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Ponsi M. (2008). Dialogando con Sandra. Considerazioni intorno a “Relazioni Perverse”.

Relazioni Pericolose

in ricordo di Sandra Filippini

Accademia Toscana di Scienze e Lettere La Colombaria Via S.Egidio 23/1 Firenze

sabato 13 dicembre 2008

Non facciamo una commemorazione oggi, ma continuiamo a dialogare e a pensare con Sandra.

Come dice Mario Rossi Monti alla fine della sua recensione, questo è un libro che fa venir voglia di continuare a discutere con lei.

Benedetta si è soffermata sulle caratteristiche di coloro che mettono in atto comportamenti perversi nelle relazioni di coppia, aggiungendo alle descrizioni che Sandra ci ha dato del ‘perpetratore’ le sue considerazioni sul tipo di relazione primaria in cui si sviluppa questo tipo di personalità.

Io mi soffermerò invece sulla vittima, sui meccanismi che portano una donna a diventare vittima del suo compagno. Vittima, beninteso, in senso psicologico – vittima di un tipo di violenza esercitata con mezzi psicologici e che produce un danno psicologico.

Come in ogni caso di violenza, la prima cosa su cui ci interroghiamo è come sia possibile fermarla, evitarla, prevenirla. Ma diversamente dalla violenza fisica, qui – nel maltrattamento psicologico – è fondamentale capire quali sono, come funzionano, le armi che feriscono e che danneggiano. Quello che abbiamo bisogno di capire – proprio per aiutarle, le vittime – è su quali aspetti di sé, della propria psicologia, tali armi fanno presa.

Insomma, la domanda a cui rispondere è – con le parole di Sandra:

“perché le donne subiscono, perché accettano, a volte per lunghissimo tempo, tali relazioni, perché non si difendono, e infine, quale tornaconto ne ricavano?” (p.14).

La risposta che dà Sandra si inscrive in modo netto nel solco di una scelta di campo – quella del movimento femminista – che rifiuta di cercare nella vittima una tipologia di personalità idonea al maltrattamento, “corrispondente e complementare rispetto a quella dell’uomo che lo mette in atto”(p.62). Se è vero che spesso fra le donne maltrattate si trovano casi di maltrattamento subito nell’infanzia e dunque una qualche predisposizione psicologica a ripeterlo, altrettanto spesso capita di non trovare elementi di trascuratezza grave o di abuso (p.62) né una personalità descrivibile come masochista. Insomma, se di uno specifico profilo di personalità abbiamo bisogno, questo va ricercato nel narcisismo perverso del maltrattante piuttosto che nel masochismo femminile. Però è anche vero – e chi lavora con le vittime lo sa bene – che “spesso il legame che unisce la vittima al persecutore è altrettanto forte e che spesso la vittima mostra una singolare e inaspettata acquiescenza, anzi un atteggiamento protettivo nei confronti dell’uomo che la maltratta” (p.61).

Il punto da sottolineare è che l’acquiescenza e la tolleranza della vittima verso il suo persecutore non è la premessa (o la causa) del maltrattamento, ma la sua conseguenza. Si realizza un percorso del diventare vittima, un percorso e un processo di vittimizzazione (p.98) – un processo che produce una vittima così come la somministrazione di droga produce un tossicodipendente.

Perché di queste relazioni si dice che, oltre a essere segnate dal narcisismo, sono ‘perverse’?

Perché alla loro base c’è un aspetto di distorsione di ciò che è reale, un processo di distorsione che porta a rovesciare il senso vero delle cose (p.29). Questo processo di distorsione dei significati all’inizio è inapparente. Gli aspetti perversi entrano in circolazione nella coppia in modo subdolo. La vittima, spesso per lungo tempo, non ha chiaro quello che le succede: sa solo di sentirsi confusa e disorientata. Chi la maltratta esercita il suo potere in modo così subdolo, controllandola, denigrandola, svalutandola, colpevolizzandola e isolandola dagli altri, che lei si sente sempre più incerta riguardo a sé stessa, riguardo alle proprie percezioni e alle proprie idee. In qualche modo è il suo equilibrio mentale che viene messo in crisi.

C’è una parola, in inglese, (gaslighting) che indica un tipo particolare di comportamento perverso, messo in atto in modo più o meno cosciente per far sì che una persona dubiti di se stessa e dei suoi giudizi di realtà, inducendo in lei confusione e sensazione di stare impazzendo. In pratica si tratta di una forma sottile di lavaggio del cervello.

Sandra ne parla a p. 34.

La parola gaslighting deriva da un film degli anni ’40 Gaslight in cui un uomo – in questo caso in modo intenzionale e cosciente – cerca di far impazzire la moglie facendo in modo che essa non si fidi più delle proprie percezioni. (v. p.34).

