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Borgogno F. (2016). Il ruolo dei supervisori: Stefania Manfredi e Luciana Nissim Momigliano.

Testo della relazione presentata nel seminario “Il lavoro della parola nella psicoanalisi di Stefania Turillazzi Manfredi” (Firenze, 3 Dicembre 2016) che pubblichiamo per gentile concessione dell’Autore.

Una “felice compagine”

            Premetto che faccio parte di quella felice compagine di allievi del I° anno di training che agli albori degli anni ottanta ha istituito nella storia del “Centro Milanese di Psicoanalisi” gli incontri mensili teorico-clinici con Stefania Turillazzi Manfredi, consigliati ad alcuni di noi (oltre che a me, a Ferro, Artoni Schlesinger, Bezoari…) da Luciana Nissim Momigliano di cui eravamo i primi supervisionati ufficiali della Sezione Locale di Training. Nel nostro piccolo gruppo avevamo quasi tutti in comune anche l’analista o l’altro supervisore (soprattutto Di Chiara e Ferradini, ma pure Gaburri) e almeno un paio di noi, grazie alla sollecitudine e all’organizzazione di Dina Vallino Macciò, avevano avuto – non ancora allievi S.P.I. – una nutrita esperienza di incontri di supervisione individuale e di gruppo (su materiale clinico e Infant observation) con Lina Generali Clements, la quale continuò ad accompagnarci per diversi anni fino al nostro definitivo distacco da lei e dal modello kleiniano “ortodosso”.

            L’ho chiamata “felice compagine” perché fummo davvero fortunati ad avere in concomitanza, negli anni iniziali della nostra formazione, questi maestri e nel riuscire a diventare un gruppo assai affiatato (intimamente, e non solo professionalmente), di cui facevano parte per altri aspetti, per ricordarne qualcuno, anche Bolognini, Marinetti, Parthenope Bion Talamo (allievi dello stesso anno di cui parlo), più – fra i “maggiori” – la già menzionata Dina Vallino Macciò, Giusi Tirelli, Giuliana Boccardi, e così via, con cui ci si continuava a frequentare dalla Generali e da Pierandrea Lussana, che l’ha poi sostituita.

            Con Adda Corti, Luciana e Stefania, non diversamente da Lina Generali, erano allora chiamate nei corridoi dei Centri Psicoanalitici “castigamatti”, oppure le prime tre (non la Generali che “apartheid” se ne stava a quell’epoca a Londra) “le Parche della Società e della vita analitica” visto che numerosi membri della nostra comunità, benché anziani di ruolo, procedevano “a testa china” davanti a loro avendone un vero e proprio sacro terrore, quando per noi – dopo un sodo collaudo, certamente: una sorta di “prova del fuoco” a dimostrazione della vocazione e della dedizione alla psicoanalisi – esse non erano che “numi di rilievo più domestici”, a cui affidavamo i nostri primi passi nella disciplina e ogni nostro scalpitante fermento, “asini selvaggi” non esclusi, di cui parla Bion in Memoria del futuro e in un inedito molto amato dalla figlia Parthenope che l’ha fatto pubblicare in Inghilterra e tradurre in italiano poco prima di morire  [1].

            Dopo questo breve esordio colorato dal filo della nostalgia, vengo ora al dunque cercando, a partire dal contesto che ho descritto (altri sicuramente avranno vertici differenti poiché radicati in contesti storico-temporali e culturali diversi da questo che io ho appena descritto), di enucleare alcuni elementi centrali della figura di Stefania Turillazzi Manfredi come analista al lavoro, o meglio come docente e supervisore al lavoro. Per fare questo mi è però impossibile non confrontarla con Luciana Nissim se non altro per due ragioni: perché con Luciana è incominciato il mio percorso formativo di “candidato”; perché so quanto loro due fossero legate da indissolubile amicizia di “cuore” e di “testa” fin dai tempi “preanalitici” in cui la Nissim lavorava all’Olivetti.

