Archivio relazioni
Lascia un commento

Ferro N. (2004). Psicoanalisi e narrazione: un modello della mente e della cura

Testo della relazione tenuta dal dr. A.Ferro il 14 maggio 2004 presso il Centro Psicoanalitico di Firenze, che pubblichiamo per gentile concessione dell’Autore

La stanza d’analisi è il luogo delle narrazioni. Ciò in vari sensi.
Se una paziente in prima seduta raccontasse che il problema che le toglie la pace e la gioia di vivere è il timore di avere un cancro al seno, con ogni probabilità buona parte dell’analisi potrebbe consistere nel rendere narrabile questo precipitato di emozioni mai pensate e vissute detto cancro al seno.
Naturalmente a seconda dei modelli dell’analista il racconto da sviluppare potrà avere generi narrativi diversi dal tentativo di togliere il velo della rimozione al disvelamento del mondo interno del paziente e delle sue fantasie non coscienti, alla focalizzazione delle trasformazioni narrative di ciò che non poteva esser pensato attraverso la formazione di immagini tessute poi in costruzioni/ ricostruzioni, che riguarderanno quanto avviene all’interno della relazione analitica, del campo in cui essa si realizza e da qui verso la Storia e il mondo interno del paziente.

E’ interessante quanto Todorov (1971) ha scritto a proposito del romanzo giallo in cui distingue sostanzialmente tre modelli,come citavo già alcuni anni addietro.
Nel romanzo a enigma vi è una storia assente ma reale (il crimine commesso), l’altra è presente ma insignificante (l’attività investigativa). Metodo Poirot per intenderci. Nel romanzo nero le due vicende si fondono, o meglio la prima storia viene soppressa a favore della seconda. Non c’è un crimine anteriore: azione e narrazione coincidono la prospezione si sostituisce alla retrospezione.

Intermedio tra i due è il romanzo a suspence. Del romanzo a enigma esso conserva il mistero e le due storie, quella del passato e quella del presente, ma rifiuta di ridurre la seconda a una semplice acquisizione di dati. Come nel romanzo nero è questa seconda storia a rivestire il ruolo principale. Il lettore si interrogherà tanto sull’avvenire che sul passato. C’è la curiosità di sapere, c’è la suspence.

Ciò corrisponde, a grandi linee e radicalizzando, alle tre grandi modellizzazioni che ci possono essere in psicoanalisi (Ferro, 1992) la prima storico-ricostruttivista, la terza relazionale, la seconda che cerca di comporre le due visioni estreme dando riconoscimento a un qui e ora in perenne oscillazione trasformativa con lì e allora.

Poniamo che una paziente alle primissime sedute di analisi, dopo alcuni interventi interpretativi dell’analista dica: Quando ero bambina andai con fiducia a trovare la mia amichetta e mai mi sarei aspettata che il nonno di lei mi toccasse sotto la gonna in un modo così sconvolgente. Ricordo che mi allontanai con l’intenzione di non tornare mai più.
Nel primo modello l’analisi prenderebbe vita proprio dalla narrazione che viene fatta, attraverso un progressivo sciogliersi della rimozione di esperienze infantili, reali, accadute, che man mano che saranno ricordate o ripetute nel transfert saranno elaborate e detossicate. Ciò che prima era inconscio e causa di inibizione e di vissuti di colpa diventando conscio si dissolverà come neve al sole, l’analista sarà questo Poirot-Omero che canterà esplorandola l’Odissea del paziente sino all’approdo alla Itaca della conoscenza di sè.

Nel terzo modello la stessa narrazione sarebbe intesa e interpretata come un vissuto che ha molto a che fare con l’attualità della situazione relazionale: la paziente sta dicendo di essersi inaspettatamente sentita toccare dalle interpretazioni dell’analista in profondità, in modo troppo intimo ed irrispettoso delle proprie emozioni e di aver desiderato di non continuare l’esperienza analitica che la espone a vissuti molto disturbanti.
Nella seconda modalità (quella che definirei di campo insaturo in perenne espansione) c’è un ascolto della comunicazione manifesta relativa all’infanzia e un sentire fondamentale questo livello della narrazione, ma anche un ascoltare il secondo livello relazionale attuale senza bisogno di interpretarlo, considerandolo però come una segnalazione proveniente dal campo di un eccesso di vicinanza e profondità dell’attività interpretativa per cui quest’ultima andrà modulata, la porta sarà aperta anche al vissuto, in una particolare situazione quale quella consentita dal setting analitico, della paziente che sente il proprio mondo affettivo intruso da propri aspetti più tumultuosi e passionali.

