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Bolognini S. (2021) – Giovanni Hautmann e la passione del pensiero

Locandina 23 gennaio

   

Ho accettato con sincera convinzione e con molto piacere la proposta dei colleghi di scrivere alcuni pensieri di apertura a questo volume, sia per il mio ricordo vivo e profondo della figura di Giovanni Hautmann, sia per una più intrigante sensazione che affonda le sue radici nel campo istituzionale, e che sintetizzerei parafrasando il titolo ben noto di un suo libro: il mio/nostro debito con Hautmann.

Ci si potrebbe chiedere il perché di un simile sentimento sostanzialmente riparativo, nei confronti di un prestigioso collega cui, a ben vedere, non sono mancati certo i riconoscimenti nell’ambito della nostra Società, sia come studioso che come formatore di allievi e infine come stimato Presidente della stessa.

La risposta credo risieda in quanto segnalato – con giusta ragione – dai curatori del presente volume: “…Nonostante che durante la sua presidenza, avesse promosso per la prima volta la pubblicazione bilingue (italiano-inglese) della rivista di psicoanalisi, i suoi libri non sono mai stati pubblicati in altre lingue e pertanto il suo pensiero rimane ancora poco noto all’estero”.

Molto spesso la popolarità degli autori nella comunità internazionale dipendeva negli anni tra il 1960 e il 2000 da fattori che non avevano strettamente a che fare con il loro valore scientifico, ma in alcuni casi con una varietà di circostanze occasionali, che includeva, molto banalmente, la conoscenza delle lingue e quindi l’opportunità o meno di essere invitati a presentare e discutere lavori nelle altre società, facendosi così conoscere in modo più incisivo e venendo pubblicati su riviste straniere, e così via.

Gli analisti italiani partivano con un handicap linguistico assai gravoso, perché la nostra magnifica lingua, parlata purtroppo solo nel nostro paese, ha costituito un fattore di relativo isolamento decisamente penalizzante su base mondiale: non era certo la stessa cosa sviluppare un pensiero profondo e creativo a Londra, a Parigi, a New York e a Buenos Aires, o produrre invece opere di assoluta eccellenza nell’Italia tra gli anni ’60 e la fine dell’80, che però non uscivano dai confini nazionali.

Per questa ragione ho apprezzato l’intento non solo valorizzante, ma anche giustamente riparativo riguardo a questo nostro Maestro così meritevole di maggiore riconoscimento anche al di fuori dei confini nazionali.

I contributi dei colleghi racchiusi in questo volume sono la prova della vitalità e generatività del pensiero di Hautmann, proprio perché partono da esso, e si avventurano in modo coerente in territori ulteriori.

 

Su un piano più personale, voglio invece dedicargli un piccolo ritratto con poche ma sentite pennellate, per come l’ho conosciuto e visto io fin dall’inizio della mia partecipazione societaria.

Giovanni Hautmann, che sentii parlare in plenaria per la prima volta al Congresso SPI di Venezia del 1976, mi ha sempre trasmesso l’impressione di una persona che sentiva di avere tra le mani qualcosa di estremamente, indubitabilmente prezioso: la psicoanalisi, che amava e apprezzava al di là di ogni possibile esitazione.

Hautmann ha esplorato, con assiduità e con una tenacia inossidabile, i livelli primitivi della mente.

Lo ha fatto in un numero impressionante di scritti e di comunicazioni congressuali, sempre di altissimo livello scientifico, nei quali lo sforzo di concettualizzazione si è spesso accompagnato ad una generosa esemplificazione clinica, che ce lo ha mostrato davvero al lavoro con il paziente: cosa non poi così comune, perché spesso nei reportages clinici non ritroviamo le parole testuali del dialogo in seduta, che invece Hautmann ha quasi sempre messo a disposizione del lettore.

Durante le sue presentazioni al pubblico, tutto in lui (lo sguardo, la prosodia, la concentrazione nella formulazione progressiva del pensiero, la trasmissione ai colleghi delle esperienze e dei concetti) risultava dedicato in modo totale all’oggetto-psicoanalisi, nel momento in cui di esso si stava occupando.

Nonostante disponesse di un piacevole senso dell’umorismo, spesso accennato con discrezione e con fine ironia, diventava profondamente serio e mai riduttivo o relativizzante quando il discorso toccava la scena analitica: su quello non si scherzava proprio, nel senso che se si entrava nel merito allora bisognava entrarci davvero, con tutti gli strumenti teorici e tecnici a disposizione, per esplorarne tutte le possibili diramazioni interiori.

Hautmann aveva un suo modo speciale di descrivere situazioni analitiche: non rinunciava mai alla riflessione teorica, che palesemente lo appassionava; ma non perdeva d’occhio nemmeno l’esperienza personale del paziente, che anzi registrava con una sottigliezza sorprendente; sorprendente proprio perché non te la saresti facilmente aspettata in un teorico molto “forte”, quale lui tendeva ad essere.

Nei suoi scritti emerge la capacità di essere estremamente vicino all’esperienza interna del paziente e di poterne seguire e commentare i processi immaginativi “da dentro”, in modo condivisibile; e al tempo stesso di mantenere attiva una funzione teorizzante continua, senza per questo raffreddare il suo scambio col paziente.

Questo è un punto importante, sul quale mi voglio soffermare.

In un certo senso, ognuno di noi costruisce col tempo una propria personale equazione, una propria formula profonda e non sempre consapevole ed equilibrata, nel concepire e dar vita a quello speciale triangolo edipico che vede sulla scena rispettivamente gli equivalenti di due genitori (l’analista e la teoria psicoanalitica) e di un figlio (il paziente), con modulazioni complesse e investimenti più o meno bilanciati nelle loro relazioni.  