Luciana e Stefania: così simili, così differenti

            Prima della sua “inversione di marcia” a 360° gradi in favore del paziente e del riconoscimento delle sue ragioni (avvenuta più o meno agli inizi degli anni ottanta), la psicoanalisi promossa dalla Nissim era – come si usava allora – una “psicoanalisi del sospetto”. Bisognava essere ben attrezzati e veloci nel cogliere il “punto d’urgenza in questione” in quel momento dell’analisi o, per essere più precisi, della seduta, che facilmente (come essa classicamente giungeva a mostrarti) poteva andare perso per le difese agguerrite e subdole del paziente e per la propria imperizia di candidati permeata di altrettante difese. Luciana era però “impietosa”, innanzi tutto verso se stessa: caratteristica che leniva le personali “sconfitte sul campo”, facendoti sentire che “si era sulla stessa barca” anche se con anzianità e perizia non uguali. Era vulcanica, vulcanicamente generosa nei suoi commenti, tanto che te ne tornavi a casa “in ebollizione”, ma – in particolare – era la sua autentica e brillante curiosità rispetto a come funzionavano le menti nella conversazione ciò che medicava e risanava le burbere stilettate che sferrava e che talvolta le scappavano di mano benché, “mai sadica”, fosse al contempo capace, entro lo scoccar dell’ora di ogni supervisione, di immedesimarsi con la totalità della sua persona nello stato d’animo del supervisionato oltre che del paziente.

            “Wholeheartedness” definisce Karen Horney un simile atteggiamento di marca indubbiamente ferencziana, consistente nel sapere mettere completamente se stessi nei sentimenti e nelle convinzioni in gioco nel lavoro analitico.

Il coinvolgimento della Nissim aveva tuttavia anche un’altra caratteristica: era brusco, “a scatti”. Ti tirava cioè decisamente a sé per poi di colpo allontanarti senza motivo. Il che faceva stare male; ma presto imparavi che questo era il “suo” humus relazionale non necessariamente dipendente da te, cosicché alla fine Luciana veniva sempre perdonata, anche perché – se avevi bisogno – sapeva rendersi presente ed essere profondamente leale fino a commuoversi con te per le tue vicende e, da allievo non più alle prime armi (come è successo a me), fino a renderti altresì partecipe di brani dolorosi della sua storia passata e presente.

            Come avrete notato ho sin qui messo insieme “messaggi di contenuto” e “messaggi di relazione” schiacciando, in un certo senso, maggiormente il pedale su questo secondo aspetto, che è essenziale non solamente per il mio modo di vedere le cose ma per introdurre la specificità di Stefania, peraltro già del tutto presente nel suo articolo su Strachey [2] su cui lei ha riflettuto in un suo lavoro da tutti noi conosciuto che più avanti riprenderò. A livello generale, anche a Stefania si addice infatti la “wholeheartedness” in precedenza nominata quale componente idiosincratica dello stile della Nissim, sebbene l’una e l’altra rivestissero questa dote nella trasmissione della psicoanalisi in guisa differente (differenza che spero emerga in questa mia succinta presentazione). Se del resto, in aggiunta, dovessi – sempre a livello generale – circoscrivere ulteriormente in un’altra singola affermazione la personalità globale di Stefania al lavoro (anche a costo di farle torto “restringendola” in un’unica traiettoria di pensiero: le farei torto in quanto nella sua visione ciò che pretende di essere “unico” era combattuto poiché equivalente a “dogmatico”; un punto su cui ritornerò indirettamente fra poco, ma che anticipo qui riproponendo a braccio due sue classiche citazioni a questo riguardo: “la psicoanalisi è fatta di tanti orientamenti diversi”, “le buone teorie sono flessibili e alla fine possono trionfare perché sono capaci di trasformarsi”), non mi sentirei di dire null’altro di così rappresentativo della sua persona se non che per lei qualsivoglia messaggio di contenuto era ed è sempre un messaggio di relazione sì che la semantica non può affatto esistere indipendentemente da una retrostante “pragmatica” fondata sull’azione. Un caposaldo – quest’ultimo – che ho condiviso con lei profondamente, specialmente a partire dalla riflessione sui casi per l’Ordinariato, un caposaldo che porto probabilmente più di lei alle sue estreme conseguenze quando oggi penso e parlo della nostra difficile professione. Ho nominato qui l’Ordinariato perché con Stefania ho discusso la più parte dei miei 18 casi di analisi presentati in quell’occasione.

