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Bruno T.S. (2008). Le operatrici e gli operatori di fronte all’impatto traumatico della violenza interpersonale

Relazioni Pericolose in ricordo di Sandra Filippini

Accademia Toscana di Scienze e Lettere La Colombaria Via S.Egidio 23/1 Firenze

sabato 13 dicembre 2008

 

Nell’esperienza del Centro Artemisia, di cui faccio parte, le operatrici entrano in contatto con donne, bambini e bambine vittime di violenza a vari livelli e rispetto a diverse professionalità (operatrici telefoniche, esperte di counseling, psicologhe, psicoterapeute, consulenti legali, psichiatre, educatrici, assistenti sociali ecc.). Questo contatto, pur avendo caratteristiche diverse, le espone, nella relazione, alla sofferenza e all’impotenza che spesso accompagnano le vittime di violenza e i loro familiari protettivi. Di seguito, farò riferimento alla relazione terapeutica con donne vittime soprattutto di violenze croniche. E’ importante in ogni modo tenere presente che, anche in contatti non terapeutici, l’impatto, le emozioni e le difficoltà sono simili e vanno considerate con la dovuta attenzione.

Subire violenza da un altro essere umano, soprattutto nelle relazioni di fiducia, ha un forte potenziale traumatico che mina e disorganizza l’assetto cognitivo – emotivo ampliando le nostre preesistenti fragilità, sia sul piano biologico sia su quello psicologico. Gli adattamenti messi in atto dalle vittime interferiscono con lo sviluppo e il mantenimento nel tempo “delle loro potenziali capacità umane”(Horney, 1950), con conseguenze spesso profonde e durature in quanto, lo sviluppo e la regolazione delle funzioni psicobiologiche negli esseri umani, sono strettamente connessi ai rapporti interpersonali, in particolare con le figure di attaccamento. (Van der Kolk, 1996, Fonagy, 2005, Schore, 2003). La violenza, soprattutto se cronica, può avere un effetto devitalizzante e malevolo rispetto alla capacità della persona di vedersi in un continuum passato-presente-futuro, in quanto attacca i sistemi di significato e i legami che stanno alla base del sensodi sé.

Soccorrere le vittime, e aiutarle a elaborare i loro dolorosi e caotici vissuti, presuppone il conoscere e il comprendere i processi traumatici attivati dalla violenza, considerandone in particolare alcuni elementi rispetto a chi ne è responsabile e al significato che essa assume, sia a livello sociale, sia per chi la subisce. Presuppone inoltre entrare nella logica, nelle modalità e nella dinamica con cui viene messa in atto, superando alcune difese psicologiche che ci accomunano alle vittime e agli aggressori, quali, per esempio, la negazione, la minimizzazione e la razionalizzazione. Questo processo di conoscenza può portare, in chi vuole prestare aiuto, un profondo cambiamento con aspetti di crescita personale e aspetti di rischio rispetto al proprio assetto cognitivo emotivo. “Gli eventi traumatici sconvolgono i normali sistemi di tutela che danno all’essere umano un senso di controllo, di relazione, di significato” (Herman, 2005, p.51).

La violenza, in tutte le sue forme, è soprattutto uno strumento di controllo e potere che si autogiustifica colpevolizzando le vittime, siano esse un popolo, un gruppo, una categoria di persone, un individuo. Può essere agita, e perpetuarsi nel tempo, grazie anche al silenzio di chi la subisce e dei testimoni, che spesso si basa sulla negazione e la razionalizzazione della violenza stessa. Coloro che la commettono spostano la colpa dei loro atti sulle vittime, disumanizzandole e riducendole a corpi da colonizzare, usare, violare, annientare. Chi la subisce si percepisce privo/a di senso e di valore e, spesso, se ne assume la colpa. E’, soprattutto, un attacco maligno al senso d’identità e ai legami che permettono un pensiero coerente su se stessi e il mondo. L’impunità dei persecutori è garantita dalla vergogna e dal silenzio delle vittime e dal volgere lo sguardo altrove dei testimoni. “I testimoni, come dice J. Herman (2005, p. 20-21), desiderano non vedere, non sentire e non parlare del male… Il persecutore vuole che non facciano nulla… segreto e silenzio sono la sua prima linea di difesa… Più potente è il persecutore, più grande è la sua possibilità di determinare e definire la realtà e più completamente i suoi argomenti prevarranno… Per sostenere l’autenticità di un evento traumatico è fondamentale un contesto sociale che protegga l’incolumità della vittima e unisca quest’ultima al testimone in una reciproca alleanza”. Studi e ricerche individuano il sostegno sociale come primo fattore di guarigione dal trauma, sia esso collettivo o individuale (Yule, 2000). La comprensione e la solidarietà degli “esterni”, l’ascolto non giudicante, la capacità di non voltarsi dall’altra parte relegando nella solitudine, nel silenzio e nell’impotenza le vittime e i testimoni coinvolti, sono le prime “medicine” e le più potenti per la sofferenza legata alla perdita delle sicurezze di base e della fiducia nel mondo.

Nella violenza, la perversione e il sovvertimento delle relazioni e dell’ordine che le regola, la depersonalizzazione e la disumanizzazione delle vittime, la percezione di non senso, di incredulità, di impotenza e di perdita di ogni confine fisico e mentale, possono mandare in frantumi la loro mente paralizzandola in percorsi senza parole. Se le esperienze di vittimizzazione avvengono precocemente, in età evolutiva, può venire alterato lo sviluppo neurobiologico del soggetto e la formazione di un senso di sé coerente e stabile. In questi casi lo sviluppo della personalità può essere fortemente condizionato (Luberti, 2006, Malacrea, 2006).

Spesso, ciò che le vittime sono costrette a vedere e a fare per sopravvivere, (soprattutto nella tortura, nella riduzione in schiavitù e nella violenza cronica) le estranea da un’immagine di sé familiare interrompendo, e spesso distruggendo, un senso di identità costruito nel tempo e attraverso le relazioni.

“…Non mi riconosco più, non sarò più la stessa persona che ero, non mi fido nemmeno di chi amo,a volte ho paura anche di loro… In certi momenti non riesco a sentirmi, a provare alcun sentimento, mi sento sola … come in un deserto piatto e senza fine… Mi è stato tolto qualcosa che non potrò più riavere e chi me lo ha tolto nega di averlo fatto, o forse nemmeno lo sa. Ho paura che nessuno mi creda, mi sento sporca e indegna… nessuno potrà più amarmi… a volte io stessa. Sono le parole di una donna vittima di stupri e anche noi, ascoltandole attentamente, non potremo essere quelli di prima.