L’analista tenendo in mente tutti e tre questi scenari possibili aprirà, attraverso propri interventi insaturi, ad ulteriori operazioni narrative che apparterranno all’infanzia, al qui e ora, al dentro del paziente, in una oscillazione continua dei vertici di ascolto; un romanzo nuovo e imprevedibile prenderà vita dall’accoppiarsi in seduta dei due co-narratori che dovranno continuamente vedersela con quanto dal rimosso, dallo scisso, dall’impensabile entrerà nell’attualità della relazione analitica e con quanto da questa e in questa “trasformato” a seconda dell’interagire delle menti, tornerà ad abitare il mondo interno e la Storia senza che ci sia mai la parola fine a questa tessitura narrativa e trasformativa. Sempre all’interno della narrazione psicoanalitica un punto di repere importante riguarda le diverse modalità in cui sono stati (e vengono tutt’ora) intesi i Personaggi che animano la seduta analitica.

Queste diverse modalità rimandano di fatto alle tre principali modalità in cui i personaggi sono stati intesi in letteratura ( (Hamon 1972).
Dapprima la modalità psicologistica di intendere i personaggi, come se fossero delle persone con delle loro caratteristiche psicologiche precise (Don Rodrigo è caratterizzato dall’essere arrogante e prepotente). Successivamente a partire dai formalisti russi sino agli strutturalisti, il personaggio è stato inteso prevalentemente per la funzione che esso svolge all’interno del testo in rapporto a tutti gli altri personaggi e allo sviluppo successivo dell’azione, per cui i personaggi sono categorizzabili alla Greimas (1966), in base alla loro funzione nel consentire lo sviluppo della storia.

Da ultimo il personaggio può essere inteso come qualcosa che non è di per sè ma che prende vita in base all’interconnessione lettore/testo, in base al tempo di lettura e sostanzialmente costruito a due mani dal lettore e dall’intenzione dell’autore (vedi “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Calvino).
Il personaggio “nonno” di cui parlavo poco fa potrebbe naturalmente essere visto lungo tutte e tre queste modalità all’interno di una seduta di analisi.
Nel primo modo di pensare (sia al personaggio, sia alle comunicazioni di un paziente) il nonno avrà un suo alto grado di referenza storica, avrà avuto una sua psicologia, propri impulsi incontinenti da soddisfare etc.

Nel secondo il nonno consente la dialettica tra desiderio di quiete e desiderio di conoscenza, tra affidabilità dell’analisi e aspetto inquietante della stessa, potrebbe essere interpretato come quel qualcosa che disturba e spaventa dell’analisi per consentire che l’analisi prosegua..
Nel terzo modello il nonno è tutto questo a ancora qualcosa di più, intanto dà segnali sul grado di tensioni tollerabili nel campo (acciocchè il libro non venga chiuso) e poi sarà tante cose ancora a seconda che il testo si chiamerà Lolita, Madame Bovary o I promessi sposi, a seconda di ciò che urge per essere narrato e a seconda di come ciò che urge viene raccolto e trasformato. Ma la peculiarità della narrazione psicoanalitica (sia che essa sia dialogico-costruttivista, sia che essa metta in parole, figurabilità; per la prima volta quando prima non era rappresentabile) è nella sua fluidità, provvisorietà e nel suo validarsi solamente dal suo interno.

Ma vediamo adesso il modello della mente cui faccio riferimento attraverso una narrazione clinica dello stesso modello.
Una terapeuta molto dotata prende in cura un bambino con una sindrome autistica caratterizzata da sfarfallamenti, ecolalia, ripetizione di frasi di spot pubblicitari.
Nella prima seduta Stefano rovescia i contenuti dei colori, che via via versa sulle superfici di tela cartonata che la terapeuta gli offre.
A lungo si ripete questa scena ma,nel passare del tempo, in un modo via via più contenuto.
Un giorno Stefano dopo aver rovesciato il colore rosso sulla tela lo spalma in modo che assume una qualche forma, una forma che si allunga dalla matrice rossa e dice (tra le evacuazioni verbali stereotipate) : il cuoco di (del) fuoco. Inutile dire quanto la terapeuta rimanga turbata e commossa da questa prima comunicazione “sensata”.