            Ma per esplicitare un po’ di più il succo della differenza tra Luciana e Stefania, uno degli elementi che saltava maggiormente all’occhio era che, mentre Luciana focalizzava soprattutto l’hic et nunc estendendolo sino alle microcomunicazioni del dialogo abbracciate in seguito da Antonino Ferro, Stefania – pur proponendosi in ambito teorico ufficiale non interessata al punto di vista genetico – aveva in mente le “lunghe sequenze del dialogo psicoanalitico”: non quindi la singola seduta ma quella che in seguito io ho chiamato la “lunga onda dell’analisi”. Non amava ossia granché l’ “esaltazione sistematica” del dettaglio, soprattutto se l’intenzione del candidato tendeva a voler verbalizzare tutto, ma piuttosto concentrava la “sua cura” sul contesto di largo raggio, in cui si viene a inserire ogni nuovo scambio e incontro della coppia analitica (“la diacronia del processo terapeutico che non deve tout court essere equiparata alla storia passata”, come soleva puntualizzare).

            Inconsapevolmente – mi viene così da pensare – ho omaggiato altresì Stefania (ma pure Di Chiara) contemporaneamente all’omaggiare Luciana nello scrivere, invitato dalla Bartoli intorno alla metà degli anni ottanta, un lavoro in onore del suo insegnamento (mi riferisco al libro collettaneo In due dietro il lettino [3]). Il mio lavoro – lo ricordo – si intitolava “Separatezza, working-through e falsificazione tra analista e paziente al lavoro nella vicenda analitica”, ma trattava di fatto e abbracciava con forza il concetto di “onda lunga” nel “farsi” della comprensione. Ecco – fra l’altro – donde deriva la stessa categoria psicoanalitica di “percorso” che ho immesso fra di noi, molti anni dopo rispetto all’ “onda lunga”, in modo – questa volta – ben più consapevole [4]. Da Stefania e da Giuseppe, quindi, è emerso il mio concetto “onda lunga”; ma non credo di sbagliarmi affermando che la scintilla da cui è “scoccato” questo mio particolare stile di gestire e di affrontare gli eventi della seduta è stata ab origine inconsciamente accesa (come messaggio di relazione e non di contenuto) dalla medesima Luciana, perché in fondo è stata lei a spingermi a compiere un percorso e – pensandoci a posteriori – a spingermi a ripercorrere alcune tappe del percorso che lei stessa aveva compiuto nel suo arricchimento personale.

            Per inciso, desidero rammentare qui che Luciana non ci ha inviato unicamente da Stefania a Firenze, che chiamava affettuosamente “la mia maestra”, ma anche da Zapparoli e da Rosanna Guidi a Milano, se per esempio i pazienti esprimevano prevalenti componenti psicotiche nel loro comportamento e nel loro atteggiamento di base nell’analisi. Queste (le componenti psicotiche), diceva “sommessamente” Luciana, sorprendendoci, “non sono della mia taglia”. Io riincontrai così Rosanna Guidi (con lei ci tengo a dire è esordito il mio cammino formativo milanese di psicoterapeuta: è stata dal 1974 al 1978-79 il mio tutor al Servizio di Psicologia del Paolo Pini coordinato da Zapparoli e Ferradini [5]), da cui ho appreso – “ormai più maturo” – in sporadiche consultazioni a riconoscere gli effetti dell’ “onnipotenza di pensiero” che lo psicotico conclamato “via identificazione proiettiva” inspira nell’analista che deve, al contrario del paziente, riconoscerla e sapersene districare non colludendovi.