Ecco l’esempio che ne dà Sandra (p.34-35)

Maria e Giacomo sono sposati da alcuni anni e hanno un bambino: Fin dall’inizio della gravidanza Maria ha cominciato a notare un cambiamento nell’atteggiamento del marito. Egli è diventato più critico, sempre pronto al rimprovero, svalutante nei confronti dell’aspetto che il corpo della moglie va assumendo. Se la donna si lamentava, se si risentiva o chiedeva di parlare di questi comportamenti, veniva tacitata subito: “Non ti si può dir nulla, non sai stare allo scherzo ….”. In particolare, durante una gita in motoscafo, a gravidanza avanzata, Giacomo, che era alla guida, continuava a accelerare in modo da far battere la barca sulle onde, suscitando ansia e paura nella moglie, a cui continuava a rispondere che era ‘fifona, incapace di seguirlo, di stare alla sua altezza … In sostanza Giacomo, pur creando una situazione di oggettivo pericolo in cui la moglie si preoccupava, metteva in dubbio le percezioni di lei accusandola di esagerare, di esser, lei, in qualche modo, ‘sbagliata.

Per farsi un’idea degli aspetti perversi presenti nella relazione di maltrattamento (psicologico), non dobbiamo pensare a qualcosa di molto lontano e diverso dalla nostra normale esperienza quotidiana. Sono proprio i piccoli episodi della patologia narcisistico-perversa nella vita quotidiana che possono aiutarci a capire come funzionano i sottili meccanismi che pervadono la coppia dove domina la violenza psicologica.

Basta pensare, ad esempio, a quei modi di esercitare il controllo e il potere su qualcuno basati su messaggi trasversali, su allusioni minacciose, su forme di comunicazione indiretta che fanno sì che l’altro non si renda ben conto della pressione a cui è sottoposto e del condizionamento che subisce. Se si aggiunge una certa dose di sarcasmo, derisione e disprezzo, la vittima ne risulta intimidita, disorientata, soggiogata (p.38).

Ecco un esempio di questa piccola psicopatologia della perversione nella vita quotidiana.

Stefano Bolognini (nel libro Passaggi segreti, Boringhieri 2008) racconta di una signora venuta a consultarlo per un terapia. Questa signora in una delle prime sedute gli racconta, tutta emozionata, di un incontro avvenuto la sera prima, a una cena, con un temibile e temuto personaggio delle cronache mondane e politiche, habitué dell’insulto e della rissa in televisione. La signora racconta di essergli stata accanto per alcuni minuti, e così si esprime:

“… E poi guardi, dottore, mi creda, non è così come sembra in TV… è gentile… pensi che al momento di servirsi al buffet mi ha dato la precedenza sorridendo… anzi: per me è un vero gentiluomo!…”. (p. 206-207).

Stefano Bolognini parla a questo proposito dell’effetto incantatore che persone peraltro temibili, aggressive e prepotenti riescono a esercitare sugli altri – un effetto che ha chiamato la benevolenza del malvagio.

Bolognini così commenta l’episodio:

Ora, una cosa che non finisce mai di colpirmi è come la gente risulti letteralmente conquistata, estasiata, commossa, quando un personaggio notoriamente violento e prepotente si produce – una tantum!… – in un atto di cortesia, o mostra per un attimo un proprio aspetto umanizzato.

La sensazione di aver potuto godere almeno per un istante della benevolenza di un malvagio ha un effetto seduttivo mille volte maggiore di quello prodotto dal contatto con una persona normale che si comporti abitualmente in modo corretto.

Questo fenomeno paradosso <…> sembra dunque premiare sproporzionatamente e in modo immeritato chi si concede poco e di rado, e ancor più chi è uso maltrattare il prossimo da una posizione di esibito potere.

 

Bolognini osserva che questo fenomeno paradosso ha per certi versi sul piano morale qualche analogia con la prestigiosa risonanza del ritorno del figliol prodigo, a fronte della rilevanza zero attribuita, nella parabola evangelica, all’essere gli altri figlioli rimasti lì a lavorare.

Alla base di queste reazioni ci sarebbe, secondo Bolognini, la paura e il disagio provato nel riconoscerla.

<…> In effetti, è angosciante in assoluto sopportare l’idea o la visione di aspetti disumanizzati di una persona, e non si vede l’ora di poterli negare: “non è vero, mi sono sbagliato, la realtà non può essere così temibile, brutta e crudele”.

In aggiunta a ciò, è profondamente umiliante dover riconoscere di avere provato un senso di indifesa impotenza (e, in definitiva, di paura e di inermità: la “Hilflosigkeit”) davanti al malvagio di turno: l’estetica narcisistica dei tempi nostri, che vuole donne indomite e maschi “decisivi”, sancisce che chi sperimenta la paura dovrebbe vergognarsi di sperimentare e di ospitare in sé un tale vissuto.

