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Bonaminimo V. (2003). Il concetto di narcismo nella teoria delle relazioni oggettuali:il significato clinico delle identificazioni narcisistiche primarie nella prospettiva winnicottiana

Testo della relazione di V. Bonaminio al primo seminario su “I profili clinici del narcisismo” (organizzata dal C.P.F. presso il Convitto della Calza, 25 gennaio 2003) che pubblichiamo per gentile concessione dell’Autore

Allo scopo di esaminare il concetto di narcisismo nella teoria delle relazioni oggettuali ho pensato di articolare questo mio lavoro in due parti fra loro interconnesse. Una parte di introduzione al concetto nell’opera di Freud con accenni agli sviluppi successivi post freudiani nella quale propongo un escursus, secondo due differenti angolature seppur limitrofe, che approdano entrambe alla concezione delle identificazioni narcisistiche primarie. Una seconda parte, più clinica che focalizza questo tema nel contesto della relazione terapeutica secondo una prospettiva winnicottiana, e che ne enfatizza una dimensione particolare e specifica.

I
Alcune citazioni sparse, tratte dall’opera di Freud ; in un arco di tempo che va dai primi anni del secolo scorso, più precisamente il 1905, fino agli ultimi suoi scritti nel 1938-1939 ; possono essere utili, a scopo introduttivo, per chiarire la complessità, ed il significato ‘relazionale’ che il concetto di narcisismo ha rivestito ab origine nella psicoanalisi e che ne spiega la portata negli sviluppi clinici e teorici contemporanei.
“[Siamo giustificati] ad assumere la suzione come manifestazione sessuale e a studiare su di essa i tratti essenziali dell’attività sessuale infantile. Il tratta più clamoroso e da sottolineare in questa attività sessuale è che la pulsione non si dirige verso altre persone, ma si soddisfa sul proprio corpo, è autoerotica.” (1905, p. 491).

E’ particolarmente significativo osservare che in una nota aggiunta nel 1920 a questo passaggio del 1905, Freud osserva che H. Hellis, che per primo aveva usato questo termine, da dell’autoerotismo una definizione nel senso di un eccitamento che non viene provocato dall’esterno ma nasce dall’interno:
“Per la psicoanalisi invece” aggiunge Freud “l’essenziale non è la genesi bensì la relazione con l’oggetto” (ibidem).

Come osservano Laplanche e Pontalis (1967), la teoria dell’autoerotismo è legata ad una tesi fondamentale nei Tre saggi sulla teoria sessuale, vale la dire la contingenza dell’oggetto, anche se il passo appena citato, aggiunto nel 1920, ridimensiona la portata di questa osservazione. Questa teoria, tuttavia non implica l’affermazione di uno stato primitivo senza oggetto, o “anoggettuale”. L’atto del succhiare, considerato da Freud come il modello dell’autoerotismo è infatti successivo ad una prima tappa in cui la pulsione sessuale si soddisfa appoggiandosi alla pulsione di autoconservazione ( la fame) e grazie ad un oggetto: il senso materno.

Laplanche e Pontalis (1967) puntualizzano con la consueta cristallina chiarezza questo nodo problematico delle osservazioni di Freud: ‘se si può dire dell’autoerotismo che esso è senza oggetto esso non lo è perchè compaia prima di qualsiasi relazione con un oggetto, nè perchè con la sua comparsa ogni oggetto cessi di essere presente, ma soltanto perchè il modo naturale di apprensione dell’oggetto si trova scisso: la pulsione sessuale si separa dalle pulsioni non sessuali su cui essa si appoggiava e che le indicavano l’oggetto e la meta.

Essi proseguono osservando che la nozione di autoerotismo implica già, nel primo uso fattone da Freud, un sistema di riferimento diverso dalla relazione con l’oggetto: il riferimento ad uno stato dell’organismo in cui le pulsioni si soddisfano per proprio conto senza che esista un’organizzazione complessiva.
Ora, se in merito a questa considerazione, focalizziamo la nostra attenzione non già sulla dimensione, teorica, dei modelli – come si tende a fare – ma piuttosto sulla dimensione clinica, sul significato clinico che essa ha, riusciremo ad individuare meglio il destino e gli sviluppi che più avanti avrà questa prima considerazione nell’opera di Freud messa in luce da Laplanche e Pontalis.

L’introduzione della nozione di narcisismo ( 1914) chiarisce, retroattivamente, quella di autoerotismo perchè fornisce all’organismo quella organizzazione complessiva che caratterizza lo stato anarchico dell’autoerotismo: “siamo costretti a supporre” scrive Freud “che non esista nell’individuo fin dall’inizio un’unità paragonabile all’Io; l’Io deve ancora evolversi. Le pulsioni autoerotiche sono invece assolutamente primordiali, qualcosa, una nuova azione psichica, deve dunque aggiungersi all’autoerotismo perchè si produca il narcisismo.” ( 1914, p.446-7)

In altri termini, l’ipotesi freudiana può essere così sintetizzata: nel momento in cui si costituisce come organizzazione complessiva rispetto all’anarchia delle pulsioni parziali nell’autoerotismo, l’Io – in quanto nuova azione psichica – si candida contemporaneamente, e per ciò stesso, ad essere l’oggetto dell’investimento libidico, l’oggetto di se stesso. Il narcisismo è dunque una forma di relazione dell’Io con se stesso in quanto oggetto, (l’Io-corpo primariamente), e non l’assenza di relazione con l’oggetto.

