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Lapi I. (2011). La stanza ‘Dentro’. Storie di trauma e di lutto

 

“Occorre ridare un posto nella vita quotidiana al pianto,

al grido, alla capacità di sentirli. Senza zittirli, utilizzandoli

come mezzi di comunicazione con l’altro,

invece di considerarli una negatività da cancellare”

Anna Ferruta

Nella mia vita professionale, e non solo, ho incontrato il dolore e il lutto per la morte che interrompe il legame genitori-figli: è questo un trauma che devia il corso della vita, sovverte l’ordine delle cose, scardina il rapporto spazio-tempo, e resta dentro chiuso in un luogo della mente, presenza forte e incancellabile, pronto a farsi sentire attuale anche dopo molti anni.

E’ come se dentro la mente si creasse una stanza del dolore e del ricordo, e della relazione con l’oggetto perduto: mi sono chiesta come fare a visitare questa stanza insieme al paziente che si rivolge a me per essere aiutato, e oggi sono a condividere con voi le riflessioni sollecitate dalla mia esperienza (1).

Il lutto e il trauma

La psicoanalisi dispone di una teoria forte per affrontare il lutto: i nostri maestri, Freud e la Klein – che di lutti ebbero costellata la vita – ci hanno lasciato un chiaro percorso attraversando il quale la persona procede nel lavoro psichico di elaborazione del dolore della perdita.

In ‘Lutto e melanconia’ ( Freud, 1915) Freud, distinguendo la perdita oggettuale del lutto dalla perdita narcisistica della melanconia, descrive lo stato iniziale di scoramento, di crollo, di sensazione che tutto il mondo sia impoverito e dolorante, stato a cui man mano si impone la prova di realtà della perdita. Subentra allora un progressivo disinvestimento dell’oggetto perduto, dapprima contrastato dall’Io, che cerca, identificandosi con l’oggetto stesso, di trattenerlo dentro di sé, con tutta una serie complessa di vissuti nei quali il dolore è intrecciato alla colpa e agli auto rimproveri. Ma alla fine di questo percorso l’Io torna libero e disponibile a reinvestire in nuovi oggetti e in nuove attività.

1. da alcuni anni all’interno dell’Azienda Sanitaria Firenze ho creato insieme alla collega Lucia Caligiani, medico psicoterapeuta AFPP, un progetto di intervento che offre consultazioni psicoterapeutiche a bambini e adolescenti che si trovano a vivere l’esperienza del lutto: il progetto A.L.B.A.; spesso, tuttavia, si rivolgono a noi anche adulti che chiedono aiuto per il loro lutto, e la porta della nostra ‘stanza’ è sempre aperta…

M.Klein ( Klein,1935,1940) ci ha illustrato come nel lutto normale il soggetto riviva la posizione depressiva infantile: alla perdita dell’oggetto reale si accompagna la sensazione di aver perduto anche i propri oggetti buoni interni; il lavoro del lutto è al contempo riannodare le relazioni con il mondo esterno e ricostruire il proprio mondo interno ritrovando il contatto con i propri oggetti buoni: solo allora può tornare la fiducia e la possibilità creativa della riparazione.

Questa teoria ha illuminato tutti gli studi e le applicazioni cliniche successive, a volte anche con estensioni eccessive (finendo quasi per chiamare ‘lutto’ la risposta ad ogni tipo di frustrazione!), altre volte con riformulazioni utili per il lavoro clinico direttamente rivolto alle fasi terminali della vita e al lutto vero e proprio. Ricordo per es. quella della psicoanalista americana E.Kubler-Ross che ha identificato un percorso ideale del lutto nelle fasi psichiche del rifiuto – isolamento, collera, patteggiamento, depressione, accettazione (Kubler-Ross, 1984).

L’interpretazione psicoanalitica classica dell’elaborazione del lutto, tuttavia, non è di fatto esaustiva di tutto ciò che avviene nel lutto. Indubbiamente si osservano i movimenti psichici elaborativi, o al contrario, il loro blocco e la loro deviazione, nelle persone in lutto ma osserviamo anche altro, quando si tratta di lutti che colpiscono rapporti oggettuali fondamentali: l’Io vuole tornare e riesce a tornare veramente ‘libero’? Si può veramente ‘guarire’ dal lutto? O piuttosto, la perdita non resta per sempre in una stanza della mente, come nucleo più o meno rappresentabile e narrabile?

