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Saraò G. (2018) Sul pensiero di Giovanni Hautmann

 

Testo della relazione di Giuseppe Saraò presentata al convegno “Il pensiero di Giovanni Hautmann”.

 

Firenze, sabato 19 maggio 2018

“Non molto tempo fa, in compagnia di un amico silenzioso e di un poeta già famoso, feci una passeggiata in una contrada estiva in piena fioritura. Il poeta ammirava la bellezza della natura intorno a noi ma non ne traeva gioia. Lo turbava che tutta quella bellezza era destinata a perire, che col sopraggiungere dell’inverno sarebbe scomparsa: come del resto ogni bellezza umana, come tutto ciò che di bello e nobile gli uomini hanno creato o potranno creare. Tutto ciò che egli avrebbe altrimenti amato e ammirato gli sembrava svilito dalla caducità cui era destinato”. (Freud, 1915) 

Freud ha scritto pagine memorabili sulla caducità, sull’inquietante necessità umana di contemplare qualcosa di immensamente più grande di noi, ma che ridefinisce e da senso alla nostra esistenza, e su come gli uomini siano costretti a confrontarsi con la transitorietà, con la finitezza e la precarietà che ci espongono spesso all’esperienza del lutto, e nello stesso tempo come rifuggiamo da tutto quello che è doloroso e inquietante.

Come ricordare un collega che è scomparso? E come incontrarci sul pensiero di un autore che ha lasciato un segno importante, un pensiero che rimane vivo e sopravvive al suo autore? E ancora come rispettare e valorizzare il contributo affettivo che perdura vitale e che rimanda all’ universo della interiorità di molti di noi, senza cadere nelle secche della retorica delle commemorazioni? 

Temi non rituali a cui si aggiunge, se ci poniamo nella condizione di guardare con occhi rivolti alla comunità, la questione di come affrontare una perdita rinnovando il contratto sociale dello stare insieme. Cosa seppellire e cosa far germogliare nel terreno della comunità scientifica a cui tutti apparteniamo? Come conservare il patrimonio affettivo che ereditiamo?

Come Escutivo e in particolare grazie al lavoro di Antonella Sessarego , abbiamo pensato di dedicare al pensiero di G. Hautmann una prima mattinata, poi a settembre un evento simile ma con contenuti diversi si svolgerà a Pisa, dove Hautmann ha svolto un lavoro di supervisione di gruppo per diversi anni.

La psicoanalisi da sempre si cimenta con un compito impossibile: come avvicinare l’imprendibilità  di qualcosa di noi che continuamente si ritrae e gioca a nascondino, una dimensione misteriosa, potente e inconscia che ci affascina e ci respinge? Ci troviamo alle prese con una sorta di destino che impedisce come esseri umani di conoscere noi stessi e anche quando scopriamo qualcosa ce ne sarà un’altra che si traveste raggiungendo profondità inaccessibili. 

Eppure ci proponiamo ai nostri pazienti come una possibilità con la proposta di aiutarli ad esplorare anfratti della loro mente o gli esiti di comportamenti che creano infelicità e difficoltà a poter vivere la propria vita.

Siamo a contatto, tutti i giorni, con il dolore mentale degli altri e con le varietà infinite di esperienze e storie di vita che ripropongono modalità disfunzionali che generano sofferenze spesso insopportabili. Veniamo riconosciuti dai nostri pazienti, ma spesso osteggiati perché di per sé proponiamo un lavorare insieme che in alcuni passaggi non è per niente rassicurante, anzi decisamente doloroso. Anche per questo ci sottoponiamo a lunghe analisi personali, a supervisioni e ad un continuo studio ed aggiornamento; cerchiamo soprattutto di non isolarci e di stabilire con i colleghi rapporti di collaborazione e scambio.

Proprio perhé facciamo una “professione impossibile” (Freud) abbiamo bisogno della comunità dei colleghi. Molti autori ci avvertono che il gruppo è un luogo difficile e controverso, pieno di possibilità ma anche luogo incerto dove le opportunità si possono facilmente trasformare in passaggi insidiosi anche per l’identità dell’individuo. Personaggi come Pichon Riviere, Bion, Corrao, Neri…hanno descritto le gioie e i dolori della gruppalità. Kaes in particolare ribadisce continuamente (è da quaranta anni che scrive su questo tema!) che in principio siamo un gruppo che internalizziamo un “gruppo interno” e non solo una famiglia interna. 

Quindi la nostra mente per definizione è gruppale, anche quando stiamo da soli: siamo a confronto con un teatro in cui si presentificano personaggi e pensieri che appartengono alla nostra gruppalità interna. E poi ci sono i gruppi reali e le esperienze che incontriamo nella nostra vita, tra cui anche i gruppi di colleghi. I rapporti di colleganza rimandano ad una organizzazione più grande, nel nostro caso l’istituzione psicoanalitica, una complessa realtà fatta di regole, confronti, dispute e talora conflitti aperti, una vera comunità allargata. 

Ma prima di lasciare la parola ai colleghi che parleranno di Giovanni Hautmann mi soffermo su una questione che riguarda tutti gli esseri umani, le famiglie a cui apparteniamo nel corso della vita, i gruppi, le istituzioni che abbiamo attraversato, le esperienze che hanno costituito un patrimonio a cui teniamo e che vorremmo che non rimanessero solo una questione personale e privata; spesso abbiamo il comprensibile desiderio che tutto questo non vada perduto, che qualcuno raccolga il nostro testimone che possa riseminare quel quid che per noi è stato importante e per cui spesso ci siamo battuti, per gran parte della vita,  con la speranza che quella parte di noi possa continuare a vivere e magari essere posseduta e custodita come un dono prezioso. E non parlo semplicemente della generatività e del lasciare tutto questo nelle mani della discendenza naturale, nella dimensione genealogica che rimane in una area del privato, che è auspicabile che rimanga sullo sfondo, in penombra come qualcosa di delicato, una zona sacra da rispettare.  