L’effetto più dilagante del trauma interpersonale è la rottura dei legami e la distruzione del senso di appartenenza alla comunità. Ciò crea una profonda solitudine e un senso di estraneità; l’impossibilità di abitare le proprie emozioni divenute ingestibili e spaventose o congelate in una parte inaccessibile della mente. Per le vittime, definire la realtà di quanto successo è un processo doloroso, se non a volte impossibile. Scrive Primo Levi, 1947, p 106: “Oggi, questo vero oggi in cui io sto seduto a un tavolo e scrivo, io stesso non sono convinto che queste cose siano realmente accadute”. Le memorie traumatiche seguono, nella mente, percorsi disarticolati, impedendo una narrazione che collochi l’esperienza in un continuum che restituisca un senso di integrità al sé (Van der Kolk, 1996; Van der Hart, 2006; Giannantonio, 2003, Schore, 2003).

Un aspetto comune dei traumi legati alla violenza “di guerra” e a quella “di pace” è la trasmissione intergenerazionale, attraverso i legami di attaccamento, quando non è resa possibile un’elaborazione collettiva e individuale (De Zolueta, 1999). Studi e ricerche dedicati all’aspetto trans generazionale, meriterebbero una riflessione approfondita e una grande attenzione per la prevenzione dei danni futuri oltre che a quelli in essere (Dutton, D.G., 1997, 1998, 2000; Bianchi D. e Moretti E., a cura di 2006; De Zolueta, F., 1999). Purtroppo la non cura e il dimenticare le vittime, dopo una prima attivazione sul fare, è diffusa sia rispetto alla guerra che alla pace.

“…Studiare il trauma psichico significa essere testimoni di eventi terribili… quando gli eventi traumatici appartengono a un disegno umano, coloro che ne sono testimoni vengono coinvolti nel conflitto fra la vittima e il persecutore. E’ moralmente impossibile rimanere neutrali in questo conflitto. Lo spettatore è costretto a prendere posizione” (J.L.Herman, 2005, p.19).

Pertanto il riconoscimento dell’inammissibilità della violenza è l’unica risposta che rende possibile una riparazione del danno. La storia degli studi sul trauma interpersonale non è stata lineare. In questa alternanza del vedere, non vedere, del credere, non credere da parte dei testimoni esterni, sembra abbiano giocato un ruolo gli stessi meccanismi di difesa delle vittime. Il segreto e la colpevolizzazione, la negazione,la minimizzazione e la razionalizzazione sono spesso “difese” che accomunano gli aggressori, le vittime e i testimoni. A questo proposito è illuminante un passo tratto da un testo di psichiatria del 1972 (Freeedman e Kaplan) in Van der Kolk, 1996, p.74: “…si pensa che l’incesto abbia un’incidenza approssimativa di 1 su 1.1 milione di donne. Ci sono poche evidenze rispetto al fatto che l’incesto padre figlia possa avere serie conseguenze psicopatologiche. Il rapporto padre-figlia soddisfa spinte istintuali (del bambino/a) in una situazione dove l’alleanza con un adulto onnipotente “condona” la trasgressione… L’atto offre un’opportunità di attuare (fare esperienza) nella realtà una fantasia infantile le cui conseguenze sono gratificanti e piacevoli… La capacità dell’io di sublimare è favorita dal piacere derivato dall’incesto… tale attività incestuosa riduce il rischio di psicosi nel soggetto e consente un migliore adattamento al mondo esterno. Spesso sono state evidenziate minime influenze nocive sullo sviluppo della personalità delle figlie incestuose… uno studio rileva che nella grande maggioranza non sembrano aver risentito di quella esperienza”.

Sul versante delle vittime adulte, spesso le ricerche si sono focalizzate sul cercare una spiegazione dei crimini dei persecutori e dei loro effetti, nel carattere delle vittime stesse. Herman, 2005, p.156:”Nel caso di ostaggi e prigionieri di guerra, numerosi tentativi di ritrovare i supposti difetti della personalità che avrebbero predisposto i prigionieri al lavaggio del cervello, hanno ottenuto risultati di scarsa consistenza. La conclusione inevitabile è che uomini normali, psicologicamente sani, possono, di fatto, essere coartati attraverso metodi disumani (Biderman, Zimmer, 1961; Ochberg, Soskis, 1982). Anche per le situazioni di violenza domestica, in cui le vittime sono generalmente trattenute con la persuasione e non con la prigionia, la ricerca si è focalizzata sui tratti della personalità che predisporrebbero una donna a rimanere coinvolta in una relazione abusiva… La tendenza a biasimare le vittime, ha interferito con la comprensione psicologica e la diagnosi della sindrome post traumatica poiché invece di inquadrare la sintomatologia della vittima come una risposta alla situazione di abuso, gli specialisti della salute mentale hanno più spesso attribuito tale situazione a una presunta psicopatologia latente della vittima”.

Scrive S. Filippini, 2005 pag.32: “Tra gli psicoanalisti Cohen (1992) ha parlato di perversione e specialmente di perversità, per riferirsi al maltrattamento (mis-use) di una persona da parte di un’altra. L’autore descrive le perversioni come forme di dipendenza patologica, come organizzazioni difensive stabili e molto resistenti al cambiamento: le persone che maltrattano gli altri allo scopo inconscio di esteriorizzare i propri conflitti tendono a diventare dipendenti dalle loro vittime…(questo può in parte spiegare i molti omicidi di donne da parte di partner “abbandonati”) Cohen dice che in queste relazioni l’altro viene “deumanizzato” e degradato a livello di oggetto parziale, ricettacolo dell’identificazione proiettiva del soggetto, della sua manipolazione onnipotente e del suo sfruttamento. Lo scopo di chi maltratta un altro è ottenerne il controllo negandone separatezza e autonomia”.

