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Bolognini S.(2002). L’empatia psicoanalitica

Note (auto)biografiche di Stefano Bolognini in occasione della presentazione del suo libro L’EMPATIA PSICOANALITICA Ed. Bollati Boringhieri, Torino.

Sabato 11 Maggio 2002, presso il Gabinetto G.P.Vieusseux, Sala Ferri, Palazzo Strozzi, Firenze

Per gentile richiesta dei colleghi del Centro psicoanalitico di Firenze, che mi offrono l’opportunità di presentare in una prestigiosa sede istituzionale della loro città il mio nuovo libro, fornisco qualche informazione sulle mie “origini psicoanalitiche”: una operazione che, aldilà degli aspetti narcisistici, può dare elementi utili per comprendere meglio i percorsi del testo che viene proposto ai lettori.

Le mie radici formative sono veneto-emiliane. Nato a Bologna e trasferito da piccolo in Veneto per il lavoro paterno, mi sono laureato in Medicina a Padova e specializzato in psichiatria a Verona; ho lavorato per parecchi anni al Centro Psicoterapico Provinciale di palazzo Boldu’a Venezia: una struttura-pilota, negli anni ’70, creata e diretta dal prof. Sacerdoti, che costituì attorno a sè un gruppo di psicoanalisti “istituzionali”, in un’atmosfera appassionante di ricerca e di scambi con colleghi italiani e stranieri.

La mia analisi didattica e la prima supervisione furono però bolognesi (praticamente, un ritorno alle origini…); sono stato socio del Centro Veneto di Psicoanalisi fino al 1986, e dopo di allora passai al Centro Bolognese.
Dico questo perchè la mia formazione scientifica si è svolta in due ambiti piuttosto caratterizzati, e differenti tra loro: rigorosamente freudiano il Centro Veneto, piu’orientato verso l’asse Ferenczi-Balint-Winnicott quello bolognese.
Io credo di avere assorbito molto da queste due culture, in piena continuità, con spirito integrativo.

Durante la mia formazione ho avuto la fortuna di assistere a molti seminari di Musatti, Fornari, Gaddini, Masciangelo, Nissim, e, tra gli stranieri, di Betty Joseph, Grinberg, Resnik, Chasseguet Smirgel, Etchegoyen, Limentani e molti altri, ricavandone un’impressione indelebile della estrema complessità, varietà e ricchezza del panorama psicoanalitico contemporaneo.
Questa impressione si è rafforzata con il passare degli anni, man mano che i contatti con i colleghi stranieri si facevano piu’frequenti, anche per motivi istituzionali.

A costo di apparire un generico, devo ammettere che da tutti i grandi Autori psicoanalisti credo di aver appreso con vantaggio moltissime cose: e se questo è ampiamente condivisibile con la maggior parte dei colleghi per quanto riguarda Freud e Winnicott, e in misura lievemente minore per Bion, so che oggigiorno tributare gratitudine alla Klein e alla sua scuola, è decisamente fuori moda, ma questa gratitudine (pur temperata da varie considerazioni critiche), io la provo con chiarezza.
Così pure credo non porti un gran punteggio, da noi, apprezzare Kohut, e invece io lo apprezzo molto (tanto piu’dopo una prolungata esperienza coi pazienti gravi); trovo prezioso lo studio accurato di ingegneria metapsicologica degli analisti francesi, e quanto ai nordamericani ritengo non si debba buttare via il bambino con l’acqua sporca: in mezzo a molta ideologia e a tanti “remakes” di vecchi concetti gabellati per cose nuove, un pò di “peste” da re-importare in Europa c’è, e non è poco.

Un solo autore mi ha sempre provocato un vissuto prevalentemente negativo, ed è stato Lacan: un analista cerebrale, oracolare, compiaciutamente criptico, abilissimo nel riformulare la lezione freudiana con funambolismi enigmistici destinati a potenziare il narcisismo dell’analista e quello suo personale, scindendo spesso e volentieri gli affetti dal linguaggio, con effetti di straniazione idealizzata.
Capisco che “colpisca” molti, e che convochi alla fascinazione; a me dice poco, e anzi, per dirla tutta, mi sembra che gli manchi il contatto con un pezzo del Sè, e che sotto sotto se ne vanti.

Ma queste sono le mie opinioni personali, della cui idiosincrasica limitatezza sono ben conscio.
Non posso tacere, all’opposto, la mia predilezione per i reportages clinici degli analisti di scuola inglese, accomunati – pur nella loro tripartizione teorica – da un tradizione di chiarezza e di aderenza al materiale di seduta da cui sento di trarre sempre piacere e giovamento.
Ritengo infine la psicoanalisi italiana attuale uno straordinario laboratorio aperto, nel quale coinvivono diverse anime teoriche che hanno però due capacità peculiari: una, appunto, quella di saper convivere e confrontarsi senza eccessive insofferenze reciproche; l’altra, quella di aggiungere molto spesso elementi di creatività personale alle premesse culturali di partenza: una dote tipica dei nostri connazionali, che si manifesta, come sappiamo, anche in campi diversissimi dal nostro.

Per tornare al percorso istituzionale, sono stato segretario scientifico del Centro Bolognese dal ’94 al ’97, e segretario scientifico della SPI dal ’97 al 2001; dal ’91 al ’97 ho fatto parte del Comitato Patologie Gravi; attualmente sono “representative” per la SPI nel “Theoretical Working Party” della Federazione Europea di Psicoanalisi (FEP).

Ho pubblicato lavori sulla “Rivista di Psicoanalisi”, sugli “Argonauti”, sull’ “International Journal of Psychoanalysis”, sullo “Psychoanalisis Quarterly” e sulla “Revista Argentina de psicoanalisis”, oltre che su volumi in Italia, Gran Bretagna e Francia.
Con la “Bollati Boringhieri” ho pubblicato la raccolta di racconti “Come vento, come onda” 1999 e curato “Il sogno cento anni dopo” 2000: Sempre con lo stesso editore uscirà a maggio “L’empatia psicoanalitica”.

Riguardo agli interessi letterari, temo di poter esaurire il tema in poche battute: come molti di noi, sono stato onnivoro negli anni beati della giovinezza, quando il tempo era quasi infinito, e ci si poteva immergere in un libro “abitandolo” fino alla sua conclusione, incuranti o quasi della realtà esterna.
Se dico (con enorme rimpianto) che in quegli anni dorati ho letto di tutto, voglio intendere veramente di tutto: dai classici russi e francesi al manuale del pescatore, da tutti i fumetti di Carl Barks alle poesie di Villon, dal teatro “NÙ” a Wodehouse, da Steinbeck a Stefan Zweig, da Cervantes a Guareschi e a Primo Levi e così via.

Sono un generico, lo so bene; e credo che questo mi derivi anche dall’essere cresciuto in una grande famiglia allargata, nella quale avevano un loro posto e una loro funzione un bel pò di persone abbastanza interessanti da non farmi diventare adepto e devoto di una sola di esse.
La comunità, il gruppo, mi sono entrati nel sangue : e così anche gli Autori letterari della giovinezza, come quelli analitici dell’età adulta, coabitano in me (sia pure con qualche conflitto e non so quanto confortevolmente).
Spero che questo clima possiate ritrovarlo, qua e là, in quello che scrivo, coltivando insieme a me il piacere naturale di dare – per come si può, e in qualche modo – “un posto alle cose”, e di farle convivere.

Un caro saluto, Stefano Bolognini

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