            “Sorprendendoci”, ho detto a proposito di Luciana, ma – sempre col senno di poi – ne sono meno sorpreso poiché Luciana, se in certi momenti era francamente snob nella sua idiosincratica sicurezza, appalesava in altri momenti “segni di indubbia deferenza” verso taluni nostri capostipiti e anche verso taluni fratelli (in questo caso sorelle), ammirati e sentiti per qualche motivo “più grandi di lei”. Indiscutibilmente Stefania era, a mio avviso, una di queste figure fraterne “speciali” che toccavano sensibilmente una sua “corda d’anima”. “Una sorella-alter ego”, forse, che dava voce più diretta e netta – anche perché “toscana” e non “piemontese”, pur rivendicando noi piemontesi “campanilisticamente” le nostre eccezioni – a quella lotta contro il conformismo, la mediocrità e financo la meschinità che talora caratterizza gli analisti, particolarmente quando sono riuniti in un ambito istituzionale. “La professione psicoanalitica”, affermava Stefania Turillazzi Manfredi nel 1978, “ha radici profonde nel conformismo e nel conservatorismo comportamentale della classe media e la maggior parte d’essi conduce una vita molto convenzionale” [6], ricordando in un’altra occasione nei suoi scritti che Winnicott voleva “épater les bourgeois” e ch’egli senza cessa lottò “per resistere meglio alla rabbia che les bourgeois gli facevano”. Luciana – mi si scusi l’irriverenza – mancava, a tratti, di questo coraggio (in pubblico, non in privato), ma ritengo di approssimarmi al vero nell’ipotizzare che lo esprimesse attraverso la più franca anticonvenzionalità di Stefania. Un’anticonven­zio­nalità, quella di Stefania, non solo d’indole, ma di marca antropologica (maremmana intendo), probabilmente influenzata dalla sua formazione personale (Servadio e Gaddini, con Winnicott a “stella polare”) e dall’amore per il dibattito teorico che a Luciana dava uggia.

Lo “specifico” di Stefania a “tu per tu” con l’inconscio della seduta

            Onda lunga rispetto a hic et nunc, dunque; non conformismo rispetto a residui di snobismo aristocratico culturale, caratteristico di molta sinistra italiana di quegli anni a cui Luciana apparteneva; e – terzo fattore di differenza – un diverso taglio emozionale nel lavorare l’inconscio. Febbrile – nonostante tutto – quello di Luciana, e poi spiegherò meglio il perché; meno febbrile quello di Stefania che, scherzosamente ma altrettanto seriamente, diceva – un suo tipico modo di “épater les bourgeois” – “il kleinismo è stata la nostra malattia esantematica, te la devi prendere e passarci attraverso per rafforzarti e renderti immunizzato”.

            Ma “immunizzato da cosa”? Essenzialmente dalla “fretta”, dalla “non pazienza”, dal “non poter far riposare dentro di te” molte domande lasciando il campo turbolento e non organizzato, dal voler “impersonificare soggetti supposti sapere”, dall’ “urgenza”… insomma;  da tutto ciò che, in breve, potrebbe portare a interpretare il transfert prima ch’esso possa emergere nel paziente e nell’analista e che, a ogni buon conto, è pur sempre frutto del Super-Io, di quel Super-Io che Stefania – nuovamente ironica, provocatoria ma anche seria – ci ha avvertito essere alcune volte “addirittura più mite nel paziente che non in noi stessi”.

            La febbre – era in sostanza questo il suo messaggio – uno se la deve tenere e non deve rimettersi subito in piedi, correndo per forza a lavorare aborrendo il letto poiché tempo di vita e di analisi perso (ho chiaramente in mente il lettino). Come suggerivano i medici di famiglia di antica memoria, e anche quelli di campagna, Stefania – cresciuta a questa scuola (il padre era medico condotto nella Maremma pre-bonifica) – sembrava in pratica indicare che la febbre sta già di per sé combattendo la malattia, se solo la si potesse tollerare e vigilare … . Non occorre pertanto affannarsi dietro “mille medicamenti”, giacché la natura ha da fare il suo corso non diversamente da ciò che accade nell’analisi se si guarda al suo aspetto per così dire naturale, i cui tempi – come ben sappiamo – sono obbligatoriamente lunghi e non serve a granché volerli accorciare ad ogni costo.