Nella violenza viene agito un attacco maligno al senso di identità e all’integrità corporea, attraverso alcune strategie che sono descritte da F. Sironi, 2001. Portarle alla luce e nominarle è un processo difficile sia per la donna che per la terapeuta/operatrice:

Aggressione e privazione:

  • Procurare dolore fisico con pestaggi, bruciature, sistemi di contenzione ecc.
  • Le privazioni del cibo, delle cure, degli oggetti personali, della privacy, della libertà di
  • movimento e di contatto con l’esterno, isolando la vittima ecc.
  • Il terrore, con le minacce di aggressioni o morte al soggetto e/o alle persone care.
  • La disumanizzazione attraverso continue denigrazioni e svalorizzazioni e soprattutto con la
  • costrizione a pratiche sessuali umilianti e dolorose.
  • Controllo e coercizione:
  • L’instaurazione di un ordine ossessivo, del controllo intrusivo e delle punizioni.
  • Sanzioni per comportamenti che prima erano accettati.
  • Obbligare a chiedere il permesso per qualsiasi cosa e punire anche per aver fatto una
  • qualsiasi richiesta.
  • La coercizione che produce una ritualizzazione estrema degli atti quotidiani e che porta a
  • comportamenti ossessivi nelle vittime anche a lungo termine.

Perversione logica:

  • Risa, ironia e derisione di fronte alla paura e al dolore delle vittime.
  • Proporre situazioni di scelta impossibile che esitano comunque in un danno per la vittima
  • che diventa colpevole di averlo provocato.
  • Messaggi paradossali.
  • Far agire la vittima in contrasto con i suoi valori, le sue idee, la sua etica per evitare un
  • danno a sé o ad altri.
  • Alternare in modo apparentemente casuale violenza e gentilezza ecc.

 

Effrazione psichica e influenza sul mondo interno della vittima:

  • La trasformazione del mondo interno, attraverso l’effrazione psichica e l’influenza del torturatore/maltrattante, che invade e modifica. A causa dell’effrazione psichica, “ciò che la vittima percepisce, sente e pensa è legato ad un altro, alla maniera in cui l’altro l’ha pensata, che si riflette in autosvalutazione, paura di parlare, di chiedere qualcosa, di offendere, di deludere ecc; questo pensiero altrui rimane nell’ombra ma onnipresente e acquisisce una densità psichica, ostacolando il vero percorso del pensiero proprio”. (F.Sironi, 2001, pag.61)

Le vittime vengono invase, isolate dai loro punti di riferimento affettivi e sociali, private quindi di un “contenitore”, forzate all’accettazione della visione del mondo degli aggressori e “costrette” al silenzio dalla vergogna. Un esempio estremo è costituito dagli stupri etnici, dove è concretamente agita un’effrazione, un’invasione che modifica la realtà interna corporea delle vittime colonizzate, abitate dal nemico. Il feto, che è una parte del corpo della donna, sancisce un legame indissolubile con l’aggressore e un esilio dal proprio gruppo di appartenenza.

Rispetto alla comprensione della sofferenza post traumatica, scrive Seroni (2001, p.13 e 47):”L’isolamento deliberato dei pazienti dall’universo di riferimento nel quale è apparso il  disturbo è presente in tutto il pensiero psicologico e psicopatologico, anzi, è addirittura uno dei suoi impliciti presupposti. Ma le conseguenze dell’influenza e dell’intenzionalità volta a danneggiare non hanno a che fare con gli affetti prodotti in maniera intrapsichica; sono invece, incontestabilmente, prodotte da un’azione. La cura delle vittime di traumi indotti deliberatamente dall’uomo deve considerare l’interazione. Quando si ha a che fare con l’intenzione di nuocere, non ci si può occupare solamente del paziente, ma è necessario considerare gli effetti dell’influenza… All’origine dell’effrazione psichica e della conseguente devitalizzazione della vittima vi sono due elementi: l’identificazione inconsapevole con la teoria del persecutore (vedersi attraverso il suo sguardo) e la non comprensione conscia di quest’ultima… La sofferenza delle vittime è frutto di un processo attivo, che continua a funzionare anche anni dopo le torture o i maltrattamenti”.

Per capire la dinamica traumatica della violenza cronica ci può essere di aiuto vedere il mondo interno della vittima come un territorio colonizzato, dove il legame, fra universi eterogenei che si sono mescolati, è distruttivo dei suoi riferimenti identitari.

La violenza domestica, soprattutto per il controllo, a volte totale, La violenza domestica, soprattutto per il controllo, a volte totale, che l’aggressore esercita sulla vittima e per alcune sue caratteristiche, (cronicità, isolamento, segreto) è simile alle condizioni della tortura (Bruno, 2002, a). La creazione di condizioni estreme, ha l’effetto di alienare la donna, causandole la perdita dei punti di riferimento interni ed esterni. Per esempio, attraverso la sopraffazione e l’umiliazione ripetute, viene abbattuta la barriera difensiva rappresentata dalla vergogna, quale sentimento a tutela del senso di integrità, identità e valore.

L’intenzione è di renderla dipendente dal contesto proposto/imposto dall’aggressore (Bruno, 1998). E’ insito nella violenza il processo di trasformazione e “costruzione della vittima”. L’attuazione di ciò sembra passare attraverso una dinamica simile a quella delle pratiche iniziatiche. Comprendere questa dinamica è indispensabile per capire la qualità della sofferenza delle vittime. Carla, una donna di 35 anni, racconta di come il marito, durante il fidanzamento, le dimostrasse grande stima per le sue qualità e la gratificasse molto. Le faceva sentire “di essere stata scelta perché diversa dalle altre”. In effetti, Carla sentiva di essere realizzata nella sua vita lavorativa, di avere molti interessi, una famiglia affettuosa e molti amici. Si sentiva fortunata. Dopo il matrimonio, l’uomo inizia a isolarla dal suo ambiente, “…ora siamo sposati, la cosa più importante è la nostra famiglia… i tuoi genitori sono troppo invadenti… preferisci i colleghi e gli amici a noi due…”. Mette il broncio e si dimostra ferito se Carla non si comporta come “dovrebbe comportarsi una moglie innamorata”. Carla arriva alla prima gravidanza in un totale isolamento. Il marito scoraggia le visite dei familiari creando momenti di forte conflitto. Carla stessa li evita per non dover vivere situazioni incresciose. In questo modo, Carla viene separata dal suo ambiente di riferimento e spinta ad interpretare l’interesse e l’affetto di parenti e amici come intrusioni, obbligata a scegliere continuamente fra “il suo mondo” e il marito. Il marito è gentile e affettuoso solo quando lei si confà al suo volere e, in quelle occasioni, lei ritrova l’uomo che ha sposato. Lui le ripete spesso: “…ora sei mia moglie, non puoi più fare la vita che facevi prima…”.Comportamenti e richieste imprevedibili, accuse, discorsi paradossali, umiliazioni, ridicolizzazioni, dolore fisico e senso di pericolo per sé e il feto accompagnano la sua gravidanza, alla fine della quale Carla è confusa, devitalizzata, totalmente focalizzata sul prevedere l’umore e i pensieri del marito. E’ finalmente stata “iniziata” al suo nuovo ruolo, quello di vittima (Bruno, 2002, b). Nelle pratiche iniziatiche, il soggetto viene scelto per alcune sue caratteristiche e ciò lo fa sentire importante e significativo. In un secondo momento il soggetto rinuncia ad un’appartenenza per costruirsi una nuova identità ed entrare in un “universo speciale ed unico”, con regole che richiedono una fedeltà assoluta. Questa fedeltà è messa alla prova con compiti e scelte che spesso contrastano con i valori del soggetto iniziato. Si fissano nuove regole, alcune delle quali contrarie ad ogni logica. Si crea deliberatamente una rottura con gli universi di riferimento. Bettelhaim (1947), riporta che una persona esposta a condizioni estreme si comporta in un modo che essa stessa non può approvare. Appare, in questa persona, un conformismo e un’adattabilità a circostanze che sono al di là di quanto possa prevedere o aspettarsi. L’ambiguità che ne deriva è caratterizzata dalla malleabilità, permeabilità e non conflittualità, uno stato di non definizione, confusione, disorientamento (Amati Sas, 1992). Ciò crea variazioni multiple e dissociate della propria immagine di sé e di sé con l’altro, che non possono essere integrate (Van der Hart, 2006).