Tale relazionalità del narcisismo è insita dunque in questa contemporaneità della funzione organizzante dell’Io con la sua natura di oggetto, relazionalità
che trova una ulteriore specificazione ed un ulteriore ampliamento, come è noto, nella sintesi dei ‘tipi di scelta oggettuale’ che Freud offre alla fine del paragrafo 2 del saggio in questione:
Un essere umano può amare
1)secondo il tipo narcisistico [di scelta oggettuale] a) quel che egli stesso è [cioè se stesso] b) quel che egli stesso era
c) quel che egli stesso vorrebbe essere
d) la persona che fu una parte del proprio se

2)secondo il tipo [di scelta oggettuale] “per appoggio”[Anlehnung]:
a) la donna nutrice
b) l’uomo protettivo e la serie di persone che fanno le veci di queste. (1914, p.460)

Nella descrizione schematica che Freud ci propone della scelta oggettuale di tipo narcisistico è ben evidente tanto la dimensione “speculare” implicata in questo tipo di relazione oggettuale quanto quella di identificazione primaria.
Due ulteriori citazioni tratte dall’opera di Freud chiariscono ulteriormente queste due caratteristiche della scelta oggettuale di tipo narcisistico e ne costituiscono i punti di decollo degli sviluppi futuri presenti nella psicoanalisi contemporanea

L’amore parentale – scrive Freud – cosi’ commovente ed in fondo cosi’ infantile, non è altro che il narcisismo dei genitori tornato a nuova vita: tramutato in amore oggettuale esso rivela senza infingimenti la sua antica natura (1914, p. 461).
Ma torniamo di qualche riga più su nel testo freudiano e seguiamone in modo ravvicinato lo snodarsi del discorso.

Quel che abbiamo supposto essere il primario narcisismo infantile è più facilmente desumibile facendo riferimento a un altro fattore, che ricorrendo all’osservazione diretta. Se consideriamo l’atteggiamento dei genitori particolarmente teneri verso i loro figli dobbiamo riconoscere che tale atteggiamento è la riviviscenza e la riproduzione del proprio narcisismo al quale i genitori stessi hanno da tempo rinunciato. L’ottimo indizio della sopravvalutazione, di cui abbiamo già apprezzato il valore come stigma narcisistico per quel che attiene alla scelta oggettuale, costituisce come è ben noto l’elemento dominante di questa relazione emotiva. (ibidem)

E ancora di seguito una frase, ed un verbo in particolare, che non potrebbe essere più illuminante ed esplicativo : Si instaura in tal modo una coazione ad attribuire al bambino ogni sorta di perfezioni (…) il bambino deve appagare i sogni e i desideri irrealizzati dei suoi genitori… (ibidem.).
Su quest’ultima considerazione mi soffermerò in dettaglio più avanti, come parte centrale di questa mia presentazione, a proposito degli sviluppi clinici che essa riceve dal contributo di Winnicott in termini “riparazione in funzione della difesa materna organizzata contro la depressione”, in quanto identificazione primaria narcisistica.

L’ulteriore citazione freudiana che si dipana dalla descrizione più avanti riportata dei vari tipi di scelta oggettuale narcisistica, riguarda proprio l’identificazione primaria. Nel 1923, nella parte de L’Io e l’Es, in cui descrive i rapporti fra Io ed ideale dell’Io a proposito della genesi del Super-Io, Freud afferma che:
“dietro [alla formazione dell’ideale dell’Io] si cela la prima e più importante identificazione dell’individuo quella col padre della propria personale preistoria [in nota aggiunge che sarebbe più prudente dire “con i genitori”]. A tutta prima tale identificazione non sembra essere la conseguenza o l’esito di un investimento oggettuale, bensì qualcosa di diretto, di immediato, di più antico di qualsivoglia investimento oggettuale” (1923, p. 493-4)

Arriviamo così alla fine di questo excursus di citazioni ad uno degli ultimissimi scritti di Freud, quelle annotazioni frammentarie stilate nell’estate del 1938 e intitolate Risultati, idee, problemi: è qui che leggiamo quella fulminante riflessione sulla radicale, e paradossale, relazionalità originaria della identificazione primaria narcisistica:

‘”Avere” ed “essere” nel bambino. Il bambino esprime volentieri la relazione oggettuale mediante l’identificazione. “Io sono l’oggetto”. L’avere è [tra i due] successivo, dopo la perdita dell’oggetto ricade nell’essere. Prototipo: il seno. Il seno è una parte di me. Io sono il seno. Solo in seguito: io ce l’ho, dunque non lo sono.”(1938, p. 565)

Questa osservazione di Freud precorre di oltre trenta anni – “precorre”, ma sarebbe più opportuno dire che “crea la base” per la famosa affermazione di Winnicott (1971) Dopo l’essere c’è il fare e l’essere fatto. Ma prima di tutto viene l’essere”(1971, p.150). Tornerò fra breve sugli sviluppi che di questa affermazione freudiana sulla relazionalità originaria della identificazione narcisistica offre Winnicott in termini clinici e nel contesto della relazione terapeutica psicoanalitica. Ci tornerò dopo aver riproposto a fini di sintesi – ma questa volta a partire dalla dimensione clinica – l’evoluzione del pensiero di Freud in tema di narcisismo, seguendo in questo percorso delineato da recentemente da Andrè Green (2002).

All’inizio della sua opera Freud ( 1894, 1913) escluse le “nevrosi narcisistiche” dalle indicazioni per il trattamento psicoanalitico sulla base della considerazione clinica che i pazienti che presentavano questo quadro non fossero in grado di sviluppare il transfert considerato da Freud stesso, ab initio, come la chiave di volta della terapia psicoanalitica.

E’ nel 1914 come è noto che Freud con lo scritto “introduzione al narcisismo” prospetta una veduta molto più ampia di questo disturbo collegata ad un iniziale ripensamento della intera visione dello sviluppo della personalità normale patologica.
E’ in questo saggio che Freud introduce la distinzione fra libido oggettuale e libido narcisistica e soprattutto la distinzione tra due diversi tipi di scelta oggettuale: quella anaclitica o per appoggio e quella narcisistica.