            L’onda lunga, il percorso erano, di conseguenza, per Stefania più che per Luciana, sinonimo dei tempi lunghi del pensiero e della comprensione;  e, insieme a ciò, l’appren­sio­ne convinta che il fatto che  “l’inconscio è inconscio, anche per l’analista” era ed è stata per lei una faccenda così incontrovertibile che, di fronte al fatto che anche per l’analista l’inconscio è una faccenda complessa e complicata, non ha alcun senso essere “precipitosi” seppure sovente lo si sia, e neppure è necessario essere “perfezionisti”… nonostante sia comunque difficile resistere ad ambedue questi tipi di richiamo (perfezionismo e precipitosità), ben radicati e connaturati alla nostra specie. Tutto questo inoltre, essa aggiungeva, è “impulso, reazione, reattività”, ma – attenzione! – è parimenti materiale nobile che noi abbiamo a disposizione per iniziare a navigare nell’analisi, per cui costruire e rammendare le vele, posizionarle, riposizionarle, ammainarle, issarle… è compito assolutamente ordinario e non eludibile nel giungere e riuscire a muoversi in mare aperto…, quando non si incorra in quel cimento assai più arduo richiesto dall’ “uomo a mare” (paziente o analista). Esperienza rara, quest’ultima, ma pur sempre possibile.

            La wholeheartedness cui ho accennato prima nasce d’altronde anch’essa di qui, ma – per diventare tale – ha subìto nel buon analista una “trasformazione”, che per restare alla metafora della febbre è primariamente quella di “saper accogliere e contenere dentro di noi la nostra febbre e non solo quella del paziente”. Stefania e Luciana, prototipi del lavoro illuminato della nostra comunità di quel tempo, stavano in quegli anni – in base alla loro esperienza e alla loro specifica predisposizione caratteriale – proprio combattendo le “tendenze alla fuga” degli psicoanalisti dall’ “ammalarsi temporaneamente del male del paziente” (da me in questa sede soltanto adombrate) per migliorare l’incisività dell’ascolto e offrire a noi giovani allievi e ai loro colleghi l’esito delle loro lotte e dei loro tragitti in queste regioni molto umane dello psichico sotteso alla nostra vocazione e alla nostra pratica: il frutto, ossia, del loro pensiero trovato e costruito nella vita e sul campo terapeutico, e i loro pensieri “appassionati” intorno a queste problematiche. Ma badate bene: in modo fermo, il loro condiviso presupposto prioritario era l’attenzione al setting che Stefania ben descrive con queste parole: “entro la coppia, pur coppia reale, vivono tutte le altre coppie, senza che alcuna di esse possa esservi agita” (sottolineo quest’ultimo passo della frase: “senza che alcuna di esse possa esservi agita”).

Purtroppo, però, anche questa formulazione è un ideale a cui si mira e non la realtà, poiché consustanziale al pensiero è immancabilmente l’azione: non l’azione grossolana ma la pragmatica della comunicazione, già da me citata in precedenza all’interno di questi ricordi, pragmantica della comunicazione che è un’interazione sottile e onnipresente che “fedelmente” ci accompagna e che dobbiamo prima o poi riconoscere (il più spesso: “poi” e après-coup) per comprendere il mondo interno e le relazioni tra oggetti interni, non in ragione della mera teoria ma “in situ” e “nella carne”. E’ nella pragmatica, d’altra parte, inscindibile dalla teoria, che emerge e si fa vivo il “desiderio dell’analista”, come lo chiamano i lacaniani o, come direbbero i francesi contemporanei, il “nostro pulsionale all’opera”, il “nostro Infantile”.

