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Ferruta A. (2016). Connessione tra psicoanalisi dei concetti e psicoanalisi della clinica.

Testo della relazione presentata nel seminario “Il lavoro della parola nella psicoanalisi di Stefania Turillazzi Manfredi” (Firenze, 3 Dicembre 2016) che pubblichiamo per gentile concessione dell’Autrice

Breve profilo biografico di Stefania Turillazzi Manfredi

Nacque a Grosseto nel 1929, in Maremma, ed è mancata nel 2015 a Firenze, che è stata la città in cui ha vissuto.

Medico specializzato in Medicina Legale, fece la sua analisi con Emilio Servadio  ed entrò  nella Società Psicoanalitica Italiana prima dei 30 anni e acquisì le funzioni di Training a 40 anni.

Si dedicò alla formazione di numerosi allievi, prima facendo parte del gruppo di Roma, e poi di quello di Milano, considerata una sede più aperta agli sviluppi della psicoanalisi relazionale, in feconda amicizia e collaborazione con Luciana Nissim.

Interessata allo sviluppo teorico e clinico della psicoanalisi, ha aperto strade di ricerca in importanti direzioni:

– L’interpretazione, oltre le interpretazioni mutative di Strachey

– Dalla relazione duale al campo bipersonale dei Baranger ( Key Paper al Congresso IPA di Buenos Aires 1991)

– La psicoanalisi e le psicoterapie (La linea d’ombra delle psicoterapie)

– Il nesso tra clinica e teoria (La certezze perdute della psicoanalisi clinica)

 

E’ stata una donna di grandi capacità cliniche e teoriche e forse anche per questo è stata oggetto di discriminazioni: una donna ‘deve’ essere sottomessa. Non lo è stata.

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Introduzione 

Stefania Turillazzi è riuscita a tenere insieme una impostazione relazionale e teorica del modo di pensare e fare psicoanalisi.

Vorrei citare l’ultimo lavoro con cui partecipò a un congresso della SPI, quello di Roma del 2012 su Identità e cambiamento. Inviò il suo lavoro alla Commissione Scientifica che lo selezionò anonimo, senza pensare che la sua esperienza e competenza le dovessero riservare una collocazione di maggiore visibilità.

Il lavoro, bellissimo, fu letto da Stefania Nicasi, perché le condizioni di salute non le permisero di intervenire di persona.

Il lavoro si intitola: CAMBIARE RIMANENDO SE STESSI

Forse questo testo si addice al lavoro che stiamo sviluppando in questo periodo nella SPI sul progetto di estensione della psicoanalisi ad altri contesti clinici, con setting variati, sempre a contatto con l’inconscio e le libere associazioni, cercando di non cristallizzare il lavoro psicoanalitico, il Traumarbeit, in schemi pedagogici prescrittivi prefabbricati, e cercando di individuare le strutture dinamiche della mente che l’estensione della clinica ci permette di conoscere.

La psicoanalisi propone una teorizzazione del funzionamento psichico essenzialmente dinamica. Tale concezione riguarda sia i processi che stanno alla base di ogni realizzazione cognitiva ed emotiva, sia i modi di entrare in rapporto con l’ambiente umano e non umano che circonda ogni soggetto sin dall’inizio del suo esistere. Questa qualità psicodinamica della teoria psicoanalitica spesso si scontra con la difficoltà descrittiva di concettualizzare insieme strutture del funzionamento e processo di comunicazione e interazione con l’ambiente, con l’altro da sé.  Le strutture psichiche portanti devono essere sufficientemente coese da permettere un movimento di avvicinamento, ma non così strutturalmente rigide e schematiche da impedire qualsiasi variazione e perturbazione sollecitata dall’incontro con altro da sé, e nemmeno così fluide e variabili da dissolvere in un alone indefinito emozioni e intuizioni evocate dall’incontro stesso, non configurate in sequenze associative gestuali musicali figurative verbali e in forme trasmissibili. Fondamenti e processo non sono scindibili. Talvolta si mette l’accento sulle strutture che hanno dato vita all’organizzazione della vita psichica del soggetto, secondo le descrizioni della prima e seconda topica freudiana, altre volte si dimentica la struttura per seguire la dinamica del processo di trasformazione contenitore-contenuto, transfert-controtransfert. 

