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Il cervello musicale. Il mistero svelato di Orfeo. Dialogo con Daniele Schön

Dialogo con Daniele Schön su Il cervello musicale. Il mistero svelato di Orfeo

 

A cura di Gabriele Zeloni

Venerdì 14 dicembre 2018, presso la Biblioteca delle Oblate a Firenze nella rassegna Leggere per non dimenticare ( vedi programma completo) curata da Anna Benedetti, è stato presentato il libro Il cervello musicale. Il mistero svelato di Orfeo (Bologna, Il Mulino, 2018) di Daniele Schön, con l’autore in sala e Luca Berni in qualità di presentatore.

Nel centro storico di Firenze la bellissima struttura delle Oblate, centro polifunzionale di ultima generazione, con il suo bellissimo chiostro e la meravigliosa terrazza panoramica dalle mille visuali mozzafiato, ospita nella sua splendida Biblioteca  la nutritia rassegna Leggere per non dimenticare della preziosissima Anna Benedetti. Chiamata con affettuosa riverenza cittadina “La Signora dei libri”, Anna Benedetti dirige questa rassegna dal 1995.

Quando arrivo in biblioteca, con il compito ben in mente di intervistare l’autore per conto del nostro Centro Psicoanalitico, ho in mano il libro, farcito di molti fogli con appunti e le venticinque domande che mi sono segnato. Mi siedo e  guardo le domande un po’ tristemente: la maggior parte di loro non riceveranno mai risposta e dovrò sceglierne quattro o cinque, non di più. Peccato, ma è evidente che il piccolo libretto è snello, scritto in modo godibile da chiunque, molto stimolante e davvero interessante.

La presentazione del libro ha inizio, il presentatore è un esperto di musica e ben introduce l’autore a cui passa la parola con rapidità ammirevole. Direttore di ricerca CNRS all’Istituto di Neuroscienze dei Sistemi a Marsiglia, violoncellista, studioso dei meccanismi  che permettono al cervello di codificare la musica e di come la musica modifichi le dinamiche cerebrali, Daniele Schon riesce a trasmettere una gran passione, dando l’impressione di avere ben in mente,  e coltivare, la capacità di divertirsi lavorando. Risulta molto simpatica la scelta espositiva che intercala il discorso serio e rigoroso con improvvisi esercizi ritmico-musicali esemplificativi che coinvolgono la divertita platea. 

A fine presentazione, accompagnato da Stefania Nicasi, avviciniamo il Prof. Schon con il quale avevamo appuntamento. Il clima si fa subito molto informale, pur rimanendo sempre rigoroso, e molto piacevole. La sintonia (augurabile visto che siamo a parlare di musica) scatta rapidamente, sicuramente facilitata dal fatto che il sottoscritto ha avuto gli stessi professori di neuropsicofaccende che ha avuto Daniele Schon, oltre ad essere uno strimpellatore seriale di contrabbasso, strumento che Schon avrebbe voluto suonare, come confida nel suo libro. La famiglia rilanciò con un violoncello e lui è diventato un violoncellista professionista. Poi ha incontrato la neuropsicologia e se ne è innamorato. Infine ha messo insieme le sue due passioni diventando un neuroscienziato che studia i processi neuropsicologici implicati in tutto ciò che riguarda la musica. Partiamo con la prima domanda

Dal tuo punto di vista il “Saper suonare” è determinato dalle caratteristiche genetiche o dipende maggiormente dall’apprendimento?

Il mio punto di vista è che tutti siamo musicali. Anche il titolo del libro è Il cervello musicale, non Il cervello del musicista. Essere musicale o musicisti è ben diverso. Essere musicali significa poter imparare, ascoltandola, a dare senso alla musica. Un po’ come per il linguaggio, l’essere umano ha una predisposizione a sviluppare delle competenze musicali. Purtroppo il fare musica a livello della nostra società attualmente è poco sostenuto, promosso, facilitato. E’ un peccato perché penso che l’apprendimento della musica sia una grande ricchezza. Ma in molti pensano che musicisti si nasce e non si diventa. L’antica lotta fra natura e cultura. Di sicuro io sono più sul versante cultura rispetto al versante natura. Esistono delle eccezioni ovviamente, nel senso che non si possono spiegare certi fenomeni come Mozart o altri musicisti che hanno a 7 anni la capacità di suonare un concerto di Beethoven. Esistono quindi delle differenze interindividuali come per tutte le competenze. Cioè questo vale non solo solo per la musica ma anche per altre forme di conoscenza come la matematica o il disegno. Però il messaggio che voglio dare è di prendere posizione decisamente a favore della cultura e se ci sono queste differenze alla nascita, comunque non bastano. Anche Mozart doveva studiare molto.  

