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Manfredi Gervasini R. (2010). Il doppio sogno di Rita Anna Manfredi Gervasini

 

Seminario su L’INTERPRETAZIONE

Firenze, La Colombaria, 20 febbraio 2010

L’interpretazione

Clara mi consultò poiché riteneva che il suo matrimonio “bianco”, che durava da più di 8 anni, “non fosse normale”.

Quando la vidi per la prima volta, il suo aspetto mi colpì profondamente: nonostante avesse 32 anni, appariva una ragazzina di 14/15 anni, un visino grazioso di cera, una figura senza tempo.

Figlia unica, il padre morì quando Clara aveva 15 anni. L’uomo, affetto da oltre un anno da un tumore maligno, si spense durante la notte nella camera vicina a quella della figlia. Ella ricordava il grande trambusto, ma si disse sorpresa di questo decesso: aveva completamente negato la malattia del padre. Si era anche chiesta come mai la madre piangesse ancora a distanza di alcune settimane dalla morte del genitore.

Sappiamo che l’elaborazione del lutto può avvenire solo se il soggetto è in grado di rappresentarsi l’oggetto e l’affetto al quale deve rinunciare. Il paradosso è che la rappresentazione dell’oggetto può avvenire solo in mancanza di questo, si deve creare quindi uno spazio vuoto che era prima occupato dall’oggetto divenuto assente.

Va inoltre sottolineato che mentre la scomparsa (il vuoto) non è rappresentabile, l’assenza si.

Dopo 4 anni di analisi nulla di sostanziale era mutato, ogni seduta veniva immediatamente cancellata; ogni seduta diventava la prima e l’ultima.

Se le parlavo di affetti, di emozioni, mi rispondeva: “Capisco la rabbia, l’amore, l’odio, ma è come se non riuscissi a trovare la forza per provarli”. L’ allucinazione negativa di una percezione interna dell’affetto era in atto1. Tentava con le sue parole di rappresentare ciò che le era impossibile rappresentarsi. Tentava di dare un significato a qualche cosa della sua esperienza soggettiva relativa alla sua storia e all’attuale e, così facendo, cercava di appropriarsene. Il non percepire emozioni era, in realtà, una difesa contro la ripetizione di quella “agonia primaria” della quale parla Winnicott o di quel “terrore senza nome” citato da Bion.

Avevo la sensazione che da piccola non fosse riuscita a distinguere in modo chiaro ciò che all’inizio erano state le sue percezioni dalle rappresentazioni, ancora molto fragili, degli oggetti. Per lei la perdita dell’oggetto risultava così essere la perdita della rappresentazione di esso. Questa perdita mi faceva supporre che la soddisfazione allucinatoria del desiderio non si fosse sufficientemente organizzata lasciando spazio solo ad una profonda disperazione. Mi chiedevo se a lei bambina non fosse stato interdetto di vivere i suoi affetti, in questo caso il profondo dolore, per evitare un vissuto traumatico alla madre. Questa ipotesi aveva un riscontro nel racconto autobiografico che la paziente mi aveva fatto in modo distaccato, senza che le emozioni trasparissero. Potevo quindi supporre che il suo pensiero concreto, il suo vivere il quotidiano, il fattuale come unica modalità di rapporto con il suo mondo interno e con quello esterno fossero causati dalla privazione della possibilità di sperimentare l’affetto in età precoce.

Dopo una ennesima seduta, mentre la salutavo, provai la sensazione di camminare in un deserto di sabbia, senza limiti, senza appigli.

La notte feci questo sogno: mi trovavo in un ampio spazio segnato da tre punti. Sulla mia destra intravedevo un deserto, ma distoglievo subito lo sguardo abbagliata dal riflesso del sole sulla sabbia. Mi dirigevo verso il secondo punto dello spazio del sogno dove c’era una casa in costruzione, ma con la gamba destra entravo in un buco che era stato nascosto da un telo. Nel sogno penso: “ per fortuna la gamba che è caduta nella buca è quella rotta2, così potrò uscire facendo leva su quella sana e mi potrò recare nella casa del dr.X (un supervisore di quando ero ancora candidata alla Soc.Svizzera di Psicoanalisi)” che rappresentava il terzo punto nello spazio.

