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Guerrini Degl’Innocenti B. (2012). Discussione della relazione di V.Bonaminio “L’Installarsi della psiche nel corpo: stati d’integrazione, non-integrazione, l’identificazione primaria”.

Discussione della relazione di Vincenzo Bonaminio “L’installarsi della psiche nel corpo: stati di integrazione, non-integrazione e l’identificazione primaria”

Seminari Psicoanalitici, Firenze, 18 marzo 2012

Auditorium Ente Cassa di Risparmio, 17 Marzo 2012

Quando Stefano Calamandrei mi ha offerto di partecipare a questa giornata lasciandomi generosamente libera di scegliere di cosa parlare, mi sono sentita lusingata: perbacco, ho pensato, che occasione fantastica, partecipare a un seminario con Vincenzo Bonaminio! Perché Vincenzo è uno di quegli psicoanalisti che con i suoi lavori “buca lo schermo”, come si dice nel cinema.

Al di là della dimestichezza con cui maneggia questioni teoriche assai complesse c’è la sua inimitabile capacità di raccontare storie. E i protagonisti delle sue storie restano impressi nella memoria che siano bimbi sperduti in cerca di una mente che gli restituisca qualcosa di sé, adolescenti confusi o adulti disorientati.

Ma come avrete potuto notare, la chiarezza del suo pensiero e la leggerezza del suo stile non devono confondere: perché ogni suo testo è così denso di sfumature teoriche che solo dopo diverse letture se ne possono cogliere tutti gli ingredienti.

A Bonaminio si può applicare quello che Masud Khan diceva di Winnicott: scrive semplicemente per riferire, non per convincere o indottrinare. Ma il suo riferire è al tempo stesso straordinariamente semplice e incredibilmente complesso. Laddove le sue affermazioni sono chiare e non richiedono al lettore alcun inutile sforzo di comprensione, le parole usate per descrivere i fenomeni clinici sono ad altissima densità teorica. Per questo discutere un suo lavoro è faccenda tutt’altro che semplice, perché si oscilla fra il rischio di riproporre gli stessi concetti già compiutamente espressi nel testo o credere di “dirlo con altre parole” mentre si sta parlando di qualcos’altro.

Per questo dopo avere fatto diverse letture del suo lavoro, molte letture, mi sentivo un po’ depressa. Come dire: non basta conoscere gli ingredienti di una ricetta per descrivere l’esperienza sensoriale che facciamo quando siamo ben alimentati. Mentre ancora arrancavo, mi sono venute in mente tre cose: un’espressione di Schiller, se non mi sbaglio, “Allontanare le sentinelle dalle porte dell’intelletto”, che lui riferiva allo stato necessario ad attivare la creatività; lo Zen ed il tiro con l’arco, in cui il filosofo Herringel impara suo malgrado come l’apprendimento non sia mai qualcosa di totalmente volontario e intenzionale, e una frase che la mia analista, maremmana dalle affermazioni lapidarie, mi ripeteva quando mi lamentavo di non capire qualcosa nonostante mi sforzassi moltissimo: “Non capisce proprio perché si sforza”.

Allora ho lasciato passare qualche giorno, ho messo la testa a maggese, poi ho ripreso in mano il lavoro e l’ho letto di nuovo, un po’ distratta-mente.

Più che scegliere di cosa parlare o cosa approfondire, ho lasciato che i pensieri vagassero e li ho seguiti dove mi pareva si agglutinassero in qualcosa di più consistente, raccogliendo associativamente qualche spunto e cercando di mantenermi però il più possibile aderente al “testo”.

Prima di tutto un commento sulla struttura del lavoro.

Lo schema che più comunemente viene utilizzato nella presentazione di un lavoro teorico-clinico, è in genere quello di fare un lungo preambolo teorico per poi arrivare al materiale clinico, in genere scelto ad hoc, a volte anche un po’ troppo. Vincenzo rovescia completamente questo schema con un effetto straordinario: per 10 pagine ci incolla alla sedia con il racconto vivo e appassionante dello strano fastidio di Laura, dello specchio angosciante di Gennaro, e poi più in là di nuovo con Antonio e il moscone svolazzante.

Anche solo la scelta dei “titoli” ci proietta in un mondo che è quello dei racconti per bambini, delle fiabe, dei film di animazione.

Solo dopo che noi ci siamo immersi nella storia, che abbiamo cominciato a “vedere” davanti ai nostri occhi i volti, i gesti, la sofferenza incarnata dei suoi piccoli e grandi protagonisti, solo allora Bonaminio passa dalla descrizione clinica alla concettualizzazione teorica e ci introduce i suoi punti di riferimento, la sua famiglia analitica come la chiamerebbe Bolognini: Winnicott e la Tustin. E ci propone quei concetti che a lui sembrano utili per capire quelle storie.

