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Monticelli M. (2011). I fantasmi inconsci di un giovane adolescente.

Relazione presentata al seminario di Formazione Psicoanalitica – Sabato 12 Marzo 2011

Funzione genitoriale e perdite nell’eta adulta

Seminario di Formazione Psicoanalitica , 12 Marzo 2011

L’eredità psicologica che ogni generazione riceve dalla precedente è un tema appassionante, che pone una rilevante questione teorico-clinica, su cui oggi ci troviamo a riflettere.
Il lavoro di F. Palacio Espasa, con l’abbondante esperienza clinica con genitori e bambini su cui si basa, e l’elaborazione teorica che da essa si sviluppa, riveste un ruolo di punto di riferimento nel merito della discussione su questi temi.
L’idea secondo cui contenuti inconsci della mente possano essere trasmessi dai genitori al figlio viene delineata pionieristicamente da S. Fraiberg nel 1974, in “I fantasmi nella stanza dei bambini”. L’autrice definisce i fantasmi come intrusi provenienti dal passato dei genitori, che danneggiano il bambino. “Sono, dice la Fraiberg, i visitatori del passato non ricordato dai genitori, gli ospiti inattesi del battesimo.”

I contributi successivi che hanno sviluppato questa idea sono stati notevoli, tra cui quello di Palacio Espasa mette a punto concetti utili per pensare alla questione intergenerazionale.
In “Scenari della genitorialità”, un lavoro che Palacio Espasa scrive nel 1999 con J Manzano e N. Zilkha, viene sostenuto che il meccanismo per cui i fantasmi di una persona (per esempio la madre) agiscono su un’altra (per esempio il figlio) è relativo al “comportamento nel senso più generale del termine (verbale, preverbale, atteggiamenti, espressioni d’affetto, mancanze, eccetera); questi comportamenti della madre agiscono come rinforzo e selezione dei comportamenti del figlio sulla base di bisogni relazionali, pulsionali e difensivi di costui” 2 E’ attraverso questo meccanismo che secondo Palacio Espasa avviene il passaggio da un’interazione oggettiva ad un’interazione fantasmatica nella relazione genitore figlio.

Su questa base, gli autori formulano l’idea di “scenario narcisistico della genitorialità”, un concetto di rilevante pregnanza teorico-clinica, che permette sia una comprensione della relazione intergenerazionale, sia una categorizzazione delle difficoltà su cui questa si può bloccare, producendo disfunzionalità.
Nel lavoro di oggi Palacio Espasa individua due momenti critici della vita di ogni individuo: quello dell’adolescenza e quello del diventare genitore. La criticità dei due momenti consiste nel delicato processo di elaborazione del lutto di oggetti fantasmatici che entrambi richiedono. Così come l’adolescente deve lasciare la sua posizione infantile, l’arrivo della genitorialità dà l’avvio ad un delicato processo interiore in cui l’identificazione con l’immagine interna dei propri genitori si alterna e si combina con il processo di lutto degli oggetti primitivi ( i propri genitori, di cui si prende il posto, e il sé bambino-figlio, che invece deve lasciare il posto a un nuovo bambino).
Se il giovane adulto che si prepara a diventare genitore non ha risolto i due “lutti di sviluppo”, la relazione che egli avrà col figlio verrà investita di elementi proiettivi, nella forma dello “scenario narcisistico della genitorialità”.

Il concetto di scenario narcisistico si riferisce quindi al processo per cui un genitore investe la relazione col figlio tramite un’identificazione proiettiva, che sostituisce alla relazione oggettiva col figlio una relazione tra sé e sé del genitore. Palacio Espasa individua la natura narcisistica di tale identificazione proiettiva, essendo essa al servizio delle difese o delle esigenze di soddisfacimento libidico del sé del genitore.

I destini della relazione oggettuale, a partire da quella con i figli, secondo Palacio Espasa, dipendono dalle vicissitudini interne legate al narcisismo. In “La dimensione narcisistica della personalità”, che Palacio Espasa scrive nel 2005 con J. Manzano, gli autori scrivono “..noi pensiamo che un Io primitivo come pure una relazione d’oggetto esistano fin dalla nascita.