Al risveglio mi resi subito conto di come la relazione con Clara avesse toccato luoghi inconsci miei. Il chiarore del deserto mi riportava alla rappresentazione di qualche cosa di difficile rappresentazione, sia mia che della paziente, visto che proprio al deserto avevo pensato nella seduta precedente al sogno. Mi ricordai allora della mia prima volta al mare, ero una bambina di 9 anni, in estate, sulle spiagge sabbiose dell’Adriatico. Ero stata accompagnata da una signora poiché mio padre era gravemente malato (morì alcuni mesi dopo) e mia madre gli era accanto. Mi fu facile associare la sabbia al sentimento di abbandono e di morte che avevo rielaborato durante la mia analisi personale.

Pensando alla sabbia accecante che si estendeva in uno spazio senza limiti e avendolo associato anche allo spazio intrapsichico di Clara, presi atto dell’impossibilità per lei di dare una rappresentazione alle eccitazioni. Per questo doveva tenerle al di fuori della sua coscienza, per non perdersi in quel deserto, per evitare che quelle eccitazioni primitive che non avevano trovato un aggancio alla rappresentazione per mancanza di uno schermo para-stimoli adeguato, non irrompessero violentemente attaccando il suo Io.

Va sottolineato che i soli sogni sino a questo momento raccontati dalla paziente rappresentavano case con porte e finestre sbarrate, oppure perdita o acquisto di oggetti senza alcun apparente valore simbolico e affettivo. Tenere chiuso il suo mondo interiore era stata una difesa dall’invasione di un genitore-analista che sentiva pericoloso per la sicurezza dei propri confini fra un dentro e un fuori, della propria identità, ma questo la portava a disconoscere le proprie pulsioni che sentiva altrettanto pericolose per i limiti intrapsichici fra inconscio e preconscio-conscio.

Mi resi conto come per lei lo spazio per rappresentare la rappresentazione degli affetti, fosse completamente sbarrato. Era mancata la fiducia in una figura (la madre) che facesse da schermo alle eccitazioni dolorose, che fosse in grado di accogliere gli elementi beta evacuati dalla piccola Clara per restituirglieli trasformati ed aiutarla così a sviluppare la tolleranza alla frustrazione .

Presi atto anche di come “ero caduta” in una forma di relazione omosessuale /la gamba nel buco) dove il limite intersoggettivo si sfumava. Solo il terzo, al quale il mio “buon narcisismo” si indirizzava, poteva intervenire a separarci da questo coinvolgimento. Un padre al quale trasferire quel “maschile” che avrebbe dato l’avvio alla differenziazione sessuale. La seduzione primaria, che si appoggia infatti sul “maschile” della/nella madre, può diventare così seduzione secondaria, segnata dal sessuale, dalla seduzione della madre per opera del padre. Cominciai a pensare per lei a questo spazio, a crearlo dentro di me, senza temere il fatto che ancora non ci fossero rappresentazioni che gli dessero una dimensione.

In seduta il mio atteggiamento mutò, mi permisi lunghi silenzi, non mi posi più il problema del dover capire, ma cominciai ad immaginare di camminare in quel deserto sperando di trovare un sentiero. Mi resi conto che solo uno sbocco economico e lo slegamento delle eccitazioni avrebbero permesso nuovi rimaneggiamenti associativi, nuovi legami. Dovevo farle sentire che ero in grado di temperare la quantità di stimoli dirompenti che lei tanto temeva ed evitare che immagini percettive traumatiche, come le mie assenze, quelle della madre, ogni piccolo mutamento all’interno della sua casa, potessero presentarsi al posto di una rimemorazione, di un ritorno graduale alla memoria di eventi traumatici. Non cercai più di capire, di interpretare, ma, invece di parole, mi ritrovavo a emettere suoni che potessero essere in armonia con il clima emozionale della seduta. In questo modo speravo che la mobilitazione percettivo-sensoriale che corrispondeva agli stadi preverbali, avrebbe permesso il riorganizzarsi di rappresentazioni arcaiche.

Dopo alcune settimane mi raccontò questo sogno:

“Sono in una stanza. Una luce bianca e violenta mi abbaglia. Giro la testa e mi trovo davanti a un grande specchio dove vedo riflessa la mia e la sua figura sorridenti. Improvvisamente si apre una porta alle nostre spalle e, riflesso nello specchio, vedo entrare un gruppo di persone che poi esce da un’altra porta.” “ Il terzo stato”,penso io.