Il gioco con i colori prosegue e Stefano produce sempre di più (nel giro di molti mesi di lavoro, che è soprattutto un lavoro di accoglimento, riconoscimento, elaborazione da parte della terapeuta delle protoemozioni, della sensorialità di Stefano da cui si sente invasa e talvolta stravolta nel corso delle sedute) degli abbozzi di forme sinchè dopo anni di terapia vengono fatti due disegni, nel primo una sorta di guscio di una piroga con degli abbozzi di persona dentro, nel secondo un abbozzo di coccodrillo e di un leone con denti aguzzi. La terapeuta si limita sul piano verbale a descrivere queste attività, sul piano emotivo continua il travaglio elaborativo degli stati protoemotivi e spesso protosensoriali da cui si sente “catturata”,occupata e talvolta invasa. L’attività di figurazione continua sempre di più con disegni di paesaggi, case, alberi. Una attività verbale significativa comincia a svilupparsi da parte di Stefano che descrive o commenta con piccole frasi ben contestualizzate quanto raffigura nel disegno.

Due disegni in particolare acquistano senso: sul primo ci sono delle case col tetto rosso che sembra costituito da lingue di fuoco, il commento di Stefano è pompieri. Il secondo è costituito da una foresta di alberi a punta aguzza e Stefano dice spine… pungono. Questa frase verrà ripetuta per un lungo periodo in concomitanza con disegni dove compaiono forme aguzze. Il linguaggio nel frattempo diviene sempre più significativo e articolato sino al disegno della pentola per cucinare le spinacie, in cui al centro c’è una grossa pentola e ai lati due figure umane, da un lato un bambino, dall’altro una figura femminile. Le evacuazioni verbali e quelle attraverso gli sfarfallamenti diminuiscono sempre più e sempre più vengono sostituiti da giochi o comunicazioni verbali significative.
Questo potrebbe essere il discorso di un fisico sperimentale sullo sviluppo della mente.

Bion (1962) ce lo ha detto e pre-detto come avrebbe fatto un matematico rispetto un problema di fisica.
La prima attività che dà vita a quel big-bang che è l’accendersi del mentale – nella nostra specie – è dato dalla evacuazione massiccia di stati protosensoriali, protoemotivi da parte del bambino. Queste evacuazioni (elementi beta) se vengono raccolti, accolti e trasformati da una mente che li assorbe e metabolizza (la funzione alfa) vengono man mano trasformati in pittogrammi dotati di senso (elementi alfa). La mente di chi opera questa trasformazione non solo trasforma il caos protosensoriale in figurazione emotiva dotata di senso, ma nel continuo ripetersi di questa operazione passa anche il metodo per fare questo (funzione alfa). Viene così introiettata la pentola cuoci spinaci, cuoci spine, spine che altro non sono che quella sensorialità protoemotiva che punge (elementi beta).

Il continuo ripetersi di questo ciclo trasformativo – vero ciclo di Krebs della mente – produce anche altri effetti: il gioco di proiezione, introiezione, ri-proiezione, ri-introiezione consente il differenziarsi di spazio cavo/spazio convesso, spazio dell’accoglienza/spazio del pieno, in sintesi consente di differenziare contenitore da contenuto. Naturalmente questa concezione della mente ci pone un grosso problema rispetto all’analisi: cosa è più significativo in essa?

Naturalmente dipende dal grado di patologia del paziente o del livello di cui vogliamo (sappiamo) occuparci rispetto il funzionamento della mente.
Io ritengo che l’aspetto più importante sia innanzi tutto quella di consentire uno sviluppo della funzione alfa, della capacità del contenitore che implica un aumento dello sviluppo dei contenuti, della banda di oscillazione PS-D e di quelle tra CN e FP.

E’ solo l’aver a lungo lavorato attorno a queste necessità primarie che ci mette nelle condizioni di un cuoco che disponga di fuochi e di pentole per poter cucinare gli elementi che gli arrivano crudi. E’ infatti a questo punto che sarà possibile occuparsi degli aspetti storico-ricostruttivi e far si che il continuo lavoro dell’après-coup consenta trasformazioni della storia e del vissuto.
Precedente a ogni donazione di senso storico è la nuova esperienza che il paziente farà in seduta di una analista con reverie e capace di accoglimento che via via trasformerà il magma emotivo inavvicinabile, attraverso l’uso di una sorta di sillabario emotivo che raffreddi, distingua, in emozioni raffigurabili e quindi percepibili.

La partita per consentire lo sviluppo (talvolta la formazione) degli utensili per pensare si svolge nella stanza d’analisi, tra la mente del paziente la mente dell’analista e all’interno di un setting.
Ciò fatto anche l’esperienza storica e spesso storico-transgenerazionale potrà esser tessuta e condivisa.

