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Sessarego A. (2010). La scelta dell’interpretare

 

Seminario su L’INTERPRETAZIONE

La Colombaria, Firenze, 20 Febbraio 2010

Parlare di interpretazione è per noi tutti, psicoanalisti o psicoterapeuti, necessario e nello stesso tempo quasi impossibile. E’ necessario perché l’interpretazione è una funzione specifica del trattamento psicoanalitico ed è uno strumento di tutto il nostro lavoro. E’ quasi impossibile perché è un tema così ampio che sarà sempre un parlarne limitato, dove solo alcune cose saranno approfondite e molto dovrà essere sempre e comunque aperto a riflessioni proprie, per lo più silenti, ma si spera stimolate da queste occasioni collettive.

Vorrei richiamarmi ad un articolo di Pier Luigi Rossi pubblicato nel 2004 su di un numero speciale della Rivista di Psicoanalisi, sulla natura dell’interpretazione.

Uno dei punti salienti di questo articolo riguarda quello che l’autore chiama l’atteggiamento interpretativo. Questo è un assetto interno dell’analista che caratterizza la situazione analitica, un tipo di ascolto nel quale c’è la possibilità che le cose assumano un significato diverso da quello con cui vengono proposte. La sospensione del giudizio di realtà su tutto quanto viene detto o fatto dal paziente, cioè una sorta di sospensione dal mondo dei fatti, è la condizione necessaria e coerente perché possa instaurarsi l’atteggiamento interpretativo. La possibilità per l’analista di mantenere questo assetto è legata al riuscire ad imporre anche a se stesso un atteggiamento di sospensione del giudizio di realtà rispetto a ciò che prova ( in quel momento con quel paziente ), rispetto a ciò che pensa ( compreso quello che pensa perchè è la presenza stessa del paziente ad indurlo a pensare). Tutto questo esiste ed è essenziale che l’analista ne prenda coscienza, ed assieme alla coscienza ne prenda anche distanza. La possibilità di assumere questo atteggiamento e di mantenerlo rappresenta, dice Rossi, una promessa.

Talvolta i fatti che i pazienti ci portano hanno il marchio della gravità dell’abuso, del trauma, magari quella stessa organizzazione del carattere, divenuta così pesante da vivere, tanto da portare il paziente dall’analista, è la stessa che lo ha salvato da condizioni originarie molto difficili. E’ considerata quindi un fatto inamovibile, acquisito, da cui non si può sperare di uscire o anche si può temere di uscire.

Sospendere il giudizio di realtà, prendere distanza dai fatti, rappresenta l’unica possibilità di sganciarsi dalla loro irrimediabilità, aprendo uno spazio, facendo ponte, perché qualcos’altro di meno irrimediabile si possa intravedere al di là. Questa promessa di speranza, di cui parla Rossi, allude sempre ad un futuro e non può essere solo la descrizione di qualcosa che già è stato. E’ il percorso che il paziente intravede nell’analisi, l’esistenza di un futuro che spera diverso da ciò che è stato il suo passato.

La scelta dell’interpretare è legata non solo ad una condizione dell’analista, ma anche alla condizione del paziente. Non è sufficiente che l’analista abbia l’intenzione perché il suo intervento diventi una interpretazione, bisogna che il paziente sia disposto a riceverlo come tale. Se l’Io del paziente non è in condizione di intendere questa attività, egli sarà solo colpito/ferito dalle parole dell’analista, nelle quali non troverà alcun altro significato. Il linguaggio dell’interpretazione deve essere il linguaggio del paziente, vicino alla sua esperienza, una specie di confezione su misura, modulata su di lui. Anche questo è un concetto molto noto, l’interpretazione deve cioè raggiungere il paziente là dove si trova.

Se pensiamo che nella mente dell’analista la possibilità di interpretare sia legata ad una teoria già presente, una idea già pronta prima dell’esperienza analitica con quel paziente, l’interpretazione non potrà essere altro che la descrizione di relazioni e di oggetti già presenti nel mondo interno del paziente. Una situazione di questo genere può rendere molto difficile lo svolgimento dell’esperienza analitica.

Oggi forse più che in passato pensiamo che le persone che si rivolgono a noi cercano un’analisi per trovare/fare ognuno una propria strada, e che noi come analisti siamo relativamente ciechi di fronte a questo.

Nel momento in cui si ha di fronte per la prima volta un paziente, perfetto sconosciuto che ci racconta dei fatti della sua vita, e prima ancora di decidere se fare una proposta analitica, si deve cercare di capire, o se vogliamo di indovinare, qualcosa della sua struttura interna. Nello stesso tempo cominciare a guardare la nostra risposta interna a lui ed a quello che racconta. E’ la valutazione della possibile attitudine all’analisi del paziente, ma è anche la valutazione delle nostre possibilità di instaurarla e mantenerla.

Tutto questo lo calcoliamo sul racconto dei fatti che ci fa il paziente e senza questo calcolo iniziale non potrà esserci sincerità nella proposta di una analisi.

I fatti cambieranno nell’analisi perché poi diventeranno fatti del transfert, alcuni acquisteranno carattere virtuale, l’interpretazione li riconoscerà, il paziente ne riconoscerà alcuni, altri perderanno valore per lui e saranno lasciati lungo il cammino. E’ l’esperienza di Sé che il paziente fa nell’analisi. L’interpretazione è uno degli strumenti di questa promessa di cambiamento che è lo scopo dell’analisi.

