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Marina Breccia presenta “Prendersi cura” – Recensione di Chiara Matteini

copertina prendersi cura

Venerdì 21  Marzo,  ore 18.00

Marina Breccia presenta il libro “Prendersi cura”

di Adamo Vergine e Pia De Silvestris

ne discutono con gli autori Marina Breccia e Lucia Monterosa

Sala Casa Editrice ETS, Piazza Carrara , Pisa

Abbiamo dato a questo lavoro il titolo di Prendersi cura per richiamare subito la consapevolezza di responsabilità che si assume uno psicoanalista quando accetta un paziente, ma anche per riferirci a tutte quelle forme di “prendersi cura” volontarie, professionalizzate o non (dalle madri ai maestri, ai medici e infermieri, alle assistenti sociali e alle pedagogiste o alle baby sitter). Ci rivolgiamo dunque a tutte quelle persone che lavorano anche attraverso lo strumento di una relazione psicologica, per la quale non sono sufficienti soltanto le buone intenzioni, ma è necessario averne una maggiore comprensione al fine di produrre il bene che si cerca di raggiungere.

Per quanto riguarda il modo di portare alla luce queste riflessioni abbiamo pensato che il libro dovesse nascere seguendo l’idea di voler narrare la nostra esperienza di psicoanalisti attraverso il vissuto che ci ha animato nel corso di essa.

Cercheremo di raccontare gli aspetti cosiddetti “teorici”, i punti di vista dei maestri amati, che nella pratica diventano suggerimenti, insieme a quelle riflessioni personali, dubbi e riorganizzazioni del pensiero che precedono o seguono l’esperienza con il paziente e le letture che si vanno facendo in momenti quasi contemporanei. Nell’insieme sono un grumo di emozioni e pensieri che derivano da una vicenda vitale molto sentita, come è l’esperienza analitica, e narrandoli nel modo stesso in cui essi si sono andati formando nella nostra coscienza, specialmente quando sono stati percepiti con convinzione, fiducia o speranza.

Recensione:

Adamo Vergine, Pia De Silvestris, Prendersi cura. Sul senso dell’esperienza psicoanalitica

 

A cura di Chiara Matteini

 

 

 

“(…) Comunque tutte le “realtà” e le “fantasie” possono prendere forma solo

 

attraverso la scrittura, nella quale esteriorità e interiorità, mondo e io,

 

esperienza e fantasia appaiono composte della stessa materia verbale;

 

le visioni polimorfe degli occhi e dell’anima

 

si trovano contenute in righe uniformi(…)”

 

(I. Calvino, Lezioni americane)

Mi pare che questa citazione da uno dei libri più sorprendenti di Calvino possa rendere l’esperienza allo stesso tempo di molteplicità e profondità generata dalla lettura di questo volume. Nella premessa gli autori spiegano come Prendersi cura nasca dal desiderio di narrare la propria esperienza psicoanalitica mostrandola nel suo svolgersi, gli aspetti clinici che si sviluppano accanto a quelli teorici in “un grumo di emozioni e pensieri che derivano da una vicenda vitale molto sentita” (pag.14). Il libro ripercorre, intrecciandoli a una ricca esperienza clinica, i topoi che hanno accompagnato le elaborazioni teoriche della psicoanalisi. La capacità di evocazione degli autori rende questa lettura come il passaggio in uno spazio pieno di echi, accolti e trasmessi con esattezza, in un volume ricchissimo di spunti e rimandi. Emerge chiaramente da questa strutturazione “fluida” la visione di una psicoanalisi costantemente in contatto con un molteplice bagaglio teorico, ma al tempo stesso ancorata all’esperienza attuale della clinica. Proverò a raccogliere fra questi echi alcuni che hanno maggiormente risuonato nella mia lettura.