Già questa distinzione così chiaramente delineata da Freud in questo saggio di capitale importanza clinica e teorica, cui qui posso fare solo un riferimento approssimativo, colloca chiaramente, e di diritto, per così dire, il narcisismo nell’ambito di quella che successivamente, con terminologia post-freudiana, diverrà la teoria delle relazioni oggettuali: il narcisismo è una forma peculiare di relazione oggettuale. Tale teoria freudiana contiene già in se in nuce, per gli importanti sviluppi clinici della psicoanalisi dopo Freud, due registri tra loro articolati, che si possono sintetizzare come segue a costo di una inevitabile schematizzazione:

Come sostiene anche Green (2002) i concetti correnti presenti nella psicoanalisi contemporanea, cioè quelli di Sè e di oggetto, affondano le loro radici nella descrizione freudiana di “Introduzione al narcisismo”; ulteriore elemento questo per considerarlo un saggio fondamentale ed ineludibile, anche se si può essere d’accordo con Green stesso che la visione espressa da Freud in questo saggio ha implicazioni che non si saturano nel concetto di Sè, anche nella sua accezione più articolata e complessa.
Riassumendo la questione del narcisismo nell’opera di Freud si può schematizzare come segue:
– Il narcisismo non è presente nell’opera di Freud fin dall’inizio. Esso era preceduto dal concetto di autoerotismo: “preceduto” non solo in senso storico in termini di elaborazione teorica ma anche preceduto in termini evolutivi. Come scrive Freud in quel passo centrale del saggio “il passaggio al narcisismo richiede una nuova azione psichica”.
-Almeno 13 anni di esperienze cliniche furono necessarie perchè Freud introducesse il concetto. Tale concetto rimase centrale nel pensiero di Freud per 6 anni, fino all’introduzione del concetto di “pulsione di morte”. Diminuì progressivamente di importanza e successivamente quasi svanì come strumento concettuale in seguito all’introduzione del modello strutturale. Può essere anche individuata una fase di transizione nel pensiero di Freud, durante la quale il narcisismo fu visto all’interno dell’opposizione “libido dell’Io” e “libido oggettuale”.
– Una discussione sul narcisismo solleva due importanti questioni: il problema dell’esistenza del narcisismo primario e la relazione fra scelta oggettuale e narcisismo.

Il concetto di narcisismo nell’opera di Freud – ma anche negli sviluppi successivi a lui – include tanto una dimensione “mitica” – in particolare in riferimento alla concezione del narcisismo primario – concettuale, astratta, come dispositivo di comprensione metapsicologica, quanto una dimensione altrettanto importante fondata sulla esperienza clinica di Freud stesso e della generazione successiva a lui. In una introduzione alla discussione del concetto di narcisismo non bisogna dimenticare questo intrico fra le due dimensioni citate – quella mitica e quella clinica – per non correre il rischio di considerare il concetto come una pura astrazione o vederlo riduzionisticamente come “caso particolare” all’interno di una teoria più generale delle relazioni oggettuali laddove invece la teoria delle relazioni oggettuali si amplia e diviene più articolata se si tiene presente la dimensione narcisistica della relazionalità e dell’intrapsichico.

Secondo Green ( 2002) in linea con la tendenza di Freud stesso a porre il narcisismo sullo sfondo della teoria, l’affermarsi dell’opera di MelanieKlein ha relegato il narcisismo fin quasi all’oblio, dal momento che è praticamente assente nei suoi scritti. Di fatto i kleiniani hanno ignorato il narcisismo finchè Herbert Rosenfeld non lo riscoprì nel 1971 nella forma di narcisismo distruttivo. Molto prima di ciò. Balint ( 1965) l’erede di Ferenczi, aveva negato l’esistenza del narcisismo primario, considerando l’amore oggettuale, nella forma di amore primario., come presente fin dall’inizio della vita psichica. Fin dal tempo della critica di Balint, quasi tutti gli psicoanalisti avevano convenuto che il narcisismo primario è una finzione.
Simultaneamente, sempre alla fine degli anni ’60 il narcisismo fu riscoperto da Kohut negli Stati uniti e in Francia da Bèla Grumberger ( 1957) e da Green stesso (1967). La psicologia del Sè di Kohut entrò in contrapposizione con la concezione di Otto Kernberg ( 1975) delle relazioni oggettuali. Entrambi gli autori interpretavano dai loro contrapposti punti di vista teorici le medesime questioni cliniche. Il Sè (narcisismo) si collocava da un versante e dall’altro le pulsioni ( più o meno legate con le relazioni oggettuali).

Per Freud il narcisismo era il risultato di un orientamento delle pulsioni verso l’Io e fu definito come il complemento libidico dell’istinto di auto-conservazione; per Kohut esso era non solo una questione di orientamento delle pulsione, ma della qualità dell’investimento. Possono quindi essere qui individuati due differenti sviluppi: Freud era più interessato a trattare il problema metapsicologicamente, tenendo conto della dimensione economica nel funzionamento dell’apparato psichico: Kohut invece rivolgendosi principalmente alla qualità degli investimenti, propone – secondo Green – una visione più vicina alla fenomenologia. Tale visione fenomenologica può offrirci una descrizione più comprensiva dei tratti narcisistici così come appaiono alla coscienza, ma non ci consente – sempre secondo Green – di accedere al modo in cui il narcisismo è articolato con altre componenti del mondo psichico.

L’analisi critica proposta da Green nell’esaminare tale questione arriva al punto di sostenere che la psicologia del Sè riporta indietro verso una visione pre-psicoanalitica dell’Io della psicologia accademica, in cui tutte le dinamiche vengono appiattite in una visione unitaria. Tale approccio sottovaluta, secondo Green, l’importanza del conflitto a favore dell’arresto evolutivo. La descrizione di Kohut ha ampliato la nostra comprensione del narcisismo attraverso l’enfasi della grandiosità e le relazioni rispecchianti. Può essere tuttavia discutibile – sempre secondo Green – se questi tratti siano quelli principali implicati nella patologia del paziente. Se la sua descrizione ha aperto una nuova strada le sue esplorazioni sono rimaste incomplete ed implicavano di essere trasformate in una prospettiva più comprensiva che non considerasse solo il sè, ma piuttosto una relazione fra due se interagenti. Per quanto questa critica di Green all’opera di Kohut possa apparire senz’altro ingenerosa e eccessiva, perchè di fatto gli sviluppi della psicologia del Sè dopo Kohut hanno esattamente preso la strada della intersoggettività, tuttavia è vero come cercherò di accennare più avanti che la concezione di soggetto (subject ) a cui si riferisce Green è tutt’affatto differente dalla nozione di relazione fra due soggetti implicata nella versione intersoggettivista di provenienza nordamericana.