L’investimento libidico è duplice, sebbene asimmetrico: un investimento dell’Io e della 1 S. Fraiberg I fantasmi nella stanza dei bambini in “Il sostegno allo sviluppo”, Milano, Raffaello Cortina, 1999, pag.179 2 J Manzano, F. Palacio Espasa, N. Zilkha “Scenari della genitorialità“, Milano, Raffaello Cortina, 2001, pag.15 rappresentazione di quel che questo riconosce come essere sé (libido narcisistica), ed un investimento dell’esterno e dell’oggetto differenziato da se stesso (libido oggettuale).” “Il narcisismo, proseguono gli autori, (è) un insieme di processi interconnessi nei differenti assi di funzionamento psichico, una dimensione narcisistica della personalità. Quando essa è dominante e non è evoluta normalmente, …, questa dimensione narcisistica prenderà le particolarità
dell’organizzazione patologica narcisistica e caratterizzerà clinicamente la personalità nel suo insieme”.

L’idea che sembra emergere complessivamente dal lavoro di Palacio Espasa è che, così come in ogni individuo esiste sempre una “dimensione narcisistica della personalità”, in ogni genitore la relazione narcisistica col figlio coesiste sempre con la relazione oggettuale. Quindi, se viene assunta tale coesistenza, è dal grado di pervasività della dimensione narcisitica che dipendono la funzionalità della genitorialità e i suoi conflitti. Nella relazione di oggi, Palacio Espasa ci ha parlato dei vari conflitti di genitorialità: il conflitto di genitorialità nevrotica, il conflitto di genitorialità depressivo-masochistica, il conflitto di genitorialità narcisistico dissociata.

In “Depressione di vita, depressione di morte”, un lavoro del 2003, Palacio Espasa precisa che nella clinica “non troviamo mai allo stato puro una forma o l’altra della conflittualità, ma una mescolanza, oppure, ciò che si può osservare con maggior facilità, un’alternanza”.
La questione messa a fuoco è, in definitiva, la coesistenza, nella relazione genitori figlio, di elementi proiettivi e elementi oggettuali, che, se da una parte contiene un potenziale rischio narcisistico, dall’altra costituisce una peculiarità in grado di rappresentare per il genitore e per il figlio un’occasione unica di sviluppo.
Come lo stesso Palacio Espasa sostiene nel suo volume “Psicoterapia con i bambini” “Le identificazioni proiettive dei genitori sul bambino di oggetti significativi del loro passato o di aspetti di se stessi come bambini non sono necessariamente patogene: al contrario, esse possono avere un ruolo altamente strutturante per il bambino stesso. La mobilizzazione del proprio modo interno alla nascita del bambino offre al genitore opportunità maturative che gli permettono di rielaborare conflitti mal risolti con gli oggetti del suo passato infantile, in particolare con i genitori. Questo insieme identificatorio, sviluppato al momento dell’accesso alla parentalità,
sottende quel che possiamo definire “funzione parentale”.
Il genitore potrà infatti attraverso l’esperienza col figlio rivolgersi ai genitori interni al di fuori di modalità difensive troppo rigide che, come lenti deformanti, li idealizzano o li disprezzano, e trovare invece un nuova possibilità di modularne l’impatto relazionale.
Palacio Espasa sembra individuare in questo processo il momento fondante della genitorialità, da cui dipende la possibilità dell’instaurarsi nella mente della madre, o dei genitori, di quella situazione particolare di recettività, che Bion definisce “capacità di reverie”, una disponibilità ad incontrare la “coscienza rudimentale del bambino”6 e a assumerne i bisogni, offrendo al figlio la condizione che sappiamo essere essenziale per la nascita psichica.
In definitiva, la recettività materna e la funzione genitoriale che ci mostra Palacio Espasa, hanno una qualità indissolubilmente legata ai processi identificatori, e ai lutti relativi ad essi, e si costituiscono attraverso identificazioni costruttive con il figlio, per mezzo delle quali si stabilisce una relazione di scambio e comunicazione genitore-bambino.
La normale attività che dalla elaborazione del lutto dell’adolescenza porta a quello della genitorialità, può essere resa particolarmente difficile da lutti reali, che possono colpire i genitori ad ogni stadio del processo, bloccandolo e deformando la relazione col bambino, trasformandola in 3 J. Manzano, F. Palacio Espasa “La dimensione narcisitica della personalità”, Milano, Franco Angeli, 2006, pag.34
4 F. Palacio Espasa “Depressione di vita, depressione di morte”, Milano, Raffaello Cortina, 2004, pag.44
5 F. Palacio Espasa “Psicoterapia con i bambini”, Milano, Raffaello Cortina, 1995, pag 14-15
6 W. R. Bion Una teoria del pensiero, in “Analisi degli schizofrenici e metodo psicoanalitico”, Roma, Armando Armando, 1970, pag. 178 un’interazione fantasmatica utilizzata per difendersi dal dolore psichico della perdita.
Il caso di cui voglio illustrare il materiale clinico riguarda una situazione di questo tipo, in cui un grave lutto sembra aver costituito un nucleo di mancata elaborazione per un’intera famiglia, nelle sue generazioni. Il versante che col materiale clinico voglio portare alla discussione è quello del figlio, di chi, cioè, nello scenario narcisistico della genitorialità, si trova impigliato nella rete delle identificazioni proiettive, a cui non sa dare significato.

