Visioni, echi e interventi
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Viaggio nella terra dei sogni. Dialogo con Maurizio Bettini

Dialogo con Maurizio Bettini intorno a Viaggio nella terra dei sogni

A cura di Chiara Matteini

Oh Dio, potrei star chiuso in un guscio di noce e credermi re dello spazio infinito, se non fosse che faccio brutti sogni   (Shakespeare, Amleto, Atto II, Scena 2)

Flectere si nequeo superos, Acheronta movebo (Virgilio, Eneide,  Exergo all’Interpretazione dei sogni)

Venerdì 11 gennaio 2019, in occasione della presentazione di Viaggio nelle terra dei sogni (Bologna, Il Mulino, 2017) nella rassegna Leggere per non dimenticare curata da Anna Benedetti (vedi il programma completo) abbiamo colto l’occasione per dialogare con Maurizio Bettini, filologo classico e scrittore, intorno al sogno, questo oggetto misterioso, che ha attraversato le epoche umane mantenendo inalterata la sua misteriosa carica enigmatica.

E’ interessante come ultimamente si moltiplichino nello spazio culturale le opere che, a vario titolo e da varie prospettive, osservano l’universo dei sogni. Il viaggio proposto da Bettini ci conduce attraverso le diverse teorie dei sogni e dei sognatori che si sono succedute nella cultura occidentale. Evento fondamentale anche nella vita degli antichi, il sogno rappresentava un messaggio proveniente dall’esterno, inviato spesso da un dio per avvertire, ingannare, preannunciare.

Come è noto, Freud lo sottolinea all’inizio dell’Interpretazione dei sogni, è proprio questa la principale caratteristica del sogno nel mondo antico, quella di prevedere il futuro, ed è infatti di questa caratteristica che gli dei si servono a volte per ingannare i mortali, inviando sogni non veritieri. Il sogno premonitore nella cultura antica equivale ad una finestra sul destino, va interpretato, ma il suo significato ipoteca il futuro del sognatore, contiene risposte già definite.

Come segnala Bettini in apertura del volume, di tutte le cose che sappiamo oggi sul giorno seguente, in un almanacco virtuale sempre più preciso, di appuntamenti già segnati, viaggi prefissati, chiamate senza sorpresa, precise metereologie in attesa di temporali già preannunciati, i sogni della notte mantengono una loro imperscrutabile e coriacea inaffidabilità. Viaggio nella terra dei sogni, ricco di bellissime illustrazioni e di una notevole mole di spunti sulla storia dei sogni nella cultura umana, apre a questioni importanti per la contemporaneità e per la psicoanalisi. 

Ma abbiamo ancora bisogno dei sogni? Dall’originario viaggio freudiano della Traumdeutung i sogni sembrano a tratti nella teoria psicoanalitica perdere il loro rilievo, come se il diluvio di immagini che costituiscono l’orizzonte dell’uomo contemporaneo, apparisse già troppo affollato. Eppure nel lavoro clinico il sogno continua a mantenere, quando compare, tracce di uno spazio privilegiato, a condizione che sia possibile accettarne l’irriducibile estraneità, quell’ombelico del sogno, che come sottolinea Freud, affonda le radici nell’ignoto. Forse allora è proprio per questa natura incoercibile che il sogno resiste come spazio privilegiato, definibile solo nella sua assenza (raccontiamo un sogno quando è finito, lo raccontiamo, tradendolo, adattandolo, perdendolo), costituito attraverso deformazioni e spostamenti, condivisibile solo attraverso il passaggio ad uno spazio differente da quello nel quale ha avuto origine,  un deposito enigmatico che continua a metterci a contatto con qualcosa di inafferrabile dentro di noi. 

 

Un primo spunto molto interessante è quello intono alla responsabilità del sogno. Lei si riferisce al racconto del 1938 di Delmore Schwartz In dreams begin responsibilities, nel quale il protagonista sogna di rivedere su uno schermo cinematografico l’incontro dei genitori e vivere paradossalmente come in un incubo l’inizio di una relazione che ha portato alla sua nascita, ma anche a grandi sofferenze, rancori, scandali. E’ un esempio molto bello del continuo sovrapporsi di tempi con cui i nostri sogni ci mettono a contatto. Il richiamo alla responsabilità dei sogni può suggerire sfumature molto differenti, essendo chiaramente un richiamo paradossale, potremmo associarlo alla necessità di salvaguardare il sogno, lo spazio segreto di desideri, fantasie e dolori che ci abita.