Anna Maria Nicolò
Relazione al primo seminario su I profili clinici del narcisismo (Convitto della Calza, 25 gennaio 2003) che pubblichiamo per gentile concessione dell’Autrice

Il concetto di narcisismo nella teoria delle relazioni oggettuali
Il tema che trattiamo oggi percorre tutta la psicoanalisi, oltre che la storia del suo movimento, dalla nascita fino ai giorni nostri. Ma non c’è paziente o processo analitico che prima o poi non ci confronti con esso, con le sue implicazioni, con le sue conseguenze. E non c’è autore psicoanalitico che non vi si sia, direttamente o indirettamente, confrontato, a volte anche solo per prendere prudenti distanze, come Winnicott che (avendo sullo sfondo le sue scoperte e la sua distinzione sull’oggetto soggettivo e l’oggetto oggettivamente percepito) affermava nella sua risposta agli interventi al seminario “Sugli elementi maschili e femminili scissi” (Esplorazioni psicoanalitiche, 1989):
“[…] Non mi sono mai sentito soddisfatto dell’uso del termine “narcisistico”
[…], perchè l’intero concetto di narcisismo lascia fuori le imponenti differenze che risultano dal generale atteggiamento e comportamento della madre. […]” (Winnicott, p.213 ed.it.).
Questo è dunque un tema talmente vasto che forse la soluzione migliore per il mio intervento di oggi è offrire alcune piccole riflessioni a partire dalla mia esperienza clinica in situazioni però non del tutto usuali, con pazienti ad esempio che si trovano in fasi di passaggio o di crisi evolutiva della loro vita, come gli adolescenti o le persone nella mezza età o altri pazienti per i quali la relazione narcisistica con l’altro compensa una personalità altrimenti gravemente patologica, una relazione perciò condivisa tra i partners che potremmo definire di legame narcisistico.

Per il mio discorso dovrò fare alcune specificazioni e delimitazioni che riguardano due punti: la natura delle relazioni oggettuali narcisistiche e l’uso del rifornimento narcisistico nel corso della vita.
E’ soprattutto nel lavoro Introduzione al narcisismo, su cui recentemente ci sono stati rilevanti studi critici racchiusi in un volume a cura di Sandler, Person e Fonagy (1991), che Freud condensa e articola molte delle sue scoperte, correlando il narcisismo con lo sviluppo normale, studiandolo nelle relazioni amorose e nella patologia e osservandone il rapporto con l’Ideale dell’Io, la sublimazione e infine con quello che egli chiama “il sentimento di sè”.
Come rileva Clifford Yorke nel suo lavoro “Introduzione al narcisismo”: un testo didattico (in Sandler, Person, Fonagy, 1991, op.cit.), Freud affrontò in questo scritto il problema del narcisismo sia dal punto di vista normale che patologico e illustrò come quel che può risultare patologico in un certo stadio della vita, può essere al contrario normale in un altro.

Per Freud “lo sviluppo dell’Io consiste in un allontanamento dal narcisismo primario” ma esiste sempre “un intenso anelito a riconquistarlo” (Freud, 1914). E alla fine l’Io tenterà periodicamente di recuperare quello stadio tramite: 1) scelte oggettuali narcisistiche, 2) l’identificazione, 3) tentando di appagare l’Ideale dell’Io.
Con queste osservazioni, implicitamente Freud apre la strada alle considerazioni teoriche e cliniche degli autori più moderni che hanno sottolineato l’importanza e il valore del narcisismo per la salute psichica e anche fisica, per l’adattamento relazionale e per la realizzazione del sè.

Questo ha naturalmente influenzato non solo le teorie sulla tecnica di intervento, specie con i pazienti gravi, ma ha anche illuminato un aspetto della dialettica tra sè e l’altro, tra l’intrapsichico e l’interpersonale, tra le relazioni oggettuali e le relazioni narcisistiche, tra due concezioni del mondo, o meglio due politiche della mente: una attinente al mito di Narciso e una attinente al mito di Edipo.

Non mi soffermerò qui sulle ovvie differenze sul piano psicologico dei due miti e sulle loro implicazioni sul piano del funzionamento mentale. Mi preme solo sottolineare, come segnalato da molti autori, quanto sia riduttivo identificare il narcisismo con l’amore di sè laddove lo stesso mito di Narciso è abbastanza esplicativo nel mostrare che narcisismo è piuttosto una forma di interazione specifica e di matrice arcaica con il sè.
Nel mito di Narciso, come Henseler scrive, si parla “[…] dell’amore per un oggetto costituito da un’immagine speculare che viene scambiato, tragicamente, per un oggetto reale. Inoltre, nel mito, la relazione di Narciso con la propria immagine riflessa ha poco a che vedere con uno sfrenato egoismo; è presentata piuttosto come una fatalità crudele, come la punizione di un dio, punizione che consiste nell’incapacità di amare oggetti reali. […] Narciso desidera ardentemente la ninfa Eco, ma non il corpo di questa […] Narciso è contento di sentirla e di vederla, ma quando lei vuole abbracciarlo si ritrae inorridito. Stando al mito, la paura della prossimità fisica è chiaramente collegata alla vita precedente di Narciso. Egli è un figlio unico di rara bellezza, frutto della violenza subita da Liriope da parte del dio del fiume Cefiso […]” (Henseler, 1991, p.200).