Meglio quindi girare la frittata, e ricorrere all’equivoco benpensante fornito da una psicologia a buon mercato che ci rassicura circa il fatto che gli aggressivi e i prepotenti siano sempre così “per difesa”, in quanto in realtà sotto sotto essi sarebbero timidi, spauriti, bisognosi a loro volta di comprensione ecc. ecc. <…>

Due sono i tipi di intimidatori (p.209)::

Il primo è costituito da quelli che, per dirla ancora con l’impietoso La Rochefoucauld, “gabellano per franchezza la loro insopprimibile brutalità”: è la categoria degli intimidatori frontali, che colpiscono in modo diretto l’interlocutore con attacchi inaspettati e violenti, e poi lo prendono sottobraccio spiegandogli con solennità che hanno preferito “essere sinceri” e che comunque loro sono fatti così, che una volta dette le cose loro non serbano rancore (apparendo così magnanimi, mentre in realtà è l’altro che dovrebbe avere un diavolo per capello!…), e soprattutto che l’hanno fatto “per il bene dell’altro”.

Il secondo esempio è quello dell’intimidazione di stile mafioso, che può provenire anche da soggetti che con la mafia non c’entrano per niente: è lo stile che è lo stesso.

Essa consiste nel far percepire senza dire.

Durante una conversazione apparentemente normale, e in un modo di solito assai difficile da precisare, il ricevente sente un brivido che gli corre giù per la schiena e comincia a sentirsi oscuramente turbato e preoccupato.

Strano, perché il suo interlocutore sorrideva, era così gentile… eppure qualcosa deve avergli trasmesso, perché “dopo” ha cominciato a sentirsi male…

Ma la cosa più straordinaria è che a un certo punto tutto si è risolto benissimo, quando l’altro – il sorridente – gli ha spiegato con affettuosità cosa doveva fare: lì si sono diradate le nubi ed è tornato il sole, il sereno.

Sì, certo, c’è qualche prezzo da pagare; ma è bello sentire di avere un amico che ha a cuore le tue cose, che ti dà le indicazioni giuste, che ti consiglia per il meglio.

Mi sono soffermata sulle descrizioni dei sottili e nient’affatto straordinari meccanismi con cui si esercita l’intimidazione per segnalare quanto situazioni simili non siano lontane dalla nostra comune esperienza e soprattutto quanto sia facile reagire con un atteggiamento indulgente o remissivo. Viene da domandarsi “Ma come è possibile che verso il malvagio si animino sentimenti benevoli? Come fa il malvagio a suscitare benevolenza?”

Bolognini suggerisce che l’effetto seduttivo prodotto dalla benevolenza del malvagio faccia capo alla paura. In altre parole, chi è sedotto dal ‘malvagio’ prova sollievo nel vederlo per un attimo non più pericoloso, ma anzi affabile e mansueto, come se fosse cambiato, come se non fosse più uno che incute paura. In tal modo realizza il bisogno di negare la propria paura, come se potesse dire a sé stesso: “No! Non è cattivo! Mi sono sbagliato!”. Oppure: “Sì, forse un po’ cattivo lo era. Ma era solo apparenza, perché, in realtà, sotto sotto è buono – buono così come è adesso!”

Dunque: il particolare tipo di apprezzamento che il malvagio riscuote in un momento di benevolenza ha a che fare con il bisogno che abbiamo di nascondere a noi stessi che ne abbiamo avuto paura – un sentimento di cui ci vergogniamo, perché avere paura significa sentirsi inermi, un po’ come dei bambini.

La paura è un sentimento di cui si parla malvolentieri, sul quale si tende a sorvolare, perché in qualche modo non viene considerato molto dignitoso. In realtà è un sentimento utile e necessario per la sicurezza, la consistenza e la stabilità del Sé. Sembra un paradosso, ma la paura ha bisogno di coraggio per venire vissuta adeguatamente. Come dice Bolognini ci vuole coraggio a avere paura (‘Il coraggio di avere paura’ è il titolo del testo da cui ho tratto le citazioni).

Torniamo alla relazione perversa.

Per sottrarsi al danno provocato da qualcuno che esercita un atto aggressivo con modalità perverse bisognerebbe riconoscere il pericolo e mettersi in allarme. Avere paura. Che è proprio quello che viene a mancare nel caso della relazione perversa. Quando agisce in modo perverso, il malvagio (… l’intimidatore, il prepotente, il maltrattante, il perpetratore – possiamo chiamarlo in vario modo) sa giocare con la paura. La sua vittima non prova paura. Casomai si sente confusa, irretita, intimidita, sedotta. Non si accorge che sta entrando in una situazione pericolosa. Non percepisce il pericolo. Non nasce in lei il sentimento che servirebbe a proteggerla. Delle volte può addirittura diventare devota e sottomessa nei confronti di chi si prende gioco di lei.