SEGNALI DAL CAMPO ANALITICO E TRASFORMAZIONI EMOTIVE
Il mio interesse si è focalizzato in questi anni sui continui segnali che i pazienti ci forniscono per trovare la via più adatta a raggiungerli, ciò per evitare situazioni come quella della vignetta.
La formulazione interpretativa, i suoi modi, il grado di esaustività – a mio avviso – non ci devono derivare da un nostro sposalizio con una teoria forte della interpretazione, quanto piuttosto da una sempre più affinata capacità di cogliere le risposte, le coloriture emotive che il paziente fa entrare in campo dopo i nostri interventi (Ferro 1996, 2001).

L’ascolto dell’ascolto (Faimberg ) non deve solamente farci riflettere su come ha funzionato la mente del paziente dopo il nostro “stimolo” interpretativo, ma in uguale misura farci riflettere su come funzioniamo noi e come possiamo funzionare quel giorno, con quel paziente per favorire il numero maggiore di trasformazioni possibili.
Questo modo duttile di interagire con il paziente ha tuttavia alle spalle una teoria forte, che è un’espansione delle riflessioni di Bion relative al funzionamento onirico della mente anche nello stato di veglia (Bion 1962, 1963, 1992).

E’ implicita, in quanto affermo, una scelta di campo teorico, nel senso che la medesima comunicazione di un paziente “Quando ero piccolo mio padre non mi prendeva mai per mano, pretendeva solo che andassi bene a scuola e se non era così giù lezioni private a non finire e talvolta botte”, può essere presa a seconda del modello prevalente dell’analista come una scena dell’infanzia che aiuta a ricostruire il romanzo familiare, può essere vista come una fantasia inconscia persecutoria rispetto a un oggetto interno freddo e prepotente (che all’occasione potrebbe anche essere proiettato sull’analista e così interpretato), o ancora come la puntuale descrizione dal vertice del paziente di quanto sta avvenendo nella stanza d’analisi in quel momento.
In una certa ottica radicalmente relazionale ciò potrebbe essere esplicitamente interpretato come attinente all’hic et nunc: ciò però appiattirebbe la scena analitica, la stirerebbe su un piano attuale, bidimensionalizzandola su un asse orizzontale facendole perdere l’asse verticale della Storia (Di Chiara 2000).

Nel mio modo attuale di pensare vedrei tale comunicazione come sicuramente attinente all’hic et nunc, e come derivante dal sogno della veglia che il paziente sta facendo in quell’istante relazionale (Ferro 2001) ma mi porrei una serie di domande:
– come posso intervenire per operare una trasformazione tale da non essere più sentito come un padre anaffettivo che guarda ai risultati senza dare respiro?
– come posso modificare il mio modo di interpretare, di pormi e sinanche il mio assetto interno perchè cominci ad operarsi questa trasformazione?
– da dove arriva la percezione che il paziente ha di me?

Arriva dalla storia del paziente e può implicare una mia assunzione di ruolo, arriva da sue identificazioni proiettive, arriva da un enactment, arriva comunque da un mio modo di essere o di pormi con lui.
Ciò posto opterò per una interpretazione che sarà all’apparenza ricostruttiva o centrata sulla fantasia inconsciao sulla relazione oppure semplicemente enzimatica ponendo il massimo di attenzione alla risposta ulteriore del paziente al mio intervento.
Poniamo che io dica: avere accanto un padre così non è certo qualcosa che fa amare lo studio, anzi mette in uno stato perenne di preoccupazione.
E’ ovvio che sto portando in tavola una interpretazione di transfert: se io ti sto accanto così certo non ti rendo facile il lavoro in questo studio.
Il paziente potrebbe rispondere: ieri sono andato ad una mostra fotografica ma a mio avviso tutte le fotografie erano poco nette, e io non potrei che pensare che la mia interpretazione ha mancato di incisività e dovrei quindi preoccuparmi di una maggiore messa a fuoco.

Se invece il paziente mi dicesse: ieri sono andato a casa di mia zia dove si mangia bene ma ci si riempie sempre troppo e ci vuole un giorno intero per digerire, allora dovrei dedurre che quella formulazione già a mio avviso sufficientemente leggera e insatura, per il paziente era ancora troppo pesante.
In alternativa avrei potuto poniamo ritenere utile – in un momento differente dell’analisi – una esplicitazione forte di transfert del tipo “mi sente poco affettuoso, più interessato ai progressi della sua analisi che a lei, e che non le do pace sinchè non realizza questi progressi”.
Anche qui il paziente potrebbe rispondere in una miriade di modi possibili da Era bello però quando sentivo che mio padre mi capiva a Ho visto alla televisione un documentario su come fanno il fois-gras, cacciano del cibo in continuazione con degli imbuti a delle povere oche sinchè a queste non viene un fegato grosso così. Voglio dire che queste segnalazioni se accolte consentono progressivi aggiustamenti.