            Individuato così in “un essere differentemente ‘febbrili’ al lavoro” il terzo fattore su cui in una qualche misura si diversificavano Luciana e Stefania, possiamo a questo punto – per concludere – andare al nucleo dell’articolo del 1974 che mi sono proposto oggi di rivisitare al volo con voi, che cita già nel titolo (“Dalle interpretazioni mutative di Strachey alle interpretazioni delle relazioni tra gli oggetti interni”) accanto alle sottintese interpretazioni di transfert “interpretazioni delle relazioni tra gli oggetti interni”, e dove è evidente un’“idea di passaggio” dalle une alle altre. Il passaggio è – lo avrete capito – elettivamente “relazionale-interpersonale”, ed è “la natura intrinseca squisitamente intersoggettiva che connota la situazione analitica” il fulcro del procedere argomentativo di Stefania, da lei incisivamente illustrato sin dalle prime battute del saggio in questione quando accenna all’ “al di qua” delle interpretazioni di transfert e al loro “al di là”, che nella sua ottica sono semplicemente un modo per alludere all’innegabile fatto che l’analisi è “relazione e comunicazione”. Non relazione e comunicazione tout court, ma relazione e comunicazione che, senza riserve e indugio, vanno da noi monitorate con costanza e continuità e, quindi, sottoposte a working-through; a quel working-through che è l’“ascolto attrezzato”, peculiarità dell’analista. Prima e dopo l’interpretazione vi è cioè, per Stefania ma anche per Luciana, proprio questo tipo di ascolto, “il vero cuore” dell’impresa analitica.

            L’interpretazione o all’opposto il silenzio (non dimentichiamo che in Italia in quegli anni si metteva in discussione l’“analista silenzioso” di provenienza per lo più francofona – i kleiniani  ci stavano aiutando proprio in questo – e accanto a ciò si combatteva quello che Ferradini chiamava “il frequente vezzo della dissociazione libera”, intendendo con simile espressione allertare l’attenzione sul frequente vagare a vanvera con “chiacchiere” che prescindono da ogni collegamento con il campo storico-psichico, attuale e passato, in cui hanno origine i nostri pensieri e le nostre immagini sempre relazionali, e di rimando coinvolgenti al di là del transfert il controtransfert dell’analista o, se più aggrada, il suo transfert di sfondo nei confronti del paziente) – l’interpretazione e il silenzio, dicevo – sono dunque per Stefania “nel transfert” prima che “di transfert” e ugualmente “nel transfert” è il nostro ascolto dei vari personaggi inclusi nella diade analitica e la qualità del nostro contenimento, un ascolto e un contenimento su cui dobbiamo – non si può non rimarcarlo ancora una volta – lavorare alacremente perché diventi attrezzato per l’interpretazione. Non nell’urgenza tuttavia, poiché come dice il proverbio è “la notte a portare consiglio”, mentre “la fretta-cattiva consigliera” non è per nulla foriera di pensieri, tantomeno sull’angoscia: ne è infatti all’opposto una eclatante manifestazione, che non può mai effettivamente avvicinare l’inconscio, che – non scordiamolo – non è affatto “da svegli” di per sé pronto all’uso, bensì almeno in parte dissociato, scisso e rimosso in ognuno di noi (pazienti, candidati, analisti, analisti anche full member).

            “Al di qua” delle interpretazioni di transfert ci sono perciò sia il controtransfert, sia la nostra semplice presenza (non importa se “astinente” perché la medesima astinenza, come ci avvisa Stefania, è “promotrice, nel bene e nel male, di alterità”, reale o fantasticata) che, per chi si vuole realmente analista, richiedono innanzi tutto “umiltà”: ascolto, in altri termini, del nostro controtransfert e dell’influenza della nostra presenza, e ovviamente ascolto del materiale del paziente che anch’esso – non si stancava di ripetere Stefania – non nasce dal nulla e nel vuoto ma dal “campo” stesso che chiama a raccolta altri campi, operanti nel passato e nel mondo esterno. C’è, in sostanza, “al di qua” delle interpretazioni di transfert un impegnato lavoro di accoglimento e di digestione da compiere perché si possa divenire nell’atto interpretativo quegli “elementi di contrasto” che Ferenczi – sei-sette anni prima di Strachey e forse a sua (di Strachey) insaputa – sosteneva essere irrinunciabili affinché le vicende di vita (life events) e non solamente quelle vissute (lived events) possano farsi disponibili a un destino diverso, in quanto rese lentamente pensabili e verbalizzabili nella cornice del proscenio analitico attraverso il lavoro psichico del “convivere emozionalmente” (leggasi in primis: lasciare emergere nel paziente e in noi il transfert) per poter proficuamente “condividere a parole”.