“Mi chiedevo se cinquanta euro di multa per aver rotto un bicchiere, mentre lavavo i piatti, non fossero troppi? So che questo pensiero è assurdo, quando ne parlo con lei. Ma nella situazione era l’unico pensiero che avessi…”.

Sono le parole di Anna, una signora che viveva una situazione di estrema coercizione e sfruttamento da parte del marito. L’uomo la multava con importi differenziati, per presunti errori e inadempienze oltre che insultarla e picchiarla. L’universo di significati costruito dall’aggressore, attraverso i processi traumatici attivamente indotti con le violenze reiterate, il controllo e lo stato di terrore continuo, sembrava essere diventato l’unico possibile per la donna.

Le pratiche violente, attraverso l’effrazione e l’influenza, costruiscono un universo logico che attacca la capacità di pensare in proprio della vittima e dei testimoni. Questa capacità di pensiero proprio va riattivata nel processo terapeutico, che deve ricercare e portare alla luce l’azione contaminante della dinamica violenta. “In questi casi, l’azione del terapeuta deve focalizzarsi sull’azione dei persecutori, per ritrovare, nei sintomi del paziente, la traccia ancora viva dei meccanismi attivati dal torturatore/maltrattante. Per contrastare l’efficacia dei processi traumatici impiegati ancora attivi, il terapeuta è costretto, in primo luogo, a ricercare l’intenzionalità dell’aguzzino e mostrarne la teoria al paziente. Dovrà stimolare nella vittima un’aperta capacità di ivolta, che permetterà di espellere l’azione interiorizzata del suo torturatore e di allontanare da sé il “suo sguardo” (Seroni. 2001, pag.47.)

Pertanto, nella prima fase dell’intervento, è importante entrare con la donna nell’universo traumatico, portando alla luce la logica dell’influenza che ha modificato il corso del suo pensiero e, soprattutto, il modo di pensare se stessa. Concentrarsi in questa fase sulle disfunzioni della vittima, per “guarirla-modificarla”, ricalca la pratica messa in atto dall’aggressore. Fare ciò significherebbe, in questa fase, dar credito al pensiero che è stata maltrattata per come intrinsecamente essa è. “In altre parole, interessarsi alla natura del paziente vorrebbe dire inserirsi nella logica manipolatrice dei torturatori”(Sironi, p.119).

Con pazienti traumatizzati e, in particolare, con coloro che sono stati deliberatamente traumatizzati, siamo costretti a trattare con interlocutori invisibili, che sono all’origine della loro modificazione psichica. I disturbi e la devitalizzazione del paziente sono, in questo caso, la conseguenza dell’interazione con un altro. Curare vittime di violenze croniche implica porsi una domanda: “Come considerare la responsabilità dell’altro e come includerlo nella terapia? Nei casi di traumi manifestamente legati all’interazione, il terapeuta deve necessariamente includere questo terzo invisibile…se ci limitiamo a pensare alla “natura” del/della paziente, se ci interessiamo specificatamente alla sua prima infanzia e ai conflitti intrapsichici, lui/lei si inserirà forzatamente…nel modello psicoterapeutico che proponiamo, e che implicitamente percepirà. Ma così l’influenza dal torturatore rimarrà attiva, perché non trattata” (Sironi, 2001, 115).

Nella relazione terapeutica sarà importante evidenziare tutto ciò che, nel comportamento della donna e nei suoi pensieri, è legato all’influenza del maltrattante per evidenziare la “teoria” di quest’ultimo e ricercarne l’intenzionalità. E’ importante parlare delle pratiche violente vissute, stare, insieme alla paziente, sulle scene dei delitti e tornare lì più e più volte. Ciò può essere difficile sia per la donna sia per il/la terapeuta.

“Oggi la vedo stanca, non è curata come al solito. Certo, sentire tutti i giorni queste cose brutte fa stare male…”.  La donna che dice questa frase, all’inizio di un colloquio, sta parlando della relazione terapeutica e della paura di contaminarmi con il suo materiale traumatico. La risposta del terapeuta è molto importante, perché la sua autenticità potrà dare alla paziente un senso di sicurezza e condivisione. Tu mi “ripari”, ma chi riparerà te? L’impatto e le emozioni dolorose non vanno negate e nello stesso tempo la paziente va rassicurata sul fatto che qualcuno aiuterà noi, come terapeuti, nel gestirle. Molte donne sono esperte degli effetti che i loro racconti delle esperienze traumatiche hanno sugli altri, in quanto li hanno visti nelle persone a loro vicine, quali familiari e amici, e su loro stesse. Spesso dicono di non poter raccontare ciò che è successo loro, perché hanno paura di fare del male, di danneggiare l’altro/a. “… E’ troppo brutto, schifoso, incredibile, non ce la faccio a dirglielo… lei non le conosce queste cose… non può conoscere queste cose…”. A volte riferiscono come un certo terapeuta ha reagito al loro racconto e questa di solito è una domanda rivolta a noi (saremmo danneggiate dalla sua storia? Potremmo reggerla?). Spesso i terapeuti eludono la domanda e le donne possono esitare a metterli in contatto con le loro esperienze e le emozioni contraddittorie che spesso le accompagnano. Eludere la domanda può essere legato all’abitudine, nel terapeuta, di non interrogarsi sui propri limiti ma di agirli inconsapevolmente, scoraggiando l’espressione e la comunicazione di ciò che non può tollerare. Inoltre, il messaggio implicito che viene dato (per esempio dicendo: “…siamo qui per parlare di lei…”), è che l’impatto del trauma deve essere negato. D’altra parte, la differenza di potere esistente nella relazione di aiuto e il senso di invulnerabilità al trauma che può comunicare un terapeuta, rendono difficile alla donna pensare che le sue reazioni e le sue esperienze possano essere capite e si può sentire diversa e malata, stigmatizzata. “…Lei non lo sa come mi sento, quanta sporcizia ho addosso, quando mi conoscerà forse le farò schifo…”. Mi diceva una donna. E’ vero, non possiamo sapere, ma possiamo sintonizzarci e cercare di “tollerare” i suoi racconti restando vigili, presenti, pensanti.