Il mio paziente è infatti un ragazzo di 13 anni, in cui il “lutto di sviluppo” richiesto dai processi di trasformazione dell’adolescenza è reso difficile da fantasmi inconsci di complessa natura che ha ricevuto dalle generazioni precedenti, e perciò di difficile elaborazione.
Ma questa è la fine della sua storia, che invece inizia tanto tempo fa, in un casale della campagna toscana, dove i nonni del mio paziente vivevano e dove, in una giornata estiva, stavano svolgendo le normali attività di una famiglia contadina. Il nonno, allora un giovane uomo, stava lavorando nei campi col suo trattore; il figlioletto di 3 anni stava giocando tra l’erba negli stessi campi.
Probabilmente a causa del grano alto l’uomo non vede il bambino che vi si nasconde in mezzo e così lo investe con il trattore, uccidendolo.
Subito dopo la tragedia i nonni fanno un altro bambino, che diventa un perfetto sostituto del bambino ucciso, di cui prende anche il nome: è il padre del mio paziente.
Quando il padre è un ragazzo perde la propria madre (la nonna del mio paziente). Poi i genitori del mio paziente si sposano e hanno due bambini (il mio paziente è il secondo), ma la catena di lutti non finisce qui. Quando il piccolo ha 7 mesi muore lo zio, fratello minore del padre, in un incidente
automobilistico, a 17 anni. Dopo poco muore il nonno, quando il mio paziente ha tre anni.
Da questa drammatica cronologia di lutti possiamo dedurre che la vita del padre del ragazzo sia stata fortemente connotata dagli eventi che hanno colpito la sua famiglia, permeata da esigenze estranee ai suoi bisogni di bambino che, fin dalla nascita, ha dovuto ricoprire il ruolo di sostituto di un bambino morto: il suo esistere ha probabilmente dato ai suoi genitori l’ “illusione, come si legge
nella relazione di Palacio Espasa, di recuperare qualche cosa della parte perduta, per risparmiare una parte di dolore per la perdita”. Inoltre l’esistere del bambino-sostituto ha forse avuto per i suoi genitori un significato legato alla difesa dalla colpa di aver ucciso l’altro figlio. La negazione della colpa nasce dall’esigenza difensiva di sollevarsi da un soverchiante senso di colpa, ma la sua azione allontana i vissuti e i sentimenti legati ad essa, e con ciò sottrae l’esperienza alla possibilità di essere pensata. E’ questo processo difensivo che trasforma il bambino morto in un fantasma, ovvero in un elemento che per la sua impensabilità non può essere elaborato, trasformato, ma può solo essere scisso e perciò trasmesso come elemento incapsulato attraverso le generazioni.
Come avrà elaborato questo padre il lutto di sviluppo dell’adolescenza? E come quello della paternità?
Purtroppo non ho elementi per parlare di questo perché il mio lavoro con lui, come psicoterapeuta del figlio, si è limitato ai colloqui che regolarmente ma sporadicamente faccio con la coppia per la psicoterapia del ragazzo, e quindi centrati sulla funzione genitoriale. In questi colloqui però emerge la relazione con il figlio, che nella sua mente sembra configurarsi come una relazione padre-figlio idealizzata. Le sofferenze del ragazzo spesso vengono identificate dal padre con le proprie, ed entrambe un po’ idealizzate nella loro qualità vittimistica. Alla luce del concetto di genitorialità depressivo-masochistica di cui Palacio Espasa ci ha parlato, mi chiedo se tali sofferenze possano essere inconsciamente vissute dal padre come una forma di espiazione.