            Passando all’altro versante, all’ “al di là” delle interpretazioni di transfert, ecco allora le “interpretazioni delle relazioni tra gli oggetti interni”, verso cui Stefania “spezza più di una lancia”. Interpretazioni che nell’analista – grazie alla risposta del paziente davanti a tutto il suo sforzo e al fatto che, parlando, si è lui stesso chiarificato i movimenti in gioco nel transfert – scaturiscono pressoché come inevitabile esito delle operazioni affettive e cognitive che egli ha svolto nel tentare di comprendere il materiale della seduta. L’analista che “nel rapporto” ha ascoltato, ha metabolizzato, ha comunicato, avrebbe secondo Stefania difatti ora acquisito – per riassumere la sua concezione in poche parole – una più consistente idea di quale è la sua posizione nel campo e una conseguente maggiore possibilità di rischiarare “per via interpsichica” (avendolo cioè accolto e sperimentato dentro di sé nell’interazione) l’intrapsichico-relazionale del paziente ed, eventualmente, alcune delle sue radici ed estensioni attuali al di fuori dell’analisi. Ma raggiunto questo traguardo l’analista non deve – suggerisce Stefania in tutti i suoi scritti – “addormentarsi in poltrona”, perché il suo ascolto privo di fretta deve continuare, magari – lo ripeto – semplicemente lasciando dimorare (“riposare”, nel lessico di Stefania) i molti quesiti che il campo ha suscitato e continua a suscitare. Deve cioè continuare ad accogliere e digerire per trasformare e nuovamente interpretare.

            Quell’analista che Stefania ha in mente già nel 1974 sta in definitiva considerando – mi piace esprimerlo così a chiusura delle mie osservazioni su questo articolo – sia che esiste “something else than interpretation” (portano tale titolo i suoi seminari più recenti, dal 2000 al 2004, tenuti per i candidati e i colleghi del centro-nord), sia che i missing links (come da anni vado affermando) non sono prerogativa esclusiva dei pazienti ma anche i propri personali missing links ed, esattamente riconoscendo questo, egli può oggi ancora di più esplorare i sentimenti che generano le parole e che le parole veicolano nell’atto di restituzione al paziente, avendo con più vigore trasformato internamente l’anelito alla perfezione in perfettibilità. L’autoanalisi lo ha, per dirla altrimenti, messo “in permanenza” silenziosamente sul lettino: lo ha reso meno altezzoso e oracolare, e più generosamente vicino al paziente che desidera aiutare e comprendere.

Può succedere che, nella descrizione del lavoro analitico che vado porgendo seguendo liberamente le complessive indicazioni di Stefania, qualcuno supponga le interpretazioni di questo analista “deboli” poiché solitamente insature e offerte a titolo di “proposta”, ma in cuor suo l’analista di cui si sta parlando sa (come ci ha insegnato Antonino Ferro, un altro allievo del CMP di Stefania) che esse sono invece diventate più forti e salde vuoi per la cura che si è data alle funzioni che esplicano vuoi perché non hanno avuto timore di sorgere da un’esperienza che va avanti senza dimenticare il proprio passato di paziente e di bambino, compresi i propri errori fra cui le grandi idealizzazioni, forse fisiologiche. Prima fra tutte – sembra evidenziare Stefania Turilazzi Manfredi nella sua riflessione, e non esclusivamente in filigrana – quella di sostenere che “relazione è suggestione” e che “conoscenza non sarebbe suggestione essendosi essa potuta affrancare dalla suggestione” (si rammentino in proposito i suoi rimandi alle “azioni interpretative” o alle “interpretazioni-azioni”), dal momento che “relazione” potrebbe essere parimenti “pre-interpretazione”, in qualche frangente persino “mutativa”, mentre “interpretazione” potrebbe in eguale misura non essere che “relazione agita” senza alcuna vera comprensione.