Penso che se si dovesse essere realmente responsabili dei propri sogni, sarebbe una tragedia! Già siamo carichi di ogni genere di responsabilità, lasciateci liberi almeno nei sogni. Credo però che questo racconto di Schwarz – e soprattutto il suo titolo, che viene da una poesia di Yeats – possa farci riflettere sul fatto che molti dei nostri desideri, impulsi, aspettative prendano corpo proprio nei sogni, ben prima cioè che noi possiamo o vogliamo rendercene conto. A volte capita che al risveglio si sia animati da una fortissima impressione, non ne comprendiamo in tutto il senso, se non che si tratta di qualcosa di profondo e importante: e questa impressione, forse, potrà determinare il corso della nostra giornata – e qualche volta della propria vita, chissà. Nel mio libro citavo questa bellissima frase, che il principe Myškin pronunzia nell’Idiota di Dostoevskij: “Sorridete per l’assurdità del vostro sogno e sentite nel contempo che nelle trame di queste assurdità si racchiude un qualche pensiero, ma il pensiero è reale, in qualche modo appartiene alla vostra vita reale, ed esiste, è sempre esistito nel vostro cuore. È come se nel sogno vi fosse stato rivelato qualcosa di nuovo, profetico e desiderato. L’impressione è forte, può essere gioiosa o dolorosa, ma non riuscite in alcun modo a capirne o ricordarne la causa o il messaggio che ha trasmesso”. Un inizio?

Nel Prologo al libro scrive “che cosa sognerò questa notte? Ecco una tipica domanda senza risposta (…) Non ci è dato sapere cosa si sognerà”. Il sogno mantiene oggi, in un’epoca ossessionata dalla prevedibilità (del tempo della stagione, degli eventi, delle congiunture politiche e sociali) una dimensione incognita ed insospettabile. Quest’area misteriosa di attesa e insieme di mistero stabilisce un contatto, nell’attraversare i territori del sogno, fra antichi e moderni.

Il sogno rappresenta uno spazio di libertà, di libertà assoluta in un mondo come il nostro, schiavo di orari, adesso addirittura di algoritmi, che selezionano per noi gli eventi o le immagini che (a giudizio di un iPhone) dovrebbero essere le più rilevanti per te. Sono gli altri che ti prevedono, anche a tua insaputa, il che è ancora più grave e inquietante. Al contrario il sogno non solo appartiene totalmente al sognatore, e infatti diciamo fare un sogno, come se fosse un effetto dell’organismo, ma sfugge perfino al controllo del sognatore stesso. E’ la libertà pura, esiste solamente, nel mondo dei possibili. Marina Cvetaeva, una donna  sofferente ma geniale, nel poemetto L’accalappiatopi, ispirato al Pifferaio Magico dei fratelli Grimm, racconta di un villaggio della Bassa Sassonia, Hammeln, nel quale l’ottuso perbenismo meschino del borgomastro e dei suoi concittadini stabilisce un controllo sui sogni, piegati ad essere conformi alla morale ipocrita del villaggio. Si sogna ciò che è prescritto. Tale è la grettezza piccolo borghese di questo borgomastro e dei suoi cittadini che persino il sogno è disciplinato. Questo è davvero il massimo della tirannia.

