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Ponsi M. (2019) Commento alla relazione di A.M. Nicolò Al di là dell’Interpretazione

Testo della relazione presentata al convegno

Al di là dell’Interpretazione. Note sul cambiamento in psicoanalisi

 Firenze 30 marzo 2019

 

Che cosa produce il cambiamento?  – è la domanda che promuove le riflessioni che Anna Nicolò ci propone nella sua relazione.

E’ una domanda che nasce dal fatto che sempre di più gli analisti si sono resi conto del fatto che la risposta prescritta dalla teoria – che il cambiamento faccia seguito alla comprensione di sé, a sua volta promossa da un’interpretazione corretta – non è convincente.

Le cose, nella cura analitica, non procedono in questa felice sequenza.

Ci sono molti altri aspetti che entrano in gioco nel processo analitico e nella sua capacità di rispondere alla richiesta di cura.

Certamente il misurarsi con i cosiddetti pazienti difficili, come dice Anna Nicolò, ha fornito molto materiale per approfondire la questione del cambiamento. Tuttavia va detto che sono ‘difficili’ non solo perché spesso sono gravi sul piano psicopatologico, ma anche, e direi soprattutto, perché si adattano con difficoltà alle regole classiche della cura analitica. In altre parole, questo tipo di pazienti non è che non cambia; ma cambia seguendo percorsi diversi da quelli canonizzati nella tecnica classica. 

Insomma i pazienti cosiddetti ‘difficili’ hanno indotto gli analisti a riflettere su aspetti della relazione analitica sui quali non avrebbero portato l’attenzione se avessero avuto in cura solo pazienti ‘facili’. Tuttavia tali aspetti non sono prerogativa dei trattamento con pazienti ‘difficili’; sono presenti anche nei trattamenti ‘facili’.

Quali sono questi per percorsi del cambiamento?  

1) sono percorsi che non approdano sempre e necessariamente in un atto conoscitivo del paziente su sé stesso, e 2) sono percorsi che non sempre e necessariamente sono promossi da un atto interpretativo dell’analista.

In particolare sono percorsi che – allontanandosi dal tracciato canonico della coppia interpretazione-insight – vengono descritti e concettualizzati in modi diversi da parte dei vari autori oltre che dei vari filoni teorico-clinici presenti nella psicoanalisi contemporanea. 

Il risultato è che la quantità degli elementi a cui viene ascritta la capacità di promuovere il cambiamento nella cura analitica è assai vasta. E la riflessione che Anna Nicolò ci propone oggi è una testimonianza della quantità e della complessità dei fattori implicati.

Il suo approccio al tema della dinamica trasformativa del processo analitico e le sue considerazioni sul ruolo che vi giocano sia l’interpretazione che i fattori non-interpretativi mi trovano del tutto in accordo con lei. Elenco brevemente alcuni di questi punti: 

rendere conscio l’inconscio non è più l’obiettivo del lavoro analitico: non si tratta di svelare, ma piuttosto di favorire trasformazioni 

– la nozione di inconscio è più articolata e complessa rispetto a quella classica; in particolare sappiamo che c’è un inconscio strutturalmente incapace di diventare cosciente

– la considerazione di aree mentali inconsce in quanto ne è stata bloccata l’evoluzione per un’esperienza traumatica in fase precoce

– l’importanza del funzionamento psichico dell’analista ai fini dell’evoluzione del processo analitico, con uno spostamento progressivo del baricentro della cura su di lui – che lo si chiami soggettività o controtransfert o in altro modo

– la proposta di una funzione interpretante, che rimanda a un’interpretazione insatura e a una gestione accorta della situazione e della temperatura relazionale

– il ruolo positivo svolto da fattori supportivi e dal setting stesso, inteso come contenitore dello spazio potenziale del ‘gioco’ analitico

– il ruolo dell’altro come depositario di una parte della storia del soggetto che non è stata vissuta – un ‘altro’ che, nell’analisi, è rappresentato dall’analista 