Riccardo, il mio paziente, è un bambino che corrisponde pienamente all’ideale paterno: intelligente e generoso, ma molto sfortunato, bravissimo a scuola, ma non apprezzato, con un animo intellettuale e sensibile, che lo fa essere un ottimo poeta e gli conferisce una visione esistenziale pessimistica e vittimistica. Riccardo ha un rapporto di piena intesa con i suoi genitori ed è estremamente protettivo col padre.
I genitori chiedono una psicoterapia per lui a causa dei suoi tics, che in certi momenti diventano  talmente violenti da limitarne l’attività fisica e mentale. Riccardo ha inoltre una serie di rituali ossessivi, che hanno la funzione di tenere sotto controllo l’angoscia di diventare un’altra persona.
Le caratteristiche ossessive di Riccardo sono in netto contrasto con il suo aspetto sempre arruffato e sdrucito, con il disordine che crea inspiegabilmente intorno a sé, con una calligrafia che, praticamente incomprensibile, fa impazzire, e anche molto innervosire, i professori.
Riccardo soffre di diverse malattie: ha una forma asmatica gravissima, comparsa quando era molto piccolo. Lui stesso racconta che la madre, non sentendolo emettere nessun rumore, si avvicinò a lui e si accorse improvvisamente che non respirava più. Le sue abilità infermieristiche e la corsa in ospedale salvarono la vita al bambino.
Le crisi asmatiche adesso sono tenute sotto controllo tramite i farmaci; nonostante ciò spesso ci sono recidive con complicazioni polmonari e bronchiali.
Inoltre Riccardo è gravemente allergico: il veleno delle vespe e i crostacei potrebbero essere letali per lui.
Le malattie del ragazzo per il loro carattere di “attacco alla vita”, sembrano avere un carattere psicosomatico, nel senso attribuito al termine da Rosenfeld di “isola psicotica”, ovvero un’area scissa e incapsulata, proiettata nel corpo (10). La definizione è riportata in “Cicatrici mentali e psicosomatica”, un lavoro del 2000 di Giovanni Hautmann, in cui l’autore conferisce al sintomo psicosomatico il valore di espressione nel corpo della “cicatrice mentale”, ovvero di un’area della mente inconscia dove è fallito il processo di significazione e dove, perciò, elementi asimbolici, ovvero mai iscritti nell’ordine simbolico, non sono a disposizione della mente, ma possono solo essere oggetto di scissione e frammentazione e quindi di identificazione proiettiva.
“Credo, scrive Hautmann, che si possa ipotizzare che nel crucivia della sessualità biologica e dei bisogni autoconservativi,…., possano avvenire turbolenze da fallimento del tentativo di significazione o da significazione anomala,…., turbolenze comportanti una sorta di cicatrice al posto della configurazione simbolica psicosomatica.”