Tempo fa  mi capitò di leggere un articolo di neuropsicologia dello sport nel quale giocatori di baseball professionisti venivano confrontati con soggetti comuni sulla capacità di prevedere dove sarebbe caduta una pallina lanciata in aria. Il risultato mostrava che i professionisti non avevano una migliore capacità di previsione. Erano più efficaci nell’utilizzo dell’informazione per andare a prendere la pallina. Tu parli molto della capacità di sincronia del musicista. Rispetto a tale competenza vi è differenza tra professionisti e persone comuni? E se vi è, potrebbe essere in direzione analoga a quanto mostrato da questo studio sul baseball?

C’è un’analogia nel senso che ancora una volta tutti siamo in grado più o meno di ballare sulla musica. Non occorre essere un musicista professionista per battere le mani tutti assieme al concerto di Capodanno. Però quando in realtà si tratta di essere in  una situazione di interazione, come per esempio in un quartetto di archi, nel quale vi è un continuo cambiamento del ritmo e un continuo alternarsi tra gli strumenti, allora lì il musicista deve essere in grado di adattarsi molto rapidamente. L’apprendimento della musica spinge il sistema a divenire in grado di sapersi adattare rapidamente ai cambiamenti nella situazione di interazione. Questa secondo me è la grande differenza con soggetti non musicisti.

 La scienza che ha maggior consenso, da molti anni, è quella che esprime statistiche confrontando gruppi. In Neuropsicologia in particolare questa modalità di indagine ha avuto il sopravvento ma è sempre stato posto l’interrogativo se tale modo di procedere non limiti molto la possibilità di indagare i meccanismi più fini dei processi neuro-psichici, di fatto lasciando fuori dall’indagine scientifica molto di ciò che attiene alle differenze individuali e quindi, in buna sostanza, alla soggettività. Lo studio dei Casi singoli ha sempre avuto la peggio nei confronti degli studi di gruppi di soggetti. Cosa ne pensi?

È vero che abbiamo vissuto un ventennio durante il quale nell’ambito delle neuroscienze si è cercato di ignorare l’utilizzo dei Casi singoli. Si cerca di fare le statistiche di gruppo per dire: abbiamo tutti queste capacità. Bene! Però adesso siamo arrivati ai limiti nel senso che oltre questo non si può fare. A questo punto le nuove conquiste necessiteranno di prendere in considerazione le differenze individuali. Secondo me nei prossimi vent’anni ci sarà un’esplosione di questo modo di studiare i fenomeni neuropsicologici perché ci siamo resi conto che fare statistiche di gruppo ha senso fino a un certo punto. Adesso sappiamo che tutti quelli con due gambe sanno camminare se non hanno un disturbo neurologico. Se hanno un certo disturbo il loro cammino si mostrerà in un certo specifico modo. Molto bene. Ma tra coloro che camminano bene ad un certo punto bisogna anche andare a vedere il livello qualitativo. Chi cammina più veloce, più lento, più dritto, più storto. Figuriamoci per le competenze musicali! Ritengo davvero importante che si vada verso un sempre maggiore impiego della metodica Single case perché è l’unica strada per giungere ad una ricchezza della visione di dettaglio che non si può avere a livello di gruppo e il fatto di considerare le differenze individuali diventa veramente una necessità per comprendere veramente il funzionamento del cervello.

 Hai ben spiegato di come nella metodica della MIT (melodic intonation Therapy) si inviti il paziente con difficoltà di linguaggio ad intonare discorsi, sostituendo le parole con fonemi semplici, come step verso il recupero del linguaggio. Mi chiedevo se questa fase del processo non sia in qualche modo in analogia con il processo di apprendimento nel bambino quando è nella fase del babbling, nella quale intona frasi, con prosodia anche buona ma con fonemi senza significato.