Mi riferisco, in poche parole, al tema della trasmissione psichica tra le generazioni. Questione di grande fascino nella psicoanalisi contemporanea e in particolare di quella che si occupa delle famiglie, dei gruppi, ma anche del funzionamento delle istituzioni sociali. Tema cruciale per la psicopatologia dei singoli esseri umani, ma di straordinaria importanza nei gruppi umani e nelle comunità più vaste.

Cosa transita?  E cosa non transita, o meglio passa in maniera clandestina e come tale fonte di non elaborazione psichica?

Sappiamo che la trasmissione intersoggettiva avviene naturalmente e che ha origine nel gruppo in cui si nasce in quanto precede il soggetto: ogni famiglia trasmette al neonato il suo modo di conoscere il mondo esterno e di organizzare il mondo interno. Una sorta di apparato che permette di articolare e strutturare lo psichismo dell’individuo, una formazione intermedia di circolazione e trasformazione che produce inconscio e apprendimento (Ruffiot, 1981; Kaes, 1993) e che presuppone l’esistenza di uno spazio transizionale tra psichismi individuali e familiari.

Esiste la trasmissione patogena, quella transpsichica, che crea psicopatologia, che costruisce cripte e sequestri (Abrahm e Torok, 1978), che aliena parti di se dell’individuo sull’altare dell’intrasformabilità, perché mancano il pensiero e la relativa elaborazione: la trasmissione non avviene tra soggetti, come quella intersoggettiva, ma  attraverso di loro. Siamo nel campo vastissimo della psicopatologia di cui ci occupiamo, come clinici, tutti i giorni e che cito perché come comunità dobbiamo averla sempre presente perché continuamente si riproduce anche nei gruppi e nelle istituzioni. Basta pensare ai fenomeni conformistici o ai potenti movimenti naturali di paranoiagenesi nelle istituzioni, alle scissioni, agli integralismi in cui non si riconosce la diversità dell’altro e si fantastica che essere identici faccia giungere ad una condizione di felicità e sicurezza.  

Ma in questa sede ci interessa la trasmissione intergenerazionale, quella buona, una processualità trofica che produce salutari movimenti ed opportunità  identificatorie. È quella che si attua tra una generazione e l’altra. Per far questo bisogna che ci sia una sufficiente elaborazione psichica, c’è bisogno di una buona narrazione, non solo semplici vissuti, ma vere e proprie storie: una dimensione mitica a cui ognuno degli appartenenti si può riferire ed identificarsi, prendendo i mattoni con cui ogni individuo potrà costruire il proprio mito identitario. E’ un deposito comunitario che da dignità ad un gruppo, ad una vasta comunità, che da valore alle parole, e soprattutto alla testimonianza, in cui l’esperienza ha un valore di riconoscimento che può essere ascoltata, pensata e scambiata anche con gli altri. In fondo i riti comunitari intorno al lutto ed al ricordo possono essere risignificati con questo spirito; c’è però bisogno della presenza (De Martino, 1958), non bastano le parole e la rassicurante virtualità dei nostri tempi: vi è una necessità di stare insieme raccontando, un parlare ed un ascoltare, un produrre pensiero gruppale che è di tutti ma anche di nessuno. Ognuno può attingere quello che ritiene più significativo ed ognuno farà una sua particolare ed inconfondibile sintesi di quello che accadrà.

Molti di noi hanno avuto esperienze con Giovanni Hautmann; l’idea di oggi è quella di ritrovarsi, ripensando al suo pensiero (siamo una società scientifica e questo è naturale), ma anche provare a percorrere insieme alcuni itinerari che ha esplorato con passione. Per questo abbiamo invitato colleghi che lo hanno conosciuto e che hanno fatto esperienze importanti; è una scelta ovviamente parziale, ma confidiamo che altri colleghi nella mattinata possano intervenire e parlare liberamente e ampliare il quadro che stiamo proponendo. 

Mi permetto di uscire da mio ruolo istituzionale e testimoniare rapidamente impressioni e ricordi della mia esperienza di supervisione: era un collega che guardavo con un misto di timida ritrosia e curiosità. In fondo aveva una grande esperienza clinica e conosceva bene il mondo psicoanalitico. Era uno dei volti significativi della psicoanalisi italiana e come tale c’erano un misto di ammirazione e timore. Ho potuto apprezzare la passione verso un metodo rigoroso e soprattutto una grande attenzione e rispetto per il mondo interno del paziente: mi è rimasto il modo come “ trattava” il materiale di supervisione, ascoltava e poi fantasticava con una passione da ragazzo, era un fantasticare su quello che accadeva, sul qui e ora; sulla sua poltrona  si dimenava, incrociava le gambe, non era più il collega temuto, gli occhi diventavano acuti e pungenti, entrava in un’altra dimensione, cadeva il timore reverenziale e la supervisione poteva diventare una esperienza tra colleghi, dove si poteva imparare grazie al fantasticare.

Soprattutto aveva nel metodo psicoanalitico una fiducia di base incrollabile, una sicurezza che nasceva dall’idea che bisognava stare con il paziente anche quando non si capiva e diventava tutto misterioso: prima o dopo si sarebbe approdati ad una verità condivisa.

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