Potremmo descrivere questo modo di procedere parafrasando quello che Winnicott dice relativamente al compito della psicoterapia:

“La psicoterapia non consiste nel fare interpretazioni brillanti ed appropriate; in linea di massima ed a lungo termine è un ridare al paziente su un ampio arco di tempo ciò che il paziente porta. E’ una complessa derivazione della faccia che riflette ciò che è là per essere visto”.

E questo fa per noi Bonaminio: riflette ciò che è là per essere visto.

E cosa “vediamo” riflesso attraverso il suo sguardo? Vediamo una bambina di 7 anni che ha un fastidio alla parte destra del corpo, la “sente” diversa dall’altra, sproporzionata, insopportabilmente asimmetrica. Come se la parte destra e la parte sinistra non fossero integrate in un unicum corporeo, ma testimoniassero, sensorialmente e dolorosamente, per l’esistenza di una frattura, di una non-integrazione del sé corporeo. Frattura che, la storia ci mostra, sembra riflettere, mirabilmente, la non-integrazione del contenitore materno. Anche la funzione materna appare infatti percorsa da una frattura, da una mancata integrazione: la mamma di Luana sembra aver come dislocato all’esterno, nella sorella minore, la propria funzione di contenimento e di auto-contenimento. Che il sintomo di Luana sia allora un portato transgenerazionale e l’esperienza corporea di Luana la reificazione della dissociazione/non-integrazione presente nella mente della madre?

E poi c’è Gennaro che a 19 anni si sente disarmonico, non a suo agio nel corpo, come se il corpo gli andasse un po’ largo o un po’ stretto, come un vestito di un altro che hai ereditato o un vestito che ti è stato comprato, ma senza pensare a te e che non ti starà mai davvero bene. Gennaro guarda nello specchio e vede qualcosa che è familiare ed estraneo al tempo stesso, l’heimlich che diventa unheimlich: vede con gli occhi dei compagnetti di piscina una faccia fatta con il pongo, che gli è venuta storta, pensa lui. E cosa fa Gennaro per non soccombere a questa estraniante esperienza di Sé, cosa fa per non impazzire? Fa qualcosa che a me sembra un tentativo di “uscire dai suoi panni”, potremmo dire per continuare a utilizzare una metafora del corpo come vestito. E qual è lo scopo di questo sforzo di “uscire dai suoi panni”? Forse è uno scopo duplice.

Innanzitutto, come lui lucidamente spiega, cerca un modo di “vedersi da fuori”, un tentativo di sorprendere se stesso, dice lui. Di sorprendere la sua coscienza di sé, potremmo dire noi. In questo tentativo di vedersi dal di fuori sembra quasi proiettare la sua mente al di fuori di sé: questa estraniante operazione di rovesciamento all’esterno però, dislocando al di fuori la funzione osservativa del Sé, svuota il Sé della sua sostanza soggettivante, lo de-personalizza, come direbbe Winnicott. Quello che ne residua è un’ipertrofia della riflessione oggettivante: resta il corpo che ho, non il corpo che sono.

Ma forse, ad un livello più profondo, Gennaro cerca anche di mettere in salvo, fuori da sé, quella parte sana che ancora vive e funziona, la parte che continua a produrre pensiero, anche sotto il devastante attacco della vergogna. Potremmo dire che Gennaro cerca di vedersi senza guardarsi. E allora mi verrebbe da chiedermi: ma cosa c’è di più analitico di questo? Non è forse questo l’analisi, un vedere senza guardare? Un cercare senza intenzione? Lo sforzo costante di sorprendere l’inconscio trovando un frammento di Sé laddove non pensavamo che fosse? Ritornano le parole di Winnicott: la psicoterapia è un ridare al paziente ciò che il paziente porta. “Mi piace pensare al mio lavoro in questo modo” aggiunge Winnicott “e pensare che se lo faccio abbastanza bene, il paziente troverà il suo proprio sé e sarà in grado di esistere e di sentirsi reale. Sentirsi reale è più che esistere; è trovare una maniera di esistere come se stesso, e di entrare in rapporto con oggetti come se stesso, e di avere un sé entro cui ritirarsi per rilassarsi (cosa che non riesce a fare Gennaro).

[Winnicott, La funzione di specchio della madre e della famiglia nello sviluppo infantile, Playing and Reality 1971]

A questo punto ci domandiamo, come fa Bonaminio, come si arriva a questo? Cosa avrebbe dovuto accadere nella prima infanzia di Luana e Gennaro che non è accaduto? O cosa è accaduto, al contrario, che non avrebbe dovuto accadere?