Disorientamento e confusione costituiscono gli aspetti centrali del percorso di costruzione della vittima – il percorso di vittimizzazione. E’ nelle tappe di un percorso lungo il quale la vittima diventa tale che si deve cercare una risposta al perché quella sentinella della salvaguardia del sé che è il sentimento di paura vada a svanire. La donna non cerca di proteggersi. Si domanda se ha sbagliato qualcosa, se non sia il caso di aspettare, di soprassedere; se in fondo lui non abbia qualche ragione; se in fondo lei non abbia la sua colpa, perché in fondo lui è buono.

Cito da Sandra (p.79)

La donna “non riesce a capire la situazione che si è creata e tende, generalmente, a sentirsene colpevole. <…> si dà da fare per correggere la situazione che si è venuta a creare, cercando di modificare il proprio comportamento in modo da rendere più facile la convivenza, <… > attingendo alle risorse dell’educazione ricevuta e al ruolo culturalmente assegnatole di custode del focolare, tutrice del nido, garante dell’unità familiare”.

 

La donna entra insomma nella dinamica del – – – “Anche lui ha il suo lato buono” (v. il § Il “lato buono” a p. 65-66).

Assumere su di sé la colpa e cercare di adattarsi alle esigenze dell’altro può in certi casi essere meno angoscioso che diventare consapevoli di una situazione assurda, spiazzante, incomprensibile (p.80) – una situazione, appunto, che dovrebbe venire riconosciuta come pericolosa (e quindi indurre paura) se la vittima non fosse andata incontro a una parziale perdita della capacità di fare un esame di realtà (p.80), anche per lo stato di isolamento in cui spesso ha luogo la relazione abusiva (p.81). In questi casi la donna, invece che imboccare la strada della protezione di sé (che implicherebbe, appunto, accorgersi del pericolo e provare paura per i maltrattamenti che l’aspettano e del danno che continua a subire) si lascia prendere la mano dalla comprensione e sollecitudine verso il proprio compagno.

E’ l’impegno iper-riparativo a far scemare la paura, a farla retrocedere sullo sfondo della relazione: sopportare le crudeltà del partner, le sue intemperanze, rimproverare sé stesse per qualche piccola colpa, impegnarsi per l’altro anche a scapito di sé, diventa un compito a fronte del quale non c’è paura che tenga. La salvaguardia di sé, al cui servizio c’è il sentimento necessario della paura, passa in seconda linea rispetto alla necessità di mantenere attivo un legame d’amore.

Una risposta al perché spesso le donne hanno difficoltà a proteggersi mostrando una tenuta sorprendente di fronte al maltrattamento, sta nell’oblatività e nella protettività materna. Mi riferisco a quell’atteggiamento di tolleranza e di comprensione che ritroviamo nelle sue parole: “in fondo lui è buono, in fondo poi si pente, in fondo poi capirà ”.

Insomma una risposta possibile al perché la salvaguardia di sé stesse passi in seconda linea rispetto all’impegno nel soccorrere l’altro sta in una dimensione del ‘femminile’. Ma non di un femminile inteso come masochismo (come perverso piacere della sofferenza), bensì nel femminile ‘materno’, e cioè in quella dimensione della femminilità che esige una rinuncia (o una moratoria) alle proprie parti aggressive – rinuncia che è adattativa nella relazione madre-figlio (… ma sarebbe più giusto dire ‘genitore-figlio’. Non si vede perché il padre ne debba essere escluso), e disfunzionale nelle altre relazioni.

Nel lavoro che facciamo abbiamo ovviamente a che fare più con le vittime che non con chi le maltratta. Con loro, per aiutarle, dobbiamo andare alla ricerca dei punti critici su cui si esercita la violenza psicologica. Uno di questi è rappresentato da quella parte dell’identità femminile che si riconosce nell’oblatività e protettività di tipo materno. Si tratta di un aspetto che precede l’entrata nel percorso di vittimizzazione e che il rapporto con un uomo maltrattante può portare a galla, e anche esaltare. In questi casi, per aiutare la donna a costruire delle difese là dove sono venute a mancare, si tratta di recuperare e riconoscere questo aspetto della femminilità che è forte, quando si realizza come capacità di offrire contenimento, protezione e sicurezza (funzioni ‘materne’, o meglio ‘genitoriali’) e che invece è fragile quando si realizza al di fuori di quella dimensione.

Riattraversare a ritroso le tappe del percorso di vittimizzazione significa capire come si è verificato l’ottundimento della normale capacità di riconoscere il pericolo. E significa di conseguenza recuperare una sana paura – un sentimento necessario alla salvaguardia del sé e al recupero della propria dignità di persona.

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