L’interpretazione è data ovviamente, all’interno di una relazione, ma le due sono anche un po’ indipendenti. Quando durante la seduta ci chiediamo: di cosa mi sta parlando il paziente? Quale affetto mi sta comunicando? Facciamo un movimento di uscita, prendiamo una distanza per poter vedere , magari con gli occhi del preconscio, la dinamica dello scambio, la modalità con cui il paziente sta comunicando.

Queste domande ce le poniamo fin dal primo colloquio, ed anche nel primo o nei primissimi colloqui si possono fare delle interpretazioni. In questa fase si saggia ad esempio, il grado di ricettività del paziente ed il paziente fa esperienza di qualcosa di nuovo, che gli fa intravedere il possibile percorso ( numerosi sono i contributi a questo proposito vi cito in particolare Landoni e Jaffè 2001 e Bolognini 2004).

La scelta interpretativa è operata dal preconscio in base all’insieme della seduta e della relazione terapeutica, ma può sganciarsi da entrambe: una brillante interpretazione può non essere adeguata al momento del paziente e non riuscire a raggiungerlo. L’interpretazione può anche confezionarsi perfettamente nella mente dell’analista, ma non uscire di lì e magari essere usata come strumento di comprensione per aspetti del paziente che il paziente stesso in quel momento non può sostenere.

Siamo debitori ad Haydee Faimberg che in un celebre articolo del 1996 usò l’espressione l’ascolto dell’ascolto, puntando l’attenzione su di un elemento che è l’ascolto di come il paziente reagisce ad una determinata interpretazione. Questo è fondamentale per cogliere la circolarità tra analista e paziente ed il carattere processuale che ne deriva (Winnicott 1968).

Il momento che segue una interpretazione ci dà una indicazione sull’adeguatezza dell’interpretazione stessa e su come il paziente la sta più o meno utilizzando. L’ascolto dell’ascolto è una specie di rilancio da parte del paziente, ci fa da bussola e ci impegna ad ascoltare con una attenzione tutta particolare (ovviamente anche il silenzio è compreso nell’ascolto). Cosa ha determinato in lui il nostro intervento? Che cosa abbiamo aperto o che cosa abbiamo chiuso? Talvolta è una ondata emotiva che ci investe.

Tanta riflessione psicoanalitica degli ultimi anni è avvenuta sui così detti “nuovi pazienti” (a partire dallo storico articolo di Gaddini 1984), appartenenti a quell’ area borderline, che ci hanno reso come analisti più consapevoli delle difficoltà a stabilire una relazione analitica modulata, né labile né rigida, e ci hanno fatto anche pensare di dover rinunciare al metodo interpretativo, a favore di un atteggiamento di comprensione, all’insegna di una maggiore empatia.

Può sembrare che ci sia netta contrapposizione tra il metodo interpretativo in genere, e la comprensione empatica non interpretativa, come se il solo ambiente facilitante, potesse automaticamente far venire tutto da sé, non vi fossero altre necessità. La sistematica empatia che sostituisce e quasi interdice l’interpretazione, lascia in ombra le aree funzionanti del paziente. Quelle capacità mature che abbiamo intravisto magari nei contatti iniziali, quelle a cui ci rivolgiamo riconosciamo e rinforziamo nell’alleanza terapeutica. Certo è che esistono molte fasi in una analisi,questo può significare che è necessario tenere a mente il paziente nella sua interezza, sano e patologico, o adulto e bambino, perché aspetti diversi richiedono nuove risintonizzazioni.

L’interpretazione ha una funzione separante (Bonaminio 2003), si marca la differenza tra analista e paziente: l’analista sa o dice qualcosa che il paziente non sa o del quale non è consapevole, e quindi pone o rispecchia una differenza, una distinzione, è un confine tra le due esperienze, ma è anche un ponte tra esse.

Se come analisti non fossimo attratti dalle differenze, dalle dissonanze non potremmo fare delle interpretazioni, non potremmo tirarci fuori da ruoli prescritti, inclusi in ciò che c’è già nel campo delle credenze e del sapere dell’altro. E’ una parte del nostro lavoro.

BIBLIOGRAFIA

Bolognini S.: Il mestiere del traghettatore. Presentato al Convegno: L’assetto mentale dell’analista nella consultazione. Milano Ottobre 2004

Bonaminio V.: La persona dell’analista:interpretare, non interpretare e controtransfert. In: Fabozzi P. (a cura di) Forme dell’interpretare F. Angeli Editore, Milano 2003

Faimberg H.: Listening to listening. Intr. J. Psychoanal. 77, 4, 1996 ( traduz. italiana in: Ascoltando tre generazioni. F. Angeli Editore, Milano 2006

Gaddini E.: Se e come sono cambiati i nostri pazienti fino ai nostri giorni. Riv. Psi., 30, 1984

Landoni G., Jaffè R.: Dibattito sul Servizio di Consultazione. Milano Centro Milanese di Psicoanalisi, 2001

Mariotti G.: L’interpretazione come ponte relazionale. Quaderni degli Argonauti 2009

Rossi P.L.: I due luoghi dell’interpretazione psicoanalitica. Riv . Psi. Numero speciale 2004

Winnicott D.: L’interpretazione in psicoanalisi. In Esplorazioni Psicoanalitiche, Cortina, Milano 1995

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