Non saprei se ci sia un’analogia… non l’avevo mai pensata così. Potrebbe essere anche interessante vederla in questi termini. Comunque l’idea della melodic intonation Therapy è usare la musica per rallentare la locuzione. Poi c’è l’aspetto della ripetizione e infine è molto importante la differenziazione.  Quando ogni suono linguistico è accompagnato da una nota diversa questo aiuta il paziente a  focalizzare l’attenzione sui suoni distinguendo un suono rispetto all’altro suono. E poi c’è   una componente ritmica.  Anche quella è molto importante perché il parlare comunque è un atto motorio e l’aspetto ritmico è fondamentale nell’esecuzione di movimenti. Non so quindi se potremmo fare un’analogia tra la MIT e le fasi di apprendimento del linguaggio nel bambino, però ci si può riflettere.

 Con tutti gli esempi di sincronizzazione che hai portato mi hai fatto pensare che il balbuziente evoca, nell’interlocutore, un forte bisogno di completare le parole che non sta riuscendo a dire. Notoriamente questo innervosisce il balbuziente ma, da un punto di vista psicoanalitico, potremmo pensare che la balbuzie sia anche un continuo bisogno del soggetto di evocare, per verificarne la presenza, la sincronizzazione, così importante nella relazione primaria madre-bambino.  Cosa ne pensi?

Sulla riflessione psicoanalitica non sono competente.  Però quello che posso dire è che nella balbuzie vi è sicuramente un problema di sincronizzazione con se stessi. L’incapacità di anticipare e di avere una programmazione fluida. In realtà i pochi studi che ci sono in neuroscienze dei quali sono al corrente e ai quali mi sono interessato per esplorare la possibilità di utilizzare la musica nella riabilitazione della  balbuzie, mostrano che ci sono delle delle alterazioni a livello di strutture sottocorticali. Il che non significa automaticamente che tali alterazioni siano preesistenti; possono anche essersi generate successivamente per altri fattori, come appunto un disfunzionamento dovuto ad altri motivi. Ma di fatto tali strutture che presentano anomalie funzionali sono deputate  ad aspetti ritmici. I gangli della base in questi pazienti sembrano avere risposte anomale. Queste strutture sottocorticali sono i generatori della pulsazione e infatti è noto l’uso della musica per superare l’impaccio di produzione, per darsi un ritmo che evidentemente mal si genera spontaneamente nel soggetto.  

 Quindi, che sia perché  nascono con alterazioni sottocorticali o perché il modo di parlare del balbuziente atrofizzi queste aree,  c’è un problema di sincronizzazione, di Timing?

Si, c’è un problema di Timing. Un problema di Timing a livello di un circuito molto complesso. Infatti per parlare, prima di tutto noi dobbiamo anticipare quello che vogliamo dire; poi si inizia a produrre; si ascolta quello che si produce; si considera tale produzione e sulla base delle considerazioni fatte continuiamo il discorso. Quindi un ciclo, i cui nodi devono sincronizzarsi tra loro: il sistema uditivo deve sincronizzarsi con il sistema motorio. Se questa “comunicazione” tra i due sistemi è un po’ inceppata e non c’è una buona sincronizzazione abbiamo la balbuzie. Capita a tutti di incepparsi nel parlare e quindi è fisiologico che possa esserci un difetto di sincronizzazione ogni tanto. Nel balbuziente tale difetto è molto frequente. Non ci sono studi specifici su questo. E’ una mia intuizione che la balbuzie dipenda da una deficitaria sincronizzazione tra i due sistemi con coinvolgimento di strutture sottocorticali come i gangli della base e il cervelletto da un lato e le aree corticali deputate alla produzione del linguaggio dall’altro.

Un’ultima domanda: gli intervalli minori evocano struggimento e tristezza. Secondo te, ancora una volta, è natura o cultura?

E’ abbastanza legato alla cultura. Nel senso che gli aspetti minori e maggiori sono legati culturalmente a stati emotivi evocati dai contesti semantici, verbali o visivi, a cui vengono abbinati. Le canzoni, testo e musica; l’Opera lirica o il cinema, testo, situazione rappresentata e musica. E questo nella cultura occidentale. Gli studi che sono stati fatti in popolazioni dell’Amazzonia non hanno evidenziato questo tipo di risposte emotive. La comunità scientifica al momento è abbastanza concorde nel ritenere che il tipo di emozioni evocate da un certo tipo di intervalli sia da attribuire prevalentemente a fattori culturali.

Bene, ti ringraziamo molto della disponibilità e desidero rinnovarti i miei complimenti per il bel lavoro che svolgi e, in particolare, per il libro che hai presentato oggi. Davvero molto gradevole e di facile lettura, quasi in ogni punto, anche per non addetti ai lavori.

Grazie a voi!

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