            L’“idealizzazione” – per finire – si può dire che in questi ultimi decenni abbia lasciato il posto a una più “autentica identità” dell’analista e a un rispetto-non più sospetto verso il paziente. E’ in effetti diminuita la persecuzione e si è accresciuta la capacità di tollerare la sofferenza psichica nella tensione deliberatamente volta ad entrarvi in risonanza e a “bonificarla”, senza voler cambiare nel processo di comprensione il paziente e i suoi oggetti interni “a costo di distruggerli” allo scopo non encomiabile di ottenere (a volte tramite un’analoga opera di distruzione in noi) la pace mentale nell’illusione vanitosa e onnipotente del poter espellere-spiegare via ciò che rimane non ancora abbastanza dissodato per poterlo davvero capire.

L’incontro nel suo susseguirsi ha suscitato nel frattempo potenziali latenti, rispettivamente nel paziente e nell’analista. Taluni forse mai sperimentati e individuati in precedenza. L’analista sta cercando di esperirli, sicuro che il paziente è il “partner elettivo – perlomeno in prospettiva – della squadra di lavoro”. I “fatti” pian piano cambiano ed è in corso una “trasformazione di copione”. Difficile dire donde questa trasformazione sia partita. E’ manifesto nondimeno che ha coinvolto tutti e due e che, se c’è stata un’evoluzione nel campo, l’analista per primo ha dovuto trasformarsi perché essa avesse luogo. Non si può, per tutte queste ragioni, che rimanere in attesa “sul campo” e “dentro al campo” per vedere dove essa porti e riaggiustare analiticamente il tiro. Con entusiasmi e altrettanti automatismi, con coraggio e paura…, sempre con esercizio di separatezza e di working-through.

“The life goes on”, recitava la musica giovanile di quegli anni tanto importanti per la psicoanalisi milanese e per l’intera psicoanalisi italiana.

Grazie Stefania per tutto ciò che ci hai dato, grazie per l’affettuosa stima e amicizia con cui mi hai ripetutamente ascoltato e aiutato senza mai stancarti di farlo.

 


[1]  Bion W.R. (1975), Memoria del futuro: il sogno. Milano, Raffaello Cortina, 1993; Bion W.R. (1997), Addomesticare i pensieri selvatici. Milano, Franco Angeli, 1998.

[2]  L’articolo di James Strachey su cui Turillazzi Manfredi riflette è del 1934 (The nature of the therapeutic action of psychoanalysis. Int. J. Psycho-Anal. 15, 127-159).

 [3]   Bartoli G., In due dietro il lettino. Scritti in onore di Luciana Nissim Momigliano. Castrovillari (Cs), Teda Edizioni, 1990.

  [4]  L’ho introdotta nel 1999 in Psicoanalisi come percorso (Bollati Boringhieri, Torino) e l’ho sviluppata appieno nel mio La Signoria che faceva hara-kiri e altri saggi del 2011 (Bollati Boringhieri, Torino) dove viene riportato il materiale analitico presentato nel 1994-1995 (presentai in quell’occasione ben 10 anni di analisi di una paziente schizoide-deprivata) quando ho chiesto che mi fossero assegnate le funzioni di training e supervisione.

[5]  Un altro polo, a quell’epoca, di fermento psicoanalitico e di formazione di futuri candidati S.P.I., soprattutto appartenenti al Centro Milanese di Psicoanalisi (ne rammento alcuni: Zucca Alessandrelli, Corbella, Ferruta, Norsa, De Polo, Tagliagambe…).

  [6]  Manfredi, S.T. (1978). Interpretazione dell’agire e interpretazione come agire. Riv.Psicoanal., 24, 223-240.

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