Lei riporta uno degli esempi fatti da Artemidoro, quelle delle città che fanno un unico sogno: “Capita spesso, è cosa ovvia, che un’intera città o un’intera comunità sogni la stessa cosa”. Potremmo anche ricordare Il Terzo Reich dei sogni di Charlotte Beradt (Torino, Einaudi, 1991), un libro straordinario che riporta i sogni fatti nella Germania hitleriana fra il 1933 e il 1939, individuando una serie di costanti angosciose, che compaiono in tutti i sogni, invasi dall’atmosfera cupa del regime. Anche Primo Levi ricorda che molti prigionieri dei lager facevano lo stesso sogno, quello di  tornare a casa, cercare di raccontare l’orrore vissuto e rendersi conto di non essere compresi. La città che fa un unico sogno pare essere una città sofferente

Quando il sogno diventa collettivo è segno che è scomparsa l’individualità e anche la libertà. La comunità si trasforma in massa. E’ il caso della città di Crotone, nella quale tutti gli abitanti sognano che Era vomita bile – pessimo presagio! Tant’è vero che la città verrà distrutta. Evidentemente si tratta di un rovesciamento che ne preannunzia un altro. Il sogno non può che essere individuale, libero, imprevedibile, al momento in cui diventa collettivo, disciplinato, guidato è un segno di catastrofe.

Nell’ultimo numero di Psiche Un sapere congetturale nel suo intervento Congetturare gli dei si occupa dell’interpretazione. E’ un campo in certo modo condiviso fra filologia e psicoanalisi, la disciplina dell’interpretatio. Nel lavoro lei sottolinea giustamente la natura ipotetica di ogni tentativo interpretativo, che mantiene un’area di indicibilità. Per quanto riguarda il sogno potremmo pensare a quello che Freud chiama l’ombelico del sogno, il punto in cui esso affonda nell’ignoto.

La filologia è una disciplina che possiede le sue regole, si fonda su principi che vanno accuratamente rispettati; però di fatto, come diceva uno dei miei maestri, è comunque una scienza del probabile. Quindi come tale non è nemmeno una scienza, a rigor di termini. Anche quando la filologia si applica alla “interpretazione” di un testo, essa cerca comunque di trovare una mediazione tra due messaggi. In mezzo, come dice l’etimologia latina della parola interpretatio, c’è una persona, l’interpres, una sorta di “mediatore di affari”, qualcuno che stabilisce il “prezzo” della transazione (inter– e pret-, la stessa radice di pretium). L’interprete si trova di fronte ad un messaggio arduo, che deve essere mediato con un messaggio più comprensibile. Come sempre quando c’è una mediazione, come sa chiunque abbia comprato una casa o l’abbia venduta, tutte le parti saranno probabilmente scontente, perché chi vende  avrebbe voluto guadagnare di più e chi acquista avrebbe voluto spendere meno. Questo è il destino di ogni interpretazione, bisogna avere la capacità di accettare quel che si è ottenuto, cioè di essere riusciti comunque a veicolare una parte del messaggio. Quando si accetta questo pragmaticamente si può procedere in filologia. L’idea che la filologia sia una scienza che fornisce certezze è un’idea un po’ ingenua. L’idea che la filologia sia in grado di darti la certezza dell’autenticità o meno di una certa cosa, della datazione di una certa opera, è molto ottimistica. Diciamo che i risultati di un’analisi filologica oscillano sempre, fra il + e il -, nello spettro del probabile. E il grado di probabilità che viene attribuito a un certo fenomeno è legato a così tanti e diversi fattori (in filologia: l’efficacia dell’argomentazione usata, l’autorità dell’interprete, la conformità alle attese più o meno esplicite, etc. etc.) che è sempre imprudente parlare di assoluta certezza.

 Con la consapevolezza, e questo penso che valga anche per la psicoanalisi, che per una traccia che individuiamo, ne perdiamo tante altre, connessioni, possibilità, sentieri che non abbiamo scelto, dislocazioni che ci sono sfuggite. Un altro punto di contatto fra filologia e psicoanalisi è quello di lavorare sugli echi di voci, che magari arrivano dal passato. Sentire l’eco ci può forse dare idea della profondità.