Naturalmente da parte dell’analista sarebbero possibili decine di interventi diversi già alla prima formulazione del paziente da “capiamo adesso una delle sue radici della inibizione nello studio” a “beh certo che oggi preferisce studiare con il collega che non le fa mai fretta e rispetta i suoi tempi”.
E’ però sotteso ad ogni scelta interpretativa un modello di fattore di guarigione, togliere il velo della rimozione, cogliere il punto di emergenza dell’angoscia, descrivere, i fantasmi originari e nel mio caso sviluppare la capacità del paziente di pensare, nel senso di sviluppare quella attrezzatura mentale che serve a produrre processi di pensiero e di formazione di emozioni a partire dagli stimoli sensoriali di ogni tipo. Mi necessita l’uso di uno slang – ispirato a Bion – che mi porta a dire che fine di un’analisi è lo sviluppo della funzione alfa del paziente e quindi della capacità di generare elementi alfa, lo sviluppo di contenitore/contenuto e quindi di tessere pensieri ed emozioni; lo sviluppo della oscillazione PS e D e quindi della originalità creativa e del lutto; lo sviluppo della oscillazione tra Capacità Negative e Fatto Prescelto e quindi dell’attesa che un senso si compia e della rinuncia a tutti i sensi possibili a favore di uno scelto.
Da questo punto di vista le libere associazioni sono in realtà associazioni obbligate nel senso che derivano istante per istante dai fotogrammi visivi (o pittogrammi emotivi) che continuamente la funzione alfa genera dando vita al pensiero onirico della veglia, mentre sono assolutamente libere per quanto riguarda il genere narrativo scelto che può andare a pescare in una infinità di generi espressivi (film, ricordi di infanzia, aneddoti, diario intimo, etc.).

Anche il sogno narrato in seduta può essere – quasi paradossalmente – considerato come un derivato narrativo (una libera associazione obbligata) rispetto al momento in cui il sogno viene narrato: cioè come qualcosa che dà espressività al pensiero onirico della veglia che si è formato in quel momento. Un approfondimento meriterà la comparazione tra sequenze di elementi alfa e il concetto di “travail de la figurabilitè” di C.e S. Botella (2001).
Ciò mi porta a considerare come ancora pienamente valido quanto con Bezoari abbiamo più volte affermato rispetto il considerare quanto avviene dentro la situazione analitica come virtuale, qualche cosa che si situa a metà, in una sorta di terra di nessuno tra la realtà esterna e la realtà interna, sempre che analista, paziente e setting siano vivi e vitali (Bezoari Ferro 1991).

Un collasso del setting renderebbe impossibile l’esistenza stessa di questo spazio virtuale assimilabile al concetto di spazio transizionale, o campo analitico.
Il vertice che riterrei più utile sarebbe di considerare le comunicazione del paziente come suggerimenti di tecnica che mi informa del modo che devo adottare nel mio interpretare: un modo che sia graduato e contenuto perchè corro altrimenti il rischio di diventare fattore di ingorgo e di irritazione.
Nel mio dialetto considero dunque le libere associazioni del paziente come derivati narrativi del suo pensiero onirico della veglia, con gradienti diversi di distorsione e di camuffamento di essi. Lo stesso vale per le libere associazioni e reverie dell’analista in seduta. Il sintonizzarsi su di esse ci consente di poter risalire il fiume sino alla sorgente costituita dalle sequenze di elementi alfa di continuo costruite dalla funzione alfa del paziente (e dell’analista) e se volessimo complicare le cose dalle funzioni alfa del campo.

LA NEGAZIONE E LE CAPACITà NEGATIVE DELL’ANALISTA
Mi sembra anche importante soffermarci sul senso della negazione, del diniego, della scissione e di quel grado estremo di scissione con violenta espulsione che Bion chiama iperbole, come gradienti di uno stesso fenomeno.

Ciò non perchè non ritenga utile sottolineare le differenze, le specificità e persino la differente gravità di esse ma perchè ritengo più utile proporre una riflessione rispetto un antidoto comune rispetto a questi meccanismi di difesa: le capacità negative dell’analista come sono intese da Bion quando riprende tale concetto dalla lettera di Keats ai fratelli. Il punto chiave di tali capacità è il saper permanere nel dubbio senza doverlo saturare subito con delle risposte “uncertaints, mysteries, doubts, without any reaching after fact and reason” ovvero in slang bioniano sapere a lungo permanere in PS ma in un PS privo di persecuzione.
E’ vero che assegno in questo modo dei ruoli fissi,ma lo faccio per comodità,se pensiamo che comunque tra analista e paziente si stabilisce un campo come ci insegnano i Baranger (Baranger W. & M. 1961-62) non è infrequente la situazione opposta che sia l’analista a porre delle difese rispetto un ascolto autentico del paziente attraverso quelle interpretazioni che Bion disponeva sulla colonna “2” della griglia (quella delle bugie) per salvarsi da un eccesso di angoscia e che sia il paziente a perseverare nel proporre una verità emotiva.