Vorrei esaminare questi interrogativi tornando di nuovo a Freud.

In altri scritti (Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte, 1915; Caducità, 1915; Il perturbante, 1919) Freud torna ancora sul tema della morte e del lutto ampliandone la visione. Nel lutto di fatto sono presenti sempre due componenti: la sofferenza per la perdita della persona amata e la paura derivante dal contatto emotivo con l’idea della morte personale. Freud vedeva la morte personale come elemento perturbante per il quale non è possibile la rappresentabilità psichica. Le nostre categorie mentali sono fatte per pensare la vita, e per la morte non esistono categorie di pensiero e strumenti psichici in grado di elaborarla, in grado quindi di compiere un lavoro psichico analogo al processo del lutto. La paura della propria morte ha un effetto patogeno disintegrativo nella psiche e allora, la mente se ne difende mettendo in atto un meccanismo dissociativo che relega in un angolo della mente questa paura. Questo stato dissociativo si configura, però, come una scissione ‘buona’ che, tenendo separati gli oggetti e le esperienze buone da quelle cattive e mortifere, allontana la confusione e preserva l’integrità dell’Io. ( Caligiani, Lapi, Pratesi, 208).

Io credo che quando si tratta della morte di un oggetto parentale o filiale il dolore psichico che ne deriva si avvicini al livello di paura e di disintegrazione che abbiamo pensando alla propria morte, e che, unito a questa, porti la mente “al limite della follia” ( Cancrini, 2002). Perché da questi oggetti dipende la nostra vita, a volte anche quella fisica, senz’altro quella psichica, e la perdita è assoluta, la ferita irreparabile, senza consolazione – perché eventi come questi non possono essere razionalizzati in alcun modo, né giustificati né compresi ed accettati (Mucci, 2008).

La ‘stanza’ di Freud

Nel 1929, molti anni dopo ‘Lutto e melanconia’, Freud ci indica la ‘sua’ strada per il lutto. Scrive a Binswanger, che ha appena perduto un altro figlio, ma sembra parlare a se stesso: “E’ noto che il cordoglio acuto dopo una tale perdita passerà ma si resta inconsolabili, non si troverà mai un compenso. Tutto ciò che può subentrare, anche se si riempisse il posto rimasto vuoto, resta qualcosa di diverso. E a dire il vero, è giusto che sia così. E’ l’unico modo per proseguire nell’amore da cui non si vuole desistere”.

Io credo che in questo ‘posto vuoto’ stia l’essenza del lutto: l’Io resta segnato per sempre perché per sempre resta questo posto nella mente.

Anche per questi lutti, infatti, si genera un movimento psichico dissociativo che assomiglia alla dissociazione che si genera nel processo traumatico e che crea, incistato nella mente come avviene per il trauma, un luogo del lutto – una ‘stanza’ interna – che ha gradi diversi di rappresentabilità, memoria, consapevolezza, narratività ( a seconda del tipo di lutto e delle sue circostanze, della fragilità o della resilienza personale,ecc..).

Le stanze, infatti, non sono tutte uguali: agli estremi di questa gradazione psichica ci sono, da una parte, stanze ‘vuote’, dove alberga un dolore psichico di tipo persecutorio e dove i processi psichici sono quelli propri del trauma, e dall’altra, stanze ‘della memoria’ dove alberga il lutto e il dolore depressivo. E se diverse le stanze, diversa è, almeno in parte, anche la funzione terapeutica.

La stanza vuota: il dolore persecutorio

Quando la perdita è così precoce da essere un’assenza primaria, la crescita psichica ne viene drammaticamente condizionata: il lutto delle origini interferisce con le possibilità di ‘soggettivizzazione’ ( Ferruta, 2011) – come, ad esempio, nei casi di bambine adottate o che perdono la madre nei primi tempi della vita, la cui sofferenza si ripresenta in modo attuale nel momento in cui diventano madri a loro volta.

storia di Jade, adottata a quattro anni…………..