Nel trauma legato alla violenza cronica, le vittime vengono spesso a conoscenza di aspetti bui, contraddittori, agglomerati e disumani di sé e dell’altro. Questa conoscenza segreta le ha cambiate, disarticolate, rese “diverse per sempre”. I terapeuti hanno il dovere di rispondere e di evitare incomprensioni sulla relazione di aiuto. Se il tema della vulnerabilità è importante per la paziente, va affrontato. Dobbiamo far presente che di fronte alla crudeltà e all’orrore alcune difficoltà e reazioni sono comuni a tutti/e e che i terapeuti possono proteggersi da questi effetti, con la supervisione, incontri di lavoro preordinati ecc. (Hudnall Stamm, B., 1995). Ciò può aiutare la donna a non percepire il terapeuta come onnipotente o, all’opposto, impotente e da proteggere. Inoltre fornisce un modello di risposta al trauma diverso dal modello vittima, persecutore, salvatore (Bruno, 2005, a), rinforzando la significatività dell’impegno nella relazione. La paziente deve sentire come esplicita la “teoria” del terapeuta e il suo pensiero, per potersi fidare, in una nuova relazione che, date le sue esperienze, le sollecita molti timori e paure.

Negli anni di lavoro giornaliero con donne vittime di maltrattamenti, di violenza sessuale e di stalking, ho avuto a che fare con molte persone “modificate dalla violenza”. All’inizio della terapia la donna è imprigionata nel processo confusivo e devitalizzante della violenza e nella forma in cui è stata pensata dall’altro. L’azione del terapeuta dovrà inserirsi rapidamente e disarticolare la voce e le azioni dell’aggressore. Per fare ciò deve conoscere in modo approfondito le regole e gli strumenti delle dinamiche violente e come le vittime si possono percepire e pensare. Questa conoscenza agirà come rottura di un sistema chiuso. In questi casi, l’alleanza con la paziente ci fa porre nella posizione di attivatori di un processo di “controinfluenza”. La paziente, inizialmente si affiancherà al terapeuta, entrerà e uscirà con lui/lei dall’universo logico violento. Inizierà ad oscillare fra due dimensioni di pensiero. Spesso, erroneamente, questo oscillare è visto solo in termini di ambivalenza e di scissione e non anche come tentativo di sfidare la logica traumatica assimilata. Di fronte a quest’oscillazione, gli operatori spesso percepiscono l’aderenza e la non differenziazione della donna rispetto al partner abusivo. Di conseguenza possono attivarsi e reagire con rabbia volendo definire, diagnosticare in modo conclusivo, per il bisogno di sottrarsi al caos dell’indifferenziazione e all’impotenza.

Quando iniziai a lavorare con vittime di violenze croniche, mi sentivo irritata dal loro parlare soprattutto dell’altro, il riferire con insistenza ciò che lui aveva detto, le sue precise parole. La mia tendenza era di riportare la donna a parlare di sé escludendo dalla stanza la presenza dell’aggressore. Solo più tardi ho capito che l’aggressore “era sempre lì con noi”; le sue parole, insieme alle pratiche violente, avevano decostruito e ricostruito la persona che avevo davanti, erano dentro di lei a definire la sua realtà. Nelle pratiche coercitive violente le parole sono pronunciate per minacciare, creare terrore nelle vittime, per dare loro l’impressione dell’onnipotenza dell’aggressore/i e creare un legame perverso. Assumono consistenza e densità in quanto parole-atto. L’aggressore “materializza” le sue parole con azioni che le rafforzano e diventano tutt’uno con esse.

“…Io ti conosco, più di quanto tu conosca te stessa. So sempre quello che pensi e quello che fai…se te ne vai, ti troverò ovunque e la pagherai…ricordi cosa ti è successo l’ultima volta?…”. La donna che riferiva queste frasi, durante il primo colloquio mi aveva detto (come molte altre donne):”…lui saprà sicuramente che sono qui…”, nonostante avesse preso tutte le precauzioni utili per non farglielo sapere. “Trattare” nella terapia le parole dell’altro violento fa parte del processo di contro influenza. Contrasta inoltre la sensazione della vittima di essere “trasparente”, causata dalla regressione volutamente prodotta in lei a livello del pensiero logico. Oltre alle parole usate per minacciare, terrorizzare, umiliare, esiste un’altra categoria di parole e frasi che hanno l’obiettivo di disorientare le vittime, di renderle perplesse. Sono le frasi fuori contesto, che mancano di senso nel quadro in cui sono pronunciate. Hanno un forte potere destrutturante (sia per la vittima che per chi ascolta il suo racconto) soprattutto quando, durante un’azione violenta, l’aggressore manifesta, attraverso di esse, aspetti di bontà e considerazione. “…Mentre ero accecata dal sangue che mi colava dalla testa, dove mi aveva colpito più volte insultandomi, mi diceva – ti sei fatta male, mi dispiace, ora ti disinfetto, forse ti dovranno mettere dei punti. Ti porterò all’ospedale, non posso vederti così amore mio –. In quel momento provavo quasi un senso di sollievo e pena per lui. Mi sentivo confusa, annichilita, quasi in colpa”.