E Liriope è la ninfa della sorgente alla cui acqua Narciso si rispecchia. Allo sviluppo psichico di Narciso mancano perciò un padre e dei fratelli, manca cioè la possibilità di avere accesso alla dimensione edipica con quello che significa per la vita mentale e cioè capacità di separarsi ed individuarsi, di riconoscere l’altro da sè, avendo accesso alla realtà e alla possibile elaborazione della posizione depressiva. E’ questo che ha fatto sì che alcuni autori come Racamier affermassero che taluni patti narcisistici, come quelli che si osservano nelle relazioni tra i pazienti gravi e i loro genitori, sono antiedipici e ante-edipici, costruiti perciò prima dell’edipo e anticipatoriamente contro la sua costituzione.

Al fondo di tutte queste precisazioni ci sta naturalmente il dibattito se esiste un narcisismo primario che precede la formazione dell’Io e delle relazioni oggettuali, uno stato in qualche modo indifferenziato e privo di oggetto ovvero, come affermano molti altri psicoanalisti e prima di tutti Melanie Klein, se fin dall’inizio “Amore e odio, fantasia, angoscia e difese… sono indivisibilmente connessi ab initio a relazioni oggettuali” (Klein M., 1952).
In uno dei suoi saggi più famosi, Alcune note su alcuni meccanismi schizoidi (1946), la Klein afferma che narcisismo e psicosi hanno la loro radice in uno stadio di sviluppo precoce, ma che questo non è uno stadio anoggettuale ma implica piuttosto relazioni oggettuali primitive.
Anzi la concezione stessa di stadio viene rimessa in discussione come fase perciò temporalmente definita a favore piuttosto dell’idea di stato, di una dimensione perciò di funzionamento che coesiste sempre e comunque con altri stati più maturi ed evoluti.

Possiamo perciò a buon titolo, da questo punto di vista, parlare di relazioni con l’oggetto e relazioni oggettuali narcisistiche. Questa distinzione assunse una particolare pregnanza per i seguaci della Klein, primi fra tutti Rosenfeld che elaborò una teoria sugli aspetti aggressivi del narcisismo patologico che per i kleiniani, oltre all’invidia, sono dovuti all’istinto di morte. Distinse tra gli aspetti libidici e quelli distruttivi del narcisismo.

Egli affermò: “… Nel considerare il narcisismo sotto l’aspetto libidico, si può osservare che l’ipervalutazione del Sè ha una parte centrale, basata principalmente sull’idealizzazione del Sè. Tale idealizzazione è mantenuta mediante identificazioni onnipotenti introiettive e proiettive con gli oggetti buoni e con le loro caratteristiche. In questo modo il narcisismo sente che tutto ciò che conta, in rapporto agli oggetti esterni e al mondo esterno, è parte di lui o è da lui controllato in modo onnipotente. Similmente, quando consideriamo il narcisismo sotto l’aspetto distruttivo, noi troviamo che di nuovo l’idealizzazione del Sè ha una parte centrale, ma è ora l’idealizzazione delle parti distruttive onnipotenti del Sè. Esse sono dirette sia contro qualunque relazione oggettuale libidica positiva, sia contro ogni parte libidica del Sè che prova il bisogno di un oggetto e il desiderio di dipendere da esso (Rosenfeld, 1971, p.173)” (Hinshelwood, 1989, p.504).

Senza entrare nel merito di un’ altra spinosa questione, riguardante la distruttività concepita come connessa all’istinto di morte, che ad esempio Winnicott metteva ampiamente in discussione, mi sembra rilevante ritenere il concetto clinico delle relazioni narcisistiche distruttive, orientate al potere e al controllo sull’altro e su sè stessi, create per negare lo stato di dipendenza sprovveduta dall’oggetto, tese all’ammirazione piuttosto che all’amore, che hanno come effetto e come obiettivo il distruggere il sostegno, la volontà di cooperazione, il legame di dipendenza sana, le dimensioni libidiche entro l’altro e anche entro il sè.

La qualità e la natura della reazione oggettuale narcisistica mi sembra ben rappresentata dal sogno di una mia paziente, di quarant’anni circa, in analisi per una depressione che è sorta progressivamente e lentamente dopo la nascita del suo unico figlio e che ha messo gravemente in crisi il suo matrimonio.
Nella prima seduta della settimana, la paziente esordisce parlando dello schifo che le ha destato un suo sogno del fine settimana: si fermava per strada a vomitare. Osservava per strada una madre che aveva in braccio una bambina dal cui orecchio usciva qualcosa di nauseabondo che la madre prendeva e ridava da mangiare alla bambina. La paziente associa con il suo mal di gola. Parla dell’abilità del marito e della sua pazienza con il figlio, ma la interpreta come passività e condiscendenza, mentre solo lei è costretta a dare le regole. Spesso così si irrita e il bambino la rifiuta.

Per buona parte della seduta ho l’impressione che la paziente vomiti rabbia.
Senza soffermarmi troppo sul caso, mi sembra che questo sogno illustri la relazione di questa paziente con l’oggetto, sia l’analista che se stessa.
Anzitutto il suo vomitare piuttosto che nutrirsi. E poi la situazione in cui le sue parti materne nutrono le sue parti infantili con prodotti di scarto evacuati dal bambino.

Interessante poi osservare l’inversione dell’uso degli organi di senso: l’orecchio che, invece di far entrare il suono, fa uscire qualcosa che poi viene reintrodotta.
Inutile segnalare quanto questo sogno che pure rappresenta una prima elaborazione, fa anche riferimento alla relazione analitica ove l’analista madre nutre con i suoi stessi prodotti di scarto il sè bambina della paziente.