– l’influenzamento reciproco fra paziente e analista, che mette in evidenza il fatto che nell’analisi avviene un processo bi-direzionale, bi-univoco, co-costruito

– il fatto che l’analista diventa per il paziente un ‘nuovo oggetto (… mentre al contempo, aggiungo, egli stesso diventa un ‘nuovo soggetto’)

– l’importanza della sintonizzazione e della reciprocità dei due partecipanti all’incontro analitico, grazie alla disponibilità dell’analista a coinvolgersi nella situazione. Anna Nicolò ci mostra in modo molto chiaro che cosa vuol dire in pratica sintonizzazione e reciprocità.

Nel caso clinico di Aurora vediamo un’analista che di fronte a un comportamento nuovo della paziente (… arrivare 20 minuti prima del suo orario e stare in sala d’attesa a dormicchiare) sospende alcune plausibili interpretazioni di tale comportamento (… attaccare l’analista, fare l’analisi da sola, nutrirsi di propri oggetti-feci, ecc.) e si mette anche lei ad aspettare. 

In pratica l’analista si sintonizza con la condizione messa in atto dalla paziente – sistemarsi, assestarsi, in uno stato di attesa.

L’analista, che pure continua a osservare e riflettere, anche lei si mette ‘in attesa’, limitandosi a un commento fatto “in tono scherzoso” sulla piacevolezza della stanza d’attesa – “confortevole e comoda”.  N.B. un commento, non un’interpretazione: non svela l’inconscio, ma indirizza l’attenzione e stabilisce un clima. Questo atteggiamento dell’analista (N.B. … un atteggiamento relazionale, non un atto interpretativo) mobilizza un clima emotivo che permette – questo volta con la ricettività e la collaborazione della paziente – di delineare – di vivere e poi di conoscere –  due scenari: uno protetto (… la sala d’aspetto, …la casa della nonna, … lo spazio sotto il tavolo) e uno per così dire esposto (… la stanza d’analisi, con un’analista-madre esigente e impegnativa) – due scenari (co-costruiti) che rimettono proficuamente in moto un lavoro analitico ‘a quattro mani’. 

– in questa prospettiva l’interpretazione si configura non solo come ciò che promuove il cambiamento, ma anche come l’evento finale che esplicita un cambiamento che è già avvenuto, suggellando una forma di comprensione che l’ha preceduta, – tanto da far dire a Ogden, citato da Anna, che “l’interpretazione è superflua!”.  

La ricca relazione di Anna Nicolò è un excursus ad ampio raggio sulla grande quantità di evenienze da tenere in considerazione quando cerchiamo di descrivere come funziona effettivamente la cura analitica. Tutto ciò fa tornare a riflettere sulla questione del rapporto fra la teoria e la pratica clinica. Se altre cose al di là dell’interpretazione avvengono nella situazione analitica e se altre evenienze al di là dell’insight portano al cambiamento, si torna a pensare a quanto divario ci sia ancora nella nostra disciplina fa la teoria e la pratica.

Non mi addentro su questo punto. Mi limito a qualche considerazione che mi viene suggerita non da uno psicoanalista ma da un filosofo e sinologo francese, F.Jullien, che ha scritto un libro sulla psicoanalisi proprio a partire dall’idea che l’elaborazione teorica della psicoanalisi, ancorata alla metapsicologia, sia in ritardo rispetto alla pratica clinica – un ritardo che egli attribuisce alla tradizione razionalista della cultura europea.  Nei suoi numerosi libri F.Jullien sostiene che nella cultura occidentale mancano dei concetti per pensare i quali è utile un passaggio attraverso il modo di pensare cinese. 

Il libro sulla psicoanalisi si intitola Cinque concetti proposti alla psicoanalisi (del 2012 tradotto nel 2014, Ed. La Scuola). In questo libro F.Jullien individua nella pratica clinica psicoanalitica – a contrario della teoria! – dei temi che la avvicinano al pensiero cinese e propone un confronto servendosi di cinque concetti (… o nozioni e attitudini mentali o modi di pensare) tipici del pensiero cinese: la disponibilità, l’allusività, lo sbieco (l’obliquo, l’influenza), la de-fissazione e la trasformazione silenziosa.