Ci muoviamo in un territorio interno colonizzato, che va liberato, riconquistato palmo a palmo. Si dovranno consolidare zone psichiche rimaste intoccate e isolare la zona da trattare (Sironi, 2001). A questo fine è importante individuare gusti, motivazioni, tendenze e pratiche precedenti al trauma, che hanno significato rispetto a un senso di identità altra da quella legata ai processi attivati dalla violenza. Guadagnare terreno, separare ciò che è intatto da ciò che è stato modificato dall’influenza è un processo dinamico attivo. Se la parte visibile del trauma, il risultato, si può manifestare in maniera statica attraverso le reazioni e i sintomi (Walker, 1979, 1996, 2000; Graham, Rawlings, 1987; Kemp, Rawlings, & Green, 1991; Gleason, 1993; Gondolf, 1998; Herman, 1992; Van der Kolk, 1996; Van der Hart, 2006; Bruno, 2000; 2002 a, b; 2005 a, b), il meccanismo che lo provoca è invece mobile e va ricercato, affinché la vittima lo conosca, per contrastarlo, uscendo dalla passività appresa. All’interno del funzionamento traumatico, non esiste per il soggetto una visione del futuro, né la percezione di poter fare azioni che modifichino la propria realtà attuale, ciò che Walker (1979), rifacendosi a Seligman, chiama impotenza appresa.

L’universo traumatico ha una fissità ripetitiva che impedisce di integrare una visione autonoma di sé nel tempo. Fare riferimento all’aggressore, suscitando commenti e pensieri da parte della paziente, ha lo scopo di stimolare una sua differenziazione: si costruiscono confini attraverso l’imparare a discriminare fra diversi spazi logici. Si cerca di creare, nella relazione terapeutica, nuovi strumenti di pensiero per “stare sulla scena del crimine”, desensibilizzando progressivamente la paziente al trauma. Il materiale che sarà prodotto, durante le sedute, anche quello relativo alla sua vita quotidiana, sarà utilizzato e analizzato con un unico scopo: trasformare un processo difensivo inefficace in un comportamento adeguato, ossia in una strategia di espulsione dello sguardo e dell’influenza distruttiva e “amalgamante” dell’altro, per recuperare un pensiero proprio e una visione realistica di sé. Tornare sulla “scena del crimine”, e quindi affrontare la realtà della violenza, avrà anche un significato rispetto alla rilevazione dei livelli di rischio e di letalità (esistono a questo riguardo strumenti specifici, per es. Hudson W. & McIntosh S., 1981 o il S.A.R.A, 2004), per pensare e preparare con la donna un piano di emergenza e stimolare in lei azioni auto protettive e protettive verso gli eventuali figli. E’ molto importante rendere terapeutico il piano del fare attraverso il riflettere, pensare, decidere e sostenere ciò si fa (Bruno, 2005 b). La ricerca di una saldatura fra il piano esterno della realtà (dei fatti) con la percezione e il vissuto interno connesso a un pensiero proprio, ci porta ad addentrarci gradualmente in assetti e strutture più profonde e a trattarli terapeuticamente. Sarà la donna stessa, a questo punto, ad affrontare piani interni e aspetti della sua storia personale evolutiva.

Spesso, insieme, arriviamo a comprendere cosa ha attratto l’aggressore e l’ha portato a “sceglierla” e “iniziarla” alla violenza. Emergono allora nuove possibilità di ripercorrere la sua storia attraverso un discorso su se stessa e sulle sue vulnerabilità. Le violenze interpersonali soprattutto nelle forme d’abuso sessuale, maltrattamenti, gravi privazioni, stupro e tortura, per la loro pervasività e per essere la conseguenza dell’azione volontaria di un altro essere umano, portano spesso le vittime a “definirsi” quasi esclusivamente in base all’esperienza traumatica. Si sviluppa allora un senso d’identità basato su percezioni di sé come sporco, impotente, colpevole, disumano, non amabile; degli altri come pericolosi, inaffidabili, imprevedibili e del mondo come ingiusto, caotico, ingestibile. Le aree del senso d’identità che sono “attaccate” riguardano il sentirsi al sicuro, la fiducia in se stessi e negli altri, il sentirsi capaci di far fronte alle situazioni, la stima di sé, l’intimità. L’interazione fra senso d’identità e trauma ha le caratteristiche di un processo circolare. La struttura dell’identità (e i tratti di personalità ad essa correlati) influenza il tipo di valutazione cognitivo-emotiva dell’evento traumatico e le risposte ad esso. Il trauma, con le emozioni e le reazioni che provoca, può modificare profondamente il senso di identità della persona, attraverso la disorganizzazione e la distruzione dei costrutti e sentimenti che ne stanno alla base. Soprattutto quando le violenze sono reiterate nel tempo e agite da figure significative possiamo avere come esiti nel lungo periodo:

– alterazioni nella regolazione emotiva e degli impulsi: regolazione affettiva, modulazione della rabbia, distruttività, pensieri suicidari, difficoltà a modulare la risposta sessuale, mettersi in situazioni rischiose;

– alterazioni nella percezione di sé: senso d’inefficacia, di essere danneggiati irrimediabilmente, colpa, vergogna, convinzione di non poter essere capiti;

– alterazioni nell’attenzione e nella coscienza: amnesia, episodi di dissociazione e depersonalizzazione;

– somatizzazioni: disturbi gastrointestinali, dolore cronico, sintomi cardiopolmonari, di conversione, disturbi nella sfera sessuale;

– alterazioni negli schemi cognitivi di significato: disperazione e senso d’impotenza, perdita dei precedenti costrutti positivi riguardo se stessi e il mondo;

– alterazioni nelle relazioni con gli altri: incapacità di fidarsi, rivittimizzazioni, vittimizzare gli altri.

