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Ponsi M. (2017) “Era il 1990 quando con Sandra…”

Testo della relazione di Maria Ponsi presentata al convegno “Spunti per una psicoanalisi contemporanea. Il pensiero di Sandra Filippini”

Firenze, sabato 2 dicembre 2017

Era il 1990 quando con Sandra si decise di fare una ricognizione teorico-clinica del concetto di preconscio. Fu il nostro primo lavoro preparato insieme. Non saprei ben dire perché si scelse proprio questo argomento. 

Con Sandra ci eravamo – ‘psicoanaliticamente’ parlando – conosciute da poco. 

Avevamo entrambe lavorato nei servizi psichiatrici di Firenze, dopo aver partecipato entrambe a esperienze di psichiatria, come si diceva allora, ‘democratica’ o ‘alternativa’ – ad Arezzo Sandra e a Reggio Emilia io. 

Alla fine degli anni ’80 avevamo preso la decisione di porre termine al lavoro psichiatrico nel servizio pubblico (… in quegli anni era possibile andare in pensione presto!) per occuparci a tempo pieno della psicoanalisi; per la quale avevamo maturato curiosità e interesse nel corso delle nostre analisi personali (Manfredi Turillazzi lei e Hautmann io) e durante i seminari del training della SPI, frequentati da Sandra a Roma (dove prevaleva un filone freudiano e winnicottiano) e da me a Milano (dove dominava il filone post-kleiniano e bioniano).

Nella psichiatria avevamo lavorato con impegno e passione.
E con pari impegno e passione si entrava nel mondo della psicoanalisi, nei vari livelli in cui si articolava: nel lavoro clinico individuale, nello studio del pensiero psicoanalitico, nel confronto con i colleghi, nella vita istituzionale della SPI.

Si cominciò subito, noi due, a discutere di casi clinici: ci vedevamo ogni settimana, scambiandoci pensieri e osservazioni in una specie di supervisione reciproca. 

Dei modelli teorico-clinici con cui venivamo in contatto – o direttamente nei seminari del training, o frequentando ogni sorta di congressi e convegni in Italia e all’estero, così come leggendo libri e articoli di vario orientamento – ci interessavano soprattutto gli aspetti rilevanti per il lavoro clinico.

Non che la teoria non ci interessasse, tutt’altro! Ma avevamo una comune idiosincrasia per quelle formulazioni teoriche che ci apparivamo più rituali atti di fede che ragionamenti; e un’idiosincrasia, anche, per quelle elucubrazioni astratte, e talora financo astruse, che rendevano ai nostri occhi la psicoanalisi più vicina a una disciplina esoterica che a un metodo di indagine e a una pratica terapeutica. 

Non saprei dire precisamente da dove venne lo stimolo a occuparci del preconscio, un concetto decisamente ‘freudiano’, se così si può dire, che non era stato oggetto di studi particolari dopo Freud e che certamente non era rilevante nella psicoanalisi di quegli anni: né in quelli di ora, per la verità – a parte Stefano Bolognini! 

Posso solo dire che alla base di quella scelta c’era un nostro generale interesse per quegli aspetti dell’attività mentale che, prima di cercarli, inferirli o decifrarli nelle remote profondità dell’inconscio, potevano essere colti rivolgendo un particolare tipo di attenzione alla propria interiorità: ciò avviene quando si instaura quel setting interno che corrisponde, con le parole di Freud, alle libere associazioni del paziente e all’attenzione fluttuante dell’analista. 

Non avevamo un riferimento teorico-clinico specifico, se non una disposizione a coniugare il pensiero di Freud con un pensiero psicoanalitico non irrigidito dai rituali dell’ortodossia (ricordo, a questo proposito, la recensione che Sandra fece in quegli anni di un libro di M.Eagle, pubblicata sulla Riv.Psicoanalisi nel 1990).