In certe analisi si ha l’impressione che  la coppia genitoriale analista-teoria sia talmente stretta e militarizzata da risultare alla fine escludente per il Sé del paziente: contano soprattutto la fedeltà alla teoria e la coerenza/coesione con essa, indipendentemente o quasi dagli effetti prodotti; in un certo senso, un po’ come in quelle circostanze chirurgiche in cui si stabilisce che “…l’intervento è perfettamente riuscito, anche se il paziente è morto”.

In altre analisi invece sembra di assistere al rischio della perversione, quando la fusionalità troppo protratta tra un analista sempre e solo materno e un paziente iper-protetto travalica in una simbiosi a due che esclude stabilmente il terzo, con qualche destrutturazione del setting, del contratto e di una adeguata separatezza.

In realtà, far funzionare gli equivalenti analitici della relazione padre-madre-bambino è un compito raffinato e complesso, che richiede una buona integrazione.

Ricordo che la mia percezione soggettiva del modo di parlare e di lavorare di Hautmann registrò dei cambiamenti dopo qualche anno: agli inizi del training, da candidato, ero impressionato durante certe sue conferenze soprattutto dal suo procedere teorico, che mi era parso così metodico e capillare da rasentare, a tratti, la inesorabilità.  Era quello che io definivo la “intensità” del suo stile scientifico.

Era evidente, nel modo di procedere di Hautmann, un profondo rispetto per l’edificio teorico-clinico della psicoanalisi, che funzionava costantemente in lui come un vero “terzo” analitico, come un interlocutore sempre presente, che non gli impediva di sintonizzarsi intersoggettivamente, ma con il quale era in costante dialogo interno.

Negli anni successivi, invece, mi colpirono progressivamente la sua accoglienza relazionale e la sua recettività profonda, ed ebbi la sensazione – per così dire – che senz’altro fossi cambiato io nel mio modo di saperlo ascoltare, ma che anche in lui l’interesse teorico per la “pellicola del pensiero”, per gli “elementi gamma” o per altri concetti squisitamente astratti (pur necessari nello studio del nostro campo) si fosse integrato con una cura più diretta rivolta alle condizioni del Sé del paziente e della relazione: come se la sua indubbia, prevalente ammirazione per la genialità un po’ astratta di Bion, testimoniata in tanti suoi scritti, si fosse poi coniugata anche con certe atmosfere di base winnicottiane o kohutiane. 

Lo stile analitico risultante era allora quello di una intensa sensibilità materna, contenuta in una mente paterna che non rinuncia al doloroso e rigoroso esame della realtà, e al mandato sovra-personale della costruzione di un patrimonio comune di conoscenze.

Ma, appunto, in qualche misura queste erano probabilmente mie fantasie, riferite con un quantum di residuo transferale ad un analista di alto livello e di sicuro impegno sia istituzionale che scientifico, che ho ammirato profondamente e che mi ha ispirato anche nel suo modo composto e sofferto di assumersi responsabilità societarie drammatiche, in tempi difficili per la nostra Società.

Oggi mi piace ricordare, oltre alla sua non comune ricchezza concettuale, anche la sua naturale signorilità: un tratto personale che non si impara sui libri ma che si respira e si assume attraverso “scuole” più intime e condivise, forse inter-generazionali, nel modo di essere nel mondo.

Un’altra cosa che mi aveva sempre colpito, di lui, era il fatto che il senso dell’umorismo, l’annotazione giocosa, il commento occasionale soprattutto a certe emergenze edipiche più evolute, gli venivano fuori qua e là, a sorpresa, in modo naturale e piuttosto tangenziale, nelle conversazioni più rilassate e informali: quasi fossero note a margine rispetto ad una concentrazione prevalente su ciò che più conta, sulla base tragica, sulle fantasie primarie proto-relazionali e in generale sui processi costitutivi della vita umana, ai quali aveva dedica per la verità la maggior parte dei suoi lavori.

Eppure, proprio per la loro involontarietà programmatica, gli aspetti arguti, sorridenti, a volte persino fiorentinamente “birichini” della battuta estemporanea permettevano di cogliere creativi momenti di relax del “minatore” analitico, quando usciva dalla miniera del profondo e si/(ci) concedeva un contatto con la sua colorita, solare vivacità toscana.

Questa capacità di recuperare i tratti di una condivisibile, affettuosa quotidianità di ciò che siamo, riusciva particolarmente piacevole in un collega che altrimenti – data la monumentalità della sua opera scientifica – avrebbe rischiato di ispirarci prima di tutto riverenza e timore, oltre che riconoscenza e ammirazione.

Mi piace quindi terminare questo breve omaggio all’Autore che ha ispirato questo magnifico libro e i suoi autori, citando direttamente le sue parole, espresse in un suo intervento del 1999 al Centro Psicoanalitico Bolognese che mi era rimasto molto impresso:

 

“Ogni analista ha un suo stile.  Si può dire che c’è qualcosa di personale che caratterizza per ogni analista la costruzione del setting, il suo porsi col paziente, le modalità comunicativo-interpretative. Ogni analista ha una sua funzione analitica di ascolto, di conoscenza, di intervento. Questa globale e singolare modalità di lavoro, però, per ogni analista comporta delle diversità per ogni suo paziente. Queste diversità sono legate al fatto che malgrado questa relativa uniformità dello stile di ogni analista, il campo analitico è profondamente diverso, per ogni singolo analista, da un’analisi all’altra, da un paziente all’altro”.

 

(Giovanni Hautmann, “La mia psicoanalisi”, relazione tenuta al Centro Psicoanalitico di Bologna il 28 -1 – 1999).

 

 

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