Il legame narcisistico nella coppia
Certo il luogo ove più chiaramente sono in luce le relazioni oggettuali narcisistiche è il legame di coppia coniugale o la relazione analitica.
Una persona con un narcisismo sano ha la capacità di innamorarsi e di mantenere e custodire il legame nel corso del tempo, malgrado le disillusioni e le ferite prodotte dalla realtà. Freud è molto chiaro nello specificare il tipo di scelta d’oggetto che viene effettuata. Egli distingue scelte d’oggetto effettuate per appoggio, o perciò anaclitiche e scelte narcisistiche. Oggi potremmo aggiungere che esistono anche scelte per compensare una fragilità del sè o una patologia che nella coppia viene condivisa, sostenuta o nascosta.

In genere naturalmente in ogni coppia normale componenti narcisistiche e componenti anaclitiche entrano a far parte della scelta d’oggetto e anzi una coppia ben integrata e sufficientemente innamorata offre un sano rifornimento narcisistico a ciascuno dei suoi membri. Ciascun partner provvede così per l’altro a fornire sia accudimento che soddisfacimenti edipici ma anche una quota di illusione ed idealizzazione modulata. La complementarietà di genere inoltre consentendo il raggiungimento nella coppia di una sorta di unione ‘bisessuale’, serve anche a scopi narcisistici.

Non così avviene per le personalità narcisistiche alla ricerca più di una conferma al sè da parte di un altro usato, parassitato e sfruttato, piuttosto che riconosciuto e amato nella sua alterità. Questo non ci deve spingere a pensare che questi tipi di coppia sono rare, tutt’altro. Il patto narcisistico della coppia è uno dei più frequenti tipi di legame che noi incontriamo nella nostra pratica clinica, anzi potremmo dire che è uno dei modi in cui più frequentemente funziona e si compensa il sè narcisistico (patologico). Non è quindi che le personalità narcisistiche amino solo se stesse, il fatto è piuttosto che amano male sia stessi che gli altri. Anzi potremmo dire che la capacità di amare è il contrario del narcisismo.

La personalità narcisistica nella coppia si difende con un sè grandioso e proietta la sua parte svalutata sul partner che risponderà a conferma del sè grandioso con una costante ammirazione. D’altronde la grandiosità del compagno ripagherà il partner attraverso la presunta ammirazione degli altri del suo sè svilito, che a qualche livello esprime per ambedue questi aspetti svalutati di ciascuno. Invidia, rabbia e risentimento sono spesso i sentimenti che animano queste coppie riattualizzando nella loro vita attuale quella relazione precoce con la madre fredda, rifiutante, anche essa narcisistica o bloccata in una depressione inespressa che queste persone hanno avuto. Talora queste coppie hanno difficoltà ad avere un figlio perchè ne temono la dipendenza, altri amano i figli solo nella misura in cui sono completamente dipendenti, temendone la separazione

L’assenza della gelosia è una caratteristica di queste coppie, a parte la comparsa di forme di gelosia delirante che segnalano piuttosto l’impossessamento e il controllo sull’altro e un modello paranoideo di funzionamento piuttosto che una vera gelosia edipica.
Riferirò adesso lo stralcio di una seduta con un mio paziente, che illustra aspetti della sua relazione di coppia.

Gino è un uomo d’affari di mezza età. E’ un uomo brillante nel suo lavoro, ha amicizie importanti ed è arrivato ad importanti traguardi. Sua moglie Silvia era una sua collaboratrice che riesce a sedurlo ed ad indurlo a lasciare la moglie per sposarla. Finito il successo di Gino in campo lavorativo, il matrimonio si rivela fallimentare. Gino si lamenta che Silvia lo critica continuamente, soprattutto sul piano della sessualità che lei giudica ‘ginnicà. Questo la porta a rifiutare ogni rapporto sessuale, ricattando il marito. Gino afferma che Silvia, accortasi di una relazione extraconiugale del marito, si è trasformata in un segugio che controlla ogni movimento della sua vita. Incapace di separarsi, Gino risponde con rancore e rabbia contro la moglie che egli ritiene una femminista stupida, desiderosa solo di sottometterlo, per l’odio che ella prova per gli uomini. Ogni occasione è buona per continue offese, sul modo di vestire o di parlare, sulla storia familiare di ciascuno. Ma la rabbia si ricompone nelle situazioni ufficiali o davanti a terzi. Due figli poco riusciti, un po’ sbandati, senza successo personale o professionale, sono però da poco andati ad abitare per loro conto: uno con la sua ragazza, tentando di completare gli studi, l’altro da pochi mesi in un appartamento con amici.

In una seduta recente Gino riferisce che ha fatto un sogno: “Era nel paese di origine della moglie, ma il paese era allagato. C’era acqua dappertutto, sembrava ci fosse una piena. Ma egli non era spaventato, prendeva infatti una barca ove forse c’era sua moglie e con quella girava allontanandosi da quella situazione che sembrava quasi una gità. Associa al recente viaggio fatto con la moglie, dove Silvia non ha parlato per tutto il tempo. Sono poi giunti a casa di amici dove la moglie si è però di nuovo irritata perchè lui ha parlato e scherzato con le amiche della moglie a cena, soprattutto per sfuggire alla diffidenza e rabbia della moglie.
Gino è meravigliato della rabbia della moglie e a sua volta prova risentimento.

In queste situazioni ogni interpretazione è difficile perchè ogni piccola frustrazione si traduce in una ferita narcisistica intollerabile che è espressione dentro di lui di una grave perdita di autostima, ma soprattutto egli vive come un attacco al sè poco coeso e fragile.

Commento
Due sole notazioni a commento di questa storia clinica. La prima riguarda il sogno. Il paziente sembra negare la gravità della situazione, rappresentata nel sogno dell’alluvione che è anche la piena dei sentimenti depressivi che caratterizzano certi livelli di funzionamento sia suo che della moglie e della coppia. Gino si allontana dai problemi scorrendo superficialmente su di essi, in completa e grandiosa solitudine, come la barca sull’acqua. Anche la moglie, sia pure per certi versi più problematica, ma anche più sensibile o depressa, risponde narcisisticamente al marito.