Quando la persona ha organizzato la sua vita sull’evitamento degli stimoli che riattivano il trauma, i sintomi dominanti sono il senso d’impotenza, la sospettosità e la sfiducia, la rabbia e i problemi interpersonali. Possiamo affermare che il primo potenziale di recupero/riparazione, nel lavoro con persone vittime di traumi interpersonali, è nel contesto e nella qualità della relazione poiché è all’interno di essa che possono emergere le opportunità di elaborare e riparare il danno subito nel contesto di precoci o attuali relazioni con altri esseri umani. Il fatto che la sofferenza e lo stress abbia radici nel trauma interpersonale, spesso ripetuto/cronico passato o attuale, produce nella vittima sentimenti di speranza misti a terrore e diffidenza verso nuove relazioni. Pertanto il primo obiettivo essenziale, e la vera sfida, sta nel costruire un senso di sicurezza e fiducia. Si potrebbe quasi affermare che il processo di costruzione della relazione sia la terapia stessa. Questa premessa definisce il processo terapeutico con le vittime di violenza come un processo relazionale evolutivo, piuttosto che una serie di crisi e loro soluzioni o interpretazioni che creano significativi cambiamenti. Chi ha subito un trauma interpersonale, soprattutto nell’infanzia, porterà nella relazione profonda sfiducia, rabbia, desideri intensi, profonda solitudine e fragili speranze. Sarà acutamente attenta/o, focalizzata/o su tutti i sottili segnali di disattenzione, abbandono, tradimento, nel comportamento dell’operatore/trice. Così come sarà influenzata/o dalla sua comunicazione di sentimenti di comprensione/compassione e rispetto. Il focus sulla relazione ci porta ad una maggior attenzione alla nostra soggettività e alle nostre emozioni verso la donna e verso noi stesse di fronte al suo materiale traumatico spesso disumano, caotico e disorganizzante.

Lo spazio relazionale è definito da ciò che portiamo al suo interno: la nostra storia personale, le convinzioni, i sentimenti e le attitudini, le difese abituali, i processi inconsci e i comportamenti consapevoli. Tutto questo costruirà e si rifletterà nelle reazioni emotive, ideative e fisiche che avremo verso la donna, verso il suo materiale clinico, il suo transfert e le sue riattualizzazioni del trauma. Inoltre sarà alla base delle nostre difese consce e inconsce dalle emozioni, dai conflitti intrapsichici e dalle associazioni che ella ci susciterà. Nella psicoterapia dinamica, quanto sopra rientra nel controtransfert.

La letteratura sull’argomento e la nostra esperienza c’insegnano che, nella relazione terapeutica con persone vittime di traumi interpersonali, il controtransfert è particolarmente potente e può influenzare profondamente lo sviluppo della relazione. Inoltre, il contatto emotivo con le persone e le loro esperienze, sollecita il nostro senso di vulnerabilità, sentimenti di orrore, paura, diffidenza e vergogna. Quando ascoltiamo storie di devastazione, terrore, impotenza e di tradimento della fiducia, come naturale conseguenza, le nostre sicurezze più profonde sono messe in crisi e possiamo essere “contagiati dal trauma”. La traumatizzazione secondaria (Secondary traumatic stress, Stamm, 1995; Compassion stress o Compassion fatigue, Figley, 1995; Vicarious traumatization, Pearlman e Saakvitne, 1995) è un rischio professionale, una reazione umana conseguenza del prendersi cura e pertanto fronteggiare la realtà del trauma e i suoi effetti sulle persone. Il lavoro sul trauma aggredisce gli schemi di riferimento su noi stessi e sul mondo, le nostre capacità e risorse, i bisogni psicologici e gli schemi cognitivi, le percezioni e la memoria. Il suo impatto specifico sarà determinato dall’interazione fra la situazione di lavoro (setting, tipo e numero di persone seguite e loro traumi, natura dell’esposizione al trauma, contesto sociale e culturale) e l’operatore, operatrice (l’identità professionale, le risorse, il supporto, la storia personale, le attuali circostanze di vita e lo stile di coping). Si distingue dal controtransfert e dal burnout in quanto implica risposte specifiche, legate alle caratteristiche degli eventi riferiti dalle persone di cui ci si prende cura. Include emozioni, reazioni e sintomi che sono caratteristici delle persone sopravvissute a un trauma quali immagini intrusive collegate al racconto della persona traumatizzata, reazioni di evitamento e di iper allerta, disturbi somatici, emozioni sopraffacenti e disturbanti, comportamenti dipendenti o compulsivi, danni funzionali e una generale perdita di fiducia in se stessi e negli altri con comportamenti depressi e ritiro emotivo.

Le risposte controtransferali sono presenti in tutte le terapie e specifiche a un particolare cliente.

Possono essere correlate a conflitti personali e bisogni psicologici del terapeuta. Sono temporanee e temporaneamente legate a un evento, problema nella terapia o nella vita interna o esterna del terapeuta che interagisce con un particolare paziente. Esse forniscono informazioni su aspetti particolari di quella relazione terapeutica. La traumatizzazione secondaria è specifica delle terapie sul trauma ed è il risultato di un accumulo di esperienze attraverso più terapie. Le risposte di autoprotezione, ad essa correlate, possono modificare gli schemi cognitivi di significato del terapeuta ed estendersi a tutte le sue relazioni e situazioni di vita in modo permanente. Nel lavoro con persone vittime di violenza la Traumatizzazione Secondaria e il Controtransfert si influenzano a vicenda. La Traumatizzazione Secondaria produce cambiamenti nel funzionamento del sé e il sé del terapeuta costituisce il contesto delle sue risposte controtransferali. Rispetto all’impatto del materiale traumatico sugli operatori e operatrici ci possono essere risposte quali senso di paralisi, paura, desideri sadici e di vendetta. Possono emergere problemi esistenziali e spirituali, sentimenti aggressivi e di giudizio, orrore, rabbia, senso di vulnerabilità, dolore-pena e sintomi classici del Disordine da Stress Post Traumatico.

Nel 1992 Herman identifica alcuni specifici rischi cui i terapeuti sono esposti, quale per esempio il prendere le parti dei salvatori e sviluppare un senso di onnipotenza per proteggersi dai sentimenti di impotenza. Inoltre, dice la Herman, possono violare i confini della relazione terapeutica e identificarsi con la rabbia e il dolore della vittima. Nel lavoro sul trauma possiamo agire in un continuum che va da risposte di evitamento con sentimenti di rifiuto e rabbia verso risposte di iper identificazione con la vittima.

Sono molti i fattori che influenzano le emozioni che porteremo nella relazione di aiuto con donne vittime di violenza e la loro intensità. Per esempio:

– le motivazioni che stanno alla base della scelta di una professione di aiuto e i bisogni

psicologici che queste motivazioni rappresentano.

– Le nostre conoscenze rispetto al trauma.

– La nostra risposta a ciò che la donna trasferisce su di noi (transfert) che sarà diversa a seconda che sia o no coerente con il nostro senso di identità.

– Le reazioni che ci suscitano i sintomi della donna, quali paralisi, dissociazione, pensieri e memorie intrusive, ansia, rabbia, desideri di suicidio, depressione, impotenza, sfiducia, rivittimizzazione ecc.