Il libro di Vergine e De Silvestris pone al centro, nel titolo e nella struttura, il prendersi cura, che si declina prima di tutto nel riuscire a scorgere nella sofferenza non “soltanto l’effetto della distruzione o della mancanza originaria o di una patologia, ma anche il risultato impegnativo e creativo di riuscire a corrispondere a una necessità” (pag. 26). Il prendersi cura evoca varie forme della relazione, a partire da quella primaria; gli autori rilevano come questa modalità di riflettere sulle funzionalità della mente umana si possa pensare anche come un assetto conoscitivo che nella psicoanalisi è stato declinato come relazione analitica, campo analitico, relazione d’oggetto o intersoggettività . Lo spazio della relazione come abitato dal costante contatto fra due soggetti mi sembra sia uno dei cardini di questo lavoro; è uno spazio declinato nel senso dello scarto e del paradosso winnicottiano, distinto nettamente da un concetto di sviluppo declinato in senso lineare. Gli autori esplorano attraverso vari punti di vista la nascita della creatività, intesa come area potenziale della relazione, ma anche come funzionamento intuitivo del pensiero. E’ un itinerario che attraversa le funzioni evocative della mente umana, evidenziando la centralità nell’assetto analitico dei concetti di rêverie e di oggetto evocativo (ai quali è dedicato un capitolo), ma che si sviluppa anche in sottofondo nelle descrizioni cliniche delle matrici inconsce della cura (cap. 16), fino a giungere nelle conclusioni all’analogia fra il processo della creazione artistica e le possibili forme di conoscenza intuitiva. L’arte quindi intesa non soltanto come produzione (molto interessante a questo proposito il capitolo Le mele di Cézanne) ma come esemplificazione di una modalità di visione della realtà che “salta” la mediazione logica per cogliere nessi sotterranei, e che si collega lungo il volume a molti nodi dell’esperienza clinico-teorica: dalla comunicazione inconscia, al dibattito così attuale sullo statuto della libera associazione, fino alle possibilità di un iconic turn che provi ad ipotizzare un’integrazione di due differenti modalità della mente umana, quella scientifica e quella estetica.

Proseguendo a segnalare alcune delle tante possibili chiavi di lettura si può pensare a Prendersi cura come a un lavoro “di confine”, dove si esplorano le potenzialità dei contatti con campi d’indagine contigui, gli orizzonti futuri della psicoanalisi e le possibili evoluzioni trasformative di una conoscenza che si modifica costantemente attraverso l’esperienza in vivo della clinica. Ripercorrendo lo sviluppo della linee teoriche, dalle origini freudiane alle evoluzioni successive (Klein, Bion, Winnicott, Albrigo, Chianese e Fontana, Ferro, Ogden, Bollas e Masud Khan, alcuni dei riferimenti), gli autori si interrogano sull’inevitabile confronto con le discipline affini, dalla medicina all’antropologia, dalla neurobiologia alla filosofia, evidenziando la necessità di una disponibilità al confronto e alla contaminazione, senza confondere però lo statuto particolare della conoscenza psicoanalitica, che “come fa la vita, tira sempre in ballo l’analogico” (pag. 15).

Emerge chiaramente dall’appassionante viaggio che gli autori ci fanno compiere la visione della psicoanalisi come “un altro tipo di cura” (pag. 36), il cui contributo di conoscenza é rappresentato dalla posizione paradossale e inevitabile dello sguardo psicoanalitico, orientato in un territorio di frontiera fra soggetto e oggetto. Necessariamente in bilico, necessariamente sul confine appunto, senza poter rinunciare a nessuno dei due punti di vista, pena l’appiattimento della complessità dell’esperienza. In questo senso gli autori auspicano un dialogo con altre discipline, sottolineando però la necessaria divaricazione fra una ricerca tesa all’oggettività e la cifra per loro costitutiva dell’esperienza clinico-teorica, che persegue la “ricostruzione di una soggettività del conoscere per evidenziare le possibili deformazioni che la psiche può fare della realtà e così provare a ricostruire una conoscenza meno deformata”(pag. 129). Il necessario confronto con altri punti di vista deve insomma essere bilanciato dal contatto costante con il nucleo di ogni tentativo di conoscenza psicoanalitica: il “dispiacere di pensare l’impensabile”, citazione di Green che intitola uno dei capitoli.

Questa capacità di stare sul confine, con lo sguardo rivolto a un orizzonte molteplice, senza mai perdere la percezione della propria posizione, mi pare una delle indicazioni più pregnanti che Vergine e De Silvestris ci regalano sul loro modo di vivere ed interpretare la psicoanalisi.

Chiara Matteini, Firenze 16 marzo 2014

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