storia di Gemma, rimasta orfana a pochi mesi di vita………………………

La mente umana non riesce a tollerare l’assenza dell’oggetto: l’oggetto assente, identificato con le parti di Sé più rabbiose, viene avvertito come oggetto cattivo e persecutore, che attivamente e sadicamente abbandona. Le stanze di Jade e di Gemma sono stanze vuote di oggetti materni buoni ma riempite da fantasmi persecutori: la morte stessa è collegata, in fantasia, a un atto cattivo esterno ( Kubler-Ross, 1984). Il loro lutto è in realtà, un trauma, e la loro stanza, una cripta – luogo psichico dissociato dove l’imago materna resta presente nel mondo interno ma come oggetto morto persecutorio (Abraham e Torok,1993).

L’odio di cui è carica la stanza mina la fiducia e la possibilità di ricorrere a relazioni interne con oggetti buoni, e questa è il più grande impedimento alla possibilità di elaborare il lutto ( Klein, ): il dolore mentale viene chiuso nella stanza per non essere sentito e ricordato, in un’operazione difensiva di negazione della memoria, ma se sollecitato da eventi interni ed esterni, il dolore torna attuale con tutta la sua carica distruttiva, si ripresentifica (Correale, 2008) “improvvisamente” (come dice Gemma, parlando dell’associazione, nella sua mente, della morte alla nascita).

La stanza della memoria: il dolore depressivo

Al contrario, abbiamo perdite, che per quanto atroci, generano un dolore depressivo dove conservare attivi i ricordi sostiene e la memoria lenisce il dolore stesso.

storia di Pietro e Rubina, orfani della loro figlia……………….

Dentro la mente, accanto ai processi elaborativi, in uno spazio psichico parallelo – resta la stanza (2) dove si ritrova il figlio – oggetto interno buono, pur ritrovando, presente e attuale, anche il dolore della sua perdita: nella stanza del tempo immobile di una relazione genitori-figli che non può evolvere, la temporalità non riesce più ad essere dimensione dell’esistere, la sofferenza mentale non riesce facilmente ad essere lenita dallo scorrere del tempo (Cancrini, 2002; Ferro, 2002).

Il ricongiungimento con l’oggetto d’amore perduto tuttavia, è il bisogno più forte, che supera anche il dolore di affrontare il ricordo.

Durante il lutto per il padre Freud leggeva l’Eneide e scelse, per metaforizzare il lavoro di indagine dell’Inconscio, di usarne un verso tratto dall’episodio in cui Enea scende agli Inferi per interrogare il padre Anchise: “Acheronta movebo”. Nella discesa agli Inferi dell’Inconscio troviamo l’eco del desiderio di Freud di ricongiungersi con il padre perduto: solo ricongiungendoci con l’oggetto d’amore è possibile vedere le possibilità di un nuovo progetto di vita e di un futuro “ non coazione a ripetere, ma parte di un’identità in sviluppo” ( Ferruta, 2007). ( mi viene inevitabile alla mente l’ultimo film di Clint Estwood, Hereafter, soprattutto la storia dei due gemelli).

Dimenticare sarebbe invece un rischio: verrebbe vissuto come un attacco all’oggetto stesso, un abbandono attivo, un trionfo sull’oggetto per essere sopravvissuti. La stanza della memoria è protettiva dai sensi di colpa e dal dolore persecutorio.

Entrare nella stanza: l’aiuto terapeutico

Nella stanza il terapeuta entra in punta di piedi, con disposizione mentale – professionale ma prima ancora, personale – alla permeabilità e all’accoglienza di proiezioni e vissuti quasi intollerabili, nel riconoscimento e l’accettazione del limite ( Caligiani, Lapi, Pratesi, 2008).

I fatti della morte sono incancellabili ma il loro senso non è fissato una volta per tutte ed è possibile lavorare su questo senso, per il presente e per il futuro’: “il senso di colpa rispetto al passato può essere appesantito o alleggerito attraverso una reinterpretazione retroattiva dello sguardo del futuro sull’apprensione del passato” – scrive Ferruta a proposito della Shoah (Ferruta, 2007), ma indicandoci una via utile anche per il lavoro individuale.