Ambedue realizzano un legame narcisistico difensivo da aspetti profondamente depressi che essi colludono nel tenere lontani. Spesso tale legame è un modo di riattualizzare le precoci relazioni che questi pazienti hanno vissuto precocemente con i loro genitori.Questo legame è costruito da ambedue in interazione, ma a sua volta li imprigiona come la barca che li contiene e li isola.

La caratteristica di questi legami è il reciproco rinforzo che i partners si danno nella coppia e che genera un circolo vizioso difficilmente elaborabile, quando alla costruzione del legame narcisistico partecipano ambedue i membri della coppia di modo che la realtà conferma le loro peggiori fantasie. Tali legami diventano particolarmente distruttivi nel corso del tempo perchè immobilizzano impedendo la separazione, mentre il clima diventa sempre più distruttivo e persecutorio.

Narcisismo, adolescenza e crisi di mezza età
Dopo aver definito, sia pure grossolanamente a causa della brevità del tempo, questi concetti, farò ora alcune riflessioni ulteriori, non su un aspetto patologico, ma su un aspetto positivo e riparativo del narcisismo e cioè su l’importanza del rifornimento narcisistico in particolari momenti del ciclo vitale. Nella mia esperienza infatti è stato importante considerare che il rifornimento narcisistico di ciascuno di noi muta al mutare delle condizioni di vita e anzi ci sono momenti ove l’uso di difese narcisistiche si può rivelare importante e fisiologico e anzi possiamo necessitare di momenti o spazi che in altre situazioni
avrebbero potuto essere definiti ‘ritiro narcisistico’. In certi momenti o fasi della vita, possiamo necessitare di usare quella sopravvalutazione, che Freud attribuisce agli schizofrenici, ai popoli primitivi e ai bambini, e che potremmo definire in termini winnicottiani una reimmersione nell’onnipotenza soggettiva che, quando sia alleata al lavoro e all’impegno, consente l’aprirsi alla creatività, soprattutto ai processi creativi di ristrutturazione e reinvenzione del sè.

Freud, nel “Introduzione al narcisismo”, aveva ricordato inoltre come la malattia organica induca un ritiro dell’investimento libidico dagli oggetti sul proprio Io e, come “il non essere amati riduce il sentimento di sè, mentre l’essere amati l’aumenta”.
Ci sono fasi della vita ove abbiamo bisogno di accrescere il nostro narcisismo e queste fasi interferiscono nella dinamica tra relazioni oggettuali e relazioni narcisistiche costruttive e distruttive. Esse sono, a mio avviso, l’adolescenza e la mezza età e si presentano straordinariamente simili, pur nelle dovute diversità da questo punto di vista.

Ambedue queste età rappresentano dei momenti nodali nel corso del processo di soggettivazione e necessitano tutte e due di una rinarcisizzazione che consente di controbilanciare i processi di lutto tipici di queste fasi e di rifondare il sè. La funzione di un sano rifornimento narcisistico è allora in queste situazioni quella di aiutare i processi di definizione dell’identità, di sorreggere i processi di soggettivazione che sono messi in crisi in queste fasi di passaggio della vita. A mio avviso è come se ci fosse una fame di conferme narcisistiche sia da parte dell’altro che da se stessi. E mano a mano che questo processo avanza, si farà sempre più strada l’accettazione della separatezza e della capacità di essere soli.

Nel caso dell’adolescenza, l’investimento libidico, viene ritirato dai genitori, o meglio dalla loro rappresentazione interna e reinvestito sul sè.
La tempesta evolutiva che l’adolescente attraversa, anzitutto il cambiamento corporeo con la necessità di integrare la sessualità, i processi di lutto evolutivo e il cambiamento dell’immagine sociale e della risposta ambientale impongono di ristrutturare l’identità.
Tutto ciò comporta la necessità di reinvestire narcisisticamente i nuovi aspetti di sè, disinvestendo momentaneamente il passato.

Autosufficienza grandiosa, autoerotismo, ipervalutazione del sè a spese dell’esame di realtà, egocentrismo fino all’isolamento sono alcune delle difese narcisistiche che l’adolescente usa e che hanno anche un valore e un significato economico importante se sono intese a definirsi, conoscere il proprio corpo, conoscere questo sconosciuto perturbante nel quale l’adolescente si sta trasformando. Tali difese sono anche naturalmente vere e proprie spie delle difficoltà di rinunciare al genitore dalla cui onnipotenza il bambino dipende, a causa delle difficoltà di sviluppare capacità proprie. Ma esse proteggono anche dall’insuccesso e dalla disillusione nella ricerca oggettuale.
Blos a questo proposito cita le parole di un adolescente di 15 anni: ‘Appena penso ad una ragazza, non ho più bisogno di mangiare come un porco o di masturbarmi in continuazione’ (Blos, p.125). A causa del disinvestimento degli oggetti primari si genererà una fame di oggetti e di identificazioni caratteristica di questa età della vita, ma anche della patologia narcisistica vera e propria. Tale fame di oggetti è una fame di identificazioni che sono spesso transitorie e superficiali dato che al fondo viene negata l’identità dell’oggetto reale di questa fame che è il genitore dello stesso sesso.
La Kestemberg ha descritto in modo magistrale questa comunicazione e alternanza continua degli adolescenti tra identificazioni (dove l’investimento è sull’oggetto) e l’identità (dove l’investimento è sul sè).
Questi processi di identificazione primitiva sono utili così sia per bisogni narcisistici che per quelli oggettuali.
In questo ambito dobbiamo comprendere anche fenomeni quali le amicizie per la pelle o la partecipazione al gruppo dei coetanei nell’ambito del quale l’adolescente spesso trova l’occasione per il suo primo legame eterosessuale, ancora molto impregnato del legame per il genitore nel migliore dei casi o dell’aspetto alteregoico e speculare che caratterizza le amicizie per la pelle, vero e proprio “doppio” per l’adolescente.

