Psicoanalisi e dintorni
Lascia un commento

SECONDA NATURA. SCIENZA DEL CERVELLO E CONOSCENZA UMANA di Gerarld M. Edelman. Recensione di Elisabetta Bellagamba

 (Raffaello Cortina Editore, 2007)

In questo lavoro, l’autore descrive alcune caratteristiche principali della coscienza, passando dalla descrizione della sua teoria dell’attività cerebrale, denominata darwinismo neuronale, che consente di mostrare come emerge la coscienza dalla dinamica cerebrale e collegandola all’influenza che essa esercita nel modo di acquisire la conoscenza (episteme).

Il libro rappresenta, sulle orme delle neuroscienze moderne, un’ulteriore riflessione su come i processi genetici e le influenze ambientali, nel corso dello sviluppo, si intrecciano edificando gli aspetti individuali e soggettivi di ogni persona.

In modo implicito, spiega Edelman, sappiamo cosa è la coscienza: è quello stato che si perde durante il sonno senza sogni o durante il coma. Durante lo stato di veglia cosciente si crea una scena unitaria composta sia da risposte sensoriali che da ricordi, immagini, affetti ed emozioni. Gli stati coscienti possono riguardare non solo eventi ed oggetti, ma anche stati affettivi. Quello che risulta ad oggi più controverso e misterioso è l’aspetto fenomenico della coscienza, nello specifico l’esperienza dei qualia.

Nello specifico, la coscienza riguarda tanto la consapevolezza dell’organismo di se stesso e di ciò che lo circonda che la configurazione mentale unificata che riunisce l’oggetto e il sè (Damasio, 2000): è ciò che sta alla base del senso della nostra esistenza e della nostra identità personale (Solms e Turnbull, 2004).

Edelman, sulla scia di Damasio (2012) che differenzia la coscienza nucleare dalla coscienza estesa, distingue tra la coscienza primaria e la coscienza di secondo ordine. Il primo tipo di coscienza, che hanno anche gli animali, rappresenta quell’esperienza di una scena unitaria in un intervallo di tempo brevissimo, denominato presente ricordato. Questo comporta che l’animale non è cosciente di essere cosciente, non ha un concetto di passato e futuro e neanche un sé nominabile. Poi, esiste una coscienza di secondo ordine che permette di concepire tali astrazioni che si appoggiano su capacità di astrazione e capacità simboliche. Con la parola, sottolinea l’autore, è possibile “liberarci temporaneamente dal presente ricordato” (pg13).

Ad oggi, è possibile desumere almeno tre chiarimenti in merito alla coscienza. Il primo è che non si tratta di un termine che designa fenomeni unitari. Il secondo è che si può iniziare a presupporre che si tratti di una relazione fra un soggetto e un oggetto. Il terzo chiarimento è che, in seguito a esperimenti ben noti, si può affermare che un cane è cosciente del mondo ma non del proprio corpo, uno scimpanzé è cosciente anche del proprio corpo e, quindi, dell’esistenza di uno spazio interno, e un bambino di tre o quattro anni può cominciare a essere cosciente anche del proprio mondo interiore, cioè può iniziare a prendere per oggetto quelle rappresentazioni ed emozioni che sa di avere (Jervis, 2011).

A questo proposito, Edelman pone in risalto due questioni centrali: “il cervello è incarnato e il corpo è inserito nell’ambiente” (pg. 21). Infatti, tutte le attività del cervello sono dipendenti da segnali che provengono dal corpo al cervello e viceversa. Il corpo, a sua volta, vive in un ambiente dal quale è influenzato e, contemporaneamente, influenza creando quell’insieme d’interazioni definite econicchia.