La negazione dal punto di vista intrapsichico la vedrei come una diga che impedisce gli allagamenti a valle: ciò che non può essere metabolizzato, trasformato e la cui irruzione sarebbe rovinosa per l’apparato psichico viene negato.

UNO SGUARDO ALLA DIMENSIONE RELAZIONALE
E’ stato un punto molto discusso come poter lavorare con il paziente che negando si sottrae alla interpretazione.
Vorrei ricordare come Freud non sempre fosse molto sensibile alla risposta data alla interpretazione: divertente è quell’episodio tratto dalla Minuta dell’uomo dei topi in cui quasi obbliga il paziente ad accettare una ricostruzione dell’infanzia senza cogliere come l’associazione-risposta del paziente in realtà negasse il suo intervento.

Il paziente infatti parla, subito dopo l’imperiosa ricostruzione fatta da Freud, di un professore di diritto che poneva la domanda sulla tratta domiciliata, quella cambiale che se non era pagata veniva portata sino al domicilio del debitore in modo forzoso in modo che non si potesse sottrarre al pagamento stesso.
Direi che molti kleiniani sono stati a lungo i più forti assertori della poetica del paziente che nega, attacca, fraintende e distorce.

Naturalmente il panorama è cambiato con le teorie di campo dei Baranger, con una lettura non kleiniana di Bion, quel Bion che dice ad esempio che una interpretazione potrà esser data sei giorni, sei mesi, o sei anni più tardi di quando è stata pensata o che sarebbe insensato lanciarsi in spiegazioni sul tubo digerente a un neonato. Nella stessa direzione vanno la concettualizzazione di Widlocher sul copensiero o di quelle che in Italia sono state chiamate: interpretazioni deboli, interpretazioni insature o interpretazioni narrative(Ferro 1996). Tutto questo cammino per sottolineare come spesso quanto più una interpretazione è assertiva tanto più essa attiva una negazione a volte favorisce o rinforza una scissione. Da questa via è facile poi impantanarsi in situazioni di impasse, e di reazioni terapeutiche negative.

Tante mucche senza un cavallo: un aspetto del narcisismo.
Il grosso problema del narcisismo è quello a mio avviso di non aver avuto dei care giverscapaci di porsi come affidabili e introiettabili. E’ una situazione come quella di un paese in cui scoppiano incendi, all’inizio fisiologici, ma che non dispone di un corpo di vigili del fuoco o di protezione civile.
Per cui gli abitanti inventano dei metodi i migliori possibili (ma del tutto inadeguati) per domare questi fuochi.
Cioè le emozioni, le passioni, i bisogni vengono via via liofilizzati, deaffettivizzati, negati, scissi, sicchè sia pure con un impoverimento a volte molto grande una parte dell’old town viene salvata. E’ fisiologico dunque che in tali casi non ci sia nessuna fiducia nell’oggetto, e che il nuovo oggetto-analista debba guadagnarselo sul campo, a lungo operando come nuovo corpo dei pompieri o di protezione civile di un paesino vicino che viene all’occorrenza messo a disposizione.
E’ persino banale dire che il paziente narcisista nega ogni dipendenza, certo si è salvato (almeno in parte) grazie a questo: ha rimboccato le maniche e cercato disperatamente di cavarsela da solo.

Una paziente con una seria patologia narcisistica mi era stata una volta portata in supervisione. Nella prima seduta di analisi fece un sogno in cui una bambina che le ricordava Sherley Temple doveva occuparsi di una intera mandria di mucche disperatamente assetate, con un piccolo secchiello si doveva arrampicare sino a un piccolo fiume e tornava indietro per portare da bere alla mandria: inutile dire come questo lavoro non portasse a molto.
C’era in mezzo a tante mucche solo la testa di un cavallo. Immediata fu la mia reverie sui film western in cui le mandrie di mucche sono guidate al fiume da gruppi di cowboys a cavallo, che le contengono, guidano, indicano la strada.

Di questa funzione non c’era quasi nulla, nessun cowboy, nè i cavalli: ecco solo una sorta di preconcezione di ciò che sarebbe stato necessario (comunque lo rivoglia chiamare: funzione alfa,apparato per pensare i pensieri nel lessico di Bion). Inutile credo dire alla paziente come pretendesse di fare tutto da sola, o come negasse emozioni e bisogni. Certo l’arrivo dell’analista corrisponde all’arrivo di John Wayne e dei suoi, ma tale arrivo che effetti avrà sulla fattoria piena di mucche assetate, gestita – si fa per dire – da una piccola Shirley Temple.

