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Recensione di Stefania Nicasi a “Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre”

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Massimo Recalcati, “Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre”, Feltrinelli, 2013

Recensione di Stefania Nicasi

Massimo Recalcati mantiene le promesse: presentando nel 2011 Cosa resta del padre? aveva promesso al pubblico di “Leggere per” che avrebbe scritto un libro sul figlio. Eccolo qua, a distanza di due anni, il libro sul figlio. In mezzo, nel 2012, è uscito Ritratti del desiderio. Ora la trilogia è completa. Si compone, come in un affresco, la visione che Recalcati ha del nostro tempo, il ritratto che ne è venuto facendo attraverso queste tre opere che sono seguite a L’uomo senza inconscio.

Non è un ritratto felice. Vi ricordo i lineamenti di fondo: in un orizzonte segnato dalla morte di Dio, in un tempo nel quale pregare non è più come respirare, il padre non è più testimone e garante della Legge della parola; impera una identificazione confusiva fra genitori e figli. Nessuno che si assuma la responsabilità educativa. Si è perduto il senso del limite, si è interrotta la catena della trasmissione generazionale del desiderio, il godimento trionfa. I sintomi dei quali i giovani soffrono – depressione, bulimia, anoressia, tossicomania, panico – sono figure del vuoto che li ha inghiottiti. La politica, che dovrebbe essere un punto di riferimento etico e culturale, si è trasformata in un “party adolescenziale forsennato” (Recalcati, 2013,78).

L’ultimo film di Paolo Sorrentino, La grande bellezza, porta magistralmente sulla scena questo mondo decadente, disperato, vuoto.

Telemaco è un libro sul figlio, ma è inevitabile che si torni a parlare del padre e il padre, lo sappiamo, per Recalcati come per Lacan, nel nostro tempo è evaporato. Dunque Telemaco aspetta che torni a materializzarsi. Ma quale padre potrebbe, realisticamente, tornare dal mare?

Voglio citare un romanzo di Michele Serra che mi è piaciuto molto e che Massimo ha recensito sulle pagine di Repubblica: si intitola Gli sdraiati.

“Dicono che avresti avuto bisogno di un Padre – scrive l’autore rivolgendosi al figlio – Un vero Padre. Che avresti avuto bisogno del suo ordine ben strutturato, ben codificato, così da poterlo fare tuo oppure confutarlo e combatterlo e combattendo diventare un uomo”. Ma questo Padre con la maiuscola è irreversibilmente tramontato insieme all’ordine ben strutturato e codificato che gli faceva da sfondo. Michele Serra, e molti di noi insieme a lui, si sente piuttosto un “relativista etico”, il “tutore ondivago di un ordine empirico, scritto in nessun Libro, impresso in nessuna Tavola” e cercato giorno per giorno (Serra, “2013, 84-85).

Non dobbiamo rimpiangere l’Ordine, il Libro, le Tavole, La Legge. Dobbiamo piuttosto cercare di orientarci nel contemporaneo disordine, costruire percorsi di senso e cercare di difenderli.

Ne L’uomo Mosè, Sigmund Freud, interrogandosi su quali siano le caratteristiche che fanno “grande” un uomo, scopre che sono le stesse che fanno di un uomo un padre: “la risolutezza dei pensieri, la forza di volontà, l’impeto dell’azione, ma più di tutto l’autonomia e l’indipendenza, la sua divina noncuranza che può crescere fino alla mancanza di riguardo” (Freud,1938, 429). Accettazione dei limiti e coraggio nel perseguire i propri obiettivi nonostante l’unilateralità delle ragioni che li sostengono (Giovanni Foresti, 2013, 10): questa per Freud è la Vaterschaft, la specificità del ruolo paterno. Questo è il modesto Ulisse che Telemaco attende. Secondo me, ce la possiamo fare.

Per quanto la psicoanalisi si sia cimentata fin dalle sue origini nella interpretazione dei fenomeni sociali, lo psicoanalista resta un esperto del mondo interno. Ha la capacità di cogliere alcune strutture nucleari che lo fondano, alcune figure che lo organizzano, alcuni complessi che lo abitano. L’aria del tempo, se è abbastanza sensibile da recepirla, lo aiuta sia a mettere a fuoco una configurazione psichica sia a valutarne il peso nel mondo interno e nel presente storico. Freud, nella Vienna ottocentesca, vide il complesso di Edipo, la lotta dei figli per succedere ai padri. Deleuze e Guattari, due psicoanalisti francesi, videro negli anni Settanta l’Anti-Edipo, la forza anarchica e sovversiva della pulsione. Analisti a noi contemporanei hanno individuato nel narcisismo il tratto dominante nelle giovani generazioni: la specularità narcisistica ha preso il posto della differenza generazionale. Tutti presi da se stessi, i figli non lottano per affrancarsi da genitori omologati: “restano agganciati a un’immagine perennemente giovane di sé, sottratta al taglio simbolico della castrazione, eternamente vitale” (Recalcati, 2013, 111).