– Come reagiamo rispetto al suo stile interpersonale, al suo aspetto, ai suoi racconti.

Inoltre, le nostre emozioni saranno influenzate dalla nostra storia personale, dal nostro stile di coping, dalle nostre difese abituali e dal modo di gestire l’impatto del materiale traumatico. Altri elementi che influenzeranno le emozioni verso le donne sono il nostro senso di identità (il nostro genere, l’immagine corporea, la personalità, lo stile difensivo, i bisogni psicologici, i valori morali e spirituali, i nostri traumi ecc.), il contesto di vita attuale, l’identità professionale e le teorie cui facciamo riferimento.

Nella relazione di aiuto con vittime di violenze, soprattutto se reiterate nel tempo, alcuni temi possono attivarci sul piano emozionale con particolare intensità. Riporto alcuni esempi. I racconti delle violenze intenzionali e l’orrore, la paura e l’impotenza delle vittime, di fronte ai quali possiamo essere pervasi da un senso di incredulità e orrore, che può portarci a negare la realtà di quanto riferito o a cercarne la spiegazione in un comportamento provocatorio della vittima. Il segreto e la vergogna, che spesso impediscono alle donne di chiedere aiuto per molto tempo o di accettarlo, possono essere da noi interpretati esclusivamente come atteggiamenti collusivi, per stabilire una distanza sul piano emotivo che possa proteggerci dal senso di impotenza.

Un altro tema è costituito dal forte legame affettivo della donna con l’aggressore quando, nel maltrattamento cronico, questi è un partner o familiare. Spesso la vittima sembra proteggerlo ed ha nei suoi confronti sentimenti ambivalenti e spesso caotici, in un rapporto di forte dipendenza, con una incapacità di proteggersi e di proteggere i figli, quando presenti. Nel maltrattamento cronico, la relazione con il maltrattante diventa centrale e definisce i confini delle interazioni con il mondo così come nella dipendenza la sostanza è al centro della vita della persona. Anche i figli restano sullo sfondo e, spesso, la madre attribuisce loro modalità di funzionamento adulte per non affrontare la loro paura e i loro bisogni emotivi.

E’ difficile, per noi operatori, tollerare l’indifferenziazione caotica (della donna) dall’aggressore che mette a dura prova le nostre certezze sulla possibilità di distinguere e separare il bene dal male, pertanto di proteggerci e proteggere. Identificarci con la donna ci può mettere in contatto con la nostra vulnerabilità e impotenza, dalle quali cerchiamo di difenderci con sentimenti di rabbia verso la vittima colpevolizzandola “…se sta in quella situazione significa che le sta bene, che è masochista… è lei che se lo è andato a cercare…” In particolare questo sentimento di rabbia ci aggredisce quando la donna sembra non saper riconoscere il pericolo per sé e i figli. In questi casi, se il sentimento non è affrontato, potremmo oscillare fra un evitamento/rifiuto e un cercare di salvarla attivandoci al suo posto.

Uno dei costrutti con cui ci avviciniamo alla violenza è quello della vittima buona che cerca di sottrarsi al male e che non ha comportamenti “cattivi”, quali essere a sua volta violenta o vendicativa o dipendente dall’aggressore. L’idealizzazione della vittima ci può portare a prendere le sue parti acriticamente, vedendo solo alcuni aspetti della persona e negandone altri. Questa negazione può avere la funzione di tutelare le nostre credenze su come funziona il mondo, per non entrare in contatto con sentimenti di perdita di controllo, incertezza, impotenza e frustrazione. Il trauma legato alla violenza interpersonale attacca i costrutti attraverso i quali ci mettiamo in relazione con noi stessi, gli altri e il mondo (Pearlman, Saakvitne, 1995). Crea sofferenza, confusione e ambiguità non solo in chi la subisce ma anche nel tessuto sociale e in chi cerca di prestare aiuto, per i sentimenti di annichilente impotenza, orrore e vergogna con cui mette in contatto. Attacca la capacità di pensare in chi lo subisce direttamente e nei “testimoni”. Prestare aiuto presuppone cercare di mantenersi funzionanti a livello psichico, nonostante queste difficoltà, e assicurare un “buon legame” capace di rimettere ordine per poter “pensare insieme” e riparare parte di ciò che è stato distrutto. Nei confronti della violenza domestica, anche chi presta aiuto rischia di entrare nella dinamica del legame traumatico, vittima – persecutore – salvatore. Questo rischio va continuamente monitorato attraverso il confronto con i colleghi e la supervisione (Bruno 2005a).

Intervenire sugli effetti della violenza di esseri umani su altri esseri umani ci fa condividere terribili segreti e sfida il nostro bisogno di credere nell’intrinseca bontà dell’uomo e nella prevedibilità e coerenza del mondo. Ci mette in contatto con una zona d’ombra che ad altri è permesso non conoscere e ciò può farci sentire isolati/e. Ci confronta con l’ingiustizia, la sopraffazione, l’inganno e il tradimento e può minare il nostro senso di connessione con gli altri e la nostra spiritualità. I pazienti vittime di traumi interpersonali mettono a dura prova la capacità di restare connessi con le nostre esperienze interne in quanto ci portano in “territori” simili a quelli distrutti dalla bomba atomica: desolati e tossici. Nello stesso tempo ci mettono in contatto con la loro capacità di sopravvivere e di attivare risorse attraverso nuove relazioni “sufficientemente buone”. Il lavoro sul trauma può essere per il terapeuta una fonte di crescita e gratificazione e ha una grande valenza spirituale e sociale che non dobbiamo dimenticare.

Mantenere un senso di equilibrio e fiducia è la sfida che ogni giorno dobbiamo affrontare sia con strumenti professionali quali la preparazione, la supervisione e il confronto nel lavoro d’équipe, siia facendo appello alle nostre risorse umane e alla capacità di riconoscere i nostri bisogni emotivi.

 

 

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(1) La relazione è una sintesi di due articoli da me pubblicati:

 

– Le Emozioni Delle Operatrici E Degli Operatori nel Lavoro Con Donne Vittime Di Violenza, in Prospettive Sociali e Sanitarie, anno XXV, n°2, 1.2.2005, Istituto per la Ricerca Sociale, Milano.

 

– Violenza e legame: una sfida terapeutica, In Trasformazioni, rivista della Società di Psicoanalisi Interpersonale e Gruppo Analisi, n°4 – Dicembre 2007.

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