All’inizio sicuramente sarà un disturbo, un’ulteriore complicazione, se questi nuovi arrivati pretenderanno di mangiare, di veder accuditi i cavalli, di veder riconosciuta la loro importanza e accuseranno Sherley Temple di tutto quello che non è capace di fare.
Diverso se da subito si metteranno a servizio della paziente, senza aumentarne il lavoro, anzi alleggerendo la gestione dell’intera mandria di mucche.
Riuscendo a non aggiungere ulteriori pesi a Sherley Temple e rinunciando a dare subito un nome a ogni mucca: (la mucca gialla è la gelosia che provi quando… la mucca verde è la invidia che provi quando vedi che io sono più bravo nel….. la mucca nera è la rabbia che provi quando pensi che anzicchè aiutarti ti disturbo e mi vorresti eliminare etc.) ma rinunciando a tutto ciò (che potrà venire dopo) e porsi nella situazione di chi deve per adesso gestire l’emergenza mucche, contenendole, portandole ad abbeverarsi, ascoltando le richieste urgenti che dal campo Sherley Temple comunica.

Nell’analisi di cui parlavo dopo la prima interpretazione di transfert dell’analista la paziente sogna un pistolero che le spara addosso e inizia una seduta raccontando una serie di stati d’animo diversissimi e opposti che ha provato verso persone diverse (sicuramente tutte modalità di vedere l’analista al lavoro). L’analista anzichè cogliere e descrivere queste emozioni prendendo il significato emotivo globale della comunicazione in modo insaturo (come altre volte ho detto nel linguaggio del Rorschach, la globale con colore, la G con C) inizia ad interpretare in termini di transfert. In risposta la paziente racconta un sogno in cui mentre cercava di mettere ordine e di rassettare, la domestica il cui scopo era l’aiuto che avrebbe potuto darle, metteva molto più disordine di quanto mettesse a posto.

L’analista comprende questa comunicazione e pensando che non sia opportuno interpretarla (e non pensando di essere autorizzato a sottolineare l’emozione globale con colore,nella paura che questa non sarebbe analisi) tace e non dice nulla alla paziente. Si genera così un lungo silenzio.
La paziente a un certo punto inizia a parlare di una amica che è rimasta vedova, in un momento in cui aveva molto sperato nel marito per allevare i figli.
L’analista non comprende il senso di questa comunicazione e interpreta attivamente il dispiacere per il fine settimana che si avvicina.

La paziente a questo punto dà una straordinaria lezione di tecnica dicendo che non tollera un amico che si dà sempre arie di superiorità ma che apprezza molto un amico con un handicap che fa un gioco in cui lancia delle scatole con delicatezza dentro una scatola più grande che così si trova a poter contenere tante cose.
Ovvero l’analista è utile se utilizza quelle che in un mio vecchio lavoro avevo chiamato “Interpretazioni – Pippo”, interpretazioni aperte, insature, l’opposto di quelle che Florence Guignard ha chiamato interpretations-bouchon più simili a delle intelligenti e acute “Interpretazioni – Topolino” – per continuare la metafora Disneyana – che spesso bloccano il senso.

L’analista conclude la seduta con una lunga e complessa interpretazione e la paziente conclude a sua volta dicendo che per non disperarsi ha sempre dovuto contare sempre e solo su se stessa e che non sa se avrà i soldi per permettersi di continuare l’analisi (che a questo punto è più costosa emotivamente di quanto la paziente possa permettersi). L’analista pensa a un attacco alla sua funzione analitica piuttosto che a non esser stato veramente capace di trovare la giusta musica affettiva con la paziente.

IL GIOCO E LE CAPACITà NEGATIVE COME ANTIDOTO ALLA NEGAZIONE
Penso che l’antidoto migliore alla negazione sia creare delle coordinate climatico-affettive, nel mio dialetto, un campo nel quale vi sia una sorta di extraterritorialità, nel quale è abbassato il livello di vero/falso rispetto a un detentore di verità, e in una sorta di duty free, sia possibile generare narrazioni condivise che gradualmente rendono pensabile l’impensabile.
Nel campo emotivo vi è una continua oscillazione tra diniego, negazione e capacità negative che in fondo modulano e regolano le forze emotive che nel campo possono entrare ed esser metabolizzate.
Al riguardo è anche interessante ripensare che Bion suggerisce che perfino il sogno, e il sogno della veglia (la costante attività svolta dalla funzione alfa) sono da considerare barriere, intercapedini, rispetto una realtà (O) che rimane inattingibile.
Credo che una dialettica tra difese e O, (l’oscillazione K e O) rimanga il metodo della specie per avvicinarci alle verità sempre senza rimanerne ustionati.