Qui la mia consonanza con Bonaminio è completa, perché Winnicott è inimitabile nel descrivere quello che accade fra una madre e il suo bambino. Quello che per noi adesso è una specie di dato di fatto è il risultato della sua capacità di spostare il focus da quell’oggetto chiamato bambino, che non esiste, all’unità costituita dal bambino e dalla madre che se ne prende cura.

E Winnicott postula un processo storico nello sviluppo dell’individuo che dipende proprio dall’essere visto, un processo articolato in tre passaggi:

Quando guardo sono visto, così io esisto.

Ora posso permettermi di guardare e di vedere.

Ora guardo creativamente e ciò che io appercepisco lo percepisco anche.

Questa complessa serie di operazioni psichiche viene sinteticamente riassunta da una delle tante, felici ed iperdense espressioni winnicottiane: il mirroring.

L’esperienza del bambino di avere una mente o di “essere un Sé” non è geneticamente data; il cervello sociale evolve attraverso tutta l’infanzia e il suo sviluppo dipende criticamente dall’interazione con una mente più matura, supponendo che tale mente sia capace di essere benevola, riflessiva e sufficientemente sintonizzata.

Le impressioni sensoriali, che sono la prima esperienza che il bambino fa di sé, non posseggono ancora una qualità psichica e necessitano per andare incontro alla trasformazione, della mente dell’altro che offra uno “specchio sociale creativo” (Fonagy e Target, 2001) che possa catturare per il neonato alcuni aspetti della sua attività e che glieli restituisca arricchiti di significato. Il bambino per imparare a riconoscere, elaborare e contenere prima le situazioni di disagio fisico e poi le più complesse situazioni di malessere e disagio emotivo ha bisogno della mente della madre che le riconosca, le pre-digerisca un po’ nella propria mente e gliele restituisca senza aggiungervi troppo del suo. Nel processo di essere visto e di trovare negli occhi dell’altro ricettività e comprensione, l’esperienza di Sé prende forma e si trasforma (guardare=prendersi cura; to look, to look after).

Se chi si occupa del bambino è capace di sintonizzarsi efficacemente con lui (Stern, 1985) e fornisce uno specchio mentale “sufficientemente buono” (Winnicott, 1967), le sensazioni corporee possono essere trasformate in stati soggettivi che gradualmente possono diventare oggetto di espressione verbale. Risposte verbali empaticamente sintonizzate promuovono la graduale codificazione simbolica delle esperienze affettive corporee, conducendo infine allo sviluppo di sentimenti distinti e definiti. La capacità di vivere e riconoscere i propri affetti come fenomeni mentali (cioè come sentimenti), anziché soltanto come fenomeni corporei, dipende perciò dalla presenza di un contesto facilitante intersoggettivo.

In assenza di un contesto facilitante questo processo di trasformazione subisce, inevitabilmente, dei deragliamenti, e in tal caso gli affetti continuano ad essere vissuti soprattutto come stati corporei.

La qualità del desiderio materno e la sua capacità di trarre piacere dal contatto con il corpo del bambino, da forma all’esperienza soggettiva di essere-in-un-corpo e quindi struttura il senso della desiderabilità del Sé.

Il modo in cui il corpo può essere esperito e pensato dipende quindi, in prima istanza, dal modo in cui il corpo, e più in generale l’individuo come persona, è stato trattato da coloro che lo hanno cresciuto. Sentirsi belli o orribili è questione fondamentalmente oggetto-relata (Lemma, 2010) e per transitare “dall’esperienza del bisogno, alla dinamica del desiderio” (Badoni, 2000) è necessario un oggetto materno capace di contenere, regolare e trasformare le esperienze corporee in stati affettivi.

E se questo oggetto materno manca, o è un oggetto sofferente, o traumatico, o non-integrato?

Beh, la storia clinica di Luana e Gennaro ci mostra molto di quello che può succedere quando il funzionamento precoce della coppia madre-bambino sia per qualche ragione, difettoso o difettuale: lo sguardo della madre/altro (m-other) che può essere un fattore di contenimento e trasformazione, può diventare repulsivo e veicolare una insostenibile esperienza di vergogna.

Il fallimento dell’integrazione psiche-soma sembra allora concretizzarsi in una percezione non-integrata del Sé in cui il corpo diventa il narratore di sensazioni che non possono essere pensate consciamente, tantomeno espresse in parole.

E che dire di Antonio e il moscone? Molto tempo e parole ben più competenti delle mie sarebbero necessarie per riflettere su quei piccoli, magici momenti in cui l’enigma dell’autismo sembra lasciare intravedere qualcosa di sé, almeno a chi, come Bonaminio, ha occhi buoni e mente pronta. Lascio quindi Antonio alle amorevoli cure del suo Vincenzo e mi avvio alla conclusione di queste mie riflessioni.