Di questo libro hanno parlato due nostre colleghe: una è Antonella Sessarego, Segretaria Scientifica del Centro Psicoanalitico di Firenze che lo ha recensito sul sito web (v. recensione) e l’altra è Almatea Usuelli Kluzer, che ne ha scritto la prefazione all’edizione italiana e che lo ha recensito sulla Riv.Psicoanalisi (n° 2 ,2013), oltre ad averne parlato diffusamente in un articolo, dal titolo “Ma voi interessa il problema della guarigione?” (Riv.Psicoanalisi, 2017, 1, pp. 137-149,).  

Mi è venuto in mente quello che questo autore sostiene, in particolare quello che dice intorno al quinto concetto analizzato ( la trasformazione silenziosa) riflettendo sulla questione di tutto quel cambiamento nella situazione analitica (… Anna Nicolò ne parla nell’ultimo paragrafo) che apparentemente non è visibile, ma che si sviluppa nel tempo e che di fatto precede l’interpretazione; anzi l’interpretazione arriva dopo, alla fine, a suggello di un processo che è in buona misura già avvenuto. 

Il pensiero cinese, dice Jullien, a differenza di quello occidentale, che è focalizzato sull’obbiettivo (… sullo scopo, … sulla verità da raggiungere, da svelare, da portare alla luce) guarda ai movimenti trasformativi sotterranei, silenziosi e impercettibili, che procedono in una direzione grazie allo sviluppo del potenziale presente nella situazione. L’attenzione è cioè diretta sul potenziale, non sull’azione trasformatrice. 

Il potenziale è ciò che va saputo cogliere e accogliere, favorendone lo sviluppo; assecondando e non guidando attivamente il processo di crescita:

 Non ingerirsi, non impegnarsi, ma conformarsi alla propensione e accompagnarla; non guidare (mettendosi davanti) ma assecondare, cioè mettersi in seconda posizione – modestamente, senza gloria e persino senza attirare l’attenzione – per portare la propensione al suo dispiegamento. Lao Tzu lo riassume magistralmente in poche parole “Aiutare ciò che procede da solo”.

E’ un modo di pensare, come si può intuire da questo breve passaggio, che guarda al processo, più che all’agente che lo guida; che parte dalla situazione più che dall’Io-soggetto; e che nel rapporto mezzo-fine segue la via indiretta. Mentre il rapporto mezzo-fine conduce a pensare ad un’azione efficace, ad una via diretta a giungere al fine perseguito, la concezione dell’efficacia cinese è diversa: opera in maniera indiretta e discreta, attraverso l’influsso; opera indirettamente, non con lo scopo di realizzare un progetto, ma individuando e coltivando i fattori favorevoli. 

La parola chiave del pensiero cinese è “trasformazione” – dice Jullien. Non agire ma trasformare. L’azione è diretta e rinvia a un Io-soggetto mentre la trasformazione procede discretamente attraverso l’influsso, su un registro diffuso, pervasivo: non si vede, si notano solo i risultati. Le trasformazioni sono sempre silenziose. Le azioni, invece, sono ben riconoscibili, magari anche magniloquenti.

Viene in mente, a questo proposito, l’espressione usata da Gabbard e Westen, spesso citata, anche da Anna, secondo cui l’interpretazione non è più ‘la freccia esclusiva nella faretra dell’analista’. La metafora usata indica benissimo la finalità dello strumento-interpretazione: è una freccia che ha di mira un oggetto, un bersaglio; colpisce nel segno; produce un effetto ben visibile; ed è prodotta da un’azione ben calibrata da un soggetto consapevole e abile. 

La freccia-interpretazione sta su un piano ben diverso da quel tipo di processo trasformativo a cui è dedicata la riflessione Anna Nicolò.   

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