UNA BREVE RIFORMULAZIONE NEL MIO SLANG
Vi sono a mio avviso tre luoghi del funzionamento mentale che sono loci di patologia dal più grave al meno grave possono essere così rappresentati:
Una inadeguatezza della funzione alfa a trasformare tutte le stimolazioni che arrivano: allora elementi beta devono essere sbarrati fuori messi in un altrove, di solito sono meccanismi violenti di evacuazione che danno luogo a malattie psicosomatiche gravi, ad allucinazioni ad agiti caratteropatici.
Una inadeguatezza del contenitore rispetto a contenuti già trasformati in elementi alfa (o meglio trasformati parzialmente quelli che ho chiamato elementi balfa) e qui abbiamo come luogo principe la negazione come barriera protettiva con fenomeni come la formazione del doppio, scissioni, evacuazioni nella mente dell’Altro di contenuti non assimilabili e non contenibili (trasformazioni in allucinosi).

Il terzo luogo di patologia è quello determinato da un eccesso di fatti emozionali indigeriti che superano le capacità della mente di tesserli in narrazione in presenza di una adeguata funzione alfa e di una adeguata capacità del contenitore. Credo che a questi tre livelli corrispondano operazioni mentali diverse che spettano all’analista: operazioni di reverie (e conseguente sviluppo della funzione alfa), di essere all’unisono (e sviluppo di contenitore) oppure operazioni interpretative classiche. Non è facile distinguere sempre il livello interessato, e spesso si tratta di patologie a loci misti.

Postulo come fattore terapeutico la qualità del funzionamento mentale dell’analista in seduta e in particolare le sue doti di recettività, elasticità, capacità di trasformazione, di tolleranza e di pazienza. Queste doti entrando nel campo operano trasformazioni: così elementi beta,contenuti protomentali emotivi o sensoriali prima non trasformati in pittogrammi (elementi alfa) o non contenibili, possono non essere più “camuffati”, “stoccati”, scissi, proiettati, evacuati ma possono accedere a una loro pensabilità.

Concluderei con alcune righe paradossali di Bion, tratte da Attenzione e Interpretazione che ci fanno toccare con modestia quanto non possiamo che essere tolleranti con noi stessi e con gli Altri rinunciando ad essere “paladini” della Verità e gioendo nell’essere artigiani del grado di sviluppo mentale tollerabile per i nostri pazienti e per noi stessi.

“I bugiardi diedero prova di coraggio e di precisione nella loro opposizione agli scienziati che con le loro dottrine perniciose minacciavano di privare le loro vittime di ogni minima possibilità di autoinganno e di lasciarle senza la protezione naturale necessaria affinchè la loro salute mentale fosse preservata dall’impatto della verità. Alcuni, pur conoscendo i rischi che correvano, rinunciarono alla propria vita in difesa delle bugie, di modo che il debole ed il dubitoso fossero convinti dell’ardore della loro convinzione della verità delle proposizioni anche più assurde. Non è esagerato dire che la razza umana deve la propria salvezza a quella piccola schiera di dotati bugiardi disposti, anche di fronte a fatti incontrovertibili, a conservare la verità delle loro falsità. Persino la morte fu negata e furono utilizzate le più ingegnose argomentazioni per appoggiare proposizioni evidentemente ridicole affermanti che il morto continuava a vivere felicemente. Questi martiri della falsità erano spesso di umile origine e persino i loro nomi sono periti. Se non fosse stato per essi e per i seguaci generati dalla loro evidente sincerità, la sanità della razza sarebbe perita sotto il peso posto su di essa. Rinunciando alle proprie vite essi si sono posti sulle spalle la morale del mondo. Le loro vite e le vite dei loro seguaci furono dedite all’elaborazione di sistemi di grande complessità e bellezza nei quali la struttura logica era conservata dall’esercizio di un intelletto potente e di un ragionare infallibile. Per contro, i deboli procedimenti per mezzo dei quali gli scienziati tentarono più e più volte di convalidare le proprie ipotesi resero facile ai bugiardi mostrare le falsità delle pretese di questi villani rifatti, sì da rinviare, se non impedire, il diffondersi di dottrine che avrebbero potuto avere il solo effetto di indurre un senso di disperazione e vacuità nei loro beneficiari”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.