A incoraggiarci nello studio del preconscio furono tre persone alle quale Sandra era particolarmente legata (queste persone risultano ringraziate in una nota dell’articolo che poi pubblicammo sulla Rivista di Psicoanalisi nel 1992):

– la prima era Stefania Turillazzi Manfredi, che era stata l’analista di Sandra e mio supervisore; e poi amica di entrambe. Nella sua attività didattica S.Manfredi faceva esplicitamente riferimento alla regola aurea di interpretare prima di tutto il preconscio. In un’occasione utilizzò un’espressione coniata da Matteblanco – “fantasie di razza mista” – originata da un paragone usato da Freud per spiegare la natura dei pensieri preconsci: Freud aveva paragonato i pensieri preconsci a “quegli uomini di razza mista che nell’insieme assomigliano in effetti ai bianchi, ma poiché tradiscono la loro origine di colore per qualche tratto appariscente, vengono esclusi dalla società e non godono di nessuno dei privilegi dei bianchi”;

– la seconda era Jorge Canestri, suo insegnante durante il training, in particolare sul pensiero di Freud. Sandra lo aveva molto apprezzato, anche perché Canestri praticava non una mera esegesi del testo freudiano, ma una lettura di Freud aggiornata, capace di confrontarsi con i cambiamenti a cui era andata incontro la psicoanalisi;

– la terza era Giangaetano Bartolomei, un collega che qualche anno dopo lasciò la SPI. E’ stato un grande amico di Sandra. E’ l’autore di un delizioso libretto, intitolato “Come scegliersi lo psicoanalista“, di cui abbiamo pubblicato due recensioni sul sito web del Centro Psicoanalitico di Firenze. G.Bartolomei fu il discussant del lavoro che presentammo nel maggio 1991 al Centro Psicoanalitico di Firenze, con il titolo “Sul concetto di preconscio” – lo stesso titolo che poi usammo per la versione che fu pubblicata l’anno dopo sulla Rivista di Psicoanalisi. 

A questo proposito mi piace ricordare che, dopo quel seminario al Centro di Firenze, chiesi a Stefano Bolognini di darci un parere su questo lavoro. Era una voluminosa raccolta di quanto avevamo studiato e pensato nel corso di un anno. Gli sono tuttora grata per la gentilezza con cui accolse questo malloppo di più di 50 pagine, per la pazienza con cui lo lesse e per l’incoraggiamento che ci dette a farne una versione pubblicabile. Non si era scelto a caso questo lettore: evidentemente si sentiva in lui una sensibilità clinica e una disposizione concettuale a capire il senso del nostro interesse per un concetto quasi desueto nella letteratura psicoanalitica. Stefano Bolognini al preconscio ha spesso fatto riferimento. 

Sono molto contenta che oggi sia qui a parlare proprio di questo con noi.

*****

Riassumerò adesso brevemente quello che scrivemmo in quell’articolo. Citerò anche qualche brano, che ho selezionato perché riassume le cose di cui si parlava nelle nostre serate di studio.

Sostenevamo che la problematica definizione del concetto di preconscio non dipendesse solo 

dalla diversa configurazione assegnatagli da Freud nelle due concezioni dell’apparato psichico (come sistema nella I topica e come qualità psichica nella teoria strutturale), ma anche dal fatto che nel pensiero psicoanalitico era andato cambiando il modo di concepire l’inconscio. 

Tale cambiamento era da ascrivere a due ordini di processi. 

Innanzi tutto si assisteva al progressivo spostamento di attenzione da un inconscio inteso come deposito di contenuti inaccettabili alla coscienza a un inconscio inteso come modalità di funzionamento strutturalmente intraducibile nel linguaggio della coscienza.

Al contempo ci si cominciava a confrontare con le ricerche neuroscientifiche: si cominciava a intravedere ciò che oggi è una considerazione diffusa, e cioè che di attività mentali inconsce si occupavano altre discipline, altri approcci e metodi di studio. Scrivevamo:

Tutto ciò ci pone in una nuova prospettiva: non si può più pensare che l’inconscio sia una prerogativa della psicoanalisi, ed è probabile che con il passare del tempo avremo sempre più a che fare, relativamente a questa nozione, con un prodotto ibrido, costituito a partire da tradizioni scientifiche diverse. Se questa linea di tendenza è vera, un futuro compito della psicoanalisi sarà quello di specificare e differenziare il proprio punto di vista a fronte di un oggetto complesso come l’inconscio. [… …] Comincia in altre parole a prender forma l’idea che l’inconscio concettualizzato dalla psicoanalisi sia una delle componenti di un vasto insieme di fenomeni e processi che le scienze sperimentali stanno indagando (p. 659). 