Anche quando si parla di interpretazione dei segni divinatori, ovvero la pratica degli antichi, dobbiamo pensare ad una disciplina del probabile. Mi ricordo le osservazioni molto interessanti di un antropologo della prima metà del novecento, Paul Radin, che scrisse un libro dal titolo suggestivo, L’uomo primitivo come filosofo. Radin dice che l’idea che il primitivo, o l’uomo che vive (viveva) in società senza scrittura, come quelle studiate dagli antropologi, sia un ottuso che crede ciecamente e collettivamente nel soprannaturale è bizzarra e infondata. Fa un esempio, preso da una tribù indiana presso la quale aveva lavorato, di come funziona l’interpretazione di un sogno presso questa comunità. Un componente del gruppo arriva e racconta di aver sognato di dover andare in guerra contro un’altra tribù. Il sogno viene preso sul serio, però ascoltato il sogno si considerano differenti fattori, la stagione, gli uomini a disposizione, la dislocazione dei nemici. Non c’è un’interpretazione automatica o automatizzata, una fede cieca nel sogno come manifestazione di una volontà superiore. Intervengono una serie di fattori razionali, che chiameremmo contestuali. Lo stesso avveniva in epoca romana, l’interpretazione dei segni divinatori funzionava così. Addirittura l’interpretazione degli oracoli sibillini veniva portata in senato, dove si votava  per ratificare o meno l’interpretazione.

A proposito del lavoro di Radin che citava, e dell’aspetto culturale connesso alle forme del sognare, lei nel libro cita Devereux, antropologo e psicoanalista, che ha molto frequentato le diverse discipline del sogno. Riporta un’osservazione di Devereux, che notava come non gli fosse quasi mai capitato di ascoltare dai propri pazienti dei sogni di metamorfosi, una categoria di sogni invece molto importante e diffusa nell’antichità.  Perché la metamorfosi rappresenta, come lei spiega ampiamente nel libro, una condizione importante nella cultura antica. Possiamo ricordare le Metamorfosi di Ovidio e l’ampio spazio che il manuale di onirocritica di Artemidoro dedica a questi sogni.

Esiste un’osmosi continua fra cultura e sogno, per cui non è che la cultura determina i sogni ma sicuramente li permea, li contestualizza. Per esempio se da un lato presso gli antichi il sogno di nudità sembra quasi sconosciuto, presso i moderni pare invece diffuso, lo analizza lungamente anche Freud nell’Interpretazione dei sogni. Allo stesso modo mentre Devereux sottolinea la scarsità della condizione della metamorfosi nei sogni ascoltati dai suoi pazienti, se apriamo il libro di Artemidoro ne troviamo invece moltissimi esempi. In effetti nella cultura antica la metamorfosi è presente ovunque, nella religione, nei racconti mitologici, così come nella pratiche magiche.

Nella modernità possiamo rintracciare i sogni di metamorfosi invece come incubi, penso come paradigma a Kafka, come un evento sconvolgente

Esatto, ma non fa parte dell’orizzonte culturale diciamo quotidiano. Tornando in particolare alle metamorfosi magiche, gli antichi credevano realmente nella magia, che era una dimensione importante della vita, questa è una cosa che tendiamo a dimenticare. Plinio lo dice esplicitamente, i sapienti dicono che la magia non esiste, però di fatto ci credono “e non se ne accorgono”. Del resto anche se leggiamo gli Atti degli Apostoli, si vede che i “maghi” non vi figurano come ciarlatani o truffatori, ma come possessori di autentici poteri, che sono in grado di competere con gli apostoli. Gli apostoli si trovano a combattere con dei maghi e prendono quella sfida seriamente. Quella della magia, e delle metamorfosi che è in grado di operare, era una dimensione potentissima, presente nella consapevolezza comune, quindi era del tutto logico anche sognarla. In un mondo completamente razionalizzato, come il nostro, la metamorfosi sembra non avere spazio.

Appartiene al cantiere degli incubi o a quello del gioco e anche del sogno dei bambini e degli adolescenti, che sono forse maggiormente a contatto con l’area del cambiamento e delle trasformazioni psichiche e fisiche, con l’aspetto metamorfico della natura umana. Meraviglioso invece, a proposito dell’immutabilità di alcune esperienze umane, l’esempio che lei fa di un sogno molto comune ancora oggi, quello di correre senza arrivare mai a destinazione. Cita il bellissimo passo del XXII Libro dell’Iliade, in cui Ettore corre intorno alle mura di Troia per sfuggire ad Achille.