La coscienza, intesa come base del proprio del proprio senso di sé, in quanto non c’è sentimento di sé senza una qualche forma di rappresentazione di sé, pone in essere anche la relazione tra coscienza e autocoscienza, intesa quest’ultima come la capacità di prendere in esame riflessivamente le proprie azioni e i propri progetti, e quindi di rendersene responsabili. Ponendo la nostra attenzione, per un frangente, su questo mondo interiore, (ovvero sull’autocoscienza come riconoscimento introspettivo della presenza dello spazio virtuale della mente, separato dagli altri due spazi esistenziali primari, ossia lo spazio corporeo e lo spazio esterno al corpo) emerge che l’acquisizione della coscienza di sé richiede non soltanto un cervello umano sufficientemente adulto, ma anche una serie di strumenti culturali, più precisamente strumenti concettuali, e inscindibilmente, lessicali di tipo astratto (Jervis, 2011).  A questo proposito Damasio (2000) mette in luce che la coscienza estesa ha più livelli di organizzazione e si evolve durante il corso della vita dell’organismo essendo strettamente dipendente dalla memoria dalla quale prende forma il sé autobiografico, un entità stabile e in continua riorganizzazione. La coscienza estesa fornisce un senso elaborato di sé, in quanto permette al soggetto di collocarsi in un punto del tempo storico individuale con la piena consapevolezza del passato vissuto e del futuro previsto e con una profonda conoscenza del mondo circostante. È per questo motivo che risulta essenziale porre una distinzione tra la situazione in cui si sente di avere un sentimento/emozione e il sapere di avere quel determinato sentimento/emozione. Il sentire implica che l’organismo senziente abbia piena consapevolezza dell’ emozione e del sentimento che si sta dispiegando? Damasio, nel libro già citato, divide tre stadi che formano uno spettro in continua elaborazione: il primo definito stato dell’emozione che può essere innescato e realizzato non consciamente, il secondo denominato stato del sentire che può essere rappresentato non consciamente, ed infine emerge lo stato del sentire reso conscio cioè noto all’organismo.

Tornando al libro, l’autore, facendo proprie le basi della teoria della selezione di Darwin e la teoria dell’immunità, suggerisce che il cervello è “un sistema selettivo che opera nell’arco della vita” (pg 24) per tale motivo che, a seconda delle esperienze, alcune reti neuronali saranno maggiormente attive rispetto ad altre. Secondo la sua teoria del darwinismo neuronale (Edelman, 1997) le funzioni cerebrali superiori sono mediate da una sorta di selezione che si esercita nel corso dello sviluppo sulle variazioni anatomiche e funzionali presenti in ogni singolo animale.

Pertanto, riprendendo Solms e Turnbull (2004), l’organizzazione strutturale di base del cervello è predeterminata dai nostri geni, ma l’esito generale di questo piano è modificato durante la vita dalle influenze dell’ambiente. Alla nascita, all’interno del nostro cervello si crea un’innumerevole serie di schemi potenziali inseriti in una sofisticata organizzazione, il cui esito finale, ovvero il modo effettivo in cui essi si connettono realmente in ciascuno di noi, è largamente determinato dall’ambiente specifico in cui si viene a trovare quel particolare sistema nervoso. In altre parole, le interconnessioni tra i nostri neuroni dipendono da ciò che ci accade. È evidente, sempre più, quanto nello sviluppo cerebrale un ruolo importante è svolto dall’esperienza, dall’apprendimento e dagli influssi dell’ambiente. Infatti, oggi, è un pensiero largamente condiviso tra i neuroscienziati che i circuiti cerebrali si realizzano attraverso una combinazione di influenze genetiche e non, e la discussione è incentrata sul modo in cui natura e cultura contribuiscono allo sviluppo cerebrale.

Per quanto sopra esposto, la metafora del cervello come computer, in base ai risultati scientifici, è desueta ed erronea in quanto il computer, a differenza del cervello, utilizza la logica e l’aritmetica secondo precise sequenze cicliche. Secondo i dati e le ricerche la coscienza è implicata dall’attività rientrante tra aree corticali e talamo, e dall’interazione della corteccia con se stessa e con le strutture subcorticali. È  in virtù di questo che la coscienza si designa come un processo e sarebbe fuorviante attribuirgli una specifica regione cerebrale.