Questo legame tra strutture psichiche e processo della relazione analitica è difficile da mantenere, nella teoria e nella clinica, come in una musica, in una danza, in cui occorre presentare configurazioni insieme libere e significanti, che divengono nel tempo. Non è facile attivare nella prassi questa complessa dialettica, mantenendo chiarezza concettuale e attenzione clinica, senza dedurre la tecnica da affermazioni astratte generali, e senza assottigliare e ridurre la teoria solo all’arbitrarietà del sentire dei due soggetti in gioco. Non possiamo fare altro che interrogarci costantemente sugli elementi che qualificano la specificità psicoanalitica, rivisitando le questioni ricorrenti che costituiscono esempi di situazioni contraddittorie nelle quali strutture psichiche sufficientemente configurate si confrontano con il processo psicoanalitico che invita a trasformazioni creative sollecitate da incontri continuamente invitanti alla ri-nascita del soggetto (Bollas, 1995).

Ecco alcuni passaggi del lavoro di Stefania Turillazzi Manfredi Cambiare rimanendo se stessi.

 

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Il piacere del cambiamento

 

“Adesso, io desidero portare avanti l’ipotesi -che alcuni autori stanno cercando di verificare- che la tensione tra l’Io e la rappresentazione ideale dell’Io agisca come un sistema di motivazioni diretto verso il cambiamento durante tutto il ciclo vitale.

 

Questo sforzo di avvicinamento alla rappresentazione ideale dell’Io si traduce in un’azione nel mondo per mettere alla prova aspetti ancora latenti mai sperimentati prima. Quando si verifica, questo avvicinamento porta una grossa gratificazione narcisistica.

Anche il concetto di sviluppo implica cambiamento, ma la teoria psicoanalitica dello sviluppo non parla di motivazione al cambiamento: abbiamo un concetto di istinto strettamente legato a un’ipotesi energetica che presume una pressione verso la scarica immediata (principio del piacere).

Il principio di realtà e il processo secondario richiedono modificazione degli impulsi istintuali. E’ la sublimazione, e non la motivazione, che sposta l’azione lontano da luogo delle origini in sintonia con le aspettative sociali.

Bisogna dire che Freud si occupò molto di questo se considerò la rinuncia alla soddisfazione degli istinti come base sia della civilizzazione sia delle nevrosi.

Sono pochi gli autori psicoanalitici  che sottolineano il piacere che sta nell’eseguire una funzione con successo, il vissuto di essere efficace, l’idea che una competenza diventi nel corso dello sviluppo un nucleo importante della motivazione.

Io  ho l’impressione che la mente cresca in quel posto di frontiera dove ciò che si aspettava non avviene oppure avviene ma è un po’ diverso da come ci si aspettava. Spesso, quando l’azione e la nuova esperienza conducono ad un cambiamento, l’insight può essere addirittura un prodotto di questo cambiamento.

Rimane da precisare meglio il ruolo degli eventi vitali e da sottolineare la speciale importanza dell’incontro con un oggetto catalizzatore per il cambiamento.

La prima domanda che viene in mente è : come possono tali brevi interazioni avere effetti abbastanza durevoli quando la nostra esperienza di analisti suggerisce che l’elaborazione di certe distorsioni transferali prende degli anni?

E’ importante per il cambiamento che venga attivata una rappresentazione  di se stessi che era latente:  ciò può avvenire appunto per l’azione di un’altra persona -di questa categoria di incontri catalizzatori la psicoterapia sarebbe nient’altro che un caso particolare.  Ci sarebbe quindi un incontro che sveglia un potenziale latente mai  sperimentato e riconosciuto prima. “

 

 

Scopi clinici e scopi metapsicologici della psicoanalisi

Si introiettano non oggetti ma interazioni

 

“ Il concetto di cambiamento strutturale continua ad infestare la letteratura psicoanalitica e in un modo o nell’altro anche l’insegnamento: mentre continuiamo ad assistere alla dicotomia tra la valutazione delle strutture psichiche e l’osservazione clinica. Le stesse descrizioni  del cambiamento di Schafer si basano su ciò che si può osservare nella clinica senza far ricorso a concetti di struttura o altre formulazioni metapsicologiche. Il pensiero deduttivo può essere una guida significativa per mettere ordine nella nostra comprensione del comportamento e può anche avere un potente effetto euristico, ma non può rimpiazzare l’osservazione clinica.