Quando la perdita è trauma che colpisce la memoria e annulla la possibilità di rappresentazione – come nelle stanze ‘vuote’ – il lavoro terapeutico è tradurre il trauma in pensieri e parole, stabilire il collegamento, interrotto, tra ricordo e dolore psichico, tra passato e futuro, aiutare ad attraversare il lutto nella recuperata fiducia della relazione terapeutica ( vedi, oltre a Ferruta, 2007, anche Mucci, 2008, e Cellentani, 2008).

Anche nelle stanze ‘della memoria’ gli atti veramente consolatori sono l’affiancare, il condividere, il ricordare insieme trovando le parole per narrare la morte e il dolore. Sostenere il mantenimento nella mente di una relazione buona con l’oggetto, libera dalla conflittualità più forte (questa sì, elaborabile), e colma di ricordi teneri, è un grande aiuto terapeutico, fatto di piccoli passi, in punta di piedi, appunto.

Il controtransfert è pesante, ed è poco possibile ricorrere a quei nostri strumenti che ci sembrano più forti e sicuri, come l’interpretazione, per valorizzare invece, quelli che ci derivano dall’osservazione partecipe e dalla condivisione empatica.

Lavorare a lungo e spesso con questo tipo di situazioni dolorose e traumatiche mette a nudo i nodi traumatici del terapeuta stesso, lo lascia vulnerabile ed esposto sia ai pericoli narcisistici del ruolo di salvatore ( “guarire tutto, sapere tutto, e amare tutti e tutto”, Mucci, 2008) sia al panico esistenziale. La sensazione di panico esistenziale viene descritta nei terapeuti che lavorano a contatto con aree traumatiche molto potenti ( come per es. gli abusi infantili, Mucci, 2008): angoscia profonda fino ad esperienze dissociative, di depersonalizzazione, di derealizzazione ( io stessa, una volta, ho fatto un incidente di macchina uscendo dalla casa di due bambini a cui era morta la madre).

Più che mai è importante non solo che il terapeuta sia capace di attraversare i propri stati d’animo legati alla perdita e alla disgregazione e di sentire che il dolore che esprimono pazienti come questi, non gli è del tutto estraneo e sconosciuto, ma anche che sia convinto che il dolore e il pianto possono trovare posto nel quotidiano ed essere usati come mezzo di comunicazione con l’altro (Ferruta, 2007).

BIBLIOGRAFIA

Abraham N., Torok M. ( 1993), La scorza e il nocciolo,Borla, Roma

Algini M.L., Elaborare il lutto. Alle strette con Freud, in Rivista di Psicoanalisi, 2009, LV, 3

Caligiani L, Lapi I., Pratesi C., Lo sguardo e l’ascolto nelle fasi estreme della vita, in Contrappunto,41,giugno 2008

Cancrini T., (2002),Un tempo per il dolore, Bollati Boringhieri, Torino

Cellentani O. ( a cura di) ( 2008), Trauma e relazioni traumatiche, Franco Angeli, Milano

Correale A. , Intervista, in Cellentani O. ( a cura di) ( 2008), Trauma e relazioni traumatiche, Franco Angeli, Milano

Ferro A. (2002), Introduzione, in Cancrini T., (2002),Un tempo per il dolore, Bollati Boringhieri, Torino

Ferruta A., Cambiamento nell’immagine etica dell’uomo? Memoria e funzione mitica, in Rivista di Psicoanalisi, 2007, LIII, 2

Ferruta A. ( 2011), Alla ricerca di genitori e figli smarriti, Seminario inter-associazioni, Firenze

Freud S. (1915), Lutto e melanconia, OSF, vol. VIII

Freud S. ( 1915), Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte, OSF, vol. VIII

Freud S. (1915), Caducità, OSF, vol.VIII

Freud S. (1919), Il perturbante, OSF, vol. IX

Klein M, (1935), Contributo alla psicogenesi degli stati maniaco-depressivi, in Scritti 1921-1958, Bollati Boringhieri, Torino

Klein M. ( 1940), Il lutto e la sua connessione con gli stati maniaco-depressivi, in Scritti 1921-1958, Bollati Boringhieri, Torino

Kubler-Ross E. (1984), La morte e il morire, Cittadella ed., Assisi

Mucci C. ( 2008), Il dolore estremo, Borla, Roma

Vallino D. (2009), Fare psicoanalisi con genitori e bambini, Borla, Roma

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