La cicatrice mentale, quindi, in Riccardo potrebbe corrispondere agli elementi incapsulati, caratterizzati dalla non pensabilità e quindi dalla non trasformabilità, che costituiscono l’eredità negativa che ha ricevuto dalle generazioni precedenti.
Subito dopo l’inizio della sua terapia, Riccardo ( allora in V elementare) mi racconta del furto di un orologio avvenuto in classe sua. Nella relazione terapeutica, il ragazzo usa massicce difese intellettualizzanti, che comunque, tramite un lavoro di interpretazione, non gli impediscono di seguirmi nel lavoro di collegamento tra il furto e la sua paura prima dei ladri, poi di essere un ladro, fino ad arrivare alla paura di “diventare un’altra persona”, forse un ladro o un omicida.
Mentre ci addentriamo nel mondo interno del ragazzo e incontriamo i suoi fantasmi, gli interessi di Riccardo si canalizzano verso una serie di oggetti: bastoni, pistole, fucili, la potenza dei petardi.
Sono oggetti la cui rappresentatività è ancora incerta, in continua oscillazione tra feticcio e simbolo, essendo per loro natura un facile anello di congiunzione tra i fantasmi transgenerazionali, costituiti da angosce omicide, e le fantasie generazionali, legate allo sviluppo sessuale.
L’avvio dell’adolescenza è così particolarmente difficile per il ragazzo, ed in questo compito non credo possa essere aiutato dai suoi genitori. Come risulta dalla relazione di Palacio Espasa,..“la genitorialtà depressivo-masochistica rischia, (infatti), di vivere l’autonomia dell’adolescente come un rimprovero o un abbandono, tanto più se si accompagna ad una maggiore affermazione di sé, che, in alcuni momenti, non può che esprimersi attraverso l’aggressività.”
Quando ho comunque l’impressione che il processo di ri-significazione degli elementi incapsulati si sia avviato, emerge un aspetto più profondo e più compromesso della realtà del ragazzo. Una volta Riccardo viene in seduta durante una crisi di asma, per cui fa fatica a respirare. Ben presto ci troviamo a parlare dell’angoscia di non respirare ed è a quel punto che inizia a raccontarmi di un episodio in cui, intorno ai 5 anni, si è chiuso volontariamente un dito in un cancello, rompendoselo.
Giovanni Hautmann “Cicatrici mentali e psicosomatica”, in L. Rinaldi “Stati caotici della mente” Milano, Cortina, 2003, pag.165

Non ricorda niente di quel dolore, solo l’idea fissa che lo ha portato a compiere l’azione: “voglio capire cosa si prova” Da allora i racconti di episodi masochistici emergono frequentemente, sia nel suo modo di vivere le relazioni, in famiglia e con i coetanei, che nei comportamenti, rispetto a cui spesso devo trattenermi da mettere limiti.
Il masochismo sembra basarsi su un’attrazione psicotica verso il mistero di cosa significa morire, dove probabilmente un vissuto di onnipotenza difende dalla angoscia di morte e dà l’illusione di poter gestire la morte. L’onnipotenza si regge su una doppia identificazione: se da una parte infatti c’è un bambino morto, dall’altra, contemporaneamente, c’è bambino la cui nascita ha il potere di negare la morte del primo. Le normali difese istintuali che difendono dal rischio della sofferenza e della morte sono state deformate e pervertite.
E’ nel versante masochistico, mi chiedo, che confluisce e prende forma l’aspetto di attacco al corpo
che hanno le sue somatizzazioni?
In “Depressione di vita, depressione di morte” Palacio Espasa scrive che il processo di somatizzazione, ha a che fare con la natura e l’intensità delle angosce depressive, “…cioè (con il) grado di integrazione dei fantasmi distruttivi dell’oggetto di investimento libidico e (con la) natura dei sentimenti di colpa.”…. “quanto meno la distruttività, continua l’autore, riesce a rappresentarsi nelle forme elaborate dalla posizione depressiva, tento più essa genera delle difese narcisistiche che si rivelano mutilanti per il pensiero, e tanto più il corpo è a rischio di
somatizzazione”