Alcuni autori sostengono che non si possono dare veri cambiamenti psichici senza cambiamenti nei conflitti e nelle strutture di base, mentre altri hanno suggerito che il cambiamento nella struttura psichica porta necessariamente a cambiamenti nei suoi derivati.  Penso che l’esperienza clinica ci insegna che perfino modesti cambiamenti in un’area possono portare a cambiamenti in altre aree e che quadri di sofferenza che durano da molto tempo possono essere modificati. Sarebbe interessante poter capire i motivi del passaggio da ciò che può essere descritto sotto la voce “scopi clinici” a ciò che può essere descritto sotto la voce “scopi metapsicologici” dell’analisi. Certamente tutto questo ha avuto a che vedere con la preoccupazione di stabilire una demarcazione tra la psicoanalisi e le psicoterapie. D’altro canto, l’allargamento degli scopi (il “widening scope”) della psicoanalisi ci ha messo più che mai di fronte alla verifica (clinica e comportamentale sempre) che certi risultati mancano in certi trattamenti con il formato dell’analisi (lettino, quattro o cinque sedute ecc.) oppure che, se ci sono, non sono appannaggio soltanto dell’analisi.

Sembra quindi giunto il momento di disidealizzare i così detti cambiamenti strutturali, si creda o no nell’esistenza delle strutture come agenzie interne o come complessi di funzioni mentali o come province di oggetti interni.

Credo che non si introiettino oggetti ma interazioni. Detto in altro modo, se l’analista ha un buon rapporto con alcuni aspetti del paziente, il paziente introietta questo suo buon rapporto : questa è la riparazione.

Vorrei concludere dicendo che sono convinta che la riparazione sia soprattutto uno stato della mente e che la mente sia come un’officina dove si ripara in  permanenza, fino a quando, a un certo punto, il ritmo diventa insufficiente.”

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In sintesi, la tecnica analitica consiste nella capacità condivisa di disegnare un quadro solido e mutevole, disponibile a diventare molte storie. Convivono così la possibilità in analisi di farsi usare dal paziente per la costruzione del suo sé e la disponibilità a funzionare come l’oggetto vivo che apre la strada all’incontro con oggetti non-me (Winnicott, 1970) con la loro forza attrattiva percettivo-sensoriale che, non intrusivi e non alienanti, ma dotati di un significato loro conferito dal soggetto, entrano a far parte del suo mondo interiore.

 

 

Per finire, vale la pena di osservare che sono tempi nei quali l’ostilità verso le donne va aumentando, perché le donne si fanno avanti e parlano: si tratta di una felice apertura necessaria a portare in campo oggetti trasformativi da non nascondere sotto diverse forme di occultamento. Voglio citare un passaggio dello scritto in memoria del suo analista Emilio Servadio che ricorda l’importanza di difendere la libertà più intima e profonda di uomini e donne, quella in relazione con i primi momenti della vita, che ci uniscono tutti.

“Servadio ha scritto molto sulle donne e vorrei fare un cenno su questo. Ricordo una sua conferenza sulla sessualità femminile in cui pensai che veramente come psicoanalista aveva sulle donne capito molto più di Freud, che del resto aveva capito ben poco. Egli si offriva come immagine pubblica di un difensore del movimento femminista. Io non so dire se questa fosse proprio la sua posizione. Certamente difendeva la libertà di uomini e donne, quella più intima e profonda. (…) Vi chiederete come faccio a sapere tante cose del mio psicoanalista di cinquant’anni fa, uomo, tra l’altro, di poche confidenze. Ma io ho conosciuto l’uomo Servadio attraverso la sua poesia.”.

 


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