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Calamandrei S. (2016) La parola psicoanalitica e il cambiamento

Testo della relazione presentata nel seminario “Il lavoro della parola nella psicoanalisi di Stefania Turillazzi Manfredi” (Firenze, 3 Dicembre 2016) che pubblichiamo per gentile concessione dell’Autore.

 

La Dottoressa Stefania Manfredi ha sempre avuto un particolare interesse per la comprensione degli aspetti terapeutici della nostra disciplina, fin da quando introdusse in Italia l’articolo di Strachey, “La natura dell’azione terapeutica della psicoanalisi” che definiva teoricamente la cosiddetta interpretazione “mutativa”, facendolo pubblicare sulla Rivista di Psicoanalisi. Se ripercorriamo le sue pubblicazioni, i suoi interventi, i seminari effettuati ed i ricordi di tutti noi, possiamo ritrovare un filo rosso che ha incessantemente condotto il suo pensiero, che l’ha spinta ad indagare e a cercare di teorizzare, continuamente, quali fossero le componenti terapeutiche e i fattori capaci di indurre un positivo cambiamento nella psicologia dei pazienti. Proverò a seguire questo filo e ad esplicitare quello che, in me, questo percorso ha generato, provando anche ad ipotizzare alcuni possibili sviluppi.

Il lavoro di Strachey analizza quali siano gli effetti terapeutici della psicoanalisi,  evidenziando come questa operi principalmente sull’analisi della resistenza poiché, fin da subito, Freud si era reso conto che rendere solamente edotto un paziente di una tendenza inconscia, che considerava inaccettabile, non poteva produrre risultati terapeutici. Freud spiega questo con una metafora geografica: la tendenza originaria da respingere viene raffigurata in una regione di una mappa, mentre l’informazione appena scoperta su di essa, quando viene comunicata al paziente dall’analista, si situa in un’altra regione della stessa mappa. Tra le due regioni vi è una barriera che andava superata, la resistenza, e solamente quando le due impressioni fossero venute a diretto “contatto”, qualunque cosa questo possa mai significare, la tendenza inconscia sarebbe divenuta realmente cosciente. La forza che ci permette di superare la resistenza poteva essere trovata nel transfert e lo strumento terapeutico utilizzato è l’interpretazione, che diviene “mutativa” quando produce una breccia nel circolo vizioso nevrotico. L’analista, grazie alla forza del transfert proiettato su di lui, diviene come un Super-Io ausiliario e se riesce a cogliere il “punto di urgenza” delle dinamiche inconsce può indurre una mutazione nella ripetizione nevrotica. In questo testo, però, già si evidenzia come l’interpretazione mutativa non sia per niente facile da formulare, proprio perché l’analista si sentirà investito dagli impulsi del paziente. Infatti, il saggio di Strachey evidenzia come spesso l’analista non riesca ad effettuare la giusta interpretazione, così questa rimane incompleta o vengono, invece, al suo posto, effettuate delle rassicurazioni o delle interpretazioni extra-transferenziali. E’ stata Melanie Klein a suggerire come siano proprio le particolari difficoltà interiori, che l’analista deve affrontare, ad ostacolarlo dal fornire l’interpretazione valida. L’interpretazione è, quindi, un momento cruciale sia per l’analista sia per il paziente e Strachey arriva a sostenere che l’analista, nel formularla, si espone a un “pericolo” poiché, di fatto, attira su di sè l’energia dell’Es del paziente. Cito da Strachey: “Un tale momento deve più di ogni altro mettere alla prova il rapporto dell’analista con i propri impulsi inconsci”. Come si può ben capire gli sviluppi futuri della psicoanalisi, come il controtransfert, che porteranno a considerare l’analista all’interno del campo terapeutico, sono già tutti, implicitamente, presenti.