Il collegamento con le angosce della conflittualità depressiva è uno sfondo su cui proiettare i dilemma in cui sembra essersi incagliato lo sviluppo di Riccardo, sospeso nel conflitto immodificabile tra carnefice e vittima: egli coscientemente rappresenta se stesso nel ruolo della vittima, ma facendo questo a un livello più profondo si identifica con un oggetto morto; d’altra parte, attanagliato dall’angoscia di diventare un’altra persona, lotta contro la fantasia inconscia di identificarsi con un carnefice, che è un oggetto sì vitale, ma assassino.
Qualche tempo fa Riccardo fa un sogno:
“Ero in macchina con mio padre e mio fratello. Eravamo su una strada di montagna, piena di tornanti. Su per un tornante appariva la professoressa di religione. Il babbo allora, per scansarla, finiva nel burrone. Morivano tutti e due, mio padre e mio fratello. Io invece ero vivo. Allora iniziavo a vagare. Ero solo, non c’era la mamma. Non sapevo dove fosse.”
Mi sembra un sogno interessante perché dà espressione ai contenuti a cui il lavoro psicoterapeutico e l’arrivo dell’adolescenza spingono il ragazzo, ma che risultano al momento non trovare una via di sviluppo.
Il sogno infatti fa saltare l’iperprotettività del paziente verso il padre, dando forma ai contenuti legati alla conflittualità edipica verso il padre e il fratello maggiore, spinto su questa strada da una psicoterapeuta-professoressa di religione che causa l’incidente. Ma l’epilogo, anziché mostrarci l’ incontro desiderato con la madre, ci mostra un vagare come messa in atto dell’ evitamento di questo incontro. Nella realtà interna del ragazzo infatti la conflittualità resta confinata in aree impenetrabili, determinando un‘impossibilità di accedere al complesso edipico.
Il lutto di sviluppo che richiede l’assunzione della propria identità maschile per Riccardo risulta molto conflittuale, e sembra generare in lui senso di colpa, desiderio di espiare, atteggiamento masochistico.
Riccardo, suo padre, suo nonno raccontano una storia di fantasmi. Una storia in cui un uomo commette un’azione la cui colpa è così insopportabile da dover essere assolutamente espulsa, sotto forma di fantasmi. Una storia in cui un altro uomo vive una vita che è la sua, ma che è anche quella di qualcun altro, un altro morto, un fantasma, appunto. La storia, infine, di un giovane adolescente in cui è stata evacuata l’angoscia di diventare un’altra persona, un fantasma, nella forme di un elemento incapsulato e perciò non avvicinabile dal pensiero. E’ così che i fantasmi, eterni e 8 F. Palacio Espasa “Depressione di vita, depressione di morte”, Milano Raffaello Cortina, 2004, pag.178 immodificabili, costituiscono l’eredità non richiesta né riconosciuta che i figli ricevono dai genitori.
Come spesso capita nell’arte, Sylvia Plath in una poesia trova le parole per esprimere con immagini simboliche tutto questo, dando alla trasmissione intergenerazionale dei fantasmi un carattere universale, ed è con le sue parole che vorrei concludere il mio lavoro.

La poesia si chiama “Le muse inquietanti”

Mamma, mamma, quale zia maleducata
o cugina sfigurata e repellente
dimenticasti così sconsideratamente
d’invitare al mio battesimo, che quella
al posto suo mandò queste signore
dalla testa come un uovo da rammendo
per dondolarla e dondolarla ai piedi,
al capo e a sinistra della culla?
(ultima strofa)
Giorno e notte ora, al mio capo, al fianco, ai piedi,
stanno a veglia con vesti di pietra,
le facce vuote come il giorno in cui nacqui, le ombre lunghe nel sole calante
che mai splende più vivo e mai tramonta.
e questo è il regno a cui mi hai portato,
mamma, mamma. Ma nessuna espressione del mio viso
tradirà la compagnia che frequento

 

Bibliografia
J. Manzano, F. Palacio Espasa, N. Zilkha “Scenari della genitorialità”, Milano, Raffaello Cortina, 2001
J. Manzano, F. Palacio Espasa “La dimensione narcisistica della personalità”, Milano, Franco Angeli, 2006
F. Palacio Espasa “Psicoterapia con i bambini”, Milano Raffaello Cortina, 1995
F. Palacio Espasa “Depressione di vita, depressione di morte”, Milano, Raffaello Cortina, 2004
W.R. Bion “Analisi degli schizofrenici e metodo psicoanalitico” Roma, Armando, 1970
Giovanni Hautmann “Cicatrici mentali e psicosomatica”, in L. Rinaldi “Stai caotici della mente”, Milano,
Cortina, 2003
S. Fraiberg “Il sostegno allo sviluppo”, Milano, Raffaello Cortina, 1999

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