Detto sinteticamente: “laboratorio e studio clinico hanno un muro in comune che dovrebbe quanto prima essere arricchito di una porta”. 

Mentre la nozione di inconscio cambiava, quale posto intendevamo assegnare al preconscio? Non certo quello di una zona psichica popolata di pensieri e affetti più o meno a portata di mano. Ci interessava piuttosto:

[… …] la relazione dinamica fra lo sguardo introspettivo e la zona che esso stesso mette in luce, dal momento che il preconscio si istituisce, e cresce, in funzione dell’esercizio dell’attenzione, un po’ come un muscolo che cambia di potenza e di forma in rapporto all’allenamento a cui è sottoposto e alle funzioni a cui è deputato (pp. 663).

In altre parole del preconscio ci piaceva il fatto che fosse un concetto con un valore operativo, riferito all’esperienza clinica:

Nella situazione analitica il preconscio, concepito come stato di coscienza orientato all’attività introspettiva, è massimamente impegnato: esso costituisce lo sfondo su cui si staglia il discorso manifesto dei due membri della coppia analitica, uno sfondo continuamente cangiante e, man mano che l’analisi procede, continuamente arricchito dalle conquiste della consapevolezza e dal lavoro di elaborazione (p. 654).

Dell’attenzione clinica al preconscio ci piaceva un’altra cosa – che ponesse un limite a un modo di rappresentare l’inconscio che spesso ci appariva troppo basato su speculazioni astratte. 

Non pensavamo che della teoria l’analista potesse fare a meno: ci premeva sottolineare che dovesse farne un uso moderato. Agganciare l’interpretazione a ciò che è abbastanza vicino alla coscienza del paziente obbliga infatti l’analista 

 … a rendere compatibili i suoi schemi teorici (o le sue concezioni implicite) con i vincoli imposti dalle rappresentazioni preconsce del paziente. D’altronde, se si sottrae troppo a questi vincoli, se cioè “salta il preconscio”, l’interpretazione rischia di far tornare la psicoanalisi, nel migliore dei casi, ai livelli dai quali Freud aveva tentato di emanciparla: quelli di un trattamento basato sulla suggestione (p. 673). 

Sottolineando l’ancoraggio delle interpretazioni al materiale preconscio, non intendevamo solo recuperare una regola tecnica ma anche (… anzi forse soprattutto) sottolineare l’importanza di disporre di un contrappeso rispetto a una nozione ‘forte’ di inconscio, che finiva col farne un’entità quasi metafisica. La nostra opzione era invece per una versione ‘debole’, luogo metaforico e congetturale per nuove aperture di senso nel dialogo analitico (p. 674).

In sostanza, e per concludere, la nostra rivalutazione del preconscio si iscriveva in una concezione della psicoanalisi come disciplina empirica: 

Il livello teorico della psicoanalisi, ancorché indispensabile, rischia di allontanarla dal campo del sapere scientifico di cui legittimamente vuole far parte, nella misura in cui non è in grado di vincolarsi ai sistemi di verifica del metodo scientifico. In tal modo essa si avvicina al campo di sapere delle scienze umane, se non addirittura a quello filosofico. La sua incerta collocazione è oggi un dato di fatto, testimoniata peraltro dalle numerose dispute in corso sul suo statuto epistemologico.

Il presupposto su cui si basano queste riflessioni sul preconscio è dettato dalla convinzione che il sapere psicoanalitico debba trovare una collocazione all’interno del sapere scientifico, e che nel frattempo la sua vitalità sia sostenuta dal radicamento nella clinica, dal suo essere, insomma, una disciplina soprattutto empirica. Valorizzare o privilegiare dei concetti esperienziali è una scelta ispirata a questo orientamento, perché viene mantenuto un rapporto con il dato osservativo che può venire sottoposto a operazioni cognitive obiettivabili, comunicabili e condivisibili all’interno della comunità psicoanalitica; e anche, possibilmente, all’esterno di essa (p. 681). 

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