Clara si vede vedente e riflette il proprio Io e l’Altro da lei proiettato. Un Io e un Altro che si riflettono reciprocamente creando una immagine i cui elementi appartengono tanto all’interno che all’esterno.

La qualità narcisistica dell’immagine riflessa è evidente, ma questo specchio intrapsichico mette in rilievo come i due personaggi siano contemporaneamente soggetto che osserva e oggetto osservato. L’uno è il doppio dell’altro e questo investimento libidico dell’analista in quanto doppio dà l’avvio alla rappresentazione di un minimo di alterità. La differenza Io/Altro è una conquista dello sviluppo che ora appare in atto nella Paziente. Evoluzione che si manifesta con l’immagine anche di un dentro e di un fuori (le porte si sono aperte) e che permetterà a Clara di prendere coscienza di ciò che dell’altro era stato assimilato all’Io, identificato a sé stessa. Anche Clara sogna un terzo che distoglie dalla fascinazione reciproca della immagine narcisistica, ma, a differenza del terzo del mio sogno, è una figura ancora indefinita (più persone) che per la prima volta dà vita a un movimento, un entrare e un uscire che segna uno spazio, un tempo, un inizio e una fine.

Ora che c’è questo spazio, possiamo renderci conto dell’irrappresentabile (la luce del deserto e il chiarore bianco abbaglianti) che io avevo ignorato e che Clara aveva allucinato negativamente

Il sogno reciproco era diventato , anche se a livelli diversi, quello spazio dove la rappresentazione dell’impossibilità di rappresentazione poteva trovare una sua formulazione.

Kaës (1995), facendo tesoro della sua esperienza di analista di gruppo, afferma che l’attività del preconscio è conosciuta come “formazione intersoggettiva” dipendente, in parte, dal preconscio dell’altro, dalla sua capacità di rêverie, di contenitore, di trasformatore. Preconscio intrapsichico e intersoggettivo che, come afferma Green (1992) appare per questo come una linea di confine.

Il preconscio di Clara e il mio si erano influenzati reciprocamente e questo ci aveva permesso di svelare sia la relazione intersoggettiva che le differenze intersoggettive che si agganciavano ai nostri versanti narcisistici.

Nella vignetta clinica su esposta ho cercato di mostrare come, soprattutto in casi difficili, quello che ritengo vada costruito in analisi sia un contenitore che credo i 4 anni di analisi trascorsi avessero creato. Sempre più mi rendo conto di come il processo di simbolizzazione, in molti casi, non possa svilupparsi poiché manca la capacità del soggetto a rappresentare la mancanza della rappresentazione (il bagliore bianco, nel sogno di Clara, le permetterà la presa di coscienza di questo deficit e permetterà il successivo lavoro di sviluppo del processo rappresentativo). Perché ciò possa avvenire, l’analista, anche attraverso il contatto con il suo mondo interno, la sua capacità di rappresentarsi l’assenza della rappresentazione e di sostenere poi il paradosso della compresenza del narcisismo e della relazione , potrà ritrovare dentro di sé quegli spazi “al limite”.

L’espressione di “gap” di Winnicott, di “allucinazione negativa” di Green, di “manque du manque” di Rosolato, esprimono, anche se non sono concetti equivalenti, un deficit dell’organizzazione narcisistica o dell’organizzazione del campo rappresentativo.

Laplanche (1994) sottolinea come accanto al classico transfert (en plain) debba sussistere anche un transfert en creux ( nel vuoto), cioè un transfert legato ai messaggi enigmatici dell’infanzia. Questo “vuoto” si viene a creare quando avviene una scissione all’interno delle imagos o delle scene trasferite nello spazio lasciato vuoto dall’analista durante la seduta per un tempo che il paziente possa sostenere. Partendo da questo vuoto nel vuoto l’analista e l’analizzato potranno cominciare a interrogarsi, a cercare di elaborare quelle immagini enigmatiche che solo in quello spazio hanno la possibilità di apparire.