Da qui, Edelman si pone il quesito di come si struttura la conoscenza e sostiene che i cambiamenti epigenetici e storici nelle formazione delle mappe concettuali sono altamente influenzati dai segnali provenienti dal corpo e dall’ambiente (econicchia), questo porta a considerare la forte natura plastica del sistema cerebrale. Allo stesso tempo, la coscienza di ordine superiore grazie all’acquisizione del linguaggio e della sintassi acquisisce un’accelerazione nel suo sviluppo. Infatti, l’autore spiega, è proprio attraverso il linguaggio che si rende possibile la capacità di sviluppare un concetto di passato e futuro e di impadronirsi di un sé sociale. Dalle varie teorie della conoscenza emerge che il pensiero precede il linguaggio, ma che dopo il suo sviluppo c’è “un’esplosione di pensieri” (pg 60). L’epistemologia basata sul cervello, sottolinea Edelman, abbraccia l’idea che le fonti della conoscenza sono eterogenee, mettendo in risalto le origini epigenetiche della struttura cerebrale, e non solo la supremazia della selezione naturale. Da questo emerge la concezione secondo la quale ogni cervello è unico essendo il suo sviluppo soggetto all’azione sul mondo, dove l’esperienza emotiva che accompagna tale azione è un necessario accompagnamento. Ma come ogni teoria presenta dei limiti in quanto alla natura aggiungiamo i prodotti culturali che rientrano nella seconda natura. Infatti, l’evoluzione umana è accompagnata dalla “co-evoluzione della cultura che fornisce un mezzo di cambiamento relativamente rapido e potente che influenza le basi della conoscenza, della sensazione e del comportamento” (pg 63). Secondo l’autore esistono varie forme di verità e criteri diversificati per la convalida delle varie forme. Oltre alla verità verificabile attraverso la ricerca scientifica esistono altre verità. Tale questione in passato ha prodotto una certa frattura tra le scienze e le discipline umanistiche che Edelman nel suo lavoro cerca di arginare e sanare, in quanto tra le due non “vi è una separazione logicamente necessaria, ma solo un rapporto di tensione in cui la scienza è riconosciuta come una base fondamentale ma non esaustiva, né unica della conoscenza” (pg 83). La sua posizione è che non è possibile ridurre le scienze umane alle regole epigenetiche del cervello, date le proprietà selezionistiche di quest’ultimo. Con l’acquisizione del linguaggio e della coscienza di ordine superiore la persona inizia a fare esperienza di una varietà di discriminazioni. La modalità di pensiero che deriva da queste operazioni, spiega Edelman, ai suoi inizia, ha a che fare con le configurazioni e non con la logica. Pertanto, nelle prime fasi del pensiero può dominare la metafora e in seguito, grazie al linguaggio, emergono le operazioni logiche. Il linguaggio, tuttavia, rimane ricco di espressione metaforiche con le sue intrinseche ambiguità anche dopo l’applicazione della logica, permettendo tutte le costruzioni relative all’immaginazione che sono alla base della creatività.

In questo aspetto, tale teorizzazione è affine alla teoria dell’interprete di Ledoux (2002) la quale sostiene che è proprio il linguaggio che arricchisce la memoria rendendo unica la coscienza umana: “la consapevolezza cosciente di chi siamo dipende dalla nostra interpretazione linguistica delle esperienze di vita” (pg 275).

Per Edelman il pensiero, nella sua forma iniziale, dipende da modalità metaforiche, da schemi di immagini riprendendo Lakoff, citato dall’autore. Partendo da questo pensiero, cerca di esaminare come la teoria selezionistica del cervello possa fornire un contesto per la comprensione della creatività mostrando come “l’attività cerebrale cosciente e non cosciente possa dare origine a nuove idee, ad opere d’arte…”(pg 97) in quanto proprio in tali attività che l’essere umano mostra la sua seconda natura. Infatti “ogni atto di percezione è in qualche misura un atto di creazione e ogni atto di memoria è un atto di immaginazione” (pg 98) e i sogni, le immagini mentali, le fantasie sono espressione del potere ricombinatorio e integrativo del cervello.

Le basi biologiche della coscienza mostrano che essa si fonda su un sistema selettivo e questo permette di comprendere tutta la complessità e la contingenza storica dell’esperienza fenomenica. Queste proprietà della coscienza, che influenzano su come si raggiunge la conoscenza, implicano l’esclusione di pervenire a “una descrizione scientifica di certi prodotti della nostra vita mentale quali l’arte e l’etica” (pg 139). Quando la coscienza di ordine superiore e il linguaggio agendo ricorsivamente collegano il pensiero, l’emozione, la memoria e l’esperienza il numero delle possibili combinazioni di discriminazione cresce senza limiti. “La scienza è immaginazione al servizio della verità verificabile…le origini cerebrali dell’immaginazione scientifica non differiscono da quelle necessarie per la musica, la poesia…” (151).

Edelman conclude che, una volta riconosciute le dimensioni storiche e creative del pensiero umano,  la separazione tra scienza e discipline umanistiche è superflua.

 

BIBLIOGRAFIA

Damasio, A. (2000). Emozioni e coscienza. Milano: Adelphi

Damasio, A. (2012). Il sé viene alla mente. La costruzione del cervello cosciente. Milano: Adelphi

Edelman, G.M. (1997). Darwinismo neuronale. Milano: Einaudi

Jervis, G. (2011). Il mito dell’interiorità. Tra psicologia e filosofia. Torino: Bollati Boringhieri

Ledoux, J. (2002). Il sè sinaptico. Come il cervello ci fa diventare quelli che siamo. Milano: Raffaello Cortina

Solms, M., Turnbull, O. (2004). Il cervello e il mondo interno. Introduzione alle neuroscienze dell’esperienza soggettiva. Milano: Raffaello Cortina

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.