.”

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