Sì, è un episodio molto impressionante. Ettore è inseguito da Achille, è fuori dalle mura di Troia ed è condannato a cadere sotto le armi del suo nemico. Ogni volta che Ettore tentava di accostarsi di scatto alle porte Dardanie, dice Omero, sotto le solide torri, se mai dall’alto coi dardi gli dessero aiuto, Achille, anticipandolo, lo ricacciava verso la piana, sempre rasente alle mura. Come non si riesce in sogno a prendere un fuggitivo, non riesce l’uno a raggiungere l’altro, così, Achille non poteva prenderlo in corsa e l’altro non poteva scappare. La scena che ci viene descritta è profondamente onirica: c’è un condannato a morte, che è Ettore, c’è un carnefice, che è Achille, ma il momento dello scontro e della morte viene prolungato all’infinito. Come in un sogno in cui non si riesce né a scappare né a inseguire, in cui il movimento c’è, ma non esiste, è sospeso.

Un altro capitolo molto bello è quello dedicato al culto di Asclepio. Un titolo estremamente evocativo per uno psicoanalista “guarire sognando”, ovvero l’attesa e l’invocazione di un sogno, nei santuari di Asclepio. Questo in qualche modo richiama anche l’idea psicoanalitica del sogno come possibilità trasformativa che sopraggiunge a facilitare il contatto con aree altrimenti irraggiungibili

Si tratta di un sogno che porta consiglio, in genere è proprio il dio che compare ai malati che si addormentano nel portico del tempio, a Epidauro. A questo tipo di sogno gli antichi danno un nome preciso, nella loro teoria onorocritica. I Romani lo chiamano oraculum, i greci chrematismós. Non è il sogno enigmatico, che richiede interpretazione, in questo caso il discorso è diretto: è proprio il dio che si presenta e dice ad esempio “devi prendere l’assenzio e assumere per tre giorni  la data sostanza”, oppure “devi fare dei bagni freddi e poi dei bagni caldi con questa cadenza”. Si tratta di un fenomeno impressionante, perché saremmo portati a immaginare che siano menzogne, però di fatto ci sono moltissimi ex voto che noi troviamo in cui sono narrate queste storie. “Il dio mi è apparso, mi ha parlato ed io sono guarito”, oppure “il dio mi è apparso io non gli ho dato retta e sono stato punito, allora ho sognato un’altra volta e lui finalmente mi ha guarito”. Quindi è una pratica estremamente seria, in qualche modo. 

Persiste, e in tutto il suo lavoro passato e presente questo è un tema centrale, la possibilità di un profondo dialogo fra il mondo antico e il nostro presente

Questa è una piccola battaglia che porto avanti da sempre, l’idea che il mondo antico è contemporaneamente molto vicino a noi, perché noi Italiani (come i Francesi, gli Spagnoli …) parliamo una lingua che sostanzialmente è un latino un po’ deformato, per dir così: e anche l’inglese, che di base è una lingua germanica, è pieno di parole di origine latina. Inoltre abbiamo continuato nei millenni a leggere gli autori latini e greci. Non abbiamo mai abbandonato questa cultura, rispetto alla quale siamo dunque in continuità: però contemporaneamente questa cultura è anche molto diversa dalla nostra e quindi studiandola, leggendo questi testi, cercando di ricostruirli, si fa un’esperienza di alterità. Più facile perché è un’alterità di cui noi conosciamo la lingua, ed è un’alterità da cui comunque proveniamo. Non è come confrontarsi con le culture orientali, ad esempio con quella cinese, dove ci troviamo di fronte ad una dimensione estremamente sconosciuta e lontana, a cominciare appunto dalla lingua: quella del mondo classico è indubbiamente un’alterità, ma con la quale istituiamo un costante dialogo. Per questo penso che sia importantissimo continuare a studiare la cultura classica nella scuola perché può offrire sempre nuovi punti di vista sul mondo, che i giovani possono più facilmente capire, possono integrare nella propria esperienza, perché non rappresentano elementi alieni. Ma nello stesso tempo allargano i loro orizzonti verso ciò che è altro. E’ quindi possibile dialogare con gli antichi, considerandone e preservandone la diversità. 

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