E attraverso questo sosia di sè, questo doppio, l’adolescente maneggia la dialettica tra la relazione con l’oggetto narcisistico e la relazione oggettuale, verso il sè e verso l’altro estraneo dal sè.
Il rimaneggiamento dell’Ideale dell’Io è naturalmente il corollario di questi processi e la sua riorganizzazione è urgente. Altrimenti, in assenza di un soddisfacimento proveniente dall’oggetto, quello che Freud chiamava il sentimento del sè (la stima di sè) vacillerà.
Accanto perciò alle difese narcisistiche che l’adolescente usa e alle scelte oggettuali narcisistiche, l’adolescente normale attraverserà quello che Blos definisce uno “stadio narcisistico normale”, e che oggi forse noi definiremmo stato narcisistico normale, che potrà essere caratterizzato da momenti di isolamento o ritiro narcisistico, nelle proprie fantasie e fantasticherie, momenti dove l’arroganza e la ribellione manifesteranno ora la sopravvalutazione narcisistica ora la svalutazione narcisistica del sè.

E’ questo stato narcisistico che rappresenta, costituisce e alimenta quella dimensione intermedia sul piano del funzionamento psichico, quella moratoria temporale che hanno fatto pensare che in adolescenza solo il tempo è la vera cura.
Riferirò ora brevemente uno stralcio di seduta di un mio paziente tardo adolescente che chiamerò Vladimiro. Vladimiro viene in terapia perchè tutta la sua vita è bloccata, gli esami, i rapporti con la sessualità che resta ancora indecisa ed indefinita, i rapporti con i coetanei. Sta chiuso in casa e raramente va all’università per paura di incontrare i coetanei e confrontarsi con loro, ma tutto quello che fa, dice o scrive deve essere perfetto (per ragioni di riservatezza non si riporta il caso clinico).

Verso la conclusione
Paradossalmente, analoghe ai complicati rimaneggiamenti narcisistici che avvengono in corso di adolescenza, mi sembrano le vicissitudini psicologiche che caratterizzano taluni aspetti della mezza età. E non faccio qui tanto riferimento a quelle adolescenze non terminate o interminabili tipiche di talune personalità narcisistiche. Mi riferisco piuttosto al cambiamento del corpo (come nelle donne la menopausa o in genere l’invecchiamento) e ancora, in parallelo con quanto avviene in adolescenza, ai processi di lutto che caratterizzano il contatto con la morte, quella reale dei propri genitori oltre che la morte personale che ora si fa una prospettiva possibile, una questione personale.

Come per l’adolescenza, anche per la mezza età è necessario che entrino in una integrazione dialettica e in dialogo il tempo biologico del corpo, il tempo interno della mente, il tempo sociale caratterizzato dalle problematiche lavorative o scolastiche e dalle risposte degli altri, e il tempo cronologico che è forse l’unico a non subire modificazioni soggettive.

Per quanto audace possa apparire la similitudine, ancora due aspetti mi sembrano ritornare in parallelo nell’adolescenza e nella mezza età, ambedue connessi con le tematiche narcisistiche: uno è la questione della creatività come soluzione riparativa e sublimativa, come ci ricorda E. Jacques in uno dei poche lavori dedicati alla mezza età, e l’altro è il rapporto tra l’equilibrio narcisistico e la ineluttabile rielaborazione della posizione depressiva.
In queste situazioni come per l’adolescenza, la risposta dell’altro, dell’ambiente, del genitore, si rivela cruciale, così anche nella mezza età il lavoro, il partner nella coppia, si rivelano essere fonti di rifornimento narcisistico capaci di riequilibrare il sentimento di sè.
Come per l’adolescente, anche la persona di mezza età deve poter reinvestire narcisisticamente su di sè e affrontare così un processo ineludibile che la riporta al confronto non solo con l’altro da sè, ma soprattutto con se stesso, un sè nuovo ancora una volta che ha bisogno di essere nuovamente conosciuto e reinvestito.
In questa fase la possibilità di reinvestimenti libidici può prendere varie forme e avere varie origini, alcune possono anche essere rappresentate dal rinnovarsi di aspetti idealizzati o sublimatori, come interessi altruistici, religiosi, culturali etc. o per altri sarà piuttosto in campo una ripresa in senso adolescenziale della vita sentimentale.

Il fallimento di questo processo spesso produce la depressione, così tipica di questa età. “Oh Signore! Possa io essere vivo quando morirò”, scrive Winnicott nella copertina interna del taccuino ove scriveva la sua autobiografia. Credo che in questa frase, così tipicamente winnicottiana si possa ritrovare, come dice Philips, “un atto di non sottomissione”, ma anche l’affermazione ultima di un processo di soggettivazione, frutto fecondo di quel narcisismo sano e creativo che ci aiuta a vivere ogni giorno, sia pure l’ultimo.

Note
1 – Se guardiamo l’evoluzione del pensiero freudiano, possiamo riconoscere almeno tre tappe dell’evoluzione del concetto di narcisismo e delle sue modificazioni.
La prima è rappresentata dai tre saggi sulla sessualità (Freud S., 1905), dallo studio su Leonardo (Freud S., 1910) e dal caso Schreber (Freud S., 1911) in cui il concetto di narcisismo è legato in qualche modo con i meccanismi psicologici che sottendono la scelta omosessuale.
Una seconda tappa, rappresentata soprattutto dal lavoro su Introduzione al narcisismo (Freud S., 1914) e dalle lezioni introduttive (Freud S., 1916-1917), tratta direttamente del concetto di narcisismo. Nella terza tappa, con Al di là del principio di piacere (1920) e L’Io e l’Es (1923), Freud introduce il concetto dell’Istinto di morte contrapposto ad Eros con cui integra la sua teoria sul Narcisismo.

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