Nel suo libro, Massimo Recalcati passa in rassegna queste tre tipologie di figlio: Edipo, Anti-Edipo, Narciso. Ne individua una quarta come caratteristica del nostro tempo e aperta sul futuro. E’ Telemaco, il figlio che attende il ritorno del padre come colui che può ripristinare la Legge della parola nella notte dei Proci: “E’ indubbio che le giovani generazioni di oggi assomiglino più a Telemaco che a Edipo. Esse domandano che qualcosa faccia da padre, che qualcosa torni dal mare, domandano una legge che possa riportare un nuovo ordine e un nuovo orizzonte nel mondo”. Alla descrizione di Telemaco sono dedicate le pagine più belle del libro. Sono anche pagine che mitigano la cupa visione del nostro tempo fino ad ora prospettata. I giovani non sono tutti in discoteca a farsi le canne: qualcuno va sulla spiaggia in cerca del padre.

Ma Telemaco esiste dai tempi di Omero come Edipo dai tempi di Sofocle. La notte dei Proci minaccia da sempre l’ordine sociale e la legge che lo governa. I bambini vogliono ancora assomigliare al padre e prenderne il posto. Il narcisismo, inteso come forte concentrazione dell’amore su di sé, è da sempre una caratteristica dell’adolescenza. Il desiderio di restare eternamente giovani, per non patire l’insulto della vecchiaia e della morte, non è una novità del nostro tempo: nel nostro tempo abbiamo molti più mezzi che in passato per restare giovani a lungo. E a questo ultimo proposito, siamo comunque sicuri che ai ragazzi le distinzioni fra loro stessi e gli adulti travestiti da adolescenti non siano chiarissime?

Forse, Edipo, Anti- Edipo, Narciso e Telemaco, sono figure, o situazioni psichiche, che coabitano nel mondo interno degli uomini – delle donne ci si interessa e ci si preoccupa molto meno. Che coabitano e che si avvicendano a seconda di congiunture personali e sociali. Nessuna tramonta mai del tutto, nessuna prevale completamente sull’altra.

Forse è la deformazione professionale dello psicoanalista vedere un’epoca sotto la luce dei guasti che produce: a noi arrivano i danneggiati, i vinti, quelli che si sono ammalati.

I trattati della psichiatria ottocentesca sono popolati dai “nervosi”, vittime dell’accelerazione della vita moderna, naufraghi del progresso. Ma naturalmente constatare che nel progresso si producano malattie non ci può di per sé autorizzare a sostenere che il progresso sia male.

Quando leggo fosche rappresentazioni della giovane generazione, resto sempre sconcertata. In fondo vorrei che la psicoanalisi mi aiutasse a capire perché abbiamo tanta paura di quello che generiamo. Abbiamo paura delle nostre creature, come nel racconto del dottor Jeckill. Noi non abbiamo solo paura per i nostri figli, abbiamo paura dei nostri figli. Lo smarrimento con il quale li guardiamo è in contrasto con la scioltezza con la quale si muovono nel mondo, lo stesso che a noi incomincia a sfuggire.

Ne Il signor Dido, Alberto Savinio ha descritto il terribile senso di estraneità che lo coglieva sedendo a tavola con i suoi figli adolescenti: “E ci sediamo a tavola per mangiare gli stessi cibi…Assurdo!” (Savinio, 1978, 39).

Verso i cinquant’anni intercettiamo “una domanda di padre”: ma dovremmo chiederci da dove proviene. A volte ho il sospetto che provenga da noi stessi, dal nostro invecchiare, dall’affievolirsi della presa sul mondo, dal senso di colpa per non essere riusciti a cambiare le cose. Ma non dobbiamo rimpiangere l’Ordine, il Libro, le Tavole, La Legge, le preghiere: anche perché, da sole, tutte queste cose non rendono gli uomini migliori. Quello che è certo è che i giovani domandano un futuro. Domandano, come diceva Paolo Rossi, “ragionevoli speranze”: non lasciamoli soli sulla battigia ad aspettare. Vedi mai che invece di Ulisse torni Schettino.

Stefania Nicasi

Leggere per non dimenticare

20 novembre 2013

Bibliografia

Freud S. (1938). L’uomo Mosè e la religione monoteistica. O.S.F., 11

Foresti G (2013). “La funzione paterna: fattori intrapsichici, relazionali e sociali”. Spiweb, Spazio Dibattiti, Dibattito “La funzione paterna ieri e oggi: analogie e differenze”. http://www.spiweb.it/index.php?option=com_content&;view=article&id=3861

Recalcati M. (2010). L’uomo senza inconscio. Milano, Cortina.

Recalcati M. (2011). Cosa resta del padre?. Milano, Cortina.

Recalcati M. (2012). Ritratti del desiderio. Milano, Cortina

Recalcati M. (2013). Il complesso di Telemaco. Milano, Feltrinelli.

Rossi P. (2008). Speranze. Bologna, Il Mulino.

Savinio A. (1978). Il signor Dido. Milano, Adelphi, 1992.

Serra M. (2013). Gli sdraiati. Milano, Feltrinelli.

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