Nell’ultimo paragrafo del suo lavoro, che, in perfetto understatement winnicottiano, ha per titolo “Qualche considerazione epistemologica sulle fasi germinative della vita psichica”, Bonaminio affronta la questione, epistemologicamente rilevante, di quale sia il bambino “più vero”, come direbbero appunto i bambini: se sia cioè “più vero” il bambino della psicoanalisi, quello analizzato della psicoanalisi infantile o quello ricostruito nell’analisi degli adulti, oppure quello osservato dai ricercatori che oggi, con un termine un po’ inquietante, vengono chiamati Baby Watchers.

Il nucleo del suo pensiero mi pare ben riassunto in questa affermazione che troviamo a pag. 22 della sua relazione:

“Per parafrasare una affermazione di Daniel Stern (1985, 1994)” scrive B., ”il “bambino ricostruito” non è più importante di quello “osservato”, ma forse contrariamente a Stern ritengo che la visione retrospettiva che ci offre il trattamento psicoanalitico del bambino, che va ad arricchire proprio la visione prospettica che solo l’osservazione diretta può offrirci, è l’unica in grado di darci l’accesso a quella dimensione di profondità psichica dei processi mentali infantili che altrimenti rimarrebbero “schiacciati” e, quindi, non visti dalla superficie del comportamento osservabile.”

A cui fa seguire le parole di Winnicott: “Il procedimento appropriato” scrive Winnicott, “è evidentemente quello di ricavare tutto ciò che possiamo sia dall’osservazione sia dall’analisi, e di permettere che queste si completino a vicenda”.

Tutto sta nella differenza fra profondo e precoce, ci dice Bonaminio rifacendosi sempre al pensiero di Winnicott : il profondo è collegato alla vita fantasmatica del bambino, al suo mondo interno e in quanto tale, richiede, per emergere, di un dispositivo, come quello analitico, in grado di leggerne e interpretarne il linguaggio. Il precoce è invece connesso con l’ambiente supportivo del bambino ed è osservabile direttamente, da chi ovviamente abbia un metodo e una teoria che lo rendano possibile.

Ancora le parole di Winnicott: “La psicoanalisi ha molto da imparare da coloro che osservano direttamente i lattanti, e le madri e i lattanti insieme, e i bambini piccoli nell’ambiente in cui vivono. Ma l’osservazione diretta non è in grado di costruire da sola una psicologia della prima infanzia. Collaborando continuamente psicoanalisti ed osservatori diretti possono essere in grado di correlare ciò che è profondo nell’analisi con ciò che è precoce nello sviluppo infantile. In breve: un bambino deve distanziarsi da ciò che è precoce al fine di acquisire la maturità necessaria per essere profondo” (1957, pp. 143-144).

Il Novecento, secolo in cui Freud costruì l’edificio psicoanalitico, è stato, sotto molti aspetti, il secolo dell’invisibile: come l’invenzione della fotografia e la scoperta dei raggi x hanno permesso di rendere esplicito ciò che era implicito riguardo alla natura della visione, cioè che la luce porta informazioni ai nostri occhi, così la psicoanalisi ha reso esplicito che il luogo e il tempo dell’infanzia sembrano avere il privilegio di rendere visibile quello che nell’adulto è invisibile (Green, 1979).

Ma qual è la teoria psicoanalitica sul bambino e il suo sviluppo? Quando si parla di psicoanalisi si pensa spesso che oggi nel mondo, come accadeva a Vienna agli inizi del secolo, la psicoanalisi sia una teoria unica. In realtà ci sono nella psicoanalisi contemporanea orientamenti teorici diversi e talora contrastanti, teorie psicoanalitiche più rigorose dal punto di vista epistemologico e altre meno, alcune più valide sul piano clinico e altre meno. Questo vale anche per lo studio del bambino. L’importante, come dice Stefania Manfredi (1998), è che ci sia sempre la mente di un analista piena di teorie che si pone come un ricettacolo per le esperienze del paziente e non un analista con una teoria che cerca un paziente in cui metterla.

Voglio esprimere il mio pensiero conclusivo su questo bel lavoro di Bonaminio utilizzando, ancora una volta le parole di Winnicott:

“non vorrei aver dato l’impressione di ritenere che questo compito, di riflettere ciò che il paziente porta, sia facile. Non è facile, ed è emotivamente spossante. I pazienti, anche se non guariscono, ci sono grati per il fatto che li abbiamo visti come sono, e ciò ci da una soddisfazione profonda”.

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