A questo punto vorrei brevemente mettere a confronto questo modello psicoanalitico con il lavoro presentato da Thanopulos e mostrare come si possa sempre trovare una matrice comune quando l’analista lavora sulla scena e anche dietro le quinte per mutare sé ed i propri vertici in rapporto al paziente. Il tempo a mia disposizione è breve e quindi metterò in evidenza quello che mi pare essenziale. “Il sogno è il regno di una nostra identificazione con l’altro, scrive Thanopulos, e credo che questo mio elaborato lo mostri. La mia attenzione quindi va soprattutto sul tema di una costruzione di una percezione sensoriale della mancanza della mancanza (il bagliore insopportabile della luce) che ha permesso di creare, grazie al buon contenimento messo in atto dall’analista, e alla reverie di quest’ultima la dovuta capacità di costruzione di una tolleranza alla frustrazione e un apparato per sentire le proprie sensazioni e poterle poi comunicare (pubblicizzazione) senza cadere nel baratro del terrore senza nome. Il bagliore del sogno (ancora non figurabile e inguardabile)è già una trasformazione che permette il riconoscimento di uno “ stato iniziale”, lo 0, dal quale sia io che Clara siamo partite per arrivare poi al prodotto finale (T-alfa), quel “terzo stato” al quale avevo pensato io dopo il racconto del suo sogno.

Per 4 anni Clara aveva proiettato in me quella sensazione di “stare per morire” citata da Thanoupulos, ed io l’ho potuta trasformare ponendo la mia attenzione sull’inconoscibile, O, sul riconoscimento di ciò che in me era rimasto inalterato del processo di trasformazione e grazie alla identificazione isterica ho potuto ricreare quella condizione interna, che come ben sottolinea Thanopulos è la funzione alfa. In ultima analisi, nei casi particolarmente difficili, ritengo che il compito dell’analista sia, in prima battuta, di aiutare il paziente a ricostruire uno spazio dove lui possa rappresentarsi questa mancanza di rappresentazione. Alla luce di quanto sopra, ritengo che il termine”interpretazione” sia riduttivo e lo sostituirei con “lavoro interpretativo complesso”. Anche se l’interpretazione appare improvvisa nella sua espressione, in realtà è frutto di una attività specifica che si sviluppa in un lungo periodo. Essa stessa è dotata di una struttura evolutiva, è a sua volta feconda perchè può generare nuove interpretazioni, è in grado di progredire. Va al di là del qui ed ora, nasce dall’intrapsichico sia dell’analista che dall’analizzando, dalla loro soggettività , dall’interpsichico, dall’incontro in quello spazio che si va costruendo insieme che è quello della creatività.

Bibliografia

Bion, W. (1967) Analisi degli schizofrenici e metodo psicoanalitico. Armando, Roma

Bion, W,(1973) Trasformazioni Armando, Roma

Green, A. (1993) Le travail du négatif . Les édition de minuit, Paris.

Kaës, R. (1995) L’exigence de travail imposée à la psyché par la subjectivité de

l’objet . Rev Belge de Psych., 27, 1-23

Laplanche, J. (1994) Neuveaux fondements pour la psychanalyse, Quadrige-PUF,

Paris.

Laplanche, J., Pontalis, J.P. (1985) Fantasme originaire, fantasme des origines,

origines du fantasme. Hachette Littératures, Paris .

Winnicott, D.W. (1971) Gioco e realtà. Armando, Roma, 1985.

Rita Manfredi Gervasini

Viale Aguggiari, 104

21100 VARESE

rita.manfredi@tin.it

1 “L’allucinazione negativa”, come afferma Green (1993), non deve essere confusa con una rappresentazione. Differente appare il lavoro del negativo che rimanda alla rappresentazione o agli affetti. L’allucinazione negativa ci porta alla rappresentazione dell’assenza di rappresentazione. Essa impedisce l’accesso diretto alla rappresentazione che permetterebbe al soggetto di prendere coscienza di una certa realtà che potrebbe essere espressa a livello verbale, come avviene per il rimosso. L’allucinazione negativa ha, invece, la funzione di mettere in evidenza come il suo oggetto sia scolorito (blanchit) e le cause della sua sparizione. La rappresentazione dell’assenza di rappresentazione mette così in risalto il suo rapporto con quello che si trasformerà poi in “pensiero”.

2 Io mi sono veramente rotta la gamba destra in un incidente.

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