Le riflessioni sull’interpretazione “mutativa” portarono Stefania Manfredi, negli stessi anni, a pensare che l’intervento analitico si rivolgesse, invece che tra un Super-Io ausiliario e un paziente considerato come un tutto, piuttosto sulle relazioni che si stabilivano tra gli oggetti interni del paziente e su come queste dialogavano col Super-Io più tollerante fornito dall’analista. Erano gli anni in cui si cominciava ad analizzare il contro-transfert e la sua corretta utilizzazione; anni in cui si ampliava la concezione dei fattori terapeutici complessivi della situazione analitica, includendovi il ruolo del setting e la componente da attribuire alla particolare personalità dell’analista. Questa evoluzione del percorso psicoanalitico, che definirei prevalentemente Kleiniana e successivamente Bioniana, partiva dal paziente come lo vedeva Freud cioè con un analista che lavorava ad una certa distanza, ma poi, via via, la teoria della tecnica arriverà a considerare la mente dell’analista come pienamente inserita all’interno della situazione psicoanalitica che verrà, così, concepita come un campo bi-personale. Questo percorso, che si allarga fino a comprendere l’analista all’interno del campo bi-personale della seduta, equivale, secondo me, in una definizione un po’ sintetica, a quella fase del rapporto relazionale tra madre e neonato che è così stretto, tanto che l’Infant Research lo ha definito come un rapporto “cervello-cervello” (soprattutto con riferimento al ruolo dell’emisfero destro materno e alla funzione di reverie) ed equivale al periodo della seconda infanzia, che inizia alla fine del primo anno di vita e si estende fino a poco prima della formulazione delle problematiche identificative edipiche.

Il “bastione” cioè la fantasia di coppia che determina l’impasse terapeutico, individuato dai Baranger, è la resistenza che si stabilisce all’interno del campo bi-personale ed assunse, per la tecnica, lo stesso ruolo di quella che era stata la resistenza per Freud e Strachey. Tale resistenza di coppia pose, così, la relazione “cervello-cervello”, della psicoanalisi classica, di fronte ai propri limiti teorici e alla necessità di una più precisa valutazione dei criteri di analizzabilità dei pazienti. Le difficoltà che si presentano nel lavoro terapeutico, quando compare il “bastione”, vennero affrontate interrogandosi sui limiti della tecnica e poterono essere superate solamente estendendo la dinamica analitica fino a comprendere la dimensione dei fenomeni narcisistici. Il narcisismo si scoprirà essere presente in ambedue i protagonisti della coppia analitica oltre che nella loro stessa relazione: in particolare, si notò, che quando emergono gli aspetti narcisistici di un paziente, dato che tutto ciò che succede nel campo bi-personale appartiene comunque alla coppia, si può correre il rischio di rendere troppo protagonista la mente dell’analista rispetto a quella del paziente. Cito da “Le certezze perdute della psicoanalisi clinica”: “Le mie riflessioni mi avevano portato a dubitare che la psicoanalisi si potesse proprio considerare una teoria del cambiamento psichico e a chiedermi se non fosse piuttosto una teoria degli ostacoli che si oppongono al cambiamento”. Gli studi sul narcisismo, le ipotesi teoriche di Winnicott e di Kohut, ampliarono le capacità tecniche degli analisti e resero ancora più complessa la dimensione della relazione psicoanalitica.

Pur non aderendo al modello genetico, per cui le diverse fasi dello sviluppo infantile possono essere utilizzate come metafora dei fatti clinici, Stefania Manfredi comprese che quando il Narcisismo appare in seduta l’assetto mentale dell’analista doveva modificarsi ed in questa evoluzione confluì e, secondo me, fu determinante la sua esperienza di psicoterapeuta di gruppo. Ritengo che l’insegnamento più importante che consegue alle sue riflessioni sul Narcisismo sia stata la necessaria e particolare attenzione che, a partire da questo momento, veniva data all’assetto interiore della mente dell’analista, proprio per non correre il rischio di essere, a nostra volta, traumatici poiché invadiamo lo spazio del paziente. Se elaboriamo ulteriormente l’indicazione della Aulagnier per cui l’analista, nei diversi momenti di ogni seduta, dovrebbe avere oltre che un’attenzione anche una teoria “fluttuante”, per non rischiare di essere “ideologico”, direi che adottare teorie diverse comporta, in realtà, adottare assetti mentali diversi, conseguenti alle particolari condizioni mentali del paziente in quel momento e quindi modalità di ascolto diverse e più appropriate.

L’analista, per non essere ideologico e cioè legato ad una sola teoria “forte”, deve, però, riuscire a raggiungere un’individuata esperienza clinica e soprattutto una particolare maturità interiore, sia nella capacità di padroneggiare e saper leggere i propri movimenti inconsci sia come persona rispetto agli eventi della propria vita. Kohut descrive tale stato mentale quando individua come la massima maturità che può raggiungere il nostro narcisismo sia la capacità di riconoscere la propria caducità e considera ciò come la più grande conquista psicologica di un essere umano. Infatti, confrontarsi con i propri limiti non è solo una vittoria della ragione bensì è creare una forma più elevata di narcisismo, tanto matura da poter quasi affermare che il narcisismo si esaurisce nel momento in cui accetta la compiutezza della propria esistenza individuale, della propria piena solitudine e autonomia: un processo che si può verificare al termine di un’analisi ben riuscita. Questa fase si accompagna allo sviluppo di un umorismo liberatorio che testimonia come il processo di autocreazione della propria personalità proceda oltre i limiti che le istanze psichiche, soprattutto il Super-Io, ci abituano ad accettare. Raggiungere questi aspetti maturi del narcisismo sembra essere non solo necessario quando ci confrontiamo con il senso di finitezza della vita, come abitualmente siamo portati a pensare, ma è anche il problema che si pone con la maturità e la creazione dell’autonomia: quello, cioè, di produrre un nuovo equilibrio tra le istanze per consentire uno stabile piacere di funzionare e una maggiore creatività. La maturazione del narcisismo è una trasformazione solo se questa avviene senza manifestazioni di distacco e di disinteresse dagli oggetti, cioè non deve accompagnarsi all’isolamento né a negazioni della realtà. In questo nuovo equilibrio non si verifica lo svuotamento dell’io che avviene negli stati di investimento oggettuale estremo, come nell’innamoramento, che portano a trascurare il proprio Sé, ma si crea un processo che porta a disinvestire genuinamente il Sé, da parte di un Io intatto e ben funzionante. Questo nuovo assetto apre le porte alla massima capacità di intelligenza umana, la saggezza, che va oltre la mera sfera cognitiva poiché è un amalgama dei processi di conoscenza e degli atteggiamenti psicologici che accompagnano la rinuncia alle richieste narcisistiche. La saggezza è formata dall’umorismo, dal senso di caducità, dal possesso di ideali, dall’empatia nei confronti degli altri e del mondo, che si costituiscono, insieme, per formare un atteggiamento stabile della personalità verso la vita. Un ruolo importante, in questa fase, spetta all’empatia che, maturando, costituisce una funzione che dipende dall’insieme delle identificazioni, che portano al contatto e allo scambio emotivo relazionale e quindi ad una nuova gratificazione narcisistica. Come ha suggerito Stefania Manfredi, si può ritenere che la saggezza sia uno stato d’animo dovuto al maturo equilibrio raggiunto tra le diverse istanze endopsichiche, promosso dalle esperienze effettuate durante la vita, di cui la terapia psicoanalitica è una tra le più importanti.

La mente dell’analista una volta che è di fronte al muro narcisistico deve, quindi, essere sufficientemente matura per impegnarsi in un diverso ascolto e saper affinare le sue capacità terapeutiche, si chiede Stefania Manfredi: “…Abbiamo solo le parole, in particolare le parole-interpretazione come unica risorsa per arrivare all’insight? A volte sono sicura di no.… A volte finisco di pensare che si, la psicoanalisi continua a essere fondamentalmente una terapia della parola, centrata soprattutto sull’interpretazione e, in particolare, sulle interpretazioni di trasfert”. Le sue riflessioni, a questo punto, però, cominciano ad ipotizzare che l’insight non sia il solo strumento di cambiamento e che quest’ultimo dipenda molto dalla modalità con cui viene ascoltato un paziente, cioè dall’assetto mentale con cui l’analista ascolta. Insieme alle considerazioni della Faimberg, l’ascolto viene messo al centro delle attività della mente dell’analista, con una particolare attenzione a come il paziente ascolta l’interpretazione dell’analista, ipotizzando che la sequenza dei fatti analitici non sia “ascolto-interpretazione-insight-cambiamento” ma bensì “ascolto-interpretazione-cambiamento-insight”. Dove l’insight viene considerato soprattutto un fatto di coscienza che include una particolare consapevolezza: quella del sentirsi diversi e come tale ha un rapporto non scontato con la parola. Ricorderete la metafora della mappa geografica di Freud, riportata inizialmente, si tratta di unire contenuti collocati in regioni diverse della mente ma, a quanto pare, non basta solamente metterle in relazione poichè bisogna che, prima, sia promosso un cambiamento che avviene attraverso le molte cose che accadono in seduta, qualcosa che le colleghi e conseguentemente le renda un fatto nuovo.

Si potrebbe definire lo psicoanalista soprattutto un tecnico dell’ascolto, che deve anche divenire capace di saper ascoltare in che modo il paziente ci ha ascoltato: cioè deve effettuare “l’ascolto dell’ascolto”. Da queste ipotesi teoriche ne consegue che sarebbe più esatto definire il campo analitico bi-personale come un prodotto dell’attenzione fluttuante di quell’analista e delle associazioni libere di quel paziente, in quel preciso momento, che forse potremmo anche definire come due particolari stati mentali di ascolto, piuttosto che il prodotto del trasfert e del controtrasfert che sono concetti molto più astratti rispetto al livello empirico.

Il cambiamento psicologico, di ogni natura, divenne il centro dell’interesse e della ricerca di Stefania Manfredi, da quello naturale e spontaneo della crescita, a quello conseguente alle esperienze traumatiche della vita, poiché la mente umana va incontro a continue modificazioni. Il meccanismo che produce i cambiamenti psicologici le sembrò che, prevalentemente, non utilizzasse le modalità della riparazione, come tipicamente ipotizzato dalla teoria kleiniana e che nemmeno i cambiamenti che avvengono in analisi potessero essere del tutto attribuiti a tale concetto. Citazione: ”Il concetto di riparazione è strettamente collegato alla concezione kleiniana del sadismo infantile precoce e pare essere un po’ limitativo se non crediamo che il bambino così piccolo abbia una vita mentale così sofisticata, se non crediamo sia così sadico perché non crediamo nella pulsione di morte, se non crediamo nella teoria degli istinti, ma ci muoviamo in una teoria delle relazioni oggettuali piuttosto alla Fairbarn o alla Winnicott”. Quindi, il cambiamento psicologico, sinonimo di crescita e maturazione, è un fenomeno naturale presente anche fuori della stanza d’analisi, in tutte le persone che hanno la capacità di integrare le nuove esperienze e si sanno modificare. Questi cambiamenti spontanei, cito: “…vengono perlopiù descritti come cambiamenti nella rappresentazione del Sé, che andrebbe ad avvicinarsi di più alla rappresentazione del Sé ideale. Queste rappresentazioni interne che vengono chiamate a volte anche strutture, non sono fissate una volta per tutte, ma mentre l’individuo interagisce con l’ambiente si trovano come in un lento fluire… Le fluttuazioni si verificano attorno ad un nucleo costituito dall’autopercezione… in termini di capacità dell’Io, forma e funzione fisica, ruoli sociali e così via”. La mente, sappiamo oggi dalle neuroscienze, prevalentemente, si autocostruisce e non si configura secondo il modello dell’arco riflesso, ma fin dalle sue prime percezioni porta avanti un processo di appropriazione soggettiva. Il potenziale di autocostruzione opera soprattutto durante l’acquisizione del simbolo verbale e della metafora, quando trasforma la sensazione corporea in strumento cognitivo per comprendere il mondo circostante. Tale nuova impostazione non riduce l’importanza del transfert, dei fenomeni ripetitivi e riparativi che emergono nella terapia analitica, ma cerca di integrarvi gli aspetti narcisistici dello sviluppo. La mente, nella sua evoluzione psicologica, una volta raggiunta la maturità, va concepita come composta da strutture endopsichiche che non sono né definite né fisse, così come non lo sono le relazioni tra loro. Stefania Manfredi definisce il cambiamento psichico come citazione “…il risultato dell’interazione tra la forza motivazionale dell’ideale dell’io, l’atteggiamento verso le nuove esperienze, la capacità di sviluppare nuovi sistemi di credenze su se stessi e sugli altri e l’impatto catalizzatore di nuovi oggetti e di nuove situazioni”. Anche per quanto riguarda la scelta oggettuale, sebbene determinata dalla ripetizione inconscia e dalla relazione con i primi oggetti, sappiamo come, nel tempo, tale esperienza possa modificarsi ed acquisire una certa libertà di muoversi per scegliere nuove conformazioni. Il nostro sistema motivazionale è impostato al cambiamento durante tutto il ciclo vitale, nel gioco interno tra il Sé e la rappresentazione ideale di Sé che ci stimola perennemente a migliorarci. Forse è proprio questa l’impostazione di fondo della nostra mente, tesa continuamente al miglioramento, cioè a cambiare, dove in realtà migliorarsi è anche conoscere, integrare l’esperienza appresa dal non-me, affinare la propria efficienza cioè continuamente costruirsi meglio e questo movimento come dice Stefania Manfredi “…comporta una grossa gratificazione narcisistica”. Una caratteristica particolare del nostro cambiamento psicologico e della crescita della mente, come ci insegna Winnicott, è il suo manifestarsi sul limite dell’interazione con gli altri, nell’area dei fenomeni transizionali. Nello spazio dove ciò che avviene è già un fenomeno intersoggettivo, che però consiste nel trovare qualcosa di leggermente diverso da ciò che ci si aspettava, così da manifestarsi nuovamente la dinamica dell’oggetto “trovato/creato” che precede ogni nuovo apprendimento. Tale modalità viene stimolata particolarmente quando qualche latente rappresentazione del Sé (un desiderio dell’ideale dell’Io) viene attivata nella relazione con un’altra persona, per cui citazione “…di questa categoria di incontri catalizzatori la psicoterapia sarebbe nient’altro che un caso particolare”. Questo continuo cambiamento può effettuarsi in tutta la sua vitalità, arricchendo il nostro Sé, solamente perché vi sono delle parti che non cambiano ma rimangono costanti, funzionando come organizzatori del cambiamento stesso e fondando il sentimento di identità. In fondo la differenza fra salute e malattia, sosteneva Stefania Manfredi, sta più nel modo in cui un individuo gestisce i suoi conflitti, fa esperienza ed esprime questi conflitti, piuttosto che nella loro mera presenza o assenza.

Vorrei concludere questa breve sintesi del percorso teorico effettuato da Stefania  indicando due aspetti da sviluppare, verso cui le sue riflessioni ci proiettano. Per quel che riguarda il cambiamento psichico, dato che l’attivazione di nuove funzioni, lo sviluppo di nuovi pensieri o la formazione di atti di percezione interna non sono promossi dal meccanismo dell’arco riflesso né sono attività indotte dalla separazione o dalla riparazione, come analisti dobbiamo essere consapevoli che questi fenomeni fanno parte di un’attività mentale spontanea che dobbiamo saper meglio indirizzare con la nostra teoria e la sua tecnica.

Infine che andrebbe ulteriormente approfondito il concetto di identità che dovrebbe essere piuttosto concepito come un sistema, nel quale considerare soprattutto i rapporti tra le varie parti che lo compongono. Infatti l’identità non definisce solamente le caratteristiche differenziali rispetto al non-identico, ma costituisce la vera organizzazione interna di una persona, la sua impalcatura narcisistica, che è fatta di una rete di identificazioni incrociate con le persone emotivamente significative e sostiene